Archive for the 'storia' Category

Apr 01 2009

specchi

Venerdì leggerò in pubblico brani dal nuovo libro di Anna Negri, che si chiama “con un piede impigliato nella storia”.
Ho accettato di fare questa lettura perchè mel’hanno chiesto quelli di radio Sherwood. Ora, checchè se ne dica, quelli di radio Sherwood mi hanno sempre trattata bene. Voglio dire che per lo meno non mi hanno costretta a prendere posizioni politiche per poi abbandonarmi in prima linea da sola, per lo meno non mi hanno mai promesso cose per poi dimenticare di averlo fatto, per lo meno non mi hanno mai boicottata, e a me questi per lo meno sembrano sufficienti per dire di sì alla telefonata di Sherwood senza nemmeno aver letto il libro. A dire la verità fino a dieci giorni fa non sapevo nemmeno che Toni Negri avesse una figlia, e che questa figlia fosse una regista e avesse pure pubblicato dei libri. Oh, uno quando è ignorante deve ammetterlo. Io sul tema “Toni Negri e famiglia” ero piuttosto ignorante, anche perchè sinceramente il sette aprile di trent’anni fa avevo due mesi e mezzo e vivevo in un luogo fisicamente e politicamente lontanissimo.

Insomma ho deciso di fare questa lettura pubblica e da allora mi sono successe moltissime cose che non avevo calcolato. Intanto che ho scoperto che dietro i libri a volte ci sono le persone. E che le persone, in quanto tali, possono alzare la cornetta del telefono al momento sbagliato, ma poi possono pure essere in grado di scusarsi, quando tu magari non te le aspettavi nemmeno, le scuse, tanto sei abituata a persone che alzano la cornetta nel momento sbagliato.
E’ strano. Quando ero più giovane succedeva in continuazione che persone nuove entrassero nella mia vita repentinamente, ero abituata e mi piaceva, quasi non ci facevo più caso. Oggi, quando succede, lo scrivo, perchè è diventato raro.
E poi, per entrare nel merito, mi sono messa a leggere questo libro.
Sono due giorni che giro col libro nella borsa e in ogni momento buono, persino ieri sotto la pioggia battente mentre aspettavo l’uudm, lo caccio fuori e ne leggo dei pezzi. Ora il libro è tutto malmesso e bagnaticcio, ha fatto la notte sul termosifone ma stamane era già in grado di venire in giro con me.
Non farò una recensione perchè non sono capace e non mi interessa manco. Epperò. La cosa veramente allucinante è che più lo leggo e più ritrovo cose perse, pezzi archiviati faticosamente, dolori che pensavo di aver addormentato definitivamente, e poi ancora i colori dei bellissimi anni dell’università a Padaniacity, e la violenza che profondamente pervade quella città, e la continua necessità di prendere posizione, e forse più di tutto il ricordo ancora tutto sanguinante di alcune giornate di 15 anni fa, dopo le quali non fui più la stessa.
Questa storia non è la mia e questa persona non sa nemmeno che faccia ho, però dentro quel libro ci sono pure io, perchè “siamo stati tutti traumatizzati da una Storia che non ci apparteneva e che non abbiamo scelto”.

Ma vedi che giri mi tocca fare ogni tanto, per ritrovarmi

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Feb 10 2009

senza filtro

ecco lo sapevo adesso mi sono tutta agitata e il naso mi cola ancora di più. E’ successo che è martedì e io sto ancora peggio di ieri e dell’altroieri e non accenno a guarire e mi sono spaventata perchè ho pensato che in questo stato non avrei potuto fare niente niente, nè l’esamino di giovedì nè tantomeno la recensione dello spettacolo di sabato scorso nè, figuriamoci, avrei potuto registrare la puntata dei lucilla’ s tales, perchè non ho quasi voce, ecco, e mentre pensavo così ho cominciato a registrare ed è venuta fuori una cosa violenta, senza filtri, su quello che penso dell’Italia, sulla mia paura, sulle tremende similitudini tra quello che viviamo dal 94 e quello che hanno vissuto mio nonno Enrico e mio zio Luigi dopo il 1920, mi è venuta fuori la rabbia e la violenza e la paura, e mi sono sentita così in gabbia, e ho pensato per la prima volta seriamente a quelli che negli anni venti cominciavano già a capire ed emigravano, e non sono mai più tornati, come il mio bisnonno Teodosio, che si chiama come mio padre, che ha 58 anni, e come mio nipote, che ha otto mesi e ha la pelle nera e io mi domando se riuscirà mai ad avere una vita serena in Italia con la pelle di quel colore, me lo domando seriamente e mi preoccupo e mi angoscio perchè io non vedo una via d’uscita, io non la vedo, è chiaro?

Lo diceva Pasolini “siamo tutti in pericolo” così diceva ed è sempre più così e le periferie che bruciano e tutto il resto io non lo so, sarà che sono malata sarà che ho paura di tornare e fare il mestiere che faccio, sarà che io in genere ho paura, ho paura di dire quello che penso perchè lo so che le cose che penso non sono, non sono politicamente corrette, lo so bene quello che mi si potrebbe dire e nemmeno a casa mia le dico, le cose che penso, e infatti di solito bado bene bado bene a fare un intrattenimento leggero dove la critica al sistema solo s’intravvede ma oggi oggi non so cosa è successo ho mollato tutto ed è venuto fuori questo, questi cinque minuti che andranno in onda la settimana prossima su radiokairos, e la cosa più forte di tutte è che sono spaventata e ho il magone perchè non sono abituata, perchè sono troppi troppi anni almeno dal 2003 da quando cominciai a lavorare in politica è da allora che ho imparato esattamente come calibrare le parole ed è forse da allora che non ho più parlato senza filtri e invece ecco

allora adesso sto ascoltando una canzone che ancora adesso che ho trent’anni e sono passati 16 anni da quando la sentii la prima volta ancora adesso mi escono delle lacrime grandissime e sento ancora gli odori delle manifestazioni, delle riunioni, delle speranze, dei pennarelli, delle parole che all’inizio non capivo, dei sorrisi degli abbracci, gli odori della gente con cui pensavo davvero di condividere cose grandissime, e poi però mi vengono fuori tutta la rabbia e la delusione per tutte le lotte, per tutta la paura, per tutti i compagni persi per strada, per tutti quelli che adesso non hanno più il coraggio di dire che c’erano anche loro. Ci penso e ci ripenso, penso agli anni in cui si manifestava contro la base di Aviano, penso all’università, ai sorrisi, penso che eravamo convinti che il futuro fosse davvero meraviglioso e che noi si, noi avevamo capito e quindi noi avremmo cambiato. E invece eccoci o per lo meno eccomi, tutta scombussolata perchè dopo anni ho detto quello che pensavo senza filtri. E ne vorrei dire di cose perchè non mi piace, questo mondo non mi piace, io non lo so se un altro mondo è possibile ma so che “un mondo è già abbastanza”, come recitava uno slogan che ho visto a Cambridge, e allora non voglio un altro mondo ma voglio questo mondo qua e lo voglio diverso, e molto più banalmente voglio anche che nella città dove vivo la gente sia lasciata in strada, in pace, a fare casino, perchè la strada è fatta per fare casino e perchè in queste piccole impercettibili restrizioni sta l’inizio della fine. E se a cinquant’anni divento una sindaca o un’assessora o una persona importante o la presidente di una qualche importante associazione di terzo settore, se divento una persona così e improvvisamente mi metto a parlare di sicurezza e di chiudere i posti e di ripulire il centro cittadino io chiederò alle persone che mi amano, se ci saranno, di ricordarmi di queste cose che ho scritto e allora forse rinsavirò forse mi vergognerò di me e mi leverò di mezzo così senza rompere troppo i coglioni.

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Gen 25 2009

una gitarella fuori porta

Dopo aver trascorso un’inebriante (che eufemismo!) serata in un pub di Mile End insieme alla mia nuova amichetta Giggi, dopo essere miracolosamente arrivata a casa prima di mezzanotte e aver trascorso non-mi-ricordo-bene-come le due ore seguenti, dopo essermi addormentata dunque e di seguito levata a suon di sveglia con mal di testa, giramento di stomaco e stranissimi svarioni, dopo essermi domandata se per caso qualcuno non mi avesse messo qualche polverina magica nella birra, perchè è impossibile che dopo due pinte di birra una ridente trentenne sia ridotta nello stato in cui io versavo(e ho versato per tutta la giornata, ma questa è un’altra storia), dopo non essere riuscita a darmi una risposta alla domanda di cui sopra, dopo questi e simili avvenimenti ho deciso di partire per una gitarella fuori porta, ovvero di recarmi a Cambridge.
In realtà mi sarebbe piaciuto molto di più andare a Stonehenge o al mare, ma era troppo complicato. E allora sono andata a Cambridge con tutta l’intenzione di pranzarvi lussuosamente, girellare per le viuzze tante volte viste nei film e tornare a casa prima di sera che stasera ci avevo un party.
Per andare a Cambridge una deve prima arrivare alla Victoria Coach Station. E già a questo punto dovrebbero darti un premio, perchè nel fine settimana a Londra non hanno niente di meglio da fare che chiudere le linee del grande tubo per restauri, e una disgraziata qualsiasi per arrivare in un posto che teoricamente sarebbe anche relativamente vicino deve fare dei giri allucinanti nel grande tubo. Arrivata alla stazione dei bus, però, una felice sorpresa mi ha accolto. Le stazioni dei bus a Londra non sono come le nostre (non so se qualcuno di voi ha mai avuto la fortuna di dover cercare un autobus in partenza da Tiburtina). NO!!Sono come dei piccoli aeroporti, ordinatissimi, silenziosi e pieni di negozietti. Tu guardi su un tabellone luminosto a che porta devi aspettare il tuo bus e poi ti rechi lì, dove attendi, comodamente seduta sulle poltroncine, che la porta si apra e vi faccia capolino l’autista che gentilmente dirà “passengers to Cambridge, please” e tu, insieme a tutti gli altri passeggeri-topolini, lo seguirai in fila indiana e farai il check-in prima di salire a bordo.
Avevo optato per l’autobus e non per il treno per due motivi: costa la metà e in più speravo di vedere un po’ di paesaggio. Invece, ancora completamente rincoglionita, ho dormicchiato tutto il tempo. Alle due sono sbarcata a Cambridge e mi sono fiondata in un ristorante vegetariano consigliato dalla Lonely. Che dire????? Carino il posto era carino. Gentili i camerieri erano gentili. Epperò tanto entusiasmante il cibo non m’è sembrato, e poi che prezzi, insomma, una cosina un po’ troppo radical chic per i miei gusti, tanto valeva magnarsi due scrambled eggs per due paundi e cinquanta in un qualsiasi pub dei dintorni.
Con la panza piena e un certo senso di vomito che m’ha accompagnata fino a sera, mi sono apprestata a visitare la città. Intanto va detto che c’è un fiume, il fiume Cam, sul quale si affacciano alcuni dei college e molti altri antichi edifici. Pare che molti secoli fa qualcuno eresse sul cam un ponte, e da qui l’originalissimo nome Cambridge. Sul fiume galleggiano delle strane barche che non mi ricordo come si chiamano ma sono tipiche e si maneggiano tipo gondole, con una pertica. Poi ci sono i college. Ho fatto come diceva la mia guida e ho visitato i più significativi, rifiutandomi però di entrare nella cappella del King’s College (che pure si dice sia bellissima), perchè costava cinque paundi. Oh, ma siamo matti, per visitare una chiesa devo pure pagare? ma non ce l’hanno gli inglesi l’otto per mille?
I college sono come si vedono nei film ma gli studenti che li abitano hanno facce meno sveglie e meno intelligenti di quelli dei film. Nessun cenno di toga party e simili eccessi. Belli questi college e bella anche questa cittadina fatta praticamente di college e di strutture sussidiarie ai college però io mi chiedo se uno studente dopo un po’ non si esaurisce in un posto così, se non gli viene voglia di andarsene che ne so a drogarsi nella non troppo lontana Londra. E poi è mai possibile che uno debba avere degli orari per rientrare? ma che storie sono? sarà che io l’università l’ho fatta abitando a Montechange, sarà che fuori dalla porta della mia stanza non c’era una statua del re Enrico non so che numero con in mano una gamba di tavolo invece di uno scettro, sarà che a Padaniacity non c’era nessun bridge sul cam, ma solo innocui canali dai nomi molto meno affascinanti (uno per tutti, lo scaricatore, mioddio!), sarà che i pochi film che hanno girato a Padaniacity o parlavano di partigiani morti, o di squattrinati che rubavano la lingua di sant’Antonio o di presunti terroristi in fuga, sarà per questo o per altro non lo so, ma io non so se avrei mai scambiato i miei anni montecengini con la fastosa reclusione riservata agli studenti di Cambridge.
Fatta quest’osservazione antropologica, c’è da dire che la cittadina, minuscola, è bella assai, le sue microstradine sono affascinanti e i suoi colori sono proprio proprio inglesi. E ti fa un pochino di impressione camminare nelle stesse stanze dove insegnava Wittgenstein.
Tornata sul mio autobus ho avuto la fortuna di sedermi davanti a due italiane che si sono raccontate i cazzi loro per tutto il viaggio ovvero due ore, roba che mi verrebbe voglia di riportarli per filo e per segno.
Appena messo il piedino in terra londinese mi sono resa conto che erano le otto di sera, lo svarione non accennava a lasciarmi e non ci avevo voglia alcuna di andare al party. Indi per cui sono andata a casa e mi sono fatta i tubetti.

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Nov 10 2008

montechange

Avevo venti anni e abitavo nel cuore di Padaniacity, in uno studentato sito in via Monte Cengio e per questo motivo ovviamente denominato da tutti “montecengio” (tutto attaccato, naturalmente: vivo a montecengio, vado a montecengio, c’è festa a montecengio etc). Qualcuno a un certo punto tirò fuori da un balcone la scritta MonteChange, e da allora fu proprio Monte Change.
Montechange era un luogo storico per il movimento. Si diceva che proprio là fosse scoppiata la pantera padana. Le cinque gloriose palazzine che costituivano il complesso erano state, negli anni ottanta e novanta, il punto di partenza di manifestazioni, cortei, feste, lotte, sbronze di gruppo e accoppiamenti selvaggi.
Al tempo in cui ci abitavo io le cose non erano di molto cambiate. Ogni palazzina era composta di 8 appartamenti, ognuno per 11 persone. Quindi teoricamente in ogni palazzina avrebbero dovuto viverci 88 studenti. In realtà a montechange praticavamo diffusamente il subaffitto e, molto più spesso, l’ospitalità a chiunque si presentasse alla nostra porta, indi per cui eravamo molti, molti di più. Quanti, non è dato saperlo, ma un giorno contai nel mio appartamento 20 inquilini.
Quando un appartamento di montechange proclamava la festa si creava una mobilitazione generale. La notizia veniva diffusa nelle piazze all’ora degli spritz (eh si, perchè a quel tempo a Padaniacity si poteva ancora prendere lo spritz in piazza), delegazioni automunite andavano a comprare nella cantina di fiducia circa un centinaio di litri di vino, le ragazze cominciavano a prepararsi dalla mattina e insomma, altro che ballo di fine d’anno, le feste di montechange erano veramente una rivoluzione, sapevi come ci arrivavi e non sapevi se, e come, te ne saresti andato. Carovane di studenti in bicicletta cominciavano a migrare dalla piazza verso lo studentato intorno alle nove di sera, qualcuno si avventurava a piedi, i motorizzati offrivano gentilmente il posto di dietro all’amico del cuore o alla fanciulla con cui avrebbero desiderato copulare nottetempo, pochissimi gli automuniti. Inutile dire che non tutti quei mezzi sarebbero stati ritrovati alla fine della festa.
E a proposito di ciò vorrei narrare l’episodio della bici di Fedepì, la nostra compagna d’appartamento altrimenti nota come Pollyanna. Il giorno dopo una desta Fedepì ci confessò di non trovare più la sua bici. Normalissimo, soprattutto dopo una festa, vedrai Fedepì che te la vendono in piazza per quindicimilalire entro una settimana. Dopo tre giorni Fedepì, guardando fuori dalla sua finestra, scoprì che la sua bicicletta se ne stava appollaiata su un albero, probabilmente dalla notte della festa.
Fine dell’aneddoto.
Le feste di montechange avevano come nucleo un appartamento (quello che proclamava la festa), all’interno del quale giacevano cadaveri di damigiane di vino mentre un dj improvvisato metteva le nostre canzoni preferite. La scaletta seguiva un crescendo sentimentale e politico, poiché eravamo ragazzi che avevano fatto il movimento, e il massimo della commozione e della partecipazione danzereccia veniva raggiunto durante rigurgito nella versione reload, gimme the power dei molotov e, soprattutto, curre curre guagliò, che veniva cantata in coro ri-go-ro-so, manco si fosse trattato de l’internazionale. Alla fine della canzone in molti, ubriachi e felici, con l’odore del movimento nelle narici, ci abbracciavamo asciugandoci la lacrima della vendetta.
Fuori dall’appartamento-discoteca, nei corridoi, per le scale e nel cortile, una quantità imprecisata e imprecisabile di gente sostava bevendo, fumando, assumendo innocentemente droghe leggere (che erano gli anni in cui ci illudevamo di procedere verso la legalizzazione, porcaputtana) e copulando con fantasia.
La festa finiva quando eravamo stanchi o quando arrivava la polizia (notare la rima, nds).
Questi erano i giorni di montechange. Si stava in aulastudio come matti fino alle sette di sera. I computer non ce li aveva nessuno e molti di noi non avevano manco l’indirizzo e-mail. La tesi, se la facevi sul pc, la mettevi sul dischetto, e giravano terribili leggende metropolitane di laureandi che avevano lasciato l’unico floppy sul cruscotto della macchina, al sole, e il floppy si era smagnetizzato, addio tesi.
Alle sette di sera l’aula studio chiudeva e noi in una permanente primavera ci spostavamo in massa verso il centro della città, la piazza, che brillava di vita e di suoni e di voci, qualcuno metteva la musica ad alto volume, qualcuno mesceva vino. Il baretto all’angolo del salone era di proprietà di una famiglia di indigeni. Per duemilalire ti facevano un aperitivo speciale, la bomba, che ti faceva tornare a casa in condizioni imprecisate. Per milleccinquecentolire avevi lo spriss, aperol o campari? Io me lo pigliavo all’aperol, che era più femminile e poi a me mi piace di ciucciare l’arancia.
La rivoluzione la programmavamo ogni sera dal secondo spriss in poi e a volte il giorno dopo la facevamo davvero. Mi ricordo di una manifestazione in cui a un certo punto i compagni decisero di rompere il cordone e andare dove la poliss non voleva. Temevamo la carica. E in un momento, come scesa dal cielo, una compagna mingherlina prese le sue catene, mise il petrolio alle estremità e cominciò a danzare avanzando, in testa al corteo, da sola, nel silenzio e solo si sentiva swoof sfwoof le catene che volteggiavano e ciak ciak gli scarponi dei poliziotti che indietreggiavano e io dissi a una compagna copriti il volto, se non vuoi che tra due anni ti arrivi la convocazione per un processo.
La rivoluzione la facevamo ogni giorno nelle aule dell’università e nelle pause, rollando sigarette di tabacco, quello che stava nella custodia verde e gialla, che a quel tempo si fumava quel tabacco lì i le diana blu morbide, come facevo io, che giravo con una grossa maglia andina, i pantaloni di fustagno, gli anfibi sgarrupati e il borsello che era stato di mio padre.
La rivoluzione eravamo proprio convinti di farla quando distribuivamo in manifestazioni panini con la mortadella per millelire, quando preparavamo gli striscioni e alla manifestazione ci andavamo ridendo. Mi ricorderò sempre il sorriso del mio amico Punklu, che al tempo ci aveva dei capelli riccissimi che tendevano verso il cielo e portava sempre un maglione di lana sdrucito e scarpe da ginnastica, mi ricorderò sempre del suo sorriso vitantò andiamo in manifestazione, vuoi una sigaretta? Mi ricorderò del suo sorriso e me lo tengo, prezioso, perchè ancora adesso, le rare volte che ci vediamo, lui mi regala quel sorriso segretissimo di chi ha ancora voglia di piantare gli alberi.
A montechange si entrava ogni anno una settimana prima dell’inizio delle lezioni. Tu facevi la richiesta e se eri abbastanza bravo e abbastanza povero ti davano l’alloggio per la durata dell’anno accademico. A luglio eri fuori casa, dovevi fare pacchi, stare due mesi dove capitava e aspettare la prossima assegnazione. Ogni anno la stessa stupidissima tarantella. Il giorno dell’assegnazione arrivavi -solitamente dopo una notte brava passata in un alloggio di fortuna- malamente pettinata davanti al direttore che ti diceva bentornata vitantonio quest’anno siamo in singola eh? Oppure allora quando ci laueriamo vitantonio? O anche quest’anno niente feste mi raccomando, quest’anno è cambiata l’aria vitantonio. Il direttore ti faceva mettere la firma e ti passava al portinaio che ti dava le chiavi della tua stanzetta. Il portinaio ti passava poi a marisa, un cubo di grasso un metremmezzo per un metremmezzo, biondatinta, ubriaca e grondante di sporco, che per l’occasione sfoggiava il grembiulone verde pulito, e ti dava un cuscino, le tende, la lampada e il coprimaterasso. Se volevi potevi rinunciare a uno di questi oggetti, per esempio alle tende o al coprimaterasso. Tu firmavi un foglio in cui dichiaravi che era vero che ti eri presa le tali cose e ti avviavi finalmente verso il tuo appartamento dove avresti ritrovato alcune delle coinquiline, alcune sarebbero state nuove, e il nuovo anno sarebbe cominciato con una equa divisione degli spazi in frigorifero e con la compilazione dei turni delle pulizie. Ogni appartamento aveva quattro bagni di cui due con doccia e due con bidet. I turni di pulizia si facevano il lunedì e giovedì. O ti toccava il grande sbattimento della cucina o ti toccava l’egualmente grande sbattimento del bagno e dei corridoi. Molte amicizie sono terminate a causa dei turni non rispettati. Il giorno in cui finalmente ti impossessavi della tua stanza cominciava la parte più bella dell’insediamento annuale ovvero la personalizzazione delle stanze. Io ogni anno me la facevo gialla per poi ritrovarla bianca l’anno dopo (il direttore me la faceva ridipingere ogni estate, forse sperando che l’anno dopo non ci sarei stata?) qualcuno addirittura riusciva a far entrare un letto matrimoniale in una singola; c’era chi trasferiva specchi, manichini, apparecchiature di ogni tipo, caschi da parrucchiera, mobili, mobiletti, veneziane, soppalchi…dopo 48 ore non esistevano più due stanze che fossero uguali.
A montechange io avevo una stanza singola che mi ero guadagnata per anzianità. In realtà all’inizio stavo in una doppia con una che studiava geologia e faceva la settimana corta, quindi era come stare in singola, ogni appartamento aveva undici sedioline e undici mobiletti manco si fosse trattato della casa degli undici nani. C’erano due lavatrici in tutto e ognuno aveva diritto a un turno settimanale da prenotare il lunedì in portineria. Si andava allora in portineria con una grossa sporta contentente i vestiti sporchi da sciacquare in arno e si attivava la lavatrice, a volte si scambiavano due chiacchiere col portinaio di turno, se si trattava di un portinaio simpatico. Con qualche appartamento avevamo relazioni con qualcun altro no, si andava un po’ ad elezione, a noi del c6, che eravamo tutte ragazze e piuttosto all’avanguardia dentro montechange, ci piaceva in particolare bazzicare i maschi del c8 ma anche e soprattutto sbavavamo appresso a quelli del d2 che, a dirla tutta, erano proprio delle bestie. Bellissimi, per carità, ma non ancora civilizzati. C’erano per esempio tra di loro tre croati che si distinguevano per bellezza e bestialità. Il giorno che la Croazia vinse contro l’Italia a pallone dal d2 volò giù un motorino. E nessuno ha mai capito di chi fosse.
Grandi casini e grande vita a montechange. All’ora di pranzo si prendeva tutti la bici e si andava a mangiare in mensa, alla sanfrance o alla pioics, e la mensa anche era una grande occasione per attaccare bottone, scoprire persone nuove, discutere socializzare etcetera. C’erano delle file a certe ore che arrivavano fino a via del vescovado, ti mettevi in fila a mezzogiornemmezzo e non sapevi quando ti avrebbero dato il tuo vassoietto col primo secondo contorno e yogurt o frutta. Io spesso mi portavo il tapperuer e il secondo me lo conservavo per cena, che non c’avevo manco una lira. Oppure si divideva il pasto con qualche compagno sfortunato che non ci aveva diritto al pasto gratis come noialtri borsisti.
Mentre facevi la fila potevi addirittura fare in tempo a studiarti un capitolo di storia del cinema o di teoria e tecnica della comunicazione di massa, oppure potevi chiacchierare osservare fumare fare il cazzo che ti pareva, lentamente progredivi verso il bancone dei vassoi, e quando finalmente arrivavi ovviamente il riso all’orientale era finito ed era rimasta solo la pasta al forno che, lo sapevano tutti, era meglio davvero non prendere, essendo composta variamente di tutti gli avanzi della settimana precedente. Ti toccavano l’insalata di sequoia e le carote di sughero dell’australia. Se eri fortunato c’avevi pure una mela imbalsamata che a mangiarla avresti fatto la fine di biancaneve. Ma in compenso andando in mensa si poteva rifornire la casa di tovaglioli, piatti, posate, bicchieri, e non è un caso che a montechange tutti gli appartamenti ci avessero gli stessi piatti.
Ecco non so come mai mi si è aperto questo rubinetto e adesso che è più di un’ora che scrivo debbo chiuderlo che altrimenti faccio tardi, stasera ci ho il laboratorio a Castello, che ho soprannomimato “il laboratorio del dopolavoro ferroviario” a causa della pigrizia dei partecipanti. Roba che uno si domanda che cosa ci vengono a fare.
Ma però mi rimane fortissimo questo ricordo e ci sono ancora molte cose da scrivere e lo so che prima o poi il rubinetto si riapre, quando meno me lo aspetto.

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Set 18 2008

Leo ha chiuso l’ultima porta

A. ha telefonato oggi pomeriggio. Io stavo suonando la fisarmonica e c’avevo le dita stressatissime che non facevano una scala che fosse una. C’aveva una voce, A., come di una bambina che è cascata e s’è spaventata, però non vuole piangere. Dico ciao, come va? (ci eravamo viste lunedì a teatro, eravamo tutte eleganti, lei perchè aveva fatto lo spettacolo, io perchè l’avevo visto). Dice Carla ho una notizia da darti. Continue Reading »

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Lug 13 2008

sunday morning

Oggi pare che non piove trallalla`.
Avrei voluto andare a Grenwich in barca e farmi un giretto bucolico ma alla fine mi sono detta chi me lo fa fare? iersera ho fatto tardi assai come non mi capitava da non so quanto tempo, alle 2, sono tornata alle 2!! in mezzo a una Londra incasinatissima, ragazze iperubriache che dondolavano le cosce nude (ma come si fa, con questo freddo?) su tacchi vertiginosi, teste platinate che ondeggiavano pericolosamente alle fermate dei bus, maschi ubriachi che giuravano a tutte e a tutti eterno amoretilico per schiantarsi poi nell’avventato e avventuroso abbraccio del palo immobile alla mia sinistra, e io, Jessica l’americana e Alvaro il messicano, in tutto questo ci siamo perfettamente orientati e abbiamo trascorso una serata very trendy facendo il giro di alcuni pubs di Soho (parola che pronuncio alla perfezione, really british).
La mia intossicazione alimentare non accenna a scomparire, si e` semplicemente assestata a un livello tale per cui posso comportarmi esattamente come se non ci fosse, prendendo alcuni fondamentali accorgimenti tipo assicurarmi quando vado in un posto che nelle immediate vicinanze ci sia un bagno decente e avere sempre con me sali minerali per una pronta reidratazione.
Life goes on baby.
Bellissimo il west end con tutti i suoi teatri spettacolari pieni di lucine e insegne giganti e statue e sempre sempre tutto sold out per questi musical davvero musical (ragazzi non stiamo parlando dei musical di riccardo cocciante, per intenderci) e io mi sono proprio commossa girando nelle strade letteralmente affollate, affollate dai teatri. Poi non contenta sono pure andata al Globe esattamente ricosturito come all`epoca di Sceikspiaar, con tanto di costumi d`epoca e attori che recitano sul ponticello in proscenio e trucchetti di palchi ribaltabili, buche per i fantasmi e nebbioline, Jessica direttamente from NewYork dice che lo spettacolo era tutta fucking shit e forse ci ha pure ragione perche` si trattava proprio di uno spettacolo popolare per il popolino, e infatti la gente era infoiata e cantava e ballava e rideva alle battutacce sulle corna del marito della tale pero` io mi sono commossa lo stesso per tutto quel movimento d`energia e mi sono detta che oh, alla fine Shakespeare d`avanguardia e` una cosa che abbiamo inventato nel novecento, che Shakespeare era popolarpopolarissimo e tutta questa ricerca e questa investigazione su Sksp e` una cosa che proprio non esisteva, la gente andava a vedersi le sue cose proprio cosi`, mezza ubriaca felice stanca dal lavoro e magari stava sotto la pioggia perche` non aveva i soldi per il palco e cantava insieme agli attori e urlava e intanto mangiava rideva faceva l`amore e questo era il teatro e vaffanculo.

Questi e simili pensieri formulo nei miei giorni londinesi e in particolar modo oggi, che mi sono alzata con calma e mi sono lavata un paio di mutande e poi ho fatto una trabitional british breakfast nel pub sotto casa e adesso forse esco forse no chi se ne frega di fare la turista ad ogni costo

Oggi riposo, tie`.

Ieri poi ho conosciuto questo tipo a s s o l u t a m e n t e a l l u c i n a n t e che viene da Belfast e ha 50 anni e negli anni 70 faceva il punk e mi ha fatto fare tutto il giro di Brixton raccontandomi dei movimenti per il diritto alla casa, della musica, della poverta`, delle varie ondate migratorie, del mercato, della droga, della sua schiena che si e` fottuta e del suo sogno di andarsene in campagna e ho passato una mattinata incredibile cercando di non perdermi una parola che fosse una e alla fine quello che ho capito e` che quel ladro maledetto infame del nostro presidente del consiglio e` stato rieletto perche` la maggior parte di quelli che avrebbero potuto votare contro se ne e` gia` andata dall`Italia da molto tempo e se ne fotte, se ne fotte perche` non ne puo` piu` di pensare al suo paese e stare male e magnarsi il fegato pezzo dopo pezzo.

Queste riflessioni m`accompagnano mentre penso sempre piu` schiettamente e radicalmente che sono stanca di essere politicamente corretta che sono stanca di dire che LORO sono dei cafoni e NOI siamo dei signori che a furia di fare questo paragone stiamo rinunciando a dire la verita` e allora ha fatto bene la Guzzanti a dire quello che ha detto perche` e` la verita`, e qualcuno lo deve dire, e se non lo dicono i politici chi lo dice, eh???e sono stanca di tutti i cagasotto che temono l`estremismo e dicono noooo ragazzi non bisogna noooo bisogna mantenersi su un piano di dialogo, su un piano non offensivo, io non sono con bebbegrillo porcamaiella pero` questa e` forse la piu` grande vittoria dei fascisti, che sono riusciti a farci credere che dire la verita` sia offensivo.
A me questa moderazione mi sembra la stessa di quelli che hanno permesso a Mussolini di salire al governo e fare quello che ha fatto.
E quindi amici moderati prima di un altro omicidio Matteotti svegliatevi e guardatevi i libri di storia, le somiglianze sono troppe e troppo preoccupanti e voi, amici moderati, non ci state facendo una figura profumata, ma forse siete ancora in tempo amici moderati per evitarci un`altra marcia su Roma riflettete amici moderati perche` se la nostra democrazia e` a rischio la responsabilita` e` purtroppo in gran parte vostra.

 

E da Mosca e` tutto, il vostro inviato Demetrio Volcic. 

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Mag 17 2008

piccoli dolori inutili

Il 14 aprile mi si è abbattuta l’ arcinota bastonata tra capo e collo, e da allora giro come tramortita rifiutandomi financo di accedere passivamente a un tiggì. Di compiere il gesto attivo dell’acquisto di un quotidiano (quale, poi?) manco se ne parla. Figuriamoci leggere sulla net. Io mi sento proprio male. Mi sento come in quei racconti del ventennio in cui dopo l’assassinio di Matteotti i compagni ricordano che ognuno poteva solo pensare alla sua propria sopravvivenza, e quello era già molto.
Tragica, come sempre, lo so. E sinceramente, dopo aver controllato che il numero delle visite al mio sito non supera mai il 30, posso pure serenamente dire che me ne fotto, tanto quelli che mi leggono mi sanno e, appunto, mi sanno tragica.

Fine dell’inciso.

Sono in visita a Campobasso da mammà e papà in brodo di giuggiole perchè in procinto di diventare nonni, non grazie a me ovviamente, ma a mia sorella minore Rossella detta Fuego di cui più volte ho avuto modo di parlare. Essa si aggira felicemente per la casa trasportando una panza abbondante e sfornando aneddoti su truci tagli di bernarda, sadiche tecniche di estorsione del nascituro etc, roba che mi chiedo se sta davvero frequentando un corso pre-parto o uno di criminologia prenatale.
Per godere meglio del sereno clima familiare, o forse perchè il mio stato di tramortimento mi riduce a una sostanziale abulia, mi sto sottoponendo alla visione di tutti i programmi che i miei genitori usano consumare nella loro quotidianità, e posso serenamente affermare che, due punti a capo

-trovo sinceramente sconcertante che a Padaniacity si aggiunga alle infelici ronde padane una ronda di cittadini extracomunitari
-trovo sinceramente ancora più sconcertante che questa notizia venga trasmessa al tiggì come se fosse finalmente una buona notizia di convivenza tra diversità
-trovo francamente angosciante che venga intervistato il sindaco di Padaniacity Ano-nato, e che possa parlare con soddisfazione dell’esperienza di integrazione che la città sta vivendo in questi anni, affermando tra l’altro che la necessità di costruire muri è legittima perchè la popolazione non si sente sicura
-trovo infine agghiacciante che poche ore dopo la tivvù mi propini un servizio sul carcere di Padaniacity dove i carcerati ieri hanno cucinato per i secondini in occasione della festa della polizia.

Quando sto per riprendermi un attimo perchè mi attraversa la testa uno qualsiasi dei miei pochi pensieri consolatori mio padre si sintonizza, a ruota, prima su striscia la notizia e poi sulla corrida, dicendo che a lui questi programmi lo rinfrancano.
A me purtroppo no, e mi faccio scappare un lapsus tremendo dicendo

“è così che benito berlusconi ha fatto il colpo di stato”

Se avessi ancora un analista credo che avremmo un buon materiale su cui lavorare.

E l’ultimo dei miei piccoli dolori inutili di oggi è che l’uudm in questo momento sta compiendo 39 anni senza di me. In vece mia, una torta al limone un po’ rachitica della cui riuscita non sono manco sicura. Che poi lo so, che magari se stavamo insieme non festeggiavamo neppure. Che poi lo so che è proprio in queste occasioni che si litiga. Che poi lo so che i compleanni sono solo delle feste comandate e insomma sono pure un po’ borghesi. Che poi lo so che i maschi non sono come le femmine. Che poi lo so che do troppa importanza alle ricorrenze.
Che poi lo so.

Auguri, unico uomo del mondo

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Apr 23 2008

per un 25 aprile

(Il 25 aprile festeggiamo la liberazione dell’Italia dal nazifascismo)

Oggi parto.
Parto per il 25 aprile.
Tutto è cominciato 3 anni fa. Eravamo quattro, e nessuno di noi capiva nulla di quello che stava accadendo alla propria vita. Ci eravamo incontrati facendo un altro spettacolo. Qualcosa era successo. E così è nata una cosa bellissima e dolorosa e colorata e viva e bruciante come una ferita aperta. Questa cosa si chiamava “progetto 25 aprile, l’altra R-Esistenza”.
Che cosa volevamo dire? Che cosa voleva dire il mio abito da sposa sul quale venivano proiettate le bombe di Mostar e quelle di Bagdad? E il trambusto delle voci in piazza Fontana che mandavamo a metà dello spettacolo?
Che cosa volevamo dire?
Col progetto 25 aprile siamo andati in giro per tutta Italia per quasi due anni. Ognuno di noi voleva dire una cosa diversa. Ma tutte quelle cose stavano dentro il 25 aprile.

(Il 25 aprile festeggiamo la liberazione dell’Italia dal nazifascismo)

E per quanto riguarda la gente, quelli che venivano a sentirci per la prima, per la terza, per la quarta volta, quelli che hanno imparato i testi a memoria, quelli che si sono fermati a parlare, quelli che sono andati via senza salutare, quelli che non hanno voluto pagare e quelli che invece ci hanno pagati di più, ognuno di loro ha capito il suo proprio 25 aprile.

(Il 25 aprile festeggiamo la liberazione dell’Italia dal nazifascismo)

L’anno scorso, il 25 aprile, abbiamo fatto il nostro concerto in un posto piccolissimo e squallido, prendendo meno di trenta euro a testa, poi mi miei (ex) soci mi hanno baciata in fronte e mi hanno detto buon viaggio carlarella. E me ne sono venuta qui, dove un sentierino di petali mi attendeva per portarmi fino alle chiavi della mia nuova casa.
Da allora non l’abbiamo più fatto.
Ma adesso, per l’ultima volta, andiamo in scena.
Il 24 e 25 aprile, di nuovo, cantiamo le nostre canzoni, per il nostro 25 aprile.

Il 25 aprile festeggiamo la liberazione dell’Italia dal nazifascismo

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Ott 27 2007

Genova brucia

Io sono di quelli che a Genova nel 2001 c’erano.
Sono di quelli che hanno vomitato per giorni a causa dei lacrimogeni, e che per qualche strano miracolo hanno deciso, in ultimo, di prendere un treno per Milano e non dormire alla scuola Diaz.
Sono di quelli che manifestavano a volto scoperto e senza sampietrini, ma inspiegabilmente si sono trovati stretti tra una carica e il mare.
Sono di quelli che hanno comprato diario e hanno visto nelle foto la propria faccia terrorizzata.
Sono di quelli che i genovesi aiutavano lanciando bottiglie d’acqua dalle finestre mentre le forze dell’ordine ci bloccavano per ore intere sotto il sole di luglio.

I compagni che rischiano gli stessi anni di galera di un omicida io non li conosco. Non conosco i compagni che devono risarcire il nostro stato (il nostro stato?) per aver causato danni alla sua immagine o non so bene a cosa.
Però ero là.

E quello che sta succedendo mi sembra una beffa, un’ingiustizia, una vendetta.
Perchè hanno perso. Perchè hanno avuto paura. Perchè in quei giorni a Genova non c’erano solo quelli con le spranghe e coi sampietrini.

Come dice la madre di Giuliani, “fra poco ci chiederanno di ripagare i danni provocati dal sangue di nostro figlio sull’asfalto”.

Per questo sarò a Genova il 17 novembre

Riporto in calce l’appello di mobilitazione

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