Archive for the 'rivoluzione' Category

Mag 05 2014

I miei allievi, io e una grande rivoluzione in cinque minuti

Quando insegnavo avevo due classi. Erano classi composte da studenti uguali a tutti gli studenti del mondo. Uguali a me quando avevo vent’anni e a mia sorella e ai miei amici e ai miei colleghi, quelli simpatici e quelli che non potevo sopportare.
Classi fatte di studenti troppo impegnati a vivere per studiare. Consideravano lo studio come un accidente inevitabile, un effetto collaterale della giovinezza, insomma una corvè che sì, si era tenuti a prestare mentre la vita, la vita era altrove. Studenti che pensavano che lo studio si sarebbe studiato da solo, proprio come lo avevo pensato io ai tempi dell’università, quando facevo le tre del mattino ubriacandomi della vita incontrata casualmente per strada e alle otto e mezzo ero già seduta, mezza tramortita, dietro ai banchi dell’aula costruita a mo’ d’anfiteatro. Attorno a me altri fantasmi reduci da avventure notturne parimenti intense. Ma la vita era lì che ci esigeva e poco ci importava di essere troppo assonnati per carpire i segreti di una certa formula di economia, o per intendere l’importanza di alcuni apparenti cavilli del diritto pubblico. Lo studio si sarebbe studiato e noi intanto ci vivevamo.
Così i miei studenti.
Ogni minuto passato sui libri era un minuto rubato alla vita vera. E non riuscivo a spiegarlo loro, che no, che non era così, che anche lo studio era vita vera verissima e nel giro di pochi anni avrebbero rimpianto e insomma, non glie lo spiegavo no, perchè il discorso di per sé era già trito e ritrito e mi faceva tristezza anche solo a pensarlo, figuriamoci a ripeterlo.
Niente, i miei studenti mi imbrogliavano con i loro marchingegni supertecnologici tipo il tablet il telefonino collegato a gesucristo sa cosa e io sempre a rincorrerli, sempre a rendermi conto troppo tardi, ma in fin dei conti se gli studenti non imbrogliano il professore che gusto c’è. In fin dei conti, mi dicevo e mi dico, era bene che mi imbrogliassero, almeno dentro di loro germogliava il seme di una ribellione strutturale, contro l’autorià, contro l’imposizione o, molto più semplicemente, contro la noia. Bisognerebbe sempre, sempre ribellarsi contro la noia, che è da annoverarsi tra le peggiori forme di tortura del postcapitalismo.

(E’ che vorrei dire tantissime cose in questo articolo, perchè so che ci metterò una vita a rimetterlo a posto, a pubblicarlo eccetera, e dopo questa vita ci vorrà un’altra vita per scriverne un altro, allora vorrei scrivere tuttotutto dentro questo qua, ma come si fa, sono già le dieci di sera di domenica e domani una nuova settimana borghese mi attende felicemente con i suoi tantissimi divieti e le poche concessioni. Diritti, quelli no, li abbiamo lasciati nel ventesimo secolo. Allora niente vorrei dire tante cose e invece devo concentrarmi su questa storia dell’università, che è importante, giuro. Ci arrivo).

Quando insegnavo all’università avevo due classi di fancazzisti e come tutti i professori un po’ mi laceravo chiedendomi perchè i miei allievi fossero tanto fancazzisti, un po’ mi colpevolizzavo e un po’ anche no, perchè lo sapevo che gli studenti all’ottantacinquepercento sono fatti per deprimere i professori e permettere loro di continuare a mettersi in discussione e sentirsi dunque umani. Per il 10% sono fatti per fare incazzare i professori così che possano andare a casa e rovinarsi la vita privata. Per il restante 5% danno soddisfazione e sono come quei giorni di sole e cielo cristallino in un novembre vissuto a Padova, o Bologna, come è capitato spesso a me in gioventù.
Avevo tutte le mie strategie per tenere imbrigliati i miei sbarbini, a parte la tortura fisica che per motivi etici evitavo, c’era un’ampia gamma di rinforzi positivi e negativi a seconda dell’umore mio e di quello dello studente. Si andava dall’interrogazione casuale stile scuola superiore, con voto immediato, all’accumulazione dei compiti a casa per chi non li faceva ogni giorno, all’ascolto di canzonette piacevoli con incorporati piccola storia della musica contemporanea e gossip sul cantante di turno.
Ma la strategia di lungo periodo che avevo intrapreso all’inizio del mio secondo anno di insegnamento era una sorta di versione accademica del grande balzo in avanti di Mao. Si chiamava Grande Battaglia Quotidiana contro la nostra pigrizia (GBQ), e consisteva in un atto volontario che ciascuno doveva compiere (me compresa) a casa nel pomeriggio, per contrastare il proprio attrito interiore, la propria tendenza alla stasi. Tipo: studiare 5 minuti in più di quanto si pensava di riuscire a sopportare, scrivere un testo facoltativo, ma anche fare una corsetta, aiutare mamma a pulire, cucinare invece di mangiare al fast food etc.
Questa iniziativa aveva riscosso molto successo, soprattutto perchè aveva un aspetto collettivo, che i miei studenti apprezzavano particolarmente. Esso consisteva nella condivisione, il giorno dopo, dei racconti sulla GBQ che ciascuno ingaggiava contro la propria pigrizia. Agli studenti questo momento di vergogna collettiva piaceva tantissimo, era un po’ come fare quegli esercizi di improvvisazione teatrale in cui tutti si sentono cretini e quindi nessuno lo è. Venivano fuori le storie più strane, fanciulle che imparavano poesie a memoria, fanciulli che lustravano le scarpe a tutta la famiglia, corvè di varia natura nei confronti del parentado e composizioni poetiche cariche di complessi edipici per la prof cioè io.
La GBQ era così diventata il nostro momento felice, in cui anche la prof e cioè io raccontava delle cose abbastanza allucinanti tipo oggi per combattere contro la mia pigrizia e la mia sciatteria ho lucidato la bicicletta.
Certo c’erano anche gli studenti ai quali di questa GBQ non glie ne fregava niente, ma facevano parte di quel 5% che come ho già scritto meriterebbe di morire perchè entra nella vita dei professori solo per rovinarla.

(Sì è vero quando scrivo non esprimo proprio il meglio delle mie capacità diplomatiche e non sono nemmeno tanto politicamente corretta, ma ci tengo a sottolineare che alcuni studenti io proprio li odiavo, come in genere è vero che non sopporto certe persone, e magari senza alcun particolare motivo, soltanto sulla base di un pregiudizio, perchè sono ingiusta, perchè a volte è bello abbandonarsi alla banalità del pregiudizio, ci si sente normali, uguali, pingui. Non mi dispiacerebbe a questo punto un bicchiere di vino bianco).

C’erano insomma i sabotatori della mia GBQ contro la pigrizia, ma ogni rivoluzione è fatta anche di sabotaggi ed è anche e soprattutto grazie a loro che gli eroi diventano poi tali.
Mi piaceva l’idea di non accontentarci, di non ritenerci soddisfatti. Mi piaceva pensare che alla fine della giornata ci spremessimo un pochino di più, tutti insieme eppure tutti diversi. Aveva un che di eroico, la nostra battaglia, ci faceva sentire dei militanti, ci faceva sentire piccoli partigiani sulle montagne invase dalla noia, dalla pigrizia, dalla passività.

(Che cosa volevo dire con questo mio intervento lungo, auto-compiaciuto e parzialmente sconclusionato? Che messaggio avrei voluto trasmettere? Ma niente, nessun messaggio, il messaggio non c’è, io credo francamente che dovremmo smetterla di cercare il messaggio, è tutto tempo perso mentre la vita si vive da sola, senza di noi. Allora se invece del messaggio uno riuscisse a concentrarsi cinque minuti, cinque minuti al giorno, proprio come nella Grande Battaglia Quotidiana contro la pigrizia. Cinque minuti di presenza quotidiana, di onestà, non lo so. Dopo tutti questi anni di militanza e di insegnamento, che sono cose che ho sempre fatto insieme e che non saprei come scollegare, ecco dopo tutti questi anni, se riuscissi ad essere presente a me stessa cinque minuti ogni giorno, questa sarebbe davvero una grossa rivoluzione. Almeno per cominciare).

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Gen 23 2014

risonanze di poesie altrui

 

Le quattro.

E mi pare di stare in un fumetto di Andrea Pazienza. Con la differenza che fuori non ci sta un paese in rivoluzione ma un’intermittenza di lucine che inneggiano al capitalismo di stato. Sono sveglia da sempre e non capisco dentro di me che ore sono. Allora proseguo con le analogie tra me e Penthotal con la differenza che lui aveva il pigiama a righe, io ho il completino da sci della columbia di quelli che raddoppiano il calore del corpo perchè porcomondo ci sono meno dodici gradi e si sente.

Ricomincio.

 

Le quattro. 

La casa vuole ucciderci tutti col boiler.

Rumori inquietanti, trombette e scoreggioni si alternano a un ritmo poco rassicurante che ricorda un treno a vapore. Andiamo sempre peggio. Ieri niente acqua calda, oggi niente riscaldamenti, domani mi toccherà andare alla sauna, se sopravvivo a questa notte infame che.

Ricomincio.

 

Le quattro. 

La casa vuole ucciderci tutti col boiler. Non a caso ho come una sensazione di…morte (…) Roberto dorme, Elia dorme, io no.

Insomma tutti meno che io. Persino la portinaia di guardia, che lei no, non dovrebbe dormire. Sono sicura che sia là abbacchiata tra il telefonino quattromilaggì e la tivvù. Ogni tanto alza un sopracciglio a ritmo con la vibrazione che le annuncia che un suo amico sul feisbukk cinese ha commentato il suo ultimo stato. Prima della fine del turno ordinerà un carico di glutammato a domicilio per darsi la carica.

Ricomincio.

 

Le quattro.

 La casa vuole ucciderci tutti col boiler. Non a caso ho come una sensazione di…morte (…) Roberto dorme, Elia dorme, io no.

 Imbananato duro mi sveglio come un assassino. Sono niente rilassato. Anzi, sono contratto come un centometrista. Devo smollarmi.

Ora mi alzo,ora mi alzo e mi faccio una camomilla sognid’oro tripla.

In endovena me la dovrei fare. Ma la camomilla sogni d’oro a quest’ora della notte non la trovo da nessuna parte, mica sto in una casa di studenti a Bologna. Il supermercato per extracinesi chiude alle undici sissignore e riapre alle dieci del mattino dopo che tutte le cassiere hanno officiato il balletto motivazionale di rito.

Ricomincio.

 

 

Le quattro.

 La casa vuole ucciderci tutti col boiler. Non a caso ho come una sensazione di…morte (…) Roberto dorme, Elia dorme, io no. 

 Imbananato duro mi sveglio come un assassino. Sono niente rilassato. Anzi, sono contratto come un centometrista. Devo smollarmi. 

 Ora mi alzo,ora mi alzo e mi faccio una camomilla sognid’oro tripla (…) 

E se invece mi facessi una canna? Una canna e una sega, così non mi alzo.

Mi ricordo all’improvviso che non sono Andrea Pazienza e che vorrei semplicemente, prosasticamente, fumarmi una sigarettina. Una di quelle sigarettine che mi giravo io da sola, una di quelle sigarettine innocenti. Che poi proprio in questo momento mi ricordo con chi avevo cominciato a fumare le sigarettine. E mi pare un caso beffardo che esattamente adesso che le sigarettine sono uscite dalla mia vita lo sia anche lui.

Che Pazienza glie lo avevo prestato io. E Tondelli. E tutto il resto. E vabbè.

L’unica cosa che ho trovato nel frigo è un rimasuglio di baileys. Allora mi scaldo un te liptoniellouleibel e ci metto in cima tutto il baileys che posso. Mi faccio il te corretto. Prima di andare in scena d’inverno me lo facevo sempre. Durante le interminabili prove tecniche con i loro intervalli infiniti, vuoti di senso e creatività all’interno dei quali nessuno faceva niente e tutti aspettavano che qualcun altro facesse qualcosa.

Ci guardavamo le punte delle scarpe e giravamo le nostre sigarettine. Fumavamo tutti le stesse, ora che ci penso, ma per vezzo si cambiava marca di cartine o di filtri. C’erano quelli francofili che volevano le occibbì. A me mi piacevano le rizzlargento. Sottilissime, che al contatto con la saliva diventavano subito trasparenti.

I filtri mi piacevano ultraslim, perchè la sigarettina doveva risultare elegante.

Mi ricordo di una volta che uno da me amato si appoggiò al portone di un centro sociale. Il portone era aperto e io stavo davanti al bancone a parlare. Lui plasticamente aderito al portone mi guardava e insieme si girava una sigarettina. Mi guardò lunghissimamente. Fumava le stesse sigarettine che fumavo io. Lo amai a lungo. Più a lungo di quanto mi amò invece lui. La ricompensa per la mia costanza fu che il fantasma di lui morì dentro di me insieme al mio amore. Per lui invece fu diverso. L’amore per me passò a miglior vita assai presto, lasciandosi un ingombrante fantasma di me che ancora ogni tanto lo insegue, me nolente.

Ricomincio

 

 

Le quattro.
La casa cerca di ucciderci tutti col boiler.
Non a caso ho come una sensazione di…morte.
Ohi, vivo in termini di provvisorio.

Caduco. Bello caduco!!! caduco e temporale.

La mia faccia è tutta un dejavu. Dove l’ho già vista? il mio naso mi ricorda qualcuno. Chi? Domande senza risposta.

Forse ci godo a fare lo sfigato. Però mi riesce bene, sembro proprio uno sfigato vero.

Roberto dorme, Elia dorme, io no.

Imbananato duro mi sveglio come un assassino. Sono niente rilassato.

Anzi, sono contratto come un centometrista. Devo smollarmi.

Ora mi alzo,ora mi alzo e mi faccio una camomilla sognid’oro tripla.

Ora mi alzo. Ora mi alzo…al tre mi alzo…uno…due…tre….ora mi alzo.

E se invece mi facessi una canna? Una canna e una sega, così non mi alzo.

Occhei, non mi alzo più.

Sdraiato devo stare, a vivermi l’inchiodo”

 

Invece io sdraiata non ci voglio stare, che ho anche mal di testa e una serie di effetti collaterali da postrivoluzionaria in viaggio. Se solo potessi viaggiare in bisnissclass, se solo potessi viaggiare in bisnissclass sono convinta che questo maledetto jet lag postadolescenziale sarebbe più sopportabile. Se solo mi potessi fumare una sigarettina come in tutte le mie foto del passato. Se solo potessi andare al bar sotto casa a bermi un pernod. Non so manco cos’è il pernod ma fa molto Stefano Benni. Se solo potessi ricordarmi dove ho messo le cuffiette e guardarmi Downton Abbey come una vera cooperante. Se solo il mio innamorato fosse qui a ripetermi che sono un’autentica non fumatrice e che va tutto bene. Se solo mi potessi addormentare affianco a lui e sbavare amorosamente sul cuscino. Se solo non ci fossero questi undicimila chilometri. Se solo non mi fossi mai innamorata di nessun altro che di me. Se solo sapessi fare il mio lavoro. Se solo mia mamma e mio papà fossero due personcine un tantino più facili. Se solo non avessi mal di testa. Se solo non fossero già diventate le cinquettrentasette senza però portare con loro alcun tipo di risoluzione. Se solo la smettessi di usare la parola “riSoluzione”. Non era meglio quando parlavo di “riVoluzione”?

Quali sono le tue riVoluzioni per il 2014? La mia più grande riVoluzione quest’anno sarà… basta con queste risoluzioni, fa molto consiglio di sicurezza. A me il consiglio di sicurezza mi è sempre stato sul gozzo. Se solo la Francia non fosse un membro permanente del consiglio di sicurezza. Se solo la parola membro non mi facesse venire in mente giorni migliori in cui si faceva all’amore con passione e dedizione e disciplina. Se solo mi decidessi una volta, una volta per tutte, ad arrendermi a me stessa. Se solo le ragazze cinesi non camminassero in quella maniera così casuale e sgraziata. Se solo tutte le persone che ho provato a chiamare nei giorni passati avessero risposto al telefono. Se solo avessi risposto al telefono io. Se solo queste cazzo di lucine la smettessero di lampeggiare. Di lampeggiare. Se la smettessero. Lucine maledette.

 

Che fate voi, lucine, in ciel?

Che fate voi, silenziose lucine, ditemi che stracazzo fate?

Non era meglio quando c’era la luna?

Almeno era una, una soltanto.

Tirare sassi e bestemmie era, ne converrete o lucine, più facile.

 

 

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Ago 12 2013

Ultimi brandelli dalla terra dei Viet Cong

Giorno sei, ore non so ma molto presto

Mi stupisce la bellezza delle persone, che si manifesta in tutta la sua dirompente luminosità nonostante io sia malata, incazzata con l’agenzia di viaggi che avrebbe dovuto restituirmi dei soldi e non l’ha fatto, maldisposta verso il mondo del lavoro in generale e il mio capo in particolare e blablabla. Le persone attorno a me sono curiose, disponibili, e io per fortuna mi adatto. Sempre, sempre dare una seconda possibilità, bisogna. E spesso ne vale la pena.

Sono a Sapa adesso, dopo una notte in treno che mi ha fatto pensare alla Tailandia, come un po’ tutto, del resto. Ho viaggiato con due ragazze statunitensi e seminude che mi hanno chiesto di chiudere a chiave la cabina per paura che qualcuno le derubasse o violentasse o sai tu cosa. Mi veniva da ridere di fronte alla loro richiesta tutta impregnata del loro paese e dello schifo di società che hanno costruito.

Noto tuttavia, in questo posto, una grande differenza tra i vietnamiti che fanno affari e gli altri. O forse mi sbaglio. Forse la differenza che vedo è quella, normale, tra persone che vivono in un mondo normale, circondate da stimoli normalmente eterogenei. Alcuni sono miti, disponibili e gentili, altri sono arraffoni e provano a imbrogliarti o a fare i furbi in qualche modo. Altri ancora sono estremamente scortesi, come certi venditori del mercato che ti offendono senza motivo e allora di viene da dire sai cosa, i miei pochi soldi borghesi li do a qualcun altro. E si vede il lato peggiore del capitalismo, quello che emerge in tutti i paesi quasi/ex/socialisti che ho visto. La gente vuole vuole vuole, disperatamente vuole. Il possesso l’uso compulsivo e lo spreco sono il segno del benessere, del trionfale ingresso nel mondo del capitalismo e del successo. La gente prende lascia sporca spreca. Con gusto. In una bulimia ossessiva che sparge morte attraverso le decine di discariche abusive che vedo ad ogni angolo. I bambini lanciano lattine vuote in acqua e i genitori sorridono condiscendenti, sperando che qualcuno abbia visto che il loro figlio aveva posseduto una lattina e si era potuto permettere il lusso di gettarla in mare.

Io tutto questo lo odio.

Ah, ecco, ora è arrivata la guida, che è una ragazza Zhai (in realtà nata in una tribù Hmong ma sposata Zhai e quindi naturalizzata) piccola piccola. Ha 21 anni, a 15 si è sposata, a 16 ha sfornato il suo unico figlio e adesso per lavoro scorrazza turisti di tutto il mondo nelle montagne della zona di Sapa. Mi domando quante persone al mese le facciano le stesse domande idiote sulle tradizioni e i costumi e tutto il resto, proprio come sto facendo io, convinte di essere intelligenti e originali.

Più tardi

Il giorno è bellissimo e caldo e intenso. Abbiamo camminato sotto il sole ridendo e facendoci domande su tutto quello che ci viene in mente. I miei cinque compagni, tre francesi e due spagnole, mi sembrano paioli pieni di danari incontrati alla sorgente dell’arcobaleno, ovvero qua, su queste montagne terrazzate e piene di riso e fiumi e porcellini neri e bufale che ti guardano con occhi compassionevoli.

Arrivati finalmente al bivacco dopo una ventina di chilometri faticosissimi, ci siamo spogliati e buttati nel fiume nonostante la corrente fortissima. Pare di conoscersi da mesi, già abbiamo i nostri scherzi e i nostri ricordi condivisi, già nel fiume ci siamo dati la mano per evitare di scivolare sul sasso malefico, già siamo stati in silenzio su una pietra assolata e siamo pronti alle prime confidenze.

Giorno sette, mattina prestissimo, tipo le sei

Stamane piove e tutto è umidiccio. Speriamo solo che smetta per le nove, ora in cui dovremmo cominciare il nostro secondo giorno di cammino. La giornata di ieri è trascorsa tra sentieri scivolosi e donnine che cercavano di venderci ogni cosa, mentre noi, zampe nel fango giallo fino alle ginocchia, speravamo silenziosamente che l’ultima pozzanghera nella quale avevamo lasciato l’impronta non fosse una cacca di bufala liquefatta. Abbiamo riso e faticato tutto il giorno, su e giù tra le terrazze, che io mi dico ma perchè non le fanno pure in Corea? Oramai in coltivazioni di riso sono un’esperta blateratrice, come pure nella contrattazione per l’acquisto dei tessuti colorati di indigo che le donnine Hmong vestite di canapa nera provano a vendere. La sera ci siamo passati il biafine ridendo delle nostre ustioni da camminatori improvvisati e dei nostri dolorini alle gambe e alla schiena. I miei compagni mi hanno soprannominato Granma Carla, visto che per la prima volta nella mia vita alla veneranda età di 34 anni sono la più vecchia della ciurma, ascoltano a bocca aperta come dei piccoli nipotini le storie della mia Corea e soprattutto quelle del mio teatro, mi chiedono di aiutarli a contrattare per un paio d’orecchini o una borsetta e poi come Giotto e Cimabue (notare l’umiltà del paragone) diventano ben più bravi di me e strappano prezzi al limite dell’indecente per pezzi d’artigianato locale. Ho il braccio pieno di braccialetti comprati da donne Thai, che dovrei regalare ad amiche lontane ma so che finirò col conservare.

Mi piacciono i miei nuovi nipoti. Sono uno spettacolo di bellezza e intelligenza e curiosità. Siamo di buonumore e ci facciamo gli scherzi senza paura di offenderci, a me ovviamente viene da pensare che tutta questa facilità nel contatto deriva dal fatto che siamo Europei e tra noi non c’è tutto l’abisso culturale al quale oramai mi sono a malapena abituata (o quasi). Mentre camminavo ieri,, sotto il sole inclemente, ho deciso che rimarrò in Corea fino alla fine del mio incarico, qualsiasi esso sia. Non devo avere paura del dopo, ha ragione Alice, qualche cosa succederà. Qualche cosa farò succedere. E anche non devo rimanere attaccata a quello che ho a causa di questa paura. E’ come non lasciare un fidanzato che non si ama più per paura di essere soli, per paura di essere cambiati. E’ come fare come ha fatto lui con me. Allora ho espresso due nuovi desideri mentre le donne mi allacciavano i braccialetti di tessuto che fanno a mano.

Intanto piove a dirotto.

I compagni dormono ancora.

Ciascuno ha la sua storia dentro, e la mia solo all’apparenza è più spettacolare delle altre. Se avessi dei figli li porterei con me come la famiglia francese che ho incontrato ieri.

Sotto la pioggia passano donne che si preparano a una nuova giornata di vendita.

La sera

E’ stata una delle giornate più bagnate della mia vita. Ho pensato tutto il giorno al famoso trekking con Cois, Cundaro, Lontra e Licazzone, quello trascorso tra neve ghiaccio e pioggia e risate. E così è stato pure oggi, senza il ghiaccio e la neve. Le scarpe erano zuppe dopo la prima ora. Dopo tre ore l’impermeabile si è impregnato a tal punto da essere inutile. Nonostante tutto abbiamo continuato a ridere, chiacchierare e a volte canticchiare per ammazzare la fatica e i brividi di freddo e ogni tanto anche la paura, quando all’improvviso dovevamo attraversare fiumi che straripavano dalle risaie. Al pomeriggio a un certo punto dovevo anche fare la pipì e ovviamente non potevo, perchè farla avrebbe implicato una serie di manovre complicatissime sotto la pioggia battente, allora continuavo a camminare e canticchiare ma mi odiavo e tutto mi sembrava miserabile e la fine irraggiungibile. Mi ripetevo che camminare è un allenamento, che ogni passo in più aumenta la mia resistenza a questa vita beffarda, ma la mia vescica e le mie gambe non erano molto motivate da questi discorsi filosofici.

Poi all’improvviso siamo giunti al bivacco, acqua calda, birra gelata, patatine fritte e di nuovo l’incontro con i miei amici economisti italiani che hanno fatto un altro giro. Abbiamo bevuto vino di riso fino a un’ora che ci appariva tardissima e invece erano le dieci. Thomas affianco a me si è già addormentato, e adesso anche io mi rifugio sotto la zanzariera.

Giorno otto, ora di pranzo.

Niente da fare, continua a piovere che pare che qualcuno stia tirando secchiate d’acqua giganti su questo pezzo di mondo. Stamane abbiamo camminato un paio d’ore per raggiungere un vecchio villaggio semiabbandonato ma peggio mi sentivo, le scarpe sono ancora fradice da ieri e l’impermeabile pure. Oramai le uniche cose ancora asciutte che abbiamo sono quelle lasciate a Sapa prima di intraprendere il cammino.

Ciò nonostante sono felice. Felice e malmostosa insieme. Malmostosa perchè la fine della vacanza si avvicina e con essa il ritorno a Py, che mi riempie di ansia e angoscia. Felice perchè questo viaggio mi ha regalato persone bellissime e storie meravigliose e intimità e una forma di amicizia che non sperimentavo da tanto tempo. Fra poco ci toccherà l’ultimo pezzetto di cammino sotto il diluvio e poi prenderemo uno dei soliti pullmini suicidi che ci porterà all’ostello. Doccia calda, ritiro dei bagagli, treno. Presto, troppo presto, saremo di nuovo ad Hanoi.


Giorno nove, mattina prestissimo, come al solito oramai.

Le mie mattine cominciano sempre prima e questo mi piace.

Ieri sera abbiamo avuto i biglietti venti minuti prima che il treno partisse e ci siamo precipitati al nostro vagone in un gran trambusto di posti scambiati e valigie trascinate, non senza prima però rifornirci di birre e biscotti e contrattare la donazione di alcune banane. Abbiamo occupato la cabina e abbiamo chiacchierato per sei delle dieci ore di viaggio, ascoltando la musica di Gibì attraverso il suo dispositivo wireless in pieno stile ventunesimo secolo. Abbiamo sgranocchiato i biscotti e riso e ci siamo raccontati cose segrete, ognuno le sue. Non so come è successo e perchè, ma a un certo punto la nostra cabina è diventata una bolla magica e preziosissima, abbiamo capito che stavamo per separarci e ci siamo fatti un regalo. Adesso ognuno di noi custodisce cinque segreti coi quali viaggerà nell’attesa di una mail che sveli come sono andate a finire le cose.

Nel vagone c’era un’atmosfera di complicità e gioia, proprio come se non fosse stato per caso, proprio come se avessimo deciso insieme di fare quel viaggio e ne fossimo stati soddisfatti, proprio come se la nostra amicizia fosse cominciata molto prima e fosse stata pronta a continuare una volta scesi dal treno. E invece lo sapevamo che, una volta arrivati, ci saremmo separati e niente sarebbe più stato come prima. Ma in fondo chi lo può dire, no?

Sono andata dunque al mausoleo a vedere il corpo di Zio Ho. Mi ha fatto una strana impressione la piccolezza, la modestia dell’edificio, che ho dovuto immediatamente confrontare coi ricordi del Palazzo del Sole. La semplicità di Zio Ho e la sua compostezza, nonché la rapidità della visita, mi hanno restituito la misura di tutte le possibilità che, dove sto io, per un motivo o per l’altro non vengono esplorate. Eppure le dimensioni del mausoleo non gli tolgono dignità anzi, gli regalano un’aura quasi mistica.

Tuttavia, di fronte ai resti del Vietnam che fu, ho sempre l’impressione di assistere a rituali svuotati, di avere in mano una noce di cocco vuota. Non è rimasto più niente, al di fuori del mausoleo e della piccola casa gialla dove Zio Ho viveva preparando una rivoluzione che fu solo in parte.

Stravolta dal viaggio, dalla pioggia accumulata in questi giorni, dalla delusione per il precoce tramonto del Sol dell’Avvenir e dal caos di Hanoi, ho raggiunto l’ambasciata svedese che magnanimamente mi ospita con tanto di uso piscina. Michaela mi ha portata a fare colazione in un posto superchic e così ho ancora una volta rapidissimamente cambiato mondo. Catapultata nella Hanoi degli espatriati, dei negozietti equosolidali, i primi che vedo in Asia, e della colazione all’inglese con ingredienti biologici, mi sono concessa il lusso del capitalismo responsabile.

Giorno dieci, ora imprecisata.

Shopping compulsivo, angoscia per il ritorno e riflessioni su questo Vietnam che non mi convince. Ho comperato manifesto in un negozio che diceva “old propaganda posters”. Mi sono domandata se potrò mai vedere una scritta del genere a Py. Il ritorno mi spaventa e Hanoi mi incasina ancora di più in questo trambusto di motorini e pullmini suicidi. Avrei voglia di partire per trovare quello che molto probabilmente non mi aspetta. Sono sempre la stessa postadolescente illusa. Mi guardo allo specchio e ho la solita allergia al sole che mi viene ogni volta che viaggio, dai tempi del Mozambico. Mi intenerisce e mi sconsola. Le cose peggiori non cambiano.

Giorno undici, Hong-Kong.

Ieri, ultimo giorno ad Hanoi, ho fatto un incontro inquietante con una donna che mi ha mentito per paura. Ho rispettato il suo timore, ho comprato la sua stoffa e non ho insistito con le mie domande. In fin dei conti ho scoperto a mie spese che nell’Asia confuciana la verità cambia a seconda del contesto e il concetto di menzogna è spesso associato a quello di cortesia.

Il Vietnam non mi racconta niente, se non la desolazione che segue la morte dell’ideale. Tutto è falso, persino il sughero delle scarpe ricoperte di paillettes che si vendono sul lungolago. Le casette altealte rimangono in piedi grazie alla convinzione dei turisti. Le bettole che servono caffè e birra fredda sono affollate di neozelandesi ubriachi. Dove sono loro, i vietnamiti? Sfrecciano sui motorini verso obiettivi sconosciuti. Alcune donne, cariche fino all’inverosimile, provano a vendere frutta e pentolame.

Ieri sera sono tornata all’Opera, proprio come la prima sera. C’era il concerto della Youth Asian Orchestra. In maniera del tutto inaspettata mi sono commossa, e a un certo punto ho quasi pianto. All’improvviso mi è apparsa nitida l’immagine di mio padre che, io piccolissima, mi mette sul grosso divano ad angolo color marroncino e mi fa ascoltare Beethoven, raccontandomi cosa vogliono dire i violini, cosa rispondono i fiati. E’ stato un viaggio bellissimo.

Questi ragazzi così giovani sono ovviamente allenati da maestri europei, e si vede. Ecco la snob colonialista che sbuca fuori. Eppure non posso fare a meno di pensare che tutta la loro capacità di emozionarmi deriva dal fatto che hanno saputo superare la loro tecnica e mettersi al servizio della musica. La tecnica non dovremmo vederla mai, dicevo ai miei allievi quando il teatro faceva ancora parte della mia vita.

Erano bellissimi, quei ragazzi tremanti come piccole piante, tutti insieme sul palco. Ho pensato che gli artisti dovrebbero cambiare lavoro a trent’anni, se non riescono a mantenere la gioia e la paura e la timidezza e l’ispirazione che ho percepito ieri durante il concerto. E ch molto tempo fa, ne sono sicura, avevo anche io.

Mentre i ragazzi suonavano Brahms ho immaginato di tornare e fare uno spettacolo nuovo. E’ stato un pensiero breve ma bello bello bello. Poi sono tornata a me, alla mia età, alla necessità di sopravvivere, alla mancanza di allenamento e a tutto il resto.

Stamane prima di partire ho incontrato Ragù. Non ci vedevamo forse da cinque anni. Lui è sempre lui, e forse anche io sono sempre io. E’ stato bello darci un appuntamento davanti alla cattedrale, ognuno in viaggio verso mondi diversi. Gli ho chiesto di slacciarmi il braccialetto che portavo da prima di partire per Seul. Ciò che poteva realizzarsi si è realizzato, il resto oramai sta nei sogni del passato. Ho pensato al mio Socio, a come ha deciso di uscire dalla mia vita, al suo silenzio e al mio dolore mascherato di sarcasmo. I resti del braccialetto sono da qualche parte in borsa, ma li perderò presto.

In aeroporto, a sorpresa, ho incontrato i ragazzi dell’orchestra e ho fatto amicizia col loro maestro, italiano. Ora sono in aeroporto nell’attesa di arrivare a Pechino, e quasi mi lascio sopraffare dall’angoscia del ritorno. 

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Lug 26 2012

arrivederci

arrivederci

 

 

Lettori e lettrici amatissimi,

sono passati otto anni da quando aprii il mio primo blog, e cinque dall’inaugurazione delle Lucilleidi.

Ne sono successe di tutti i colori.

O forse dovrei dire che io, proprio io, ne ho combinate di tutti i colori.
In ogni caso la costante pare essere costituita da questi colori, tanti, vari e diversissimi, che si sono manifestati senza timore alcuno nella mia vita.
Ne sono felice, nonostante i casini, i lavori persi, gli amori che sono finiti, le insoddisfazioni e le ansie.
Una vita piena di ogni colore era quello che cercavo, ecco, mi pare di avercela avuta, e di averla.

 

Ho sempre scritto. Sempre sempre sempre.

Adesso arriva il momento di prendersi una pausa.

Non perche’ non abbia piu’ niente da dire, no,

bensi’ per altri motivi, che elenco:

il primo riguarda voi, ovvero, siete fondamentalmente amici e compagni che possono reperire notizie su di me anche scrivendomi una mail. Non c’e’ piu’ bisogno del blog, diciamolo. Se volete sapere come sto scrivetemi, punto. Vi assicuro che le vostre mail saranno graditissime.
Anzi, sappiate che, nel posto dove vivo ora,
ogni singola parola che ricevo e’ una preziosissima ventata d’aria fresca.

L’altro motivo e’ che in questo momento, e in questo posto, scrivere un blog diventa una questione molto complicata. E io non ho voglia di complicarmi un’esistenza gia’ sufficientemente variopinta.

Spero siate d’accordo con me.

 

Questo blog non chiude. Continuero’ ad aggiornare la pagina con i podcast, quando ce ne saranno di nuovi, e quella con gli articoli che pubblico in inglese.

 

Se vorrete comunicare con me potete scrivere all’unico indirizzo al quale ho accesso:

lucelucilla@gmail.com

 

Vi abbraccio, dal lontano luogo dove vivo l’ennesima lucilleide.

Luce

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Giu 10 2012

Playa Giron

Improvvisamente mi sveglio, ho trentatrè anni e questo non è il sol dell’avvenir.
Dismessi fieramente i miei sogni in nome di un’adultità che tarda a manifestarsi, potrei forse cominciare a fare ciò che fanno gli esseri umani con un minimo di cervello ovvero iniziare a progettare.
Invece me ne resto a respirare utopie altrui e mi faccio domande da eterna postadolescente in crisi.
Una volta tanti anni fa ci fu una persona che chiamai Compagno. Il Compagno per eccellenza, colui col quale forse condivisi per una primavera la grande utopia di una rivoluzione.

Allora Compagno se sei da qualche parte ancora,
Compagno io ti domando
che cosa ci faccio, coi libri di altre rivoluzioni, se non se ne possono scrivere di nuovi?
Compagno come si fa ad abbandonare i sogni senza sentirsi dei falliti, e a trasformarli in progetti?
Come si fa a lottare ogni giorno quando il massimo a cui possiamo ambire è un bilocale arredato?
Compagno, era un bilocale arredato che volevi, che volevamo? era dire mio tuo era questo l’obiettivo?
Compagno che alla fine anche tu ti sei piegato, in fondo ben prima di me, e ti sei seduto di fronte alla tua busta paga, perchè lo hai fatto? C’è forse qualcosa che mi sfugge, un segreto che non m’hai confidato?
Sta forse nella busta paga la rivoluzione che io non ho compreso?

Come si fa ad allenarsi tutti i giorni per una rivoluzione che viene quando ormai sappiamo che la rivoluzione non ci sarà mai?
Compagno, come è possibile che il mio allenamento rivoluzionario si sia tragicomicamente trasformato nello studio matto e neanche tanto disperatissimo finalizzato alla partecipazione a concorsi che non vincerò mai?
Compagno, diobbuono, ha forse senso, ora che so che non ci sarà mai la rivoluzione, ha forse senso continuare a prendere pullman alle cinque di mattina per andare a contestare l’ennesimo decreto che poi in ogni caso passerà mentre noi, nel migliore dei casi, scriveremo uno spettacolo narrando le fiere gesta degli eroi gasati dalle orde barbariche del fronte nemico?

Io non lo so, Compagno, a cosa pensi nel tuo bilocale arredato che in fondo ti invidio e che vorrei anche io, non so come tu abbia fatto i conti con la tua rivoluzione ma io mi domando in continuazione che ci faccio qui e  Compagno, Compagno, la cosa più triste di tutte è che per tredici anni della mia vita ho pensato di farla, questa rivoluzione, di farla dai palchi arrangiati, dalle tavole arraffazzonate sulle quali mi inerpicavo per portare il teatro fuori dai teatri.
La cosa più triste Compagno, Compagno, è che io ci ho creduto terribilmente completissimamente.
E le turnè in macchina per quattro soldi erano le mie battaglie.
E i pasti consumati dopo lo spettacolo mi sembravano il rifugio dopo azioni pericolosissime.
E gli applausi erano i successi inaspettati delle mie lotte.
E Compagno, Compagno, per tredici anni più di ogni cosa ho provato a condividere la mia rivoluzione la mia lotta, e ci ho creduto, Compagno, fermissimamente.
Stupidissimamente.
Perchè vedi Compagno, ora mi sento come se avessi perso la mia guerra.
La mia unica guerra, quella in cui ho creduto.
Quella per cui ogni giorno mi sono allenata in segreto.
E la guerra l’ho persa, sì, perchè quando mi sono guardata indietro ho scoperto di essere sola.
E la parola noi non aveva alcun senso.

(mio, tuo, io io io)

Compagno. Tu te ne stai nel tuo bilocale arredato che t’invidio una volta di più mentre le mie turnè sono sempre più solitarie.  In questa rivoluzione ci credevo solo io.

Allora Compagno dimmi qual è il segreto per trasformare la mia farsa in una commedia di una certa qualità. Come si fa a uscire a testa alta da questa disfatta.

Io che De Andrè non l’ho mai ascoltato, e adesso mi faccio venire gli struggimenti a suon di Silvio Rodriguez.

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