Archive for the 'campobasso' Category

Apr 25 2012

autocritica, o autocoscienza o auto da fè.

In assemblea non ci andavo dall’anno scorso. Voglio dire, da prima di partire per Seoul. All’inizio mi dicevo che non ci andavo perchè tanto ero di passaggio, e non aveva senso. Poi, quando ho capito che non ero poi così di passaggio come credevo, ho dovuto cominciare a chiedermi perchè continuassi a disertare le assemblee.
Certo non è che sia cosa facile, prendere la bici il lunedì sera, che magari hai già avuto una  bella giornata impegnativa, e sferragliare fino al centrosociale. Eppure ricordo che l’anno scorso ogni lunedì sfidavo gli dei della meteorologia e gli spiriti delle strade in salita. Non me ne perdevo una, di assemblea. Ci andavo per ascoltare. Due, tre, quatto ore. Ho parlato due volte. Solo quando mi sembrava proprio necessario. Ma ho ascoltato sempre.

Allora, in questo quasi-mese a CRAMPObasso, una delle cose che sono stata costretta a chiedermi è proprio perchè non ho voglia di andare in assemblea. Perchè quando c’è il tiggì spengo il televisore, perchè leggo i giornali solo se mi obbligano e sostanzialmente mi limito all’oroscopo. Ho dovuto domandarmi perchè non ho voglia di vedere le persone, perchè quando si parla di politica chiedo un’altra tequila.
Questo e altro ho dovuto domandarmi e non ho saputo rispondermi.

Poi ieri sono arrivata a Bologna. Non ci sto bene, a Bologna, in questo periodo. Non so se esista un posto dove mi senta a mio agio ma sicuramente a Bologna no, ecco, a Bologna non mi sento a casa, e infatti appena ho visto la basilica di San Luca m’è venuta un’ansia densa e umida e soffocante, e ho avuto voglia di andar via subito. Qualcuno urlava dentro di me, urlava parole incomprensibili, ma avevo bisogno di soldi e anche bisogno di fare i conti con la realtà, dopo quasi un mese di limbo crampobassano, allora questo qualcuno che urlava dentro di me non ho potuto ascoltarlo e non so manco chi è. Ho finto di non ascoltarlo e sono entrata a Bologna come se niente fosse. E come se niente fosse sono andata in assemblea.

Per sfidarmi
Per farmi delle domande
Per capirmi
Per vedere se qualcosa o qualcuno riusciva a illuminarmi

Il risultato è che ci ho capito pochissimo, davvero poco. Perchè avevo battaglie, guerre dentro di me, e feriti e morti e campi pieni di cadaveri, innocenti e colpevoli mescolati, e mille me bardate in colori diversi che si affrontavano, mille me, mille duemila me, una contro l’altra, inarrestabili mentre fuori di me l’assemblea proseguiva pacificamente.
Ci ho capito poco, pochissimo, epperò c’è stata una cosa, come un respiro, un urlo improvviso, che ha interrotto per un attimo la mia guerra interiore.

E mentre un compagno parlava mi sono resa conto, per la prima volta, che il risultato più tangibile e atroce di questa che chiamano crisi è l’isolamento.
Che ognuno si sente più solo, più incapace e più incompreso.
Che ognuno viene frammentato, dentro e fuori, e si chiude sempre di più, perchè ci sono valanghe di paure pronte a riversarsi su ciascuno.
Mi sono domandata quante persone in quell’assemblea stessero combattendo dentro di loro guerre tanto sanguinose quanto la mia.
Mi sono chiesta quanti di loro si sentivano, proprio come me, stupidi, incompresi, impauriti, persi.
E fuori, fuori da quell’assemblea, quanti si sentono che hanno perso? Quanti hanno paura che domani sia solo peggio? Quanti sono sul punto di rinunciare perchè tanto è inutile?
Quanti si svegliano e si domandano, ogni giorno, quale espediente dovranno trovare per sopravvivere?

La solitudine, il senso di non essere all’altezza, l’angoscia bianca, tentacolare.
La sensazione di essere fuori posto in ogni luogo.
L’impressione di essere tagliati fuori.
Il terrore di pensare alla settimana prossima, perchè la settimana prossima probabilmente sarà peggio.
La paura di parlarne per timore di sentirsi dire che ti lamenti in continuazione, e dovresti pensare a chi sta peggio.

A chi sta ANCORA peggio?

E allora la prima sconfitta è forse smettere di andare in assemblea, sì, smettere di leggere i giornali, la prima sconfitta è rinunciare al confronto, alla lotta, perchè se uno rinuncia alla lotta vuol dire che non ha più la speranza di cambiare.

Io non lo so, non lo so se ricomincio ad andare in assemblea.
Che forse il peggio è quando smetti di dire c’è crisi e cominci a dire sono in crisi, e io ho sempre la battaglia di cui sopra dentro di me, il bilancio dei morti è ogni minuto più tragico, eppure ieri, durante l’assemblea, io per un minuto ho pensato di avere una chiave, di trovare un senso a tutto questo, allora non lo so se ci torno, in assemblea, però per lo meno ci penso.

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Apr 20 2012

CRAMPObassanità, tre

               Quando ero piccola a un certo punto i miei mi mandarono in piscina. La piscina comunale di CRAMPObasso. Un palazzo rettangolare fatto di brandelli di intonaco e cemento, puzza di cloro tutt’intorno e piastrelle spiccicate, un casino di bambini che schizzavano ovunque e un insegnante che non riuscì a farmi capire come coordinare la respirazione nello stile libero.
Durò pochissimo, per fortuna, i miei capirono presto che -ammesso anche che io avessi avuto del genio da qualche parte- esso non si nascondeva tra i miei muscoletti. Ero un genio intellettuale. Per fortuna non esistevano i corsi di paranoia, altrimenti mi avrebbero portata là.

Da adolescente ricominciai a frequentare la piscina comunale, senza addentrarmi nel magico mondo delle verruche e degli spogliatoi fatiscenti. Infatti il muro posteriore dell’edificio, che dava proprio sulla zona più selvaggia della villa comunale, era ottimo per pomiciare e fumarsi le canne. Entrambe le attività mi appassionavano molto, e finii con l’affezionarmi all’intonaco cadente. Non so quanto fosse frequentato l’interno dell’edificio, ma l’esterno era davvero un successo. La piscina comunale aveva un senso per la collettività, aveva un ruolo nelle nostre vite.

Arrivata a CRAMPObasso a trentatrè anni suonati e con una discreta dose di ansia esistenziale da smaltire, ho deciso di seguire l’esempio del mio amico Dottò, maestro di nevrosi psicofisiche, e mi sono rimessa a nuotare. Così, da un giorno all’altro. Riesumati cuffia e occhialini, rimediato un paio di ciabatte rosa confetto, ho cominciato a frequentare la piscina comunale regolarmente, a giorni alterni. La piscina è sempre lei. Intonaco cadente fuori, odor di cloro e piastrelle staccate dentro, con l’aggiunta di un simpatico gadget all’interno, ovvero un complessissimo sistema di docce e asciugacapelli elettronici.
La piscina apre alle sette e io alle settemmezza sono là. Non c’è musica e la vasca è vuota. Un vuoto azzurro e silenzioso, un vuoto immenso. L’acqua è tiepida e ogni bracciata crea un suono piatto che spezza il rumore liquido e continuo della vasca. Alle settemmezza ci sono soltanto io, in piscina, insieme alla bagnina che legge i suoi fotoromanzi. Faccio il dorso e la rana, poichè lo stile non ho mai imparato a farlo, e anche perchè il dorso mi regala un senso d’eleganza e di prolungato, un senso di continuità. Guardo il soffitto bianco e verde acqua, intervallato da strisce di bandierine colorate.

Schlaff, schlaff, schaff.

Nuoto nella piscina comunale di CRAMPObasso e dentro mi si forma una specie di silenzio. Il silenzio di quando finalmente abbandoni i pensieri laterali. In piscina, semplicemente, mi sgombero da me. Mi elimino temporaneamente. Sono tutta nelle mie bracciate in mezzo alla vasca azzurra.

Schlaff, schlaff, schaff.

Dura mezz’ora.
Alle otto cominciano ad arrivare i maschi. I maschi in piscina giungono corredati di innumerevoli attrezzi potenziatori tipo pinne, palette, tavole, spugnette, triccheballacche. Si tuffano in un tripudio di schizzi e si trasformano in Tritoni. Io faccio una vasca, loro ne fanno tre. I maschi sono dei nuotatori fidelizzati, si vede che hanno una relazione solida con la piscina, la conoscono come le loro tasche, e anche tra di loro, anche tra di loro si conoscono. Si spartiscono le corsie, si prestano le attrezzature, si consigliano, si cronometrano, si fanno i complimenti. Poi a un certo punto si rendono conto che c’è la sottoscritta, o meglio, che ci sono le tette della sottoscritta che emergono tra le lente bracciate a dorso.
Comincia l’esplosione di testosterone.
Esplosione causata non dalla particolare bellezza della sirena qui presente, no.
Io non conto in quanto io, ma in quanto unico, inaspettato esemplare di femmina in un liquido androceo.
Comincia lo show di piccole sfide e schermaglie, la quantità di schizzi aumenta esponenzialmente, le voci si alzano e se non fosse per tutta quell’acqua penserei di essere nel mezzo di uno stadio.

             Fino a che il maschio, quello che probabilmente per anzianità e frequenza è il capo della tribù dei maschi della piscina, non decide di prendere la parola a nome di tutti e di domandarmi chi io sia, da dove venga, come abbia fatto a entrare nell’androceo.

 

Mi aspetta a bordovasca con pazienza.

Si solleva gli occhialini.

Mi sorride con magnanimità.

E mi fa la domanda alla quale tutti stanno aspettando una risposta.

“Sei nuova?”

Silenzio nella vasca. La produzione di spruzzi e testosterone è sospesa in un’irreale apnea. L’androceo, scombussolato dalla presenza di estrogeni nell’acqua, è in attesa di un chiarimento.

Sorrido.

“In che senso?”

Confabulare di maschi che si aspettavano una risposta un tantino più lineare nonchè meglio adatta alla qualità del loro ragionamento, risposta monosillabica del tipo sì/no.
Di nuovo, silenzio.
Di nuovo, il capo mi rivolge la parola.

“Non sei di qua, no? E’ la prima volta che ti vediamo

Ho capito. Il maschio confuso ha bisogno di essere rassicurato.

“No, non sono di qua. Sto solo qualche settimana. Vengo a nuotare la mattina presto
(ammicco, sorrido, il maschio abbandona un tantino della sua ruvidità)
spero di non darvi troppo fastidio”

Ho detto la cosa giusta. I maschi si guardano e sorridono.

“No no anzi, sei benvenuta. Se hai bisogno di qualche consiglio chiedi pure eh, tanto noi siamo sempre qua. Anche se vuoi le tavolette o le pinne, dimmelo che ti presto le mie”

“O anche le mie eh, te le presto volentieri”

“Se vuoi stai pure nella corsia centrale, così non ti diamo fastidio.
Sai, noi siamo un tantino rudi”

Sorride.
Sorridono.
Sono stata ammessa nell’androceo della piscina comunale.

Ognuno di loro, prima di abbandonarlo, mi aspetta a bordovasca e mi augura buon allenamento, e ci vediamo domani.

Certo, ci vediamo domani, magari ti chiedo in prestito le pinne.

 

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Apr 12 2012

CRAMPObassanità, due

Per sopravvivere a CRAMPObasso senza morire pezzettino a pezzettino bisogna costruirsi una struttura. Una struttura solida. Una routine da manager aziendale senza avere il portafogli del suddetto manager aziendale. Prendere appuntamenti, riempire agende, svegliarsi presto ed essere già in ritardo. Mettere in moto la dipendenza da attività. Stimolare la produzione di endorfina. Se la situazione è grave, ricorrere all’uso massiccio di pratica sportiva. Sconsiglio le sostanze stupefacenti. Prima di tutto perchè non si trovano, e poi perchè ammesso che uno le trovi presto o tardi arriva il down, e il down a CRAMPObasso è un suicidio lungamente premeditato, il down è morte certa. Allora niente. Sport selvaggio e massiccio. Mi sveglio ore sette ogni mattina e come il peggiore dei fighetti me ne vado a giorni alterni a nuotare o a correre. Lo so. Sono parole che non ho mai usato nella mia vita. E un motivo c’era. Io non ho mai corso, nè nuotato. Ma è arrivato il momento. L’attività fisica è l’unica via d’uscita alla morte per asfissia cerebrale o per depressione uterina, l’unica alternativa al prolasso dell’anima.

Corro come un’assassina intorno allo stadio, corro come se dovessi andare a liberare la Spagna dai fascisti, corro come se fossi Santa Giovanna dei Macelli e questa fosse l’ultima possibilità per recapitare la mia lettera alla classe operaia, corro e sudo e bestemmio e inciampo e continuo a correre in tondo, ma me ne frego faccio finta che tondo non sia, chilometri sotto le mie scarpe economiche comprate su pianeti lontanissimi da qui, corro fino a che non sono così stanca da non pensare più a niente. Corro e pure CRAMPObasso pare un luogo dove una qualche forma di vita è possibile, sembra quasi di stare in una galassia conosciuta, miracoli dell’endorfina e del corpo umano.

Dunque torno a casa diobbuono e sono quasi soddisfatta, torno a casa e quasi non penso che se sono qui è perchè la mia vita sta andando a rotoli e io non ho una strategia efficace per abbandonare la nave prima che affondi, torno a casa e quasi sorrido cazzo, sorrido mentre bevo il mio meritatissimo bicchiere d’acqua.

E proprio mentre sto sorridendo arriva mia nonna cristiddio, ottantaquattro anni per un metro e dieci, e di punto in bianco mi dice che “eh, una volta si era più resistenti, adesso per la minima frustrazione crollate e fate una tragedia”.
Io per un attimo penso che mia nonna trascorra le sue mattinate al telefono con Supermariobros, ci manca soltanto che mi dica che il posto fisso è noioso, ma poi me la guardo e mi viene una rabbia, ma una rabbia che si mangia in un attimo tutta l’endorfina faticosamente prodotta, e allora mi incazzo ancora di più perchè penso a tutta la fatica che ho fatto correndo in tondo attorno allo stadio e scavando solchi che manco una carcerata. La guardo, e mi ricordo che coi vecchi non bisognerebbe arrabbiarsi, che bisognerebbe rispettarli o quanto meno sopportarli, allora mi sento in colpa, e mi continuo a incazzare perchè odio il mio senso di colpa, guardo ancora mia nonna, un metro e dieci di stronzaggine, la guardo e quasi quasi mi viene fuori da dirle sai cosa? ma vaffanculo, e cominciare con una bella descrizione della mia giornata tipo, a partire dalla bestemmia del buongiorno fino a quella della buonanotte, o magari no, magari raccontarle la giornata tipo di una qualsiasi delle persone che conosco, mica per forza la mia, e farle capire che cazzo significa, e mentre penso tutto questo sono sempre più incazzata, la mia endorfina è andata dal padre esorcista che è ubicato a molti chilometri da me, mi sento come uno di quei manga giapponesi a cui esce il fumo dalle orecchie, vedo l’endorfina che mi saluta e se ne va, e intanto mia nonna sgambetta per la cucina coi suoi vassoi di verdure e saitucheccosa.
Penso che la incenerirò con lo sguardo.
Anzi. Stritolerò il bicchiere con le mani.
Meglio. Creerò un cratere nel centro della casa.
Urlerò, il mio corpo si ingigantirà e diventerò l’incredibile hulkessa.
No. Diventerò King-kong.
Diventerò.
Cazzo, non mi viene in mente chi potrei diventare.

Nonna zompetta allegramente per la cucina e io sono persa alla ricerca di modelli letterari nei quali trasformarmi dopo la mia legittima esplosione.
Crampobasso scomparirà sotto il peso della mia rabbia.
L’Italia affonderà.
Il mondo si disintegrerà.

Quanti minuti sono passati?
E io sono ancora qua, a dibattermi tra Rat-man e Fiabeschi.

All’improvviso, pentola fumante in mano, ciabatte di sughero e grembiulino con la scritta “la padrona della casa”, si ferma di fronte a me e mi fa “nella bieta ci vuoi il peperoncino o no?”

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Apr 07 2012

CRAMPObassanità, uno.

Da Crampobasso noi ce ne siamo andati tutti più o meno presto, tutti più o meno felicemente e tutti più o meno definitivamente. Tra il più e il meno ci stanno le sfumature determinate dalla quantità di volte in cui si torna a trovare la famiglia in un anno, dagli amici con cui si tengono i rapporti nonché da questioni burocratico-amministrative tipo hai spostato la residenza e dove c’hai il dentista.

 

Tutti ce ne siamo andati e abbastanza fieramente ci siamo mescolati al resto del mondo. Abbiamo sorriso con indulgenza tutte le volte in cui ci domandavano se Crampobasso sta in Basilicata o in Umbria. Abbiamo scherzato con complicità sull’inesistenza del Molise e sull’opportunità di raderlo al suolo, giacchè i prodotti più noti paiono essere Tonino Di Pietro, Biscardi e Bongusto. Abbiamo poi cantato con ironia Una rotonda sul mare e raccontato di quando Gheddafi ha reclamato le isole Tremiti.

 

Insomma noi facciamo parte di quelli che se ne sono andati senza troppi rimpianti anzi, con discreta gioia. Eppure ci sono almeno due occasioni, due occasioni all’anno in cui tutte e tutti torniamo fieramente a Crampobasso. Ci mettiamo su treni frecce omnibus e autostrade, scavalchiamo l’appennino, salutiamo Cristo che è ancora fermo a Tremoli, sfidiamo la terribile littorina “la freccia del Molise” che deraglia a giorni alterni, superiamo epicamente ore di coda su superstrade a una sola corsia che di super c’hanno solo il nome e di strade solo un vago ricordo, attraversiamo impavidi le innumerevoli interruzioni “causa frana”, stoicamente ci incolonniamo dietro l’ennesimo tir e giungiamo infine a Crampobasso.

Due occasioni importantissime, di quelle che se ne salti una un anno te lo ricordi, e l’anno dopo dici mangiandoti le labbra eh no, l’anno scorso non ho potuto esserci.

Una di queste occasioni non dirò qual è, perchè non ho voglia. L’altra è la processione del venerdì santo, altrimenti detta il Teco vorrei.

 

Il Teco Vorrei lo chiamiamo così perchè -durante un’imponente processione che attraversa tutto il centro cittadino- settecento cantori, maschi e femmine, intonano lo straziante lamento funebre composto da un musico indigeno nell’antichità. Il lamento ha appuno nome Teco vorrei e sostanzialmente parla di un tizio che vorrebbe accompagnare Gesù Cristo nel suo faticoso cammino verso la morte.
La processione esce alle sei di sera e noi ci si apposta in varie zone della città per vederla due o tre volte. Se poi si è tanto fortunati da avere conoscenze in centro si sale sui balconi di ferro battuto e dall’alto s’osserva la magnificenza della visione e s’ascolta meglio il coro, le cui voci si mescolano alla banda che chiude la processione.


Teoricamente il
Teco Vorrei sarebbe una questione religiosa, tant’è che sua maestà lo vescovo in tenuta d’onore sta proprio in mezzo alla processione, e anche il rispettabilissimo podestà di Crampobasso, insieme ai suoi bravi, segue tutta la processione. Per l’occasione i bravi smettono di toccare il culo alle scout. Le scout sono in pompa magna accompagnate dai fratellini scout e tutti insieme formano le milizie di noialtri. Ci sono poi le crocerossine con la scuffia linda e le scarpette da Candy-Candy, i cavalieri di Malta e le cavalieresse vestuti come nel millottocentocinque, i carabinieri in pompa magna coi cappelli troppo grandi che cascano in continuazione su un lato o sull’altro, con grande imbarazzo dei carabinieri stessi, che in una mano hanno il fioretto, nell’altra l’arma segreta del carabiniere e mani per raddrizzarsi il cappello non ce ne rimangono. Ci sono poi numerosissimi fedeli addolorati che seguono la processione scambiando amabilissime chiacchiere su come è vestita la vicina di corteo, mentre la statua della Madonnaddolorata viene sballottata a destra e manca.

 

Allora sì, teoricamente il Teco Vorrei è una questione religiosa, ma a noi non ce ne frega niente.
Arrivi presto in centro per trovare un parcheggio e ti apposti laddove vuoi vedere la processione. Nel frattempo incontri la metà dei compagni di scuola delle elementari, un paio di prof superstiti e pure qualcuno con cui hai fatto sesso in gita al liceo. Che poi guardacaso, si tratta sempre di gente che era molto più scoppiata di te e adesso ci ha la prole e se la scorrazza fieramente su passeggini supertrendy di quelli che sembrano una via di mezzo tra un trattore e un triciclo.

Ti fumi sigarette e ti racconti i gossip degli ultimi quindici anni, parli del più e del meno evitando le cose più sfigate tipo che hai appena perso l’ennesimo lavoro. Ma soprattutto poni tre domande e rispondi alle stesse tre quando ti vengono poste:

  • quando sei arrivata

  • quanto ti fermi

  • che cosa mangerai a pasqua

Proprio mentre pensi di rispondere cose tipo “ anguilla al sugo e baccalà fritto” e di scatenare così una crisi di panico tra la folla, proprio in quel momento, cominci a sentire da lontano lo straziante lamento.

 

Allora tutti tacciono.

Ti giri verso la strada, proprio là dove tutti stanno guardando, e stai muta.

Esattamente come quando avevi sette anni.

Ed esattamente come allora ti vengono i brividi.

C’è, attorno, come un silenzio, come una sospensione, nella quale si galleggia tutti insieme e tutti separati.

In quel momento ognuno se ne sta solo in mezzo a un suono che viene da un tempo lontanissimo. Un suono spezzato, che ha dentro l’infanzia e molto altro, un suono che cancella tutte le partenze e tutti i ritorni.

Un suono che ti fa immaginare, per un attimo, di non essere mai andata via.

 

 

 

Dura pochi minuti.

Poi si ritorna tutti come prima, a raccontarsi le prossime partenze e a dirsi che sì, una di queste sere usciamo a bere una birra che ce la raccontiamo.

 

Un grazie speciale a Rough Moleskin,
compagna di questo venerdì
di alcuni ritorni
di molti ricordi
e autrice del video

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Gen 22 2012

le tre cose che ti mancano

Il gioco che ho fatto più spesso in questi mesi è stato chiedermi quali sarebbero state le tre cose di Seoul di cui avrei sentito la mancanza. Ho trovato, di volta in volta, risposte variamente insensate, arzigogolate e improbabili, a seconda del tasso alcoolico, dell’intimità della compagnia, dell’umore e delle contingenze meteorologiche. A un certo punto ho rinunciato, preferendo un generico “Seoul mi mancherà e non so nemmeno perchè”, che sarà anche più banale ma fa sicuramente giovane artista tribolata e tormentata e insomma potrebbe avere un certo fascino su lettori lettrici appassionati e potenziali amanti.

Fine della prefazione.
Succede oggi che da oramai quarantott’ore suonate sono in Italonia, arrivata dopo fatigoserrimo viaggio e mirabolanti avventure che mi hanno vista sostanzialmente spostare il culo da un aereo all’altro alla sedia di una sala d’attesa a quella di un ufficio reclami insomma una faccenda piuttosto complicata. Giunta io in compagnia di me medesima in Italonia, subito effettuai esperimenti di socialità per verificare se il paese natio foss’ancora dotato di quelle qualità d’accoglienza e comunicatività che ricordavo e temevo di avere un tantino idealizzato. Dunque nelle interminabili ore trascorse a Milano-mal-penZA attaccai bottone con tutti, ma proprio tutti, diventando la migliore amica della tipa dell’ufficio cambi, della signora dei cappuccini, dell’impiegato della biglietteria e del facchino dei carrellini, scambiando con loro una quantità incredibile di piacevolissime inutilità e soprattutto di sorrisi e verificando dunque che esiste al mondo gente che può parlarti anche se ciò non porta un immediato guadagno insomma constatando che sì, è vero, in Italonia in genere esiste ancora il gusto della conversazione come scambio di energie sorrisi e vari fluidi positivi e fors’anche come allegrissima perdita di tempo, soprattutto quando suddetta conversazione avviene alle sei di mattina e insomma, magari ti fa cominciare bene la giornata.

Ma ovviamente non era questo che volevo dire, questa era solo la prefazione bis. Finita anche la prefazione bis succede che in Italonia ho soprattutto guardato, guardato la dolcezza delle colline che separano il Molise dal Lazio, i fiumiciattoli, le pecorelle, le casette mezze crollate, le chiese piantate nel bel mezzo del nulla, i cumuli di pietre, le strade a mezza corsia, i paeselli che sbucano nelle vallate, i fontanini, la neve sulle cime e infine CRAMPObasso, la città della mia infanzia e adolescenza. Con stupore ho ritrovato i luoghi e per ripigliarmeli mi son messa a camminare, camminare e correre, occhi spalancati e piede svelto. Allora passeggiapasseggia succede che prima o poi mi vien voglia di fumare una sigaretta.
E qui commetto un errore, ovvero, faccio quello che avrei fatto a Seoul: Cerco un tetto, un ultimo piano, un’altezza qualsiasi alla quale accedere per guardare la città dall’alto mentre mi ciuccio la mia sigarettina.

Errore, grave errore.

In Italonia il tetto è un concetto escludente, una questione privata, una condizione inaccessibile. Il tetto è mio e me lo gestisco io, e se non hai un tetto vuol dire che non te lo meriti, è colpa tua, hai peccato e il fatto che tu non abbia un tetto è indice del tuo stato di disgrazia di fronte a Dio o a Equitalia, che più o meno è lo stesso.
Le altezze in Italonia non sono condivisibili, la città vista dall’alto è una faccenda per pochi eletti e a noialtri non rimane che fumare le nostre cicchette nei vicoli pieni di scritte in dialetto o sul terrazzino del secondo piano dal quale al massimo si può vedere il terrazzino di fronte.

Mi mancano i tetti di Seoul.
Mi mancano tutte le luci, e mi manca quella torre a forma di fiammella dei cartoni animati, ogni sera colorata di un colore diverso.
Mi mancano le altezze di Seoul, le sue altezze accessibili e silenziose, dalle quali la città si lasciava osservare come un animale placido.
Mi manca il tetto della mia casetta a Itaewon, dal quale vedevo la moschea e persino il palazzo dove lavoravo, il tetto dove si fumava bardati come vecchi nostromi mentre la neve cadeva implacabile e imbiancava i cappotti, il tetto dove col bel tempo facevo i miei esercizietti sentendomi un po’ un’atleta e un po’ una vecchia zia, il tetto dal quale pensavo alla Corea all’Italia a quello che avevo lasciato e a quello che mi aspettava. Il tetto sul quale mi rifugiavo quando avevo bisogno di ordine, e lasciavo che le idee si mettessero in ordine mentre contavo le luci delle case, le credenze, le canottiere e i calzoncini stesi.

 Mi manca l’altezza accessibile e quasi tetto della casa delle improvvisate notturne, di fronte alla quale mi sospendevo e ballavo musiche improbabili in orari improbabili, e poi la mattina mi svegliavo nella stanzetta che un pochetto era diventata mia (o almeno a me piaceva pensarla così) e la prima cosa che vedevo era la città che si svegliata, tutta attorno a me, ed era bellissimo, e quasi quasi mi veniva voglia di andare a lavorare.

Mi manca il tetto della sigaretta mattutina, il rifugio che diventava nave e spiaggia e prato e sigarettificio e baretto, il tetto di tutti eppure segretissimo, la succursale d’intimità. Il tetto dove, quand’era ancora estate, andavo alle nove meno cinque per togliermi gli infradito e infilarmi le scarpe da persona seria. Quello dove i primi giorni di lavoro mi rifugiavo in solitaria per la mia sigaretta. Il tetto dove il Dottò tirava fuori la sua macchina fotografica col laccio arancione che me lo faceva immaginare come un esploratore di altri tempi.

Mi manca quella volta che di mattina presto da un quasi tetto, all’improvviso, vidi la prima casa in cui avevo abitato a Seoul. E poi vidi un passerotto. 

 In questo ritorno frettoloso, che non è un ritorno ma un transito, un passaggio, una sospensione, non ho capito molto anzi, ho capito quasi nulla, tranne che tra le cose che mi mancano di Seoul, ecco, tra le cose che mi mancano, ci sono i tetti.

I miei tetti.

 

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Dic 24 2011

Natale è uguale amore sulla dmz

La vigilia di Natale è mia madre in ciabatte e vestito da camera, volto rivolto ai fornelli e mani immerse in kili di morbida pasta profumata. Il camino scoppietta e il fritto riempie del suo odore la stanza mentre noi ci alziamo una dopo l’altra, reduci da chissà quale nottata trascorsa tra giochi di carte, tombole e tentativi amorosi dell’ultimo momento. Una dopo l’altra, ciascuna imbacuccata nel suo pigiama più  o meno ridicolo a seconda dell’estro che mamma aveva quando ce lo ha comprato.
Io personalmente aggiungo al pigiamone in pile antiuomo, colore rosso, il trucco sfatto e nientepopodimenocchè le scarpine da letto lavorate a mano, colore bianconeve.
Mamma prepara il caffè e ci dà un bacio sulla guancia augurando a tutte buona vigilia e noi ci fiondiamo sul pandoro mentre l’ennesimo caffè lotta per salire in mezzo alle montagne di frittelle.

 

 

Alla dmz ci vai con gli ammericani che riempiono uno o due pullman al giorno. Pullman pieni di turisti ammericani ed europei che vogliono vedere l’ultimo straccio di guerra fredda e sono pronti entusiasti preparati coi loro snack al sacco, proprio come raccomandato nel foglietto che ti mandano i ‘mmericani insieme alla ricevuta di pagamento. Fa freddissimo a Seoul alle sette di mattina. Un freddo che mi è sconosciuto e mi taglia il respiro e la faccia, un freddo che mi lascia attonita e muta in mezzo a tutti i turisti mmericani con le loro macchine fotografiche dai lunghi obiettivi, protesi e feticci di una sessualità che mi pare un tantino castigata. Il viaggio è così breve che quasi mi spavento. Certo che siamo proprio vicini alla dmz noi, a Seoul. Non ti viene proprio da pensarci, tranne forse quando ti distrai un momento in metropolitana e scopri gli armadietti pieni di maschere antigas. Brevissimo il viaggio e subito veniamo accolti dal soldato mmericano che avrà undici o dodici anni, e a me mi viene da alzare la mano e chiedergli ma scusa, ma chi te lo fa fare? fa un freddo porco, non ti puoi mettere il cappotto e devi portare i turisti in giro in mezzo ai pinguini della guerra fredda ripetendo quattro volte al giorno le stesse menate. Ma il soldato dodicenne sembra divertirsi e ci parla proprio come in quei film in cui il capo ti fa fare mille flessioni se non obbedisci e io mi sento a ollivùd. Ci ha pure gli occhiali da sole che manco top gun e io penso che se non avesse dodici anni forse una veloce lezione di educazione sessuale nel bagno della caserma glie la potrei pure dare.

 

 

 

Papà la vigilia di Natale va a correre, perchè lo sa che poi mangeremo un sacchissimo e che fino al 26 l’attività fisicamente più impegnativa sarà cacciare i numeri per la tombola. Sono al secondo o al terzo caffè quando entra in casa sbattendo i piedi e togliendosi i guanti. Uè Ca buongiorno, buona vigilia. Io dico buonaviggiliapapà e gli stampo pure un bacio, che il Natale è figo anche perchè si possono dare i baci a mamma e papà senza dover trovare delle motivazioni razionali. Ma la casa è piena di amici cugini parenti e non si finisce mai di fare caffè e tagliare panettoni pandori struffoli cauciuni, si infilano le zampe nel miele dei caragnoli si dice ti va se ce lo smezziamo? è troppo uno intero per me, ma poi a furia di smezzare si finisce col mangiare quattro o cinque bombe che arriveranno dritte al fegato il quale in occasione di natale ha già alzato la bandiera bianca della non belligeranza.

 

 

Il soldato ammericano ci mette in fila proprio come nelle caserme e ci fa fare tutti i giochini per farci sentire che siamo in pericolo, ci intima di non cercare di attirare l’attenzione del soldato nordcoreano che vediamo all’orizzonte, ci racconta dettagliatamente i peggiori incidenti di questi quasi sessant’anni di dmz, ci porta nella stanzetta blu che è proprio uguale a quella fotografata nel libro di storia, e i soldati sudcoreani stanno fermi immobili per permetterci di fare la fotografia, cattivissimi e apparentemente impassibili al freddo, ma appena ci giriamo un attimo sono là che rabbrividiscono e non vedono l’ora di rientrarsene al calduccio dell’edificio tal dei tali. E’ proprio vicina la Corea del Nord, oh, sta esattamente dall’altra parte e a dirla tutta quel poco che si vede è inquietante e bellissimo. Ci sono delle montagne appuntite che sembrano un disegno di bambini, e Gaesong che svetta nel marrone del paesaggio invernale. E’ vicinissima la Corea del Nord mentre il soldato mmericano ci intima di stare su due file non tre e non una, ci raccomanda di fare foto qui e non lì e noi obbediamo felici di sentire il pericolo presente nel pensiero che, di fronte a una foto scattata nel momento sbagliato, il soldato dall’altra parte del filo possa impazzire e cominciare a sparare a dritta e manca facendo fuori tutti i nostri eroi del tecundò.

 

 

Intorno all’una quando ormai la casa si è completamente risvegliata e le file nei bagni si sono accorciate e i pandori sono stati dimezzati mamma prepara quella che sarà la sua battuta madre nel copione di questa giornata ovvero
“uagliù organizzatevi, oggi è vigilia e si fa digiuno, quindi ci appoggeremo solo un po’ lo stomaco all’impiedi”

che vuol dire che siamo tutti autorizzati a ingozzarci di frittelle e panini con la frittata poichè oggi non ci si siede a tavola fino alle dieci di sera. Subito dopo esserci immersi fino all’ultimo capello nell’olio della frittata e della salsiccia ce ne andremo a pigliare venti o trenta aperitivi in centrocittà, saluteremo l’amichetti ci diremo oh buona vigilia, ritroveremo alcune vecchie conoscenze e faremo un po’ il punto delle nostre reciproche (dis)avventure, ci batteremo le mani sulle spalle dicendoci oh, però ti vedo bene e forse penseremo che però, con quel tal compagno delle scuole superiori una scappatella natalizia in onore alla famiglia e alla sua sacralità potremmo pure farcela.
E poi come al solito non combineremo niente perchè alla fine Natale è stare con la famiglia giocare ai giuochi stupidi aprire i regali ridere ubriacarsi e bere il vinbrulè.

 

 

Vediamo trecentocinquanta cose che a me sembrano tutte uguali, compreso il tunnel che sinceramente io ho i miei dubbi ma vabbè in fin dei conti chi se ne frega, è una bella camminata sottoterra e finalmente i turisti sono un po’ stanchini e la smettono di blaterare. In compenso mi imbatto in un nugolo di vecchie giapponesi impazzite che mi fanno venire voglia di cacciare la sciabola e decapitarle una dopo l’altra con tanto di zampillio di sangue e vomito inconsulto dalle teste tagliate.
Dopo il tunnel ci sta pure la stazione e se vuoi a cinquecento uòn ti puoi comprare un finto biglietto del treno che dice direzione Pyeongyang. Molti se lo comprano. Altri fanno le foto coi loro falli smontabili. Io mi fumo una sigaretta e guardo dall’altra parte. E’ tutto ghiacciato e immobile. Svettano le bandiere dei due villaggi uno di fronte all’altro, come due draghi inutili che si fanno le linguacce. Chissà se il soldato ammericano, che ci ha raccontato quanto sono cattivi quelli del nord, ci crede o fa finta. Chissà se dentro di sè sta pensando ma vedi tu sti cretini di turisti e poi, a baracca chiusa, si mette a giocare a tetris via internètt col suo corrispettivo che sta dall’altra parte della frontiera e insieme se la ridono di sti turisti rimbecilliti. Magari il soldato mmericano è molto più intelligente di quanto io non pensi. Questo l’ho imparato nei mesi trascorsi a Seoul, che spesso le persone sono migliori di quanto io non immagini e la dovrei smettere di sparare giudizi a manetta così. E altrettanto spesso dovrei smetterla di fidarmi delle persone tanto facilmente perchè sì, è vero, alcuni sono migliori di quanto non sembrino, ma tutti gli altri sono ahimè assai peggiori e insomma bisogna chiudere il cappotto a doppia mandata e nascondere il cuore nel doppiofondo della tasca interna.

 

 

 

A mezzogiorno mi alzo con le ossa e la lingua sfasciate dall’ennesima mezza sbronza.
La neve fuori è mezza sciolta e mezza no.
Io ci metto pochissimo a ricordare i pensieri pesanti con cui sono andata a letto stanotte.
Per un momento penso a un’altra possibile sparizione curativa.
Poi guardo la gatta che si struscia sul mio piede.
Il piede suddetto ciondola dal letto. Lui, il piede. è beato.
La gatta, pure.
Allora godo di questo spettacolo natalizio di amore incondizionato
e penso che stasera mangerò gli struffoli proprio come a casa dei miei
mi si riempie il naso del ricordo di un odore d’infanzia.
Mi alzo, mi faccio il caffè.

Uè, buona vigilia.

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Ago 15 2011

parenti, serpenti eccetera

E’ finita che invece di starmene a casa a preparare la partenza, invece di imparare seriamente il coreano, invece di valutare le valigie, i viaggi, i contatti, i libri, le cose da lasciare quelle da chiudere quelle da portare, invece di dedicarmi a tutte queste attività più o meno utili alla mia partenza o per lo meno al mio umore, mi sono fatta prendere dalla sindrome della figlia affettuosa e sono venuta a Crampobasso a salutare la famiglia, che poi fino a febbraio sai mai, può succedere di tutto.

E ho fatto male

Ogni volta mi scontro con questo muro di incomprensione, con queste pareti costruite sulla base di reciproche disattese aspettative, e i pranzi sono pieni di frecciatine avvelenatissime, e le gite si trasformano in scenate, e l’amore si nasconde sempre troppo bene dietro le recriminazioni. Poi loro invecchiano senza che io nel contempo cresca, e così siamo gli uni di fronte all’altra, loro sempre più vecchi, fragili e rigidi allo stesso tempo, lacrima facile e salute cagionevole, io ancora e forse per sempre adolescente insoddisfatta, o forse adulta sì, ma non l’adulta che essi avrebbero desiderato. Che arrivo e gli unici racconti che ho sono di scalcagnati spettacoli in centri sociali occupati e manifestazioni di protesta contro questo e contro quello, non ho figli di cui vantarmi, mariti di cui lamentarmi, non ho case da comprare mutui da pagare, e vivo in una casa di diciotto metri quadri che per loro è una vergogna, con tutto quello che m’han fatto studiare, e c’ho una vita che non si capisce un cazzo, e anche a volerla raccontare ne verrebbe fuori solo un bel casino, e adesso c’è anche questa cosa della Corea ma diobbuono perchè non hai fatto l’avvocato perchè sei venuta così stramaledettamente irrequieta insoddisfatta che ci fai stare di continuo col patema d’animo e non si sa mai dove sei cosa fai e magari ti droghi anche vai alle manifestazioni violente probabilmente sei pure amica di quei come si chiamano blekblok e ti verrà qualche malattia e forse se non hai un compagno, se non vuoi dei figli, è semplicemente perchè sei lesbica, e non ti rendi conto che i problemi sono altri ci sono la casa da comprare la famiglia da costruire guarda tua sorella sposata marito diligente ed amorevole bambino che è uno splendore perchè non prendi esempio.

E pure la sorella, le sorelle, mioddio, io sono terrorizzata dall’idea che i miei stirino le zampe, perchè già me le vedo, a recriminare, a lanciarmi accuse come dardi infuocati, a mascherare la loro insoddisfazione dietro tonnellate di recriminazioni, che già stamattina siamo partiti con carla sei un’egoista e ci crei solo problemi, e allora figuriamoci quando i miei stireranno le zampe, ci sarà una tragedia familiare una lotta intestina altro che montecchi e capuleti ma io mollo tutto e scappo, dioken, non ho nessuna intenzione di farmi incastrare nelle loro meschine scaramucce sui metriquadri madonninasantissima no, per carità, io me ne tiro fuori non ne voglio sapere niente delle loro recriminazioni, che qui in questa casa pare che abbiamo i santi cavalieri protettori della famiglia, tanti santi Giorgi armati di spada e scudo che al varco attendono me, il drago distruttore e maligno eddai, non mi sembra manco una cosa proprio equilibrata.

E allora sto qua in questa casa piena di fantasmi e mi domando gli altri come fanno, cazzo, come fanno. Forse dovrei sparire e non vedere più nessuno fino a che i due poveri vecchi non stireranno le zampe forse dovrei dichiararmi morta forse dovrei leggere un altro libro sulla psicanalisi e sarcazzo cosa io sinceramente non so non ho soluzioni e adesso vorrei stare al mare con i compagni e le compagne proprio come ieri e ieri l’altro, a giocare a pallone e parlare di finanza sotto l’ombrellone, perchè almeno così non mi sentirei un mostro un drago malefico un emissario del maligno.

Allora se le cose fossero lisce se fossero piane io farei le valigie e me ne andrei domani stesso e invece non sono lisce manco per un cazzo e se me ne vado mi sento in colpa e mi struggo, sia per i due vecchi che per quella stronza travestita da San Giorgio, mi sento in colpa mi sento reponsabile mi sento come se in fondo fosse causa mia se non sono come loro vorrebbero mi sento mah chissà come mi sento, eppure insisto a stare in questa casa perchè non ci sto a chiudere i canali non ci sto a sparire a dire fate un po’ il cazzo che volete io me ne lavo le mani, questo è forse il punto maledetto che io stessa io per prima rimango perchè sogno il lieto finale di merda in cui a natale tutti ci ritroveremo e festeggeremo felici e ci vorremo bene e non ci saranno non detti non ci saranno recriminazioni.

La verità è che io stessa meschinamente sogno il lieto finale del film americano e un natale in cui finalmente i miei genitori e le mie sorelle saranno contenti dei regali che faccio loro e non mi guarderanno con le facce confuse e un po’ deluse chiedendosi contemporaneamente come occultare i miei stupidissimi regali senza offendermi.

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Mag 04 2011

avevo un vestito a fiori

vorrei tanto essere capace di mettermi a studiare e invece ho bevuto bicchieri di vino in numero di tre e sono come dire un po’ ubriaca allora l’unica cosa che posso fare è scrivere, un po’ pateticamente, come se avessi molti anni di meno o molti anni di più. Perchè 32 anni non sono l’età per scrivere un blog da spiantata, 32 anni sono l’età per un blog sulla puericultura o sul successo o che carapacchio ne so. 32 anni sono una bell’età del cazzo penso.
Allora è successo che ho incontrato un amico che non incontravo da dodici anni dodici non so se mi spiego e lui era uguale e io ero uguale e lui si ricordava persino di un vestito a fiori che indossavo quando andavo a prenderlo in 127 e che gli piaceva tantissimo io mi ricordavo dei pomeriggi insieme in un’estate caldissima, l’ultima estate campobassana che io ricordi, ricordavo il sudore le risate ricordavo - e non ho avuto il coraggio di dirglielo - che lui era stata l’ultima persona davvero con cui mi ero divertita a crampobasso lui ricordava io ricordavo e intanto sono passati molti troppi anni ed entrambi siamo più o meno contenti di come siamo diventati ma entrambi abbiamo addosso tante troppe ferite che ci fanno un po’ cinici un po’ mascherati un po’.
E allora penso ai dodici anni passati penso agli errori commessi penso alla taverna nel ghetto di padaniacity dove andavo con B penso alle nottate in bicicletta penso al piccolo cinema dove ci baciavamo di nascosto mentre lui proiettava pellicole su una macchina vetusta che si inceppava cinque volte su quattro penso alla teiera che mi regalò e che uso ancora adesso nelle giornate più fredde  penso alle incertezze a quella sensazione di avere tutto in mano tutto sotto controllo penso a una vespa gialla e a un film che vidi due volte di seguito solo perchè la seconda volta mi ci invitò uno che mi piaceva tantissimo.
E allora penso a nottate su un belvedere di Lisbona penso a Pierino e alla nostra amicizia non so perchè ci penso forse perchè ha resistito a tutti questi terremoti ha resistito a tutti questi miei tentativi disperati di scomparire penso a Pierino a quella volta che dormimmo a casa sua nel Bairro Alto e lui mi fece delle foto bellissime che chissà dove sono.
E allora penso a Pentothal e a tutto quello che abbiamo passato insieme e separati penso a come siamo diventati penso al bene che gli voglio penso a quello che abbiamo deciso di non fare mai penso a quella volta che eravamo al mare e ci facemmo il bagno in mutande e faceva freddissimo penso a una discoteca squallidissima penso alla sensazione profonda di dividere qualche cosa che poi di colpo morì.
E allora penso non so perchè alla prima volta che incontrai Francis in chat, stavo a Londra e mi vivevo un anno allucinante e mai mai mai avrei pensato a quello che sarebbe successo dal 30 novembre in poi, penso a quella chat che mi aveva dato un po’ di fiducia perchè lui mi aveva detto che gli piaceva ascoltare le lucilleidi e che non lo so non lo so che cosa mi aveva detto e non so cosa darei per ricordarmelo meglio perchè oggi mi sembra che tutto sia importantissimo invece prima, mentre le cose succedevano, non pensavo che fossero così stronzissimamente importanti.
Penso che il mio pensiero ricorrente adesso è andare via prima che la festa accenni a finire penso che non ci voleva proprio questa cosa che forse dovrò rimanere qui fino a settembre penso che forse dovrei sparire prima molto prima tipo domani penso che dovrei.
Come è successo che mi è tornata quest’angoscia di restare come è successo?
Penso che dovrei studiare e impegnarmi per cambiare la mia vita riempirla di cose nuove di modo che non ci sia più spazio per tutto questo sentire che mi respira dentro penso che mi sento come il mantice spalancato di una fisarmonica penso che ho paura penso che sono felice penso che non posso fidarmi penso alla lealtà penso che.
Penso che devo studiare porcamiseria. Penso che la gelataia di via Castiglione è meravigliosa e io vorrei tanto bere uno due tre bicchieri di vino bianco con lei.
Penso che presto chiuderò questo blog-specchio di desideri e passioni e angoscia e sarò pronta per una nuova grigia vita fatta di stipendi sufficienti gonne al ginocchio discorsi coerenti castità coerenza e finalmente avrò la stima il rispetto di chi mi starà intorno fino al giorno in cui non verrà fuori la storia del blog e sarà uno scandalo tutti sapranno che ero una spiantata e allora io vorrò tornare a com’ero prima cioè a come sono ora ma sarà troppo tardi e quindi a quel punto non so.

Soprattutto penso a cose cui non devo pensare. Indubbiamente.
Penso ora cancello il blog e addio lucilleidi addio lucilla.
Penso che questo potrebbe essere l’ultimo post che scrivo.
Ma anche no.

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Dic 25 2010

un altro natale in casa vitantonio

E’ andata a finire che mi sono ammalata pure io. I compagni e le compagne uno dopo l’altra cascavano sotto la scure dell’influenza che ci ha braccati chi all’occupazione dell’autostrada, chi all’invasione della stazione, chi fuggendo via da piazza del popolo, io ero là che resistevo e mi dicevo oi, la rivoluzione m’ha riempita così tanto di entusiasmo che anche i miei anticorpi sono sulle barricate. Invece a un certo punto mi sono svegliata ed ero tutta un tappo di schifosissimo moccio, tutta na debolezza. M’ha preso anche a me, malefico e reazionario raffredore dei miei stivali, m’ha preso e m’ha rigirata come un calzino, m’ha tutta scombussolata e ieri in viaggio con Fabiano l’automobile sembrava un lazzaretto, fazzoletti aspirine e starnuti, ma noi inesorabili procevedamo verso sud. Implacabili nonostante la preoccupante temperatura corporea ci raccontavamo i fatti importanti e meno importanti, le cose della politica e i pettegolezzi, e insomma piano piano siamo arrivati ognuno a casa sua, io personalmente, disfatta davanti all’anguilla (buonissima, peraltro) ma insomma m’ha preso subito la depressione all’idea di stare lontana da Bulagna per quasi venti giorni. Eh si, m’ha preso la depressione, e chi l’avrebbe mai detto solo due mesi fa, che mi sarebbe venuto lo scoramento a pensarmi lontana da Bulagna? chi l’avrebbe detto che tanto mi sarei felicemente incastrata con le persone che stanno là?

E allora in questa depressione e in questa paura della solitudine sono anche un po’ felice perchè mi sembra che non sono proprio la merda che a volte penso di essere, che sono capace ancora di trovare di incontrare persone di amarle e anche forse un pochino di lasciare che mi amino. E poi c’è il movimento che anche il movimento per carità adesso starà mangiando lasagne ma molto presto molto presto si alzerà dalla tavola precaria e io non vedo l’ora di tornare in emiliarrumagna per stare nel movimento e sentirmelo che mi pizzica la pelle.
Questi pensieri sono un po’ sconnessi perchè ho la febbre però volevo scrivere per fare un pochino il punto. Dovevo scrivere che sennò mi sento come muta.

Le cose cambiano cambiano velocemente e io sono sempre così confusa sempre così in corsa e quest’anno non ho manco il tempo per scrivere il consueto post sulla famiglia vitantonio perchè ho mio nipote che vuole che lo porti sulla bicicletta ma insomma son sicura che domani o dopodomani ci riesco

E poi penso al mio nuovo socio e spero che stia bene e non si dimentichi di me
E penso all’amichette nuove mie e spero che mi conservino una fettina di bene e di entusiasmo
E penso ai friccichi che mi vengono e mi viene da ridere e spero che mi tornino anche l’anno prossimo, i friccichi

E poi arriva mio padre che dice andiamo a fare na camminata cosi’ ci prepariamo meglio ad accogliere il pranzo e io con tutto che ci ho la febbre mi vesto e vado perchè la camminata preprandiale è di buon auspicio

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Dic 21 2008

Preparativi di molteplici partenze

Ammettiamolo, un po’ di concitazione mi piace. Mi preparo alla partenza londinese, mi cerco una stanzetta, mi diletto col pensiero della vista della città che ogni giorno mi metterà di buonumore, sfruculeio la mia fantasia soffermandomi sulle innumerevoli bellezze che m’aspettano nei prossimi due mesi, io, Lucilla, a Londra, con la crisi della sterlina a gogo, per sette settimane sette!!! Evviva evviva evvia. Non m’angoscia per nulla il fatto che io al momento non abbia ancora trovato casa. Ci sono mille cose a cui pensare: che vestiti mi porto? lo metto in valigia un paio di scarpe col tacco? pelliccetta o cappottino rosso? mi devo comprare l’ombrello! e se me lo compro là? quali creme lasciare e quali portare? e un pacco di tubetti me lo porto? e l’olio? si, l’olio senza dubbio. E l’aloe? anche l’aloe me la devo portare, in qualche modo, potrò mica interrompere la cura?! E chi mi porta all’aeroporto? Piangerò? e la guida? e la cartina?appena arrivo vado a mangiare sushi….a proposito, massiccia dose di enterogermina per le frequenti intossicazioni alimentari che prevedo prenderò…e poi il programma in radio, che registrerò da Londra, che bellezza! Lucilla’s tales!!!quante cose quante cose! E poi al ritorno, al ritorno già ci sono cose pronte, corsi che ripartono, attività che si rimettono in piedi e la primavera, la primavera che sarà ormai alle porte…..
Insomma, una stanza la troverò, e se non la trovo sto in ostello, bela lì (oggi parlo internazionale).

E in tutto questo, in tutto questo c’è un’altra piccola ed emozionante partenza da preparare: il viaggio natalizio a casa vitantonio!!!!! Ho già descritto ampiamente alcune delle molteplici meraviglie che giustificano il mio entusiasmo natalizio: i fritti del digiuno, l’apertura dei regali, la tombola, e forse basterebbero già queste a giustificare il puntiglio con cui in questi giorni ho impacchettato innumerevoli regali e regalini, masterizzato cd, preparato bigliettini, escogitato stratagemmi, immaginato menù. Basterebbero sì, ma non sono le uniche! Ad esse ne aggiungerò altre per solleticare la fantasia di chi legge, per esempio

la mattina di natale in casa vitantonio

la mattina di natale a casa vitantonio ognuno si sveglia alla cazzo di ora che preferisce, basta che si svegli prima dell’ora di pranzo. Del resto sarebbe difficile evitarlo, visto che a una certa ora cominciano gli schiamazzi genitoriali e delle innumerevoli presenze casalinghe, sorelle mariti cognati cani gatti e -da quest’anno!- nipotini!!!!
Chi vuole andare a messa ci va.
In genere non ci va nessuno.
Chi ci va arriva in ritardo.
Quando ero piccola ricordo che mi vergognavo tantissimo perchè (al tempo trascorrevamo il natale dai nonni) io mi alzavo per tempo e mi pettinavo e lucidavo per andarmi a sedere al primo banco in chiesa dove avrei potuto cantare chiacchierare ridere a mio piacimento fregandomene dei rimproveri delle vecchiaccie che mi dicevano che ero una ciàula, io e mia cugina -per il significato della parola ciàula appellatevi alla fantasia- dicevo io mi preparavo etc

e i miei arrivavano a metà della messa.
Anzi, spesso arrivavano giusto in tempo per scambiarsi il segno di pace!!!
Una cosa scandalosa.
Certo, mia mamma era bellissima, impellicciata e truccata come una del tiggì, e anche mio padre per l’occasione si metteva il montone e la cravatta, però io avrei preferito che ci mettessero un po’ meno a prepararsi e che arrivassero un po’ prima, almeno in tempo per prendersi una benedizione, che ne avevano bisogno.

E ora invece gioisco del lassismo di casa vitantonio.
Ci aggiriamo in tenuta pigiamosa, a partire dal più anziano per finire alla più giovane.
Indifferenti al tempo che scorre mettiamo sul fuoco una caffettiera dopo l’altra. Ogni volta che un nuovo destato giunge in cucina e si appropinqua al camino (perennemente acceso) domandiamo se vuole caffè o te, e ognuno ne approfitta per fare un’altra colazione.
La mamma vitantonio c’ha sempre una camicia da notte lunga fin sotto le ginocchia. La veste senza calze. Il mistero della sua temperatura non è mai stato svelato.
Il papà vitantonio c’ha pigiama a quadri e sopra una vestaglietta annicinquanta. Per andare a prendere la legna indossa con noncuranza un berretto di lana che gli cucii anni fa.
Pandori, panettoni, frittelle, graffe, struffoli cicerchiate cauciuni caragnoli e scarole, pigna ciambella e se vi va un poco di salato c’è qualche tartina avanzata dal cenone, ma mi raccomando tenetevi leggeri che alle due si mangia.
Qualcuno va a messa, ma pochi. Ogni tanto papà vitantonio c’ha una crisi mistica e ci va. Molto più spesso preferisce stare con le figliole, e fa bene.
A volte a messa ci va Conny, e ci racconta come è andata la predica.
La badante marocchina, giustamente, se ne infischia.
E poi si parla, si alza la voce, si ride, si fanno gli scherzi.
Io ne faccio un sacco.
Persino il mio glaciale promesso si scioglie in questa occasione e si sintonizza sulle frequenze di casa vitantonio, si mette a scherzare con papà vitantonio e abbozza qualche parola in un dialetto inqualificabile.

E mancano solo tre giorni!!!!!
E poi quest’anno c’è anche mio nipote, il nano più bello della stirpe, il cioccolatino più piccante che ci sia, l’infante che a cinque mesi conosce come unica ninnananna “bandiera rossa” cantata da papà vitantonio.
Evviva Teo e il suo primo natale!!!

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