Gen 03 2010
ultime dal marocco, precisazioni, ritorni, blabla
Non sapevo se concludere o meno il mio diario marocchino ma alla fine ho deciso di arrivare al termine. Quanto meno avrà un valore di testimonianza, quando sarò vecchia potrò rileggermelo (o farmelo rileggere da qualche giovane con la vista migliore della mia) e sospirando ripenserò a quando cavalcavo baldanzosa il dromedario sulla soglia dei miei 31 anni. Il problema è che un diario scritto così, a posteriori, non ha nessun valore. E’ una pura testimonianza, uno sterile resoconto, l’emozione se ne è già andata da un bel pezzo e non c’è modo di farla ritornare. Devo comprarmi uno di quei portatili piccolini e cominciare a riadattare i miei viaggi prevedendo il giusto tempo per un diario. Perchè scritto così mi fa davvero cagare. Rileggo, e c’è un abisso tra la pagina rubata nell’internet point di Marrakesh e quelle scritte nella calma delle vacanze di Natale. Da ora in poi, giuro, piuttosto non lo scrivo proprio, il diario di viaggio. Ma intanto, affinchè non mi si accusi di essere una che non finisce quello che inizia, porto a termine il diario di questa mia prima vacanza marocchina.
Dopo un’ora e mezzo in groppa all’altissimo, bavoso e ballonzolante dromedario come la migliore delle colonialiste, arrivo alla porta del deserto.
La guida, che ovviamente si chiama Mohamed (a volte penso che dicano così semplicemente per evitare di rivelarci il loro vero nome, tutti questi presunti Mohamed), ci conduce in una piccola tenda berbera ai margini di un modesto accampamento. Siamo, come dire, nella periferia dell’accampamento berbero. Le tende più grandi e centrali ospiteranno gli altri turisti ma noi siamo abbastanza appartati da non sentirli e quasi non vederli. Mentre tramonta il sole Mohamed ci serve il te seduto su una piccola duna. Il deserto è una grande spiaggia marrone con una zucca striminzita che ogni tanto sbuca dalla sabbia. All’orizzonte c’è l’Atlante. Dietro, ancora si intravvede la città. Siamo, più che nel deserto, alle porte del deserto, come sottolinea Mohamed. A 52 giorni di cammino c’è Timbuctù. A me la porta del deserto mi sufficie. Non so se sono pronta per stare nel mezzo di un miraggio.
Ceniamo nella tenda. Ci avevano detto che da 4 anni non pioveva nel deserto. Ebbene, oggi piove. Mohamed è molto contento per i dromedari, io -che pure capisco di trovarmi all’interno di un momento epico- avrei preferito la calura.
Cala la notte e il deserto è ben più freddo di Marrakesh. Mohamed ci invita attorno al fuoco che intanto ha acceso insieme alle altre guide. Ha smesso di piovere. Ci trasferiamo al centro dell’accampamento e ne scappiamo quasi subito: una comitiva di spagnole invasate danza al ritmo degli annoiati tuareg che sono ben lungi dal condividere con noi il loro patrimonio musicale, suonano un paio di barili e si coprono il volto più per non farsi riconoscere nelle foto che per difendersi dal freddo. Le spagnole in un delirio di esibizionismo si sciammanano e si dimenano davanti agli increduli tuareg, roba che mi viene da fare uno di quei commenti un po’ maschilisti tipo certo, poi non ti lamentare se ti violentano. Per aumentare il loro secsappil le spagnole, circondate da un universo dove l’alcool non solo è vietato ma è condannato da dio, si scolano vodka e birra offerte da un gruppo di australiani, probabilmente alla ricerca di una spagnola con cui copulare all’interno di un accampamento nel deserto. Dopo venti minuti la situazione accanto al fuoco è già notevolmente degenerata, le spagnole fanno un trenino con gli australiani e tutti gli altri viaggiatori, imbarazzati, si ritirano lentamente verso le tende. Io velocemente me ne torno in periferia. Ci ho provato, giuro, a non giudicare male, ma poi mi sono detta perchè farmi questa violenza? davanti alla stupidità e alla volgarità voglio avere il diritto di incazzarmi, opperbacco.
Dormiamo rannicchiati e pacifici e ci svegliamo all’alba.
L’alba nel deserto è, appunto, l’alba nel deserto.
Se volete sapere com’è l’alba nel deserto vi conviene chiudere la vostra connessione internet e fare un giro in Africa. Non sarò certo io a fornirvi un surrogato elettronico dell’esperienza.
Colazione marocchina e poi via, di nuovo sul dromedario (io, perchè l’uudm decide di non cavalcarlo ma di condurlo al guinzaglio come un vero tuareg) verso casa. La vacanza sta per finire. Teoricamente dovremmo prendere l’auto e arrivare in giornata a Marrakesh, ma non abbiamo fatto i conti con le curve, le ruote lisce dell’auto che ci costano un esilarante testacoda, e soprattutto con i paesaggi al ritorno, che sono diversissimi da quelli dell’andata. Ma dov’erano, tutte queste meraviglie all’andata? I colori e i profumi invadono l’abitacolo. Un paio di volte ci fermiamo per gli ultimi acquisti e lo facciamo con un gusto e una calma che ci erano sconosciuti i primi giorni. Un mercante di tappeti si fa scherzosamente promettere che intercederò per lui con mia sorella la cui descrizione, a suo dire, corrisponde a quella della donna ideale per lui. Carichiamo persino lo stesso autostoppista del giorno prima al quale evitiamo accuratamente di fare domande sul perchè stia tornando indietro invece di essere nel deserto, come ci aveva detto al tempo remoto del primo passaggio…
Le ore sono tante, la pioggia cade, la strada è infinita e arriviamo a Marrakesh solo alle otto, sotto un diluvio che ci viene proprio da dire “domani partiamo inshallah”. Avrei voluto fare l’hammam ma lo trovo chiuso, in compenso ceniamo al buffet dell’hotel Alì, e a me pare una festa. Marrakesh sotto la pioggia ha l’aspetto di un buffone coi vestiti zuppi. La gente si ripara con scatole di pannolini e sacchi dell’immondizia, per il resto continua a fare quello che farebbe con il sole. Noi invece, che abbiamo già il pensiero all’aereo, ci prepariamo alla partenza.
Non sappiamo ancora che la nostra compagnia aerea è famosa per la quantità di ritardo che accumulano i suoi aerei.
