Archive for the 'tradizioni' Category

Ago 04 2013

Una borghese ad Hanoi

Hanoi, giorno due.

L’opera di Hanoi è la copia esatta di quella di Parigi. Costruita non so bene quando dai sofisticati colonizzatori europei. Ci si sente un po’ fuori dal tempo a calpestare il pavimento di mosaici e a guardare fuori dal grande terrazzo al primo piano, che affaccia sul traffico asiatico eppur gentile della capitale. Il Vietnam e il Giappone festeggiano quest’anno 40 anni di onorate relazioni diplomatiche, scopro oggi, e lo fanno con un concerto sponsorizzato nientepopodimenocchè dalla Toyota. Miracoli del socialismo declinato all’asiatica. Il problema, ho scoperto dopo tre anni trascorsi nel continente dagli occhi a mandorla, è che in Asia troppo spesso un buon concerto viene trasformato in un concerto veloce. Non esistono interpretazioni commoventi, esistono solo virtuosismi. Un andante viene trasformato in un allegro e un allegretto in un veloce al galoppo, di modo che non si fa in tempo a sentirsi a proprio agio tra le note che l’esecuzione è già finita. A sentire un concerto ti viene l’affanno, hai l’impressione di perdere il treno, di correre dietro a un bambino troppo veloce, di essere incalzata in un interrogatorio politico. Ecco, sto facendo un commento da vecchia borghese coloniale, ma diobon bisogna dare tempo alle cose per dipanarsi.
In qualsiasi paese dell’Asia io assista a un concerto, sono costretta a rimanere stupita dall’incredibile disciplina, dalla ferrea tecnica e dalla totale, imperdonabile mancanza d’interpretazione. Tutto è noiosamente poderoso, ogni direzione d’orchestra è la manifestazione del trionfo nazionalista. Gesummaria. Io a sentire un concerto così mi stanco dopo minuti sette e mezzo.

Ecco, adesso mi sento una novantenne incartapecorita che si sventaglia le perle e sospira lamentandosi dei tempi passati che non ci sono più e della meravigliosa Europa, culla della civiltà eppure inspiegabilmente e irrevocabilmente in declino. Ah, i barbari.

Eppure mi diverte girare per Hanoi sotto il diluvio universale. La stagione delle piogge ha deciso di manifestarsi in tutta la sua potenza e il demiurgo sta evidentemente svuotando il suo appartamento allagato lanciando catini d’acqua sul mio, di appartamento. Dopo dieci minuti di camminate sono fradicia, potrei anche togliermi le scarpe che tanto è inutile, ma mi piace questo Vietnam che fa ciaf ciaf,  l’odore di caffè si mescola a quello del bambù e la mitezza delle persone viene condita dall’incessante strombazzare dei clacson. Lo strombazzamento pare essere lo sport nazionale, praticato da pubblici e privati. Ciononostante i vietnamiti sono benedetti dalla totale mancanza di sguaiatezza che caratterizza a mio avviso i loro vicini e cugini-un-tempo-socialisti cinesi.

Scopro con sorpresa che anche qui, come da noi nella rossa Corea, si festeggia il 7.27, ma del 1947. Purtroppo nessuno dei miei amici diplomatici in loco sa dirmi che cosa successe in Vietnam, il 27 luglio del 47, e questo me la dice lunga sulla preparazione e sulla motivazione degli europei all’estero. In ogni modo la città è piena di striscioni rossi e di bandiere, così che mi sento un po’ a casa e vedo Pyongyang in ogni angolo delle strade. Una Pyongyang come Pyongyang non sarà mai, fatta di case lunghe lunghe e strette, di finestre sulle quali fanno ombra tendaggi di bamboo e di mercati dove accanto alla bandiera rossa si vendono funghi sudcoreani (che fotografo prontamente con il mio nuovissimo telefono intelligente, regalatomi dal babbo di modo che anche io mi sentissi una ragazza del futuro).
Rimango stupita dall’indifferenza nei confronti della mia macchina fotografica e mi rendo conto che 13 mesi al di sopra della DMZ si sentono eccome. Ci metterò forse qualche giorno ad adattarmi a questa superficiale libertà e al ritorno di facebook nella mia vita.

Un mondo senza social network è possibile, ho imparato, ma un mondo coi social network è più divertente e conferma l’illusione infantile di essere il centro del mondo, ci fa immaginare che tutti siano interessati agli stupidissimi fatti nostri e che tutti non vedano l’ora di guardare le nostre pessime fotografie e leggere i noiosissimi racconti di viaggi sempre uguali a loro stessi, per il semplice fatto che oramai, superati bellamene i trent’anni, siamo troppo strutturati e non riusciamo a guardare le cose con altre lenti se non quelle che ci siamo costruiti sguazzando per anni nella cultura alternativa della vecchia Europa dove è troppo facile dire che si è aperti, accoglienti, inclusivi, tanto non c’è un cazzo da includere perchè i barconi pieni di immigrati vengono fermati il più delle volte prima che possano anche solo sfiorare le nostre comode poltrone cucite con benevolenza postcoloniale.

E visto che mi devo rassegnare ad essere una vecchia colonizzatrice e imperialista in questa città della quale non capisco niente, mi faccio pure un massaggio in una spa dichiaratamente “per stranieri”. Ci manca soltanto che mi dedichi al turismo sessuale, sono davvero diventata pessima. Mi compiaccio del mio stesso cinismo e mi fermo ad osservare le casette che si appoggiano all’altra come a proteggersi dalla prossima tempesta tropicale e le persone che indossano i cappelli tradizionali, come Sampei quello che pescava le carpe giganti. Cappelli utilissimi che fanno scivolare la pioggia oltre le spalle, mentre il mio ombrello si sfascia alla prima folata di vento. Che frutta sarà quella che giace nei due cestini appesi a mo’ di bilancia alla spalla della signora che mi ha appena superata? Ci sarà una legge che permette a quella mamma di andare sul motorino con una figlia adolescente e due gemelli in braccio? Questi ed altri interrogativi mi pongo sotto la pioggia profumata di Hanoi, mentre affondo la faccia in una zuppa che profuma di cocco e limone e mi arrendo all’uso locale della birra con il ghiaccio. Sarà anche barbarie, ma con questo caldo, decisamente, funziona.

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Apr 07 2012

CRAMPObassanità, uno.

Da Crampobasso noi ce ne siamo andati tutti più o meno presto, tutti più o meno felicemente e tutti più o meno definitivamente. Tra il più e il meno ci stanno le sfumature determinate dalla quantità di volte in cui si torna a trovare la famiglia in un anno, dagli amici con cui si tengono i rapporti nonché da questioni burocratico-amministrative tipo hai spostato la residenza e dove c’hai il dentista.

 

Tutti ce ne siamo andati e abbastanza fieramente ci siamo mescolati al resto del mondo. Abbiamo sorriso con indulgenza tutte le volte in cui ci domandavano se Crampobasso sta in Basilicata o in Umbria. Abbiamo scherzato con complicità sull’inesistenza del Molise e sull’opportunità di raderlo al suolo, giacchè i prodotti più noti paiono essere Tonino Di Pietro, Biscardi e Bongusto. Abbiamo poi cantato con ironia Una rotonda sul mare e raccontato di quando Gheddafi ha reclamato le isole Tremiti.

 

Insomma noi facciamo parte di quelli che se ne sono andati senza troppi rimpianti anzi, con discreta gioia. Eppure ci sono almeno due occasioni, due occasioni all’anno in cui tutte e tutti torniamo fieramente a Crampobasso. Ci mettiamo su treni frecce omnibus e autostrade, scavalchiamo l’appennino, salutiamo Cristo che è ancora fermo a Tremoli, sfidiamo la terribile littorina “la freccia del Molise” che deraglia a giorni alterni, superiamo epicamente ore di coda su superstrade a una sola corsia che di super c’hanno solo il nome e di strade solo un vago ricordo, attraversiamo impavidi le innumerevoli interruzioni “causa frana”, stoicamente ci incolonniamo dietro l’ennesimo tir e giungiamo infine a Crampobasso.

Due occasioni importantissime, di quelle che se ne salti una un anno te lo ricordi, e l’anno dopo dici mangiandoti le labbra eh no, l’anno scorso non ho potuto esserci.

Una di queste occasioni non dirò qual è, perchè non ho voglia. L’altra è la processione del venerdì santo, altrimenti detta il Teco vorrei.

 

Il Teco Vorrei lo chiamiamo così perchè -durante un’imponente processione che attraversa tutto il centro cittadino- settecento cantori, maschi e femmine, intonano lo straziante lamento funebre composto da un musico indigeno nell’antichità. Il lamento ha appuno nome Teco vorrei e sostanzialmente parla di un tizio che vorrebbe accompagnare Gesù Cristo nel suo faticoso cammino verso la morte.
La processione esce alle sei di sera e noi ci si apposta in varie zone della città per vederla due o tre volte. Se poi si è tanto fortunati da avere conoscenze in centro si sale sui balconi di ferro battuto e dall’alto s’osserva la magnificenza della visione e s’ascolta meglio il coro, le cui voci si mescolano alla banda che chiude la processione.


Teoricamente il
Teco Vorrei sarebbe una questione religiosa, tant’è che sua maestà lo vescovo in tenuta d’onore sta proprio in mezzo alla processione, e anche il rispettabilissimo podestà di Crampobasso, insieme ai suoi bravi, segue tutta la processione. Per l’occasione i bravi smettono di toccare il culo alle scout. Le scout sono in pompa magna accompagnate dai fratellini scout e tutti insieme formano le milizie di noialtri. Ci sono poi le crocerossine con la scuffia linda e le scarpette da Candy-Candy, i cavalieri di Malta e le cavalieresse vestuti come nel millottocentocinque, i carabinieri in pompa magna coi cappelli troppo grandi che cascano in continuazione su un lato o sull’altro, con grande imbarazzo dei carabinieri stessi, che in una mano hanno il fioretto, nell’altra l’arma segreta del carabiniere e mani per raddrizzarsi il cappello non ce ne rimangono. Ci sono poi numerosissimi fedeli addolorati che seguono la processione scambiando amabilissime chiacchiere su come è vestita la vicina di corteo, mentre la statua della Madonnaddolorata viene sballottata a destra e manca.

 

Allora sì, teoricamente il Teco Vorrei è una questione religiosa, ma a noi non ce ne frega niente.
Arrivi presto in centro per trovare un parcheggio e ti apposti laddove vuoi vedere la processione. Nel frattempo incontri la metà dei compagni di scuola delle elementari, un paio di prof superstiti e pure qualcuno con cui hai fatto sesso in gita al liceo. Che poi guardacaso, si tratta sempre di gente che era molto più scoppiata di te e adesso ci ha la prole e se la scorrazza fieramente su passeggini supertrendy di quelli che sembrano una via di mezzo tra un trattore e un triciclo.

Ti fumi sigarette e ti racconti i gossip degli ultimi quindici anni, parli del più e del meno evitando le cose più sfigate tipo che hai appena perso l’ennesimo lavoro. Ma soprattutto poni tre domande e rispondi alle stesse tre quando ti vengono poste:

  • quando sei arrivata

  • quanto ti fermi

  • che cosa mangerai a pasqua

Proprio mentre pensi di rispondere cose tipo “ anguilla al sugo e baccalà fritto” e di scatenare così una crisi di panico tra la folla, proprio in quel momento, cominci a sentire da lontano lo straziante lamento.

 

Allora tutti tacciono.

Ti giri verso la strada, proprio là dove tutti stanno guardando, e stai muta.

Esattamente come quando avevi sette anni.

Ed esattamente come allora ti vengono i brividi.

C’è, attorno, come un silenzio, come una sospensione, nella quale si galleggia tutti insieme e tutti separati.

In quel momento ognuno se ne sta solo in mezzo a un suono che viene da un tempo lontanissimo. Un suono spezzato, che ha dentro l’infanzia e molto altro, un suono che cancella tutte le partenze e tutti i ritorni.

Un suono che ti fa immaginare, per un attimo, di non essere mai andata via.

 

 

 

Dura pochi minuti.

Poi si ritorna tutti come prima, a raccontarsi le prossime partenze e a dirsi che sì, una di queste sere usciamo a bere una birra che ce la raccontiamo.

 

Un grazie speciale a Rough Moleskin,
compagna di questo venerdì
di alcuni ritorni
di molti ricordi
e autrice del video

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