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Giu 30 2012

La vera muraglia cinese

I cinesi hanno fatto le cose in grande anche questa volta. Non solo non si riesce ad accedere a Facebook e twitter, ma pare che alcune connessioni schermino addirittura le lucilleidi. La nuova muraglia cinese passa attraverso i nodi della grande ragnatela e mi lascia impotente e un po’ cretina di fronte allo schermo che mi dice connessione annullata. Anche questa volta i cinesi hanno vinto, almeno fino a quando non scoprirò il trucco per aggirare i milioni di soldatini virtuali che mi stringono d’assedio. Per ora chiedo a chi mi legge, se ne ha voglia, di postare su facebook e su twitter i miei aggiornamenti, così siamo tutti più tranquilli (io per prima).

Terminato questo preambolo posso comunicare che sono ufficialmente in Cina, in attesa di partire per la destinazione finale. Lo ammetto, lo scrivo (e lo penso) con un po’ di fatica. Temo che da un momento all’altro un cataclisma diplomatico si abbatta su di me e io rimanga per sempre bloccata in piazza Tienammen, proprio come oggi.
Eh sì, oggi 30 giugno 2012 sono stata là. Tutto il giorno. Un sole che ti trasformava in cotoletta in 45 secondi. Innumerevoli controlli di borse e borsette. Decine di migliaia di milioni di miliardi di mattoncini da percorrere. E soprattutto, i cinesi. I cinesi, perdio, sono tanti. Tantissimi. I cinesi sono molti di più di quanti possiamo immaginare. I cinesi sono infiniti, i cinesi sono immensi. In Cina, i cinesi sono praticamente ovunque. E forse anche fuori dalla Cina. I cinesi vanno in pellegrinaggio in piazza Tienammen e pagano il (caro) biglietto senza fiatare, allora le cose sono due: o il socialismo postmaoista ha veramente vinto, e questi stanno veramente ogni anno meglio di quello prima, o (e io propendo per la seconda) il governo cinese ha pagato miliardi di comparse per farmi credere (a me, proprio a me, la lettrice di italiano all’università di Pyongyang) che i cinesi visitano tutti piazza Tienammen, come i mussulmani andrebbero alla Mecca. Forse sono un tantino egocentrica.

Piazza Tienammen è smisurata. A un certo punto ti viene voglia di morire. Purtroppo quel punto si trova sì e no a un terzo della piazza. Rimangono altri due terzi, e il ritorno. Perdio, perdio. C’era Mao, il compagno Mao che mi guardava, che guardava me, proprio me! Dall’alto della sua fotografia. Io l’ho ringraziato. Per una serie di motivi che non ho intenzione di mettere per iscritto. Poi mi sono incartata, perchè questo viaggio è segnato da una assoluta novità: per la prima volta nella mia vita posseggo una macchina per produrre i dagherrotipi. La questione non è semplice come potrebbe sembrare. i dagherrotipi mi hanno preso un sacco di energia.
Per fortuna c’erano i miei ghiacciolini preferiti, in vendita a tutti gli angoli a soli 3 yuan (50 centimi). I GHIACCIOLINI DI SOIA!!!
Sono dei ghiacciolini apparentemente alla menta, ma attenzione, non bisogna credere all’apparenza. E io, in cinque mesi di Corea del Sud, ho imparato. I ghiacciolini verdi sono al gusto di fagiolino di soia. Ho già dedicato diversi scritti all’argomento. Superato l’orrore iniziale, il consumatore e la consumatrice scopriranno che essi sono ottimi.
I ghiacciolini di soia, al sapor di fagiolata, mi hanno salvata nei meandri della città proibita. Io li amo.

Poi ci sarebbero molte cose da dire sull’estrema civiltà di questi cinesi. Non sto scherzando. I bagni cinesi sono, a eccezione dei bagni del centro sociale TPO di Bologna, gli unici bagni dove sono disponibili degli assorbenti. I cinesi hanno capito come si fanno i bambini, e soprattutto come non si fanno. Potrebbero spiegarlo in giro e non tenersi il segreto. Potrebbero parlare col Papa, perdio.

I cinesi, per certe cose, sono proprio civili. Io li amo già tutti, milioni di milioni quanti sono. Ma già sono pronta per salpare verso nuovi lidi. E siccome non sono in grado di caricare i dagherrotipi sul sito, li metto sul mio account flickr, per i più curiosi.

Così, alla vecchia.

http://www.flickr.com/photos/10509702@N00/sets/72157630359148504/

E dalla grande muraglia, per oggi, è tutto.
Good night, and good luck.

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Giu 15 2012

Socialismo e barbarie

Published by lucilla under cuba, ingiustizie, storia, politica

Sono settimane che penso a Camilo Cienfuegos. Non so che cosa mi abbia preso. Ma secondo me la memoria di Camilo è un esempio di quanto, come nei peggiori incubi, la vera propaganda contro la rivoluzione a Cuba non la facciano i pamphet politici ma i b-movies, le telenovelas, le pubblicità di telefonini televisioni macchinoni e tunz tunz.

A Cuba ogni volta che parli di Camilo Cienfuegos vengono fuori facce enigmatiche e sospiri, parole a mezza voce e frasette che si concludono con il solito “ma non sono io che lo dico”, una specie di universale disclaimer, come a dire non ti sto dicendo la mia opinione, per carità, sto solo facendo il mio lavoro di storico.

Ecco a me tutte queste occhiatine di sbieco, tutti questi sospiri, mi fanno venire voglia di incazzarmi. Perchè la storia sarebbe, secondo i camerati statunitensi, che Camilo Cienfuegos sarebbe stato fatto fuori da Fidel Castro, che era geloso di lui. Ipotesi, per quanto mi riguarda, veritiera tanto quanto il fatto che i comunisti mangiano i bambini.
Fidel Castro non era Stalin,  e al tempo della morte di Camilo -anche volendo, ammettiamo che avesse voluto- non aveva il potere necessario per ordire l’assassinio.
Ma poi dico io.
Alla fine bisogna ammettere che i camerati statunitensi hanno un apparato propagandistico che vince e sbaraglia ogni concorenza possibile. Mi hanno trasformato Fidel in un orco che ha mangiato, per sete di potere, i suoi stessi fratelli.

E la cosa più aberrante è che a Cuba, purtroppo, molti ci credono.
Che Fidel fosse geloso di Camilo.
Perchè Camilo era più amato dal popolo di Fidel.
E allora Fidel zac, ha fatto il colpaccio alla Stalin.

Si conferma la tendenza -a volte un po’ eccessiva- dei compagni latinoamericani alla telenovela. Ecco, forse questo è il punto che mi lascia più amareggiata di qualsiasi altro. Che la voglia di telefonino televisione macchinone tunz tunz possa portare a questo.
Che in cambio di un brandello di “libero mercato” si possa svendere la propria dignità politica e umana.

Sono impopolare, sì, sono impopolare.

Però volevo dire che -a mio modestissimo avviso- Camilo Cienfuegos non è stato fatto fuori da Fidel Castro.
E qualsiasi cosa sia accaduta su quell’aereo, per me valgono le parole di Ernesto Guevara:

“Lo ha ucciso il nemico.
Lo ha ucciso perchè voleva la sua morte.
Lo ha ucciso perchè non ci sono aerei sicuri,
perchè i piloti non possono acquisire tutta l’esperienza necessaria,
perchè sovraccarico di lavoro com’era, Camilo voleva essere a L’Habana in poche ore…
e lo ha ucciso il suo carattere: Camilo non considerava mai il pericolo,
per lui era un divertimento sfidarlo, toreava con il pericolo, lo attirava e ci giocava tra le mani.
Nella sua mentalità di guerrigliero
una nube non poteva fermare o deviare un percorso tracciato”.

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Mag 23 2012

La mia fragola, il mio cioccolato.

21 maggio 2012, ore 8.43

 

Sono un rottame. Ieri sono andata alla Casa del Ron convinta che ci fosse l’inaugurazione di un’esposizione della biennale, per poi scoprire che avevo guardato male il calendario e tutti gli eventi erano accaduti domenica 13. Che imbecille. E’ stata una giornata in cui mi sono sentita super affaticata. Forse sto mangiando troppo? Mi piace il cibo cubano, soprattutto il riso e i fagioli, mi piacciono moltissimo. E il platano fritto. Ieri per esempio ho mangiato allo chalet nel parco di fronte casa. Io e Richetto eravamo gli unici non cubani. C’erano coppie di mezza età che ballavano il reggetton, lei strusciandosi col culo a pizzo, lui afferrandola per i fianchi. Certo che il sesso è ovunque, qua a Cuba. Mioddio, stamane mi sento un cesso. Me ne tornerei a dormire. Invece me ne vado in giro per La Habana central.

 

 

21 maggio 2012, ore 17.36

 

Improvvisamente abitiamo a Venezia. La strada di fronte è un fiume in piena, le auto sono arenate sui marciapiedi e dal cielo continua a cadere una valanga di acqua inarrestabile. Quanto durano i temporali ai Caraibi? Più di quello che avevo pensato. Piove da almeno due ore e tutti i sogni di una gloriosa nuotata in piscina con Gigi sono annegati mentre un nugolo di zanzare ronza nella casa.

Stamane ho comprato due mamei da un venditore ambulante e sono entrata in un bazar di ropa reciclada. Poi sono stata ore in giro per le varie librerie. Cuba sta scomparendo sotto le macerie di sé stessa. Per la strada nessuno si chiama companero, anche se negli uffici è ancora frequente sentire questa parola. Sarebbe bello riuscire a vivere qui, ma come si fa? Le ong sono affollate di aspiranti cooperanti e dei miei contatti precedenti non posso manco parlare. Chissà se troverò un modo. E’ questa casa mia? E se è casa mia, ho le chiavi?

Dovrei chiamare Josè e uscire con lui ma non ne ho proprio voglia. Il ritorno in Italia mi ha gettato addosso una cappa di apprensione, faccio pensieri tipo “ho sbagliato tutto”, “sono un disastro” e simili osservazioni parimenti costruttive.

 

 

 

22 maggio 2012 ore 00.01

 

Si avvicina il rientro in Italia, e mi sento malissimo. E’ già tornato tutto alla grande paranoia.

 

 

22 maggio 2012 ore 15.45

 

Nessuno mi aveva detto che Coppelia era il posto dove avevano girato Fresa y Chocolate. Sapevo che era la gelateria più famosa de La Habana e basta. Quando ci sono passata di fronte andando al Cafè G ho avuto una specie di flash. Sarà il socialismo o sarà forse che l’hanno fatto apposta, ma a me sembrava proprio di vedere il protagonista del film, con la sua camicia a maniche corte rosa, che mangiava il suo gelato seduto a un tavolino. E’ stata, davvero, un’impressione fortissima. Tutto era semplicemente uguale. Né Gigi né Richetto hanno acconsentito a venire con me. C’è un sacco di fila da fare, c’è un unico gusto e menate del genere. Allora oggi ci sono andata con Josè. In fin dei conti anche questo è uno dei miei amori perfetti che durano meno di 72 ore. Una specie di antibiotico contro la vita di ogni giorno. Gli ho spiegato perchè volevo ad ogni costo andarci, so che a lui non importava più di tanto ma è stato felice di compiacermi. O almeno, ha mostrato di esserlo. Non so perchè Josè mostri tutto questo interesse per me. Gigi dice che è una cosa cubana. Non so. In Italia mi farebbe assai strano sentirmi chiamare mi vida da uno dopo tre giorni che lo conosco. Però qui va bene. Josè è divertente e mi racconta dei suoi due anni di militare, dei tre minuti necessari a rifarsi la branda, di tutte le volte che è scappato e lo hanno preso, poi cita Raul (Un soldato che non fugge non è un soldato)e a me per un attimo torna in mente Josè Luis, perso nel mare delle sue citazioni improbabili, poi guardo Josè, pulito, preciso, muscoloso e organizzato e penso che è bello che gli uomini siano così diversi.

 

Comunque, è stato bellissimo fare la fila da Coppelia e aspettare la scodellina gialla piena di gelato. Oggi il gusto disponibile era una specie di variegato al cioccolato con alcuni biscottini attorno. Mi è piaciuto tantissimo. C’è gente che si prende due o tre di queste vaschette. Forse perchè, dopo tutta quella fila, una vaschetta sola può sembrare troppo poco.

 

Tra 24 ore parto e non ho voglia. Dalla Corea non mi danno notizie, è tutto morto e io mi sento completamente abbandonata. Certo che a volte le persone sono capaci di tanto egoismo! Oggi Sacha mi scriveva che forse siamo nati nel secolo sbagliato. Forse sì. Sicuramente nel Paese sbagliato, sicuramente. L’incubo di un altro mese o due in Italia senza casa né lavoro né niente di niente mi sta già soffocando.

 

 

23 maggio 2012 ore 9.25

 

Mi sono svegliata di soprassalto con la portiera dell’auto che sbatteva. Diobbuono Richetto se ne è andato senza ricordarsi di svegliarmi. E’ tardissimo e sto perdendo le mie ultime ore cubane cercando di riemergere dalla sbronza.

Josè mi guarda con la faccia di uno che non riesce proprio a capire perchè all’improvviso io abbia tutta questa fretta. La casa è un disastro. Resti della baldoria di ieri sera ovunque, e soprattutto niente acqua. Niente acqua. Che vuol dire niente doccia e niente colazione. Aspetta aspetta forse la colazione riusciamo a rimediarla.

 

Riaffiorano i ricordi di ieri sera, del nuovo posto segreto che io Gigi e Richetto abbiamo inaugurato ieri, legato anche questo, inevitabilmente, al mio viaggio a Trinidad. E poi l’estremissima esperienza sociologica della Casa della Musica dove si ballava reggetton estremo mentre un gruppo suonava dal vivo e io mi trovavo persino imbarazzata. Cuba è pure questo, un alveare di jineteras per alleviare le presunte pene esistenziali del turisti.

 

So che devo partire oggi, ma non ho avuto modo di prepararmi. Devo ancora fare moltissime cose, soprattutto devo ritornare in tre o quattro posti, tipo sul Malecon, insomma ci sono gli addii. O arrivederci.

Ieri, di nuovo, ho incontrato gente che avevo già visto.

Ma soprattutto mi ha dato un passaggio un Cubano che era stato a Roma per 12 anni e mi ha detto delle cose così strane che mi sono sentita davanti a un oracolo.

Mi viene quasi da credere in lui.

C’è poi la storia di Camilo Cienfuegos che mi riecheggia dentro e intorno. Non riesco a scrollarmela di dosso. Continuo a guardarmi la sua faccia sui venti pesos. E poi il pranzo pubblico, che non esiste più. E i trasporti. E Fidel e Raul e. E Plaza de la Revolucion.

 

Lo so, è ora di andare.

Quanto mi mancherà questo posto, quanto mi mancherà.

 

 

 

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Apr 11 2011

Della mia breve primavera tunisina

Tunisi, sette aprile duemileundici, quasi otto

Infine con due ore di ritardo siamo arrivate e subito c’è attorno a noi quest’architettura da paesaggio coloniale, l’immenso bianco vuoto aeroporto e le persone che ti insegnano a dire grazie. Un gruppo di berberi aspetta degli ospiti con uno striscione spiegato davanti all’ingresso, tutti vestiti a modo tutti emozionati per quest’incontro. Mentre cambiamo i nostri pezzi di carta europei in dinari sentiamo il festoso saluto di benvenuto berbero in lontananza. Devono essere arrivati! Ma già siamo attorniate da finti e veri tassisti che vorrebbero scortarci in città. Il Vecio ci ha dato indicazioni precise e noi le seguiamo perbenino. La città è illuminatissima e poco caotica, nonostante il vuoto di potere è ben più pulita di Londra il giorno prima del ritiro rifiuti o, per cadere in un luogo comune, di Napoli. In albergo non facciamo in tempo a gioire dell’arrivo che già siamo trascinate in un interminabile balletto di presentazioni e poi via a cena che pare sia tardissimo e si aspettava solo noi.

Il Vecio ci aggiorna sulla situazione in maniera entusiasta incalzante ma anche un po’ provata e stanca. Ci propone interpretazioni ci racconta episodi di questi giorni che per lui devono essere stati davvero incredibili. Ma io sono ormai stremata e la testa mi rimbomba come quando da piccola ti addormenti in mezzo ai grandi. Neva e Sara sembrano entusiaste presentissime mi sembra che parlino la stessa lingua del Vecio invece io faccio un po’ fatica a starci dentro e ho sempre dei pensieri laterali che mi deviano e mi riempiono di dubbi. In ogni modo ormai sono qui e la situazione sembra proprio essere arrivata al suo punto cruciale, domani cominciamo gli incontri io me ne sto molto da parte che in fin dei conti sono solo un’attrice e non so se sono abbastanza upgraded per fare l’attivista in trasferta ma ci provo. Ora mi si chiudono gli occhi addio.

 

Ottaprile duemileundici ore sediciettrenta

Stamane Medina. La città in alcuni punti è placida come se fosse un otto aprile qualsiasi. Poi di colpo filo spinato, esercito, ma a pochi metri boutiques. Le commesse autogestiscono la pulizia dei marciapiedi. Mi sembra di capire che esercito e polizia siano visti in maniera molto diversa. Le persone si fidano dell’esercito meno invece della polizia. Mi piace girare per la medina coi compagni di Parma che pazientemente aspettano le mie contrattazioni per un cofanetto di kajal. In cambio mi improvviso interprete per i loro panini ripieni d’agnello e scopro che il mio francese non è poi malemalemale. Profumi e colori. Nella piazza in cima alla Kasba un gruppo di ragazzini gioca a pallone a fianco di una grossa scritta fatta alcune settimane fa: yes we can, yes we do.

Una zona della città è blindata, quella in cui ci sono stati i maggiori scontri.
Adesso finalmente siamo qui nella sede principale dell’UGTT per una riunione che ci fa conoscere i protagonisti della rivoluzione. Almeno così dicono. Poche donne, e i sindacalisti che mi sembrano gli stessi sindacalisti dell’Europa. Mi vengono immagini della Spagna di Terra e Libertà. Si fatica a cominciare la riunione perchè ognuno vuole parlare per primo, ognuno vuole dire che la rivoluzione l’ha fatta lui, che è la SUA rivoluzione. Che forse da un lato è bene. Ciascuno la rivendica. Dall’altro lato penso che ci sono già tutte queste divisioni che conosco fin troppo bene e ovviamente queste sono solo mie opinioni personali e private si ormai ho capito che i miei occhi non sono adatti alle analisi politiche. Probabilmente per un’analisi politicamente più efficace su Global ci saranno interventi più significativi del mio.

Io non ci capisco niente.

Ognuno qui si è portato la sua claque ognuno ha la sua parte di applausi. Io (noi) ascoltiamo tutti. Mi sembra molto difficile. Qualcuno dice che la vera rivoluzione debba ancora cominciare. Io penso che abbia ragione. Parliamo lingue diverse. Ma il problema è forse che le lingue diverse sono dentro di noi, abbiamo occhi diversi, io non credo che noi possiamo capire. IO non capisco. Non possiamo mettere i nostri occhiali addosso a queste persone. Per questo taciamo. Ci sono molte persone da tutt’Italia qui. Io mi sento un po’ sola, mi sembra di non avere gli strumenti. Anche io, in fondo, non parlo la stessa lingua. Penso al mio ex compagno (che bel pensiero di merda in un momento così importante). Vorrei che qualcosa di veramente brutto gli accadesse davanti ai miei occhi. Rivoglio gli anni che mi ha rubato. Non voglio mai più avere una relazione, non voglio mai più fare sesso con un uomo.

 

Ore diciassettettrenta

Ci sono anche i marxisti leninisti! C’è qualcuno che tira fuori la causa palestinese (non perchè sono arabi, sottolinea, ma perchè è un’ingiustizia!) Io non ci capisco molto. La stanza è ottagonale.

Quello che mi colpisce però è la gioia, l’entusiasmo con cui queste persone dicono la propria opinione e pure si incazzano tra di loro. Siamo qui in un momento unico, irripetibile, cruciale. Alcuni sono molto duri con noi. Ci dicono di non dare lezioni. Altri parlano di brigate rosse senza alcuna cognizione di causa.

 

Ore ventitrevventotto

E’ stata una giornata estenuante. Mentre eravamo in riunione la polizia ha caricato le persone che pregavano in piazza. Pare che qui nessuno abbia mai pregato in piazza. Questo fa pensare a come i vuoti di potere lascino spazio a chi se lo prende prima. Io sono riuscita a parlare con uno dei marxistileninisti più carismatici, uno con lo sguardo profondo e il fare del rivoluzionario. E’ un pasionario. Dice che lui morità per la libertà. Io non so se questo accadrà ma potrebbe benissimo farlo. Sinceramente i suoi discorsi mi mettono addosso molti dubbi. C’è tanta dottrina. Tanti esempi storici sradicati dal loro contesto e messi in mezzo nel suo discorso. Però è affascinante e commovente vedere tutta questa passione.

Ritorno per vie traverse onde evitare gli scontri. Cenetta tranquilla con Neva Sara e Iasci a base di agnello costato tre euri. Ma le notizie per domani non sono buone. Partiamo alla volta del campo alle 3. Saremo scortati dall’esercito. Speriamo di consegnare le nostre medicine. Non potremo dormire nei pressi del campo. Faccio riflessioni su come vengono gestite le informazioni all’interno del gruppo. Ho conosciuto un po’ di più Rapa, mi piace molto la maniera in cui legge gli eventi. Iasci racconta della biosteria di Parma. Lo ammiro e un po’ lo invidio. Io passo come una meteora e non riesco mai a stare dentro alle cose fino in fondo, o forse ci sto ma il mio modo non è alla moda, che ne so.

Ho scritto due mail brevissime, una a Francis e una a tutti gli altri. Solo per dire che sto bene. C’è quel ragazzo che avevo visto a Marghera e mi piace tanto ma lui non mi guarda mai. Questo non è rilevante tanto io non avrò mai più una relazione. Manco platonica.

 

Ore noveccinquanta, nove aprile

Sulla strada.

C’è un blocco contro una fabbrica che inquina. Pare. Non si va né avanti né indietro.Non si sa se e quando passeremo. I dimostranti non sono molto felici di averci tra le palle. Ci sono alcuni che si lamentano perchè la tabella di marcia non sarà rispettata. Io penso che se volevano rispettare la tabella dovevano partire con alpitur. Ecco, questi sono i pensieri che vengono fuori dopo un tot di ore di autobus sotto il sole nel mezzo del deserto.

 

Ore tredicieqquarantacinque

120 km a Ras Jdir. Un passante guarda la nostra direzione e ci fa segno con la mano che siamo matti. Abbiamo raccolto il responsabile della mezzaluna rossa che si prenderà cura delle medicine. Rapa davanti a me parla con un altro compagno di matematica pura, paradossi di Russell e rivoluzione. Attorno alla strada sabbia pini marittimi e qualche raro villaggio. Il mare è quasi a vista.

 

Ore diciannoveqquattro

Abbiamo visitato i campi. C’è molto malumore nel gruppo perchè abbiamo avuto poco tempo per stare qui e capire, perchè siamo costretti a dormire a centoquaranta km da qua, perchè le persone con cui abbiamo parlato ci hanno fatto sentire delle merde. Almeno a me. Il mio piccolo mondo fatto di accumulazioni materiali che respinge e uccide risplende negli occhi di gente che dice noi non abbiamo un futuro e non sappiamo che cosa ne sarà di noi la nostra vita non è nelle nostre mani.
Sono affranta. Poi penso a quando abbiamo scaricato il nostro tir pieno di aiuti e abbiamo fatto la catena umana insieme ai medici e ai pompieri ed è stato bellissimo è stato il momento più bello di questo viaggio.

 

Dieciaprile oredieci

Oggi ho fatto il primo bagno di quest’anno. Iersera siamo stati travolti da quest’atmosfera resort che ha attecchito sulla nostra stanchezza. Io comunque avrei più volentieri dormito in un luogo più sobrio e sarei tornata al campo stamane. Mi rendo conto però di come siamo in balia di una situazione che fatichiamo a leggere. Le persone in questo momento lavorano duro per ricollocarsi in questa Tunisia nuova. I poveri, comunque, troppo spesso vorrebbero essere al posto dei ricchi.

Ma ieri sera non riuscivo a staccare. I racconti dei profughi somali e l’idea che in qel momento stesso qualcuno di loro poteva essere già scappato dal campo per tornare in Libia, in Libia!!!E da lì trovare una nave per l’Italia perchè tanto tra morire al campo e morire in mare meglio morire in mare e poi amica mia tu cosa ne sai, tu sei libera tu entri esci tu hai la tua vita noi siamo africani e per questo non abbiamo diritti non abbiamo libertà. Per questo siamo stati picchiati e imprigionati in Libia io sono stato due anni senza vedere il cielo.

Ma ecco stamane i pensieri e gli scazzi di ieri sono già stati messi da parte, molti fanno il bagno ridono fanno casino io chiacchiero con quello che mi piace che ho scoperto che sa il mio nome. I compagni in mutande fanno il bagno ridono si tolgono la scorza di durezza sono immagini che un po’ mi commuovono e già un tunisino che prova a vendere una gita in dromedario mi distrae. Fra un po’ partiremo alla volta di Tunisi.

 

Ore dodicieqquarantadue

Autobus del ritorno, pervaso dall’energia dei romani che parlano delle prossime vacanze. Io penso invece a tutte le vacanze trascorse con il mio ex fidanzato e mi sale una rabbia che mi si espande come una macchia scura e puzzolente dentro le viscere

 

Ore quattordicievventi

Abbiamo bucato. Che dico bucato, la ruota si è polverizzata! Avevamo appena terminato una bella riunione sul bus che segnava l’inizio di una condivisione più ampia di questa esperienza così complicata. Eravamo tutti contenti, quando si è sentito il botto. Chissà a che ora arriveremo a Tunisi. Ma l’umore mi pare alto poiché in queste ultime ore ci siamo parlati molto. Adesso alcuni compagni giocano a tirare i sassi contro una scatola. Iasci esce dal bus con fare serafico, cicca in bocca e dice “immagino che abbiamo una ruota di scorta”. Potrebbe essere l’inizio di un fumetto su questo viaggio, o di uno spettacolo. Non il mio, che io proprio in questi giorni di viaggio di nuovo sto scoprendo quanto piccolo sia il mio ruolo nel movimento. Ho i piedi come due salsicce. Quello che mi piace mi parla. È simpatico. Ma questo, ripeto, ha poca importanza, visto che io non andrò mai più con un uomo. Ogni tanto mi viene in mente lui, il mio ex, e mi vengono in mente pure tutti i viaggi che mi ha rovinato. Come ho fatto? Come ho potuto stare a quelle regole? Gli ormoni fanno male. L’amore fa male. Mai più. Piuttosto divento obesa. Non mi pare un caso che tanti pensieri sull’amore mi vengano in mente proprio durante questo viaggio attraverso una terra stravolta dall’amore e dalla rabbia dei suoi abitanti.

 

Ore diciottettrenta

Chissà quanto manca. All’orizzonte le luci di una raffineria che sembrano uno di quei videogames sulla fine del mondo. A un mercato ho comprato incenso e l’ho regalato a D che è sempre gentile con me e questo mi fa stare bene anche se non gliel’ho detto. Il sole tramonta e noi siamo in ritardissimo su ogni piano possibile. Una parte di me vorrebbe rimanere e partecipare a tutti gli incontri di domani. Sono invece sempre la solita outsider.

 

Ore ventunetrenta

Non arriviamo mai le immagini di qusti giorni frenetici riaffiorano e non riesco a dormire. Ogni momento è buono per confrontarsi coi compagni su quello che stiamo vivendo.Non abbiamo occhi sufficiemtemente aperti per vedere bene. Questo mi sembra. Pare che tutte le radio tunisine abbiano parlato di noi oggi, mentre l’Italia ignora il fatto che ci sia qualcuno che ha voluto a ogni costo andare a vedere cosa succedeva dall’altra parte del mare. Mi torna in mente l’autobus di ritorno da Roma. Come al solito non ho trovato nessuno con cui pomiciare. Per fortuna. E però ora mi sento molto più appesantita, molto più crucciata.

 

Undiciaprile duemileundici

Eccomi che parto. Sono in questo aeroporto fatto di sale ottagonali che pare un’astronave. Le ultime ore sono trascorse nella concitazione ormai solita, arrivo tardissimo e l’imposizione dell’ennesimo pasto luculliano, ma finalmente cous cous!!! peccato che fossimo così pieni da non riuscire a gustarcelo. Prima, l’ultima ora in autobus era trascorsa con Luca precario dell’università che ci illuminava su incredibili mondi tanto reali quanto sconosciuti e Giacomo che mi spiegava il principio di indeterminazione per cui sostanzialmente non puoi osservare una cosa senza incidere su essa e dunque dal punto di vista filosofico ti viene da dire che già solo per queste ventisei ore di autobus pure noi abbiamo pur minimamente inciso sulla rivoluzione.

Ma già abbiamo rinunciato alla tanto agognata riunione finale poiché arriviamo all’hotel devastati e sono già le due. Pure i saluti sono stati frettolosi. Tunisi appare gigantesca ed europea dopo un deserto che è durato infinità. Polizia ovunque e l’annuncio di una manifestazione della così chiamata maggioranza silenziosa ovvero i sostenitori di Ben Alì. Ma questa mattina sono uscita e non ce n’era traccia. I negozianti sembrano veramente affaticati da questa rivoluzione che per loro è soltanto uguale al calo del turismo e pur di vendere qualcosa fanno prezzi che a me mi fanno passare tutta la voglia di contrattare. Poi però recupero il gioco, uno si innamora e mi regala pure un profumo, un altro mi abbraccia e prova quasi a mettermi incinta con la forza del pensiero. Non che sia particolarmente discinta ma i chili in più sul culone qui sono apprezati e pure lo è la mia chioma fluente che ho lasciato sciolta poiché fa fresco, più fresco degli altri giorni. Vedo una grossa pubblicità degli assorbenti e questo mi stupisce. Accanto nella strada principale affollata di capannelli di persone che parlano concitatamente, appare la scritta THANK YOU FACEBOOK, che mi fa sorridere. Mi dispiace lasciare gli altri, che davvero sono diventati compagni e compagne in questi giorni, ma penso che nel giro di un mese grazie alla turnè li rivedrò praticamente tuti e questo mi fa sentire un po’ meno scema. Provo a fare le ultime interviste ma stamane nessuno vuole sentire parlare di rivoluzione. Mi porto la confusione e la sensazione di aver velocemente sfiorato qualche cosa che non conosco e non capisco. In questo non luogo che è l’aeroporto si può fumare nonostante i divieti e io sono stanca preoccupata e credo che avrei dovuto rimanere qui un mese e rendermi davvero utile a qualcosa. Le lampade rosse di questo caffè mi portano in altri luoghi. Non vorrei partire. Cosa ne sarà di questo paese? Bevo la prima birra di questo viaggio e non so cosa farmene di tutte queste cose che ho barattato per un po’ di contatto umano stamane in medina.

Mi sembra che quando avrò finito di scrivere questo diario allora sarà finito anche questo mio viaggio dentro la rivoluzione e mi sembra troppo presto, ma già è ora, fra centottanta minuti sarò a Malpensa e sarà tutto di nuovo un vortice di colori opachi e sgargianti a seconda degli occhi che sarò capace di avere. Grazie a G e al principio di indeterminazione ho capito che Einstein aveva sbagliato e però aveva anche ragione, ho lasciato un’impronta da qalche parte e questo mi deve bastare.

(Il tassista che mi ha condotta qua m’ha fatto una proposta di matrimonio).

 

ore ventitrè

L’importante, ormai l’ho capito, è non rimanere colle mani in mano. E infatti ho già messo su una lavatrice che gira benbenino ho dato acqua alle piantine alle rose alle spezie ho ricopiato le mie cosine ho guardato la mail ma non c’era niente d’importante poiché il mondo va avanti anche senza di me. Ma l’importante è non fermarsi mangiare una pizza agli spinaci bere una birra come piace a me sentirmi a casa nel mio bozzolo chiamare le amiche e gli amici ascoltare la mia radio preferita ovvero radio kairòs e pensare che domani già sarò tutta impegnata e non avrò poi tanto tempo per lasciare che il buco si espanda.

Poi, lo so, coi giorni passerà questa tremenda mancanza e arriveranno dolci i ricordi.

Cioè, lo spero.

Arrivate a Tunisi ci ha accolto uno stormo di rondini e io ho detto a Sara: una rondine non fa primavera, ma uno stormo forse fa la rivoluzione.

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Gen 22 2011

prime impressioni da una grande assemblea

Pare proprio che cel’ abbiamo fatta. Dal 14 dicembre ad oggi è stata un’altra corsa ininterrotta in cui le cose da fare erano sempre troppe rispetto al tempo a disposizione, io come al solito sempre sbrindellata sempre con un piede sulla bicicletta un occhio sui libri e due o tre pensieri laterali a fare da rumore di sottofondo, io così e come me tutti gli altri, che sempre riuscire a trovarsi in un attivo per discutere pareva un miracolo.

Ma oggi finalmente ore ottettrenta siamo partiti dal piazzale del tippiò, io e Francis con una piccola ansia in comune che però è anche gioia con un piccolo dono per la grande assemblea che ci aspetta la nostra creatura appena sfornata che stasera andrà in scena proprio al Rivolta e chi se lo sarebbe aspettato mai. Tredici anni fa per la prima volta sbarcai al Rivolta qui a Marghera e mi sembrò un posto tremendamente inospitale non più nè meno che tutto questo strano nordest poi con gli anni imparai le relazioni le parole imparai che non era poi così inospitale e forse non è un caso che oggi io sia proprio qui in questa nuova casa a salutare compagne e compagni che ormai dal millennio passato condividono le lotte per cui io pure mi animo.
Marghera è oggi una casa calda (così calda che quasi non pare un centro sociale) e siamo tantissimi per questo incontro e Wilma ha appena aperto i lavori della plenaria io mi sento emozionata guardo attorno e ci sono le ragazze di Global superattrezzate ci sono persone di tutte le età c’è Francis a due sedie da me che chissà a cosa sta pensando forse semplicemente sta ascoltando perchè lui è uno normale mica ha trenta pensieri laterali come me ecco adesso dovrei mettermi a sentire anche io cosa dice l’assemblea ma volevo scrivere che poi lo so questi sono momenti che o li fermi o loro dispettosi fuggono dalla memoria e poi te ne penti.

Io sono felice di essere qua oggi. Me ne sono accorta quando all’ingresso ho visto Barbara che subito mi ha detto oi poi per la tecnica vediamo dopo, mi ha detto solo queste parole superoperative però in fin dei conti mi ha dato il benvenuto e io davvero mi sono sentita benvenuta.

E da uniti contro la crisi è tutto. Passo e chiudo.

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Ago 22 2009

basta col revisionismo storico da quattro centesimi.

Girando per Bulagna semideserta nei giorni passati ho fatto numerosi incontri bizzarri, ma uno in particolare mi ha toccata:un foglio ciclostilato, appeso in molti negozi del centro, che canta la bellezza di una città che nel secondo dopoguerra fioriva, le cui strade luminose e fiere erano popolate da giovani dame sorridenti che si lasciavano corteggiare da giovinotti politicamente ben inquadrati sotto portici profumati e pieni di vasi di fiori, una città che in questi ultimi anni ( e sottolineo in questi ultimi anni) vive il degrado imposto da una massa informe di depravati, debosciati, lassisti, drogati e dipendenti dalle sostanze più svariate che la insozzano e privano il bolognese indigeno della gioia di passeggiare sotto i porticati cantando le lodi della donna bolognese e dei suoi tortellini etc etc etc.

Ora. La premessa è che questa retorica non se la sono inventata i bolognesi. Mi dispiace per loro ma in Veneto sono almeno dieci anni che si piange la fine di un’epoca d’oro dove le ridenti cittadine padane splendevano vigorose e non c’erano orde di barbari a inquinarle. A Milano pure, i pochi milanesi rimasti piangono da decenni el nos milan, e sono ormai così pochi che a dar loro man forte ci pensano immigrati meridionali che pur di integrarsi si sono messi a votare lega e strillano contro quei dei centri sociali e quei imigrati marochini sporchi e infedeli .

Ma dopo questa breve esposizione filologica, fatta solo per amore della verità, mi vorrei cimentare in una ricostruzione storica della città di Bologna, che prendo solo quale esempio di quanto il lamento per la città morta sia storicamente infondato: nel secondo dopoguerra la città era mezza diroccata a causa delle bombe. La maggior parte delle case non aveva i cessi e diciamo che comunque i sanitari non erano proprio la prima preoccupazione della ricostruzione postbellica. Tra gli usi comuni c’erano la pisciata nell’angolo e lo sputo libero. I pochi cani sopravvissuti alla fame cagavano tranquillamente in strada senza che alcuno si preoccupasse di raccogliere la cacchina con lo scopino e la paletta. Gli odori di una cucina povera e gustosa riempivano le strade. Chi non aveva lavoro si dedicava senza troppi problemi di coscienza ad attività notturne di vario genere e le strade erano popolate di ogni tipo di persona. I racconti del tempo parlano di vie maleodoranti e nottate buie, insicure, durante le quali qualsiasi cosa poteva succedere all’ombra di un portico.
Poi arrivarono gli anni sessanta, I movimenti universitari, i cortei e le manifestazioni a tutte le ore del giorno e della notte, le riunioni all’aria aperta, gli spazi restituiti alle persone. Gli studenti si riprendevano le strade, i giovani occupavano l’occupabile. La piazza era il posto eletto per l’incontro, per il confronto e a volte per lo scontro.
E giunsero gli anni settanta in un delirio di colori e idee e proposte che non sono certo io a poter descrivere.
Quelli che ci sono stati parlano di una piazza popolata e rumorosa a ogni ora del giorno e della notte, di feste e riunioni non sempre silenziose e men che meno ordinate, di improbabili attacchinaggi sui muri della città, insomma di un gran casino. E poi arrivò il 77 e arrivarono le barricate e i carri armati.

Che faccio, mi fermo? Si, mi fermo perchè è arrivata l’ora della pappatoria e anche perchè non sono donna di lunghe disquisizioni. Altrimenti avrei scritto un libro e non terrei un blog. Ma l’esposizione mi sembra sufficiente. Cari bolognesi retrò, cari amministratori rompicoglioni, ma quest’epoca d’oro di portici profumati e corteggiamenti a base di rose senza spine dove sta? Quando era? Non è che per caso ve la siete immaginata?
Io, da osservatrice esterna (perchè sono esterna, su questo non ci piove) sono perplessa. Adesso, rimpiangendo questa fantomatica epoca d’oro del blablabla, mi volete chiudere la città e farmela diventare come in quel cartone animato di walt disney, come si chiama, quello dell’orco, in cui c’è il tipo nano folle (oh, che singolare analogia!!!!) che vuole fare il regno perfetto, immobile e ingessato.

Io, personalmente, mi oppongo e vi spernacchio.
Prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr 

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Mag 28 2009

quando il privato e il politico fanno un gran casino

Avrei voluto scrivere un felice e spensierato post sulla mia giornata di oggi, prima reale giornata di normalità dopo la malattia. Avrei voluto parlare della spesa megagalattica che ho affrontato questa mattina, una spesa INCREDIBILE, in vista della grande festa universale che invaderà casa mia a partire da domani pomeriggio fino a domenica sera.

Avrei voluto parlare di questa festa, di come l’uudm e io abbiamo deciso di festeggiare insieme i nostri primi 70 anni, di tutta a gente che verrà, di tutti gli amici che si sono messi in marcia, una specie di marcia epica, da tutta Italia e qualcuno pure da paesi stranieri. Tutti questi amici (e le compagne mi perdoneranno se in questo post non scrivo gli amici e le amiche, i compagni e le compagni, i madri e le madri, i padri e le padri)tutti questi amici che hanno ricevuto il nostro invito e si sono presi le ferie, perchè ormai all’università non ci è rimasto più nessuno, si sono presi le ferie e si sono guardati sulle cartine dove sta questo posto sperduto dove lucilla e l’uudm si sono ritirati da più di due anni.
Tutti questi amici, alcuni dei quali non vedo da anni, alcuni dei quali non ho mai visto, perchè sono amici del mio uomo e non si sono avventurati fin qua. Amici che arrivano con le tende perchè in casa non c’è posto, col vino e col cibo per paura che non ce ne sia abbastanza, amici che arrivano indipendentemente dal sole e dalla pioggia, che dichiarano di voler dormire nudi nell’orto, che proclamano la loro adesione alla nostra festa con lettere, mail, piccioni viaggiatori e sms.
Avrei solo voluto parlare di tutto questo, del mio carrello ricolmo questa  mattina, di come il rumore del carrello sia diverso quando è pieno e quando è vuoto. Eh si, perchè il carrello pieno fa un rumore rumorosissimo, una cosa incredibile, si girano tutti a guardarti, ti senti quasi un’emarginata in mezzo a tutti quei carrelli pieni. Perchè i carrelli pieni sono silenziosi! Silenziosissimi!!! E alla fine ho riempito il carrello anche io, di questo avrei voluto parlare, ho riempito il carrello di cose e di entusiasmo, pensando ai vegetariani, ai vegani, agli allergici, ai celiaci, agli astemi e ai paranoici.

Di questo avrei voluto parlare.

 

Di questa festa che ho così fortemente voluto perchè desideravo che le persone che amo condividessero un pezzettino della mia vita di adesso, che vedessero che sto bene (che stiamo bene!), che non è stato solo un colpo di testa quello che mi ha portata qui il 26 aprile di due anni fa, che l’amore esiste. Porca miseria.

 

Invece ieri è successo questo

e allora io non posso più parlare soltanto della mia gioia, della mia attesa. Io devo parlare di questa città dove “l’unica cosa rossa rimasta sono i tetti”. Devo parlare della paura che mi infondono cose come quella successa ieri, paura di dire quello che penso. Paura di essere io. Eh no, cazzo, no.
Io voglio essere io, voglio dire le cose e le voglio dire a modo mio, coi compagni e le compagne che più o meno la pensano come me ma anche con quelli che la pensano diversa.

Io non voglio avere paura.
E per questo il 2 giugno sarò in piazza san Francesco a Bologna, a dire la mia.

Se ci credete, siateci.

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Apr 11 2009

ano-nato

Quando abitavamo ancora a Padaniacity io e il mio amico Peppino ci divertivamo moltissimo a scrivere testi che oscillavano tra il surreale e il demenziale e poi li dicevamo ridendo in radio, o in occasione di qualche open stage, o semplicemente fingevamo di andare a braccio durante una serata tra amici e cominciavamo a sproloquiare. Erano gli anni di un’amministrazione sedicente di sinistra che costruì un muro per difendere i così detti cittadini onesti dagli immigrati-clandestini-scippatori-spacciatori-drogati-violentatori-di-figlie-innocenti (e tra parentesi chissà se mai qualcuno ha detto a questi padri che fanno le ronde che probabilmente sono proprio le loro innocenti figliuole a scavalcare il muro del sabato sera per chiedere dell’md-ma o un’altra qualunque paranfetamina a uno dei terribili mostri spacciatori dalla pelle nera). Erano gli anni in cui le associazioni del terzo settore, per paura di uscire dal grande trambusto senza alcuna fettina della torta amministrativa, si schieravano a favore della stronzissima amministrazione di sinistra e costringevano i disgraziati come me a prendere posizioni allucinanti per poi lasciarli soli ed esposti a qualsiasi cosa, ma davvero qualsiasi cosa.
In quegli anni ci divertivamo a fare la parodia del sindaco che io chiamavo il grande cubo a causa della sua singolare forma cubica, e il mio amico Peppino aveva felicemente soprannominato Ano-nato.
E proprio oggi mentre passeggio per queste strade miti, intrise di primavera, mi tornano alla mente quei giorni in cui mi risultava così difficile, così difficile capire perchè una giunta di sinistra facesse delle cose così, e me ne facevo un problema, e mi domandavo dove stesse il torto e dove la ragione, e l’unica soluzione era appunto la parodia o la satira o lo sfottò radiofonico o teatrale, perchè altrimenti davvero non ne venivo fuori.
Oggi cammino per le strade di Padaniacity e mi rendo conto che da quando ho conosciuto Anna Negri e da quando ho rimesso piede a radio Sherwood la scorsa settimana sono cambiate così tante cose e questi luoghi hanno significati così diversi, e mi è tornata fuori tutta quella rabbia che mi ero messa via negli ultimi anni trascorsi qui perchè dovevo guadagnare uno stipendio, guardo le piazze gli edifici le case, guardo le strade, respiro questa primavera mite e avrei voglia di fare alla radio un altro di quegli sfottò, perchè pare che Ano-nato si ricandidi, e se pure non sarà lui a ricandidarsi lo faranno tanti piccoli Ano-natini, soldatini-ravanello che di mestiere svuotano le parole del loro senso e ti lasciano coì, col dubbio che forse un tempo la sinistra era un’altra cosa.

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Apr 06 2009

rettifica del post precedente

Published by lucilla under ingiustizie, società, bologna, storia

Avevo da un paio d’ore finito di scrivere il mio post incazzatissimo sul terremoto e sullo sgombero del Bartleby quando una delle mie fonti (perchè anche Lucilla ha le sue fonti, che vi credete, mica parlo così, per far prendere aria ai denti), mi ha fatto notare che una volta tanto il comune di Bologna non c’entra niente con lo sgombero del Bartleby. Oggi si è trattata di una cortesia che ci ha fatto la PROCURA, che ha chiesto alla polizia di effettuare il sequestro conservativo. Dunque eccomi a rettificare e a indicare i veri colpevoli di questa stronzata.
Ora, mi solleva pensare che il comune una volta tanto non abbia perso il suo tempo cercando di trasformare in atto le lamentele della borghesia bene bolognese, ma il problema rimane.

Eccheccazzo.
Lo scollamento tra istituzioni/enti locali e la gente rimane. In particolare ci tengo a sottolineare che quelli che hanno il potere in mano non fanno che riempirsi la bocca di frasi tipo i giovani sono il nostro futuro, diamo potere e voce ai giovani, cerchiamo di favorire un ricambio generazionale.
Ecco, i giovani sono anche quelli che avevano occupato il Bartleby, i giovani sono quelli che accusate di fare casino in via del Pratello o in piazza Verdi, e a loro, il diritto di parola, non glie lo vogliamo dare? e poi anche vorre dire, voi che adesso avete il potere, voi in piazza da giovani non ci andavate? non erano bellissime le primavere? non vi sembrava di avere diritto a stare in piazza e a festeggiare la vostra giovinezza? non vi sembrava di avere ragione, a volte piu’ ragione degli altri? e ora voi avete il potere e vi trovate davanti a gente che pensa esattamente le stesse cose che pensavate voi.  Ma allora perchè, spiegatemi, perchè voi avevate ragione e loro adesso hanno torto? O vi siete ciecamente adeguati alla legge che dice che chi ha il potere deve reprimere?
Sembro retorica? Andatevene a fanculo, se vi sembro retorica è perchè avete dimenticato tutti gli slogan che urlavate trenta e quarant’anni fa.

E intanto a L’Aquila la vera tragedia si srotola penosamente, e la gente si prepara ad affrontare la prima notte senza casa e coi fantasmi dei figli e dei genitori che ancora galleggiano sulla terra che si muove. 

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Apr 06 2009

piccola incursione nella realtà

La scorsa notte un terremoto fortissimo  ha devastato la zona de L’Aquila. Questa mattina molti amici hanno cominciato a chiamarmi per sapere se in Molise era tutto a posto. Di riflesso ho chiamato a casa per scoprire che i miei parenti apprendevano la notizia del terremoto da me, che tra l’altro li avevo svegliati a un’ora piuttosto presta.
E mentre tiravo un sospiro di sollievo scoprivo che ci sono paesi distrutti, morti, feriti e dispersi. Gente che probabilmente sta sotto ciò che resta della propria casa e non capisce neanche in quale direzione è il cielo e in quale il suolo.

Il Grande Papà affettuoso Silvio Berlusconi, dopo aver nominato Bertolaso e, in un primo tempo aver annunciato di non rinunciare al viaggio a Mosca dall’amico Putin perchè non c’era nulla che potesse fare, ha capito che la nazione aveva bisogno di lui e ha annullato tutti gli impegni per stare vicino ai suoi figli sofferenti.
C’è chi dice che la tragedia avrebbe potuto essere evitata o, quanto meno, ridotta, chi ribadisce la storia che il terremoto di per sè non è prevedibile. Poco importa, ora. Ciò che conta è che papà Silvio abbia dimostrato ai suoi figliuoli quanto essi siano più importanti di tutto il resto.

Nel frattempo da tutt’Italia si mobilitano colonne di aiuti e si attivano reti reali e virtuali di soccorso di ogni tipo: viveri, vestiti, raccolta di sangue, alloggi disponibili per gli sfollati, insomma tutto il paese sospende le proprie attività per cercare di portare una qualche forma di sostegno ai terremotati.

Il terremoto è una tragedia. Ti arriva in casa da un momento all’altro e, ammesso che tu sopravviva, ti trovi improvvisamente senza casa, senza cose. Senza memoria. Mentre intorno a te emergono i morti, e i sopravvissuti, con la stessa faccia sconvolta che tu hai addosso. Ti guardi intorno e non riconosci più nulla, nessuna delle tue strade, nessuna delle tue pietre.

Ecco, e mentre la tragedia si abbatteva sul Centritalia, tutto quello che il comune di Bologna sapeva fare era ordinare lo sgombero immediato dello spazio occupato Bartleby, un luogo festoso di cui, neanche un mese fa, si erano impossessati gioiosamente gli studenti dell’Onda, e che aveva portato una ventata di primavera in questa cittadina che sta diventando sempre più nera. Un luogo in disuso, uno spazio che l’occupazione aveva restituito ai giovani, e che aveva creato aggregazione e occasioni di confronto (quelle di cui si lamenta tanto la mancanza ogni volta che la polizia va a sgomberare le piazze popolate da presunti ubriachi fannulloni lordacittà). Insomma il Bartleby non faceva male a nessuno, anzi, a qualcuno faceva addirittura bene. Ma forse qualche abitante di via Capo di Lucca si era lamentato perchè la vista di giovani felici è troppo umiliante per un borghese frustrato che ha dedicato la sua triste vita al danaro.

Che commento potrei fare a tutto ciò? come si può descrivere la profonda mancanza del senso di realtà in cui questa città viziata e i suoi amministratori vivono? vale la pena di elencare le lamentele delle sdaure in pelliccia alla vista di una bottiglia per terra, mentre nelle periferie la gente ruba il cibo perchè non può permetterselo? è forse necessario ancora una volta prendersela con un’amministrazione-ravanello (rossa fuori e bianca dentro, cantava qualcuno), che non è in grado di stabilire un’indice di priorità nè di porre un limite ai capricci della borghesia-bene?

Io sono schifata.

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