Archive for the 'cina' Category

Ago 15 2013

Se penso a come ho speso male il mio tempoooooo

Che poi dopo un viaggio infinito arrivi in Cina, e ci sono due amici ad aspettarti in una casina piccola piccola dove però ci sono acqua calda, asciugamani puliti e un ventilatore puntato proprio sul letto. E ti sembra quasi casa. Allora riparti per l’ultimo pezzo di viaggio, speranzosa, ripetendoti che questa sensazione di morte e tragedia che hai dentro è solo lo stress da fine delle vacanze.

Ti dici con un poco di indulgente autoironia che sei diventata proprio una borghese da film degli anni ottanta, che all’idea di tornare in ufficio ti senti male e sei più angosciata di prima della partenza. Ti ricordi di quando non esisteva la routine, non esisteva un ufficio, ma esistevano travi rosse sul soffitto da guardare alle cinque di mattina di un giorno qualunque, dopo aver lavorato sempre troppo ma sempre con gioia.

Ti infili in un aereo iperaffollato da turisti che si sentono i più fichi del mondo perchè stanno arrivando proprio là dove vivi tu.  Ti siedi al tuo posto, sempre vicino al finestrino, oramai l’hostess lo sa a memoria. Pensi al tuo socio. L’odore di morte del Vietnam non può che ricordarti tutti i cadaveri della tua vita. In particolare i cadaveri dei suicidi.
Conti i morti sulla strada. Non conosci i motivi. Come ad Halong Bay nuotavi tra lattine di coca cola e pannolini così i pensieri cercano di districarsi tra tutti questi pezzi di carne marcescente.
Continui a porti delle domande sul perchè così tante persone hanno scelto di suicidarsi da te. Ti ripeti che capita a tutti. Che non importa avere le risposte. Che la vita poi mostra le differenze, e le differenze sono un indice del fatto che no, non poteva andare altrimenti. Però un po’ fa male ancora.

Intanto l’aereo si avvicina paurosamente a destinazione e non c’è più tempo per queste inutili lamentazioni.
Inevitabilmente comincerai col piede sbagliato, perchè questa vacanza è stata troppo breve e troppo densa di presagi.

Ma la stagione dell’amore viene e va…
i desideri non invecchiano quasi mai
con l’età

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Ago 02 2013

Good morning Vietnam, o quasi.

Giorno Uno, ore 12.00

Estate

sei calda come i baci che ho perduto

L’aeroporto è il luogo degli sconosciuti. Le persone transitano verso i loro mondi privati e a volte per caso capita che in questa sospensione temporanea si scambino quattro o cinque parole, perchè tanto lo sappiamo che non sono impegnative, tanto lo sappiamo che, vada come vada, alla fine delle cinque parole ci avvieremo felicemente verso l’uscita che ci traghetterà nel nostro prossimo mondo. Mi domando perché così spesso, in passato, ho cercato il sogno dell’amore proprio in posti come questo: aeroporti, stazioni, treni a lunga percorrenza e aerei. Me lo domando, mi rispondo e mi annoio di me stessa e del sogno infantile coltivato da troppe favole maschiliste, in cui il principe sarebbe arrivato da un mondo sconosciuto sopra un cavallo bianco e mi avrebbe portata verso l’ignoto e il nuovo, lontano dalle angherie della quotidianità. Una specie di treno ad alta velocità verso il futuro, tipo galaxy, il treno quello dei cartoni animati. Mioddio che triste quel cartone animato, pieno di gente che voleva i corpi meccanici.

Pechino è sempre la stessa bestia camaleontica. Per una serie di coincidenze che non so se definire fortunate o meno, il posto dove dormo di solito era pieno, dunque ho esplorato questa volta una zona nuova, un quartiere dove rimangono intatti gli hutong con le loro porticine rosse protette da spiriti di pietra e i bagni pubblici ogni cento metri, perchè si sa che i cinesi degli hutong non hanno il bagno in casa. Eppure vivono piuttosto bene, mi pare, e questo quartiere mi è piaciuto assai, incluso quel signore che iersera si è tirato fuori il pisello davanti a me per pisciare in un angolo, senza malizia, era questione di pura urgenza e il bagno pubblico era troppo lontano. Mi è piaciuto anche il caotico mercato di questa mattina nel quale signore incartapecorite sceglievano lentamente radici a me sconosciute e giovani alla moda smanettavano sul loro smartphone made in China. Un po ‘ meno mi è piaciuto l’albergo perchè lo staff non era proprio quello che definirei amichevole, e perchè per arrivarci mi sono persa almeno quattro volte e ho dovuto chiedere aiuto alla receptionist di un ostello poco lontano. Però in realtà di questo perdermi costante pure sono contenta, perchè grazie a ciò ho avuto un dolcissimo scambio con un vecchietto che senza proferire parola ma solo con l’aiuto delle mani mi ha indicato la strada, e al tempo stesso mi ha insegnato a contare fino a cinque in cinese.

E ho scoperto, grazie al mio ripetuto smarrire la strada, il centro nazionale di teatro sperimentale, sito in un edificio così grosso e squadrato che mi domando cosa ci sia rimasto, di sperimentale, nel teatro. Al tempo stesso però mi sono goduta la vista dei giovani creativi che giravano per le strade alla ricerca del posto giusto per provare le loro scene, mi sono commossa davanti alla scritta “theater is free”, ho passeggiato tra i baretti e i negozi di artigianato, ho bevuto pina colada in mezzo ai giovani cinesi alternativi e usato la connessione gratuita del pub per mandare inutili messaggi su whatsapp, in modo da sentirmi anche io una giovane europea del ventunesimo secolo e non una sfigata che è rimasta incastrata al di là della cortina di ferro negli anni settanta.

Mi piace ogni volta scoprire un nuovo pezzetto di Pechino, anche a costo di dover camminare per chilometri alla ricerca dell’uscita della stradina nella quale sono capitata, inciampando su resti di biciclette utilizzati per marcare la proprietà privata e finendo puntualmente con i piedi in pozzanghere sul cui contenuto non voglio indagare. Mi piace arrivare a un certo punto nello sfarzo occidentalizzato del San Li Tun, dove si parla inglese e si fa lo shopping all’europea, si beve l’aperitivo accompagnandolo con l’hummus o con qualche salsa texmex, perché siamo figli della globalizzazione e la cucina fusion ci fa belli.

Mi è piaciuto, in questo viaggio specialissimo, incontrare un vecchio compagno d’avventura e parlare con lui in un italiano che da troppo tempo non utilizzo, quello dell’analisi politica, della critica e dell’ironia. Splendeva il sole e faticavamo ad ammettere che fosse passato un anno e mezzo dall’ultimo nostro incontro, e pareva proprio l’altro ieri, e ciò ci divertiva e ci commuoveva.

Mi è piaciuto stamattina svegliarmi e pensare che sono in vacanza, per pochi ma meritatissimi giorni, dopo sei settimane di intensità e pesantezza e gioia inaspettata e difficoltà.

Mi sono fatta la doccia e ho pensato che la prossima sarà ad Hanoi, Vietnam.

Mi sono ricordata della prima volta che ho sentito nominare il Vietnam: avevo cinque anni e al mare sulla riviera romagnola ero diventata amica di due sorelline che avevano gli occhi a mandorla. Avevo chiesto a mia madre se fossero cinesi, perché per me ovviamente a quell’età l’equazione occhio a mandorla = Cina era inconfutabile, e lei mi aveva detto che no, che venivano dal Vietnam, un paese dove c’era stata la guerra. Per non veder crollare il mio mondo di certezze le avevo chiesto se il Vietnam era vicino alla Cina, e con clemenza mamma aveva risposto di sì.

A quel punto il tempo della doccia è terminato. Ero completamente sveglia, pronta per la mia vacanza in realtà già cominciata 24 ore fa. M’importa poco che in Vietnam ci sia una supposta tempesta tropicale. Qualche cosa succederà. Sono di nuovo viaggiatrice e questo mi solleva e si consola.

Tornerà un altro inverno

e cadranno mille petali di rose

la neve coprirà tutte le cose

.

Che poi rientrare a Pyongyang sarà comunque troppo repentino e troppo veloce. L’aereo atterrerà sulla pista deserta e tornerà il familiare senso di lieve asfissia nel percorrere tutto il tragitto fino al capannone dell’aeroporto. Sarò felice di ritrovare le mie persone, le mie piante, le mie cose. Mi domanderò per quante volte ancora dovrò e vorrò tornare. Se sarò fortunata la stagione delle piogge sarà terminata e potrò andare al lago ancora per qualche tempo.

Molti partiranno, molti arriveranno.

Io comincerò a pianificare il nuovo viaggio, ed avrò respiro.

odio l’estate

Ma ora, in questa terra di nessuno che è il caffè Costa dentro il terminal 3 dell’aeroporto internazionale di Pechino, foto casuali dell’Italia appese alle pareti come se bastassero delle immagini stereotipiche a rendere migliore il caffè, ora aspetto il mio aereo, e penso solo ad andare.


Post scriptum delle sette di sera orario dell’aeroporto di Hong Kong, che per quanto mi riguarda potrebbe anche non essere l’orario di fuori.

Pare che la famosa tempesta tropicale si stia abbattendo tra HK e il Vietnam. Sono sicura che si tratta delle maledizioni del mio ex, concentratesi in una sorta di tornado intradimensionale. Ciò nonostante continuo imperterrita, dopo aver ingollato per intero il peggiore pasto della storia, fornito dai gentili cuochi assassini di Air China, il mio viaggio verso l’Indocina.
Prima o poi arrivo, promesso.

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Gen 30 2013

Pyongyang- Kuala Lumpur: Far Away, so close

La mia Malesia comincia a Pechino il 25 dicembre.

 

Eliminato qualsiasi rimasuglio di educazione cattolica, piglio l’aereo il giorno di Natale alzandomi a un’ora improbabile. Ero convinta di aver preparato per bene le valigie e invece come al solito gli ultimi preparativi mi fanno arrivare quasi in ritardo all’appuntamento con l’autista. Telefonino, chiavi, riscaldamento, ma soprattutto rubinetti. Quando si lascia questa città per alcuni giorni la cosa fondamentale sono i rubinetti. Che se per caso ti dimentichi un rubinetto aperto in uno dei lunghi momenti di razionamento dell’acqua, poi ti trovi il palazzo allagato. E siccome mi e’ successo appena una settimana fa, il 25 dicembre prima di chiudere casa faccio il giro delle tubature almeno quattro volte, andandomene comunque un un gusto d’irrisolto in bocca e il terrore che la vicina di sotto si ritrovi nuovamente la cucina allagata a causa mia.

 

Piccole paranoie da paese in via di sviluppo, che danno un tocco d’avventura alla noia della quotidianità. Ma questa è un’altra storia, che racconterò forse fra un anno o due, o forse mai, dipende da quanto mi pagano.

 

 

L’aeroporto è tanto freddo quanto la strada e l’auto. Non vedo l’ora di salire a bordo. Ma come al solito le procedure sono lunghissime, mi si ghiacciano i piedi, le mani, il naso. I locali paiono impermeabili al gelo, chiacchierano come se niente fosse mentre le uniche due occidentali presenti in sala d’attesa, io e Julie, la mia compagna di viaggio, tremano come foglie sferzate dalla tramontana.

 

25 dicembre 2012, tra sei o sette ore la mia famiglia si sveglierà e farà colazione con pandori e panettoni, litrate di caffelatte ma con il dolcificante, che tutti sono categoricamente ed eternamente a dieta, una specie di maledizione di Sisifo che distingue come un dna il mio albero genealogico. Io non ci sarò, perchè sono a 10.000 km di distanza dall’Italia, a meno 17 gradi, ad aspettare il mio aereo per Pechino. Che finalmente parte. Guardo la città che diventa piccola piccola e poi scompare: la mia vacanza è cominciata.

 

 

La Malesia è allora un po’ Cina e un po’ Tailandia, prima di essere Malesia. Pechino ci accoglie con tutti i festoni di un natale inutile, commesse travestite da babbonatale e l’estetista che mi fa i peli indossando il rituale cappello rosso e bianco. Ceniamo alle cinque, che abbiamo una fame boia, nel ristorante thai più fico del quartiere, e io mi sento proprio una signora mentre accarezzo i piatti di legno e ciuccio il mio succo armonizzante rivitalizzante energizzante al cetriolo cocomero cavolo cinese coriandolo cumino carota.

 

In Cina come di prassi ci si sta solo il tempo necessario per riabituarsi al capitalismo e comprare le cose imprescindibili. Nel mio caso un costume, che come al solito ha il reggipetto troppo piccolo ma è il migliore che ho trovato, ho dovuto contrattre mezz’ora per ottenerlo a un prezzo decente, maledetti mercanteggiatori cinesi e maledetti mercati sempre troppo pieni di turisti imbambolati. Ma insomma alla fine il costume è in borsa, le creme solari si compreranno a Kuala Lumpur, il messaggio di risposta automatica dell’email è stato attivato e tutto è pronto, compreso un grosso sacco nero dove chiuderò cappotto sciarpa guanti e cappello per ben 18 giorni. Non ci posso credere. L’ultima vacanza così esotica risale al 2010 e fu il tremendo soggiorno in Tailandia con il mio ex, non ci voglio manco pensare. Quanto disamore, quanta tristezza, quanta pochezza. Ma il primo proposito per il 2013 è, appunto, smettere di pensarci, e proprio per questo me ne vado in Malesia, costumino in borsa e una guida letta e studiata fino all’inverosimile.

 

 

Neanche si fa in tempo ad abituarsi al caos di Pechino che si è sull’aereo per KL. Sei ore di volo e nemmeno un’ora di fuso orario. Il viaggio perfetto, completamente verticale, la chiara, inebriante direzione è il meridione o, in un’altra prospettiva, il centro della superficie terrestre.

 

L’unica, terribile ed eccitante differenza è in temperatura: passiamo dai -17 a + 27, esattamente quaranta gradi di differenza, e in fondo è proprio per fare questa esilarante esperienza termica che abbiamo scelto la Malesia.

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Dic 26 2012

Rifornimenti pechinesi

Published by lucilla under malesia, cina, viaggi, carla vitantonio

Sono le sei e Pechino attorno a me si sveglia al suono delle sirene. Non si vede ancora niente ma so che i grattacieli tagliano l’aria gelida e, più in basso, i tricicli attraversano gli hutong. Natale a Pechino vuol dire menù speciali nei ristoranti, qualche cameriera col cappello da babbo natale e canzoncine stupide nei negozi di biancheria intima. Il resto lo lasciamo a chi sta dall’altra parte del mondo, mentre la città si muove esattamente come ha fatto ieri e come farà domani. Dunque oggi 26 dicembre mi guardo attorno e non ci sono resti di panettoni attorno a me, numeri fuoriusciti dal contenitore verde della tombola, fagioli e cartelle sparsi, bicchieri sporchi di limoncello. La qual cosa, devo ammettere, mi consola non poco, e ancor di più mi piace il tepore di questo appartamento che mi aiuta a dimenticare i meno 17 gradi di ieri. Partita a un’ora indecente da casa, atteso l’aero per un tempo interminabile in un locale categoricamente non riscaldato, poi improvvisamente catapultata nello spazio despazializzato dell’apparecchio, sotto di me le montagne e, da qualche parte, la muraglia cinese, infine Pechino e tutto il suo casino. Che mi pare quasi di essere a casa, oramai ci ho la mia estetista, la mia manicure il mio supermercato e il mio ristorante. Si viene a Pechino a prendere un po’ di aria fresca e io è già la terza volta in sei mesi che ci sbarco, con la lista di prelibatezze da acquistare e di lussi da concedersi. Che se uno non la fa, questa vita, non si rende conto di quanto Pechino possa apparire strabiliante opulenta e generosa in tutto il suo sfoggio di lucine e musichette. Ma noi che veniamo dall’altro mondo ogni volta ci mettiamo un pochetto ad ambientarci alle pubblicità che scorrono sugli schermi lcd delle carrozze della metropolitana.

Eccomi dunque, di passaggio da Pechino verso Kuala Lumpur, comprate mutande bianche in numero di due e oggi decisa all’acquisto di un paio di calzini antisanguisuga e un bikini. Il sole sta sorgendo sulla Cina e la mia compagna di viaggio se la dorme beatamente. Mi sento riposata, rilassata, pacifica. La città è bellissima. E io, mentre mi preparo il primo caffè, mi rendo conto che sono esattamente dove vorrei essere.

Il viaggio è cominciato.

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Giu 30 2012

La vera muraglia cinese

I cinesi hanno fatto le cose in grande anche questa volta. Non solo non si riesce ad accedere a Facebook e twitter, ma pare che alcune connessioni schermino addirittura le lucilleidi. La nuova muraglia cinese passa attraverso i nodi della grande ragnatela e mi lascia impotente e un po’ cretina di fronte allo schermo che mi dice connessione annullata. Anche questa volta i cinesi hanno vinto, almeno fino a quando non scoprirò il trucco per aggirare i milioni di soldatini virtuali che mi stringono d’assedio. Per ora chiedo a chi mi legge, se ne ha voglia, di postare su facebook e su twitter i miei aggiornamenti, così siamo tutti più tranquilli (io per prima).

Terminato questo preambolo posso comunicare che sono ufficialmente in Cina, in attesa di partire per la destinazione finale. Lo ammetto, lo scrivo (e lo penso) con un po’ di fatica. Temo che da un momento all’altro un cataclisma diplomatico si abbatta su di me e io rimanga per sempre bloccata in piazza Tienammen, proprio come oggi.
Eh sì, oggi 30 giugno 2012 sono stata là. Tutto il giorno. Un sole che ti trasformava in cotoletta in 45 secondi. Innumerevoli controlli di borse e borsette. Decine di migliaia di milioni di miliardi di mattoncini da percorrere. E soprattutto, i cinesi. I cinesi, perdio, sono tanti. Tantissimi. I cinesi sono molti di più di quanti possiamo immaginare. I cinesi sono infiniti, i cinesi sono immensi. In Cina, i cinesi sono praticamente ovunque. E forse anche fuori dalla Cina. I cinesi vanno in pellegrinaggio in piazza Tienammen e pagano il (caro) biglietto senza fiatare, allora le cose sono due: o il socialismo postmaoista ha veramente vinto, e questi stanno veramente ogni anno meglio di quello prima, o (e io propendo per la seconda) il governo cinese ha pagato miliardi di comparse per farmi credere (a me, proprio a me, la lettrice di italiano all’università di Pyongyang) che i cinesi visitano tutti piazza Tienammen, come i mussulmani andrebbero alla Mecca. Forse sono un tantino egocentrica.

Piazza Tienammen è smisurata. A un certo punto ti viene voglia di morire. Purtroppo quel punto si trova sì e no a un terzo della piazza. Rimangono altri due terzi, e il ritorno. Perdio, perdio. C’era Mao, il compagno Mao che mi guardava, che guardava me, proprio me! Dall’alto della sua fotografia. Io l’ho ringraziato. Per una serie di motivi che non ho intenzione di mettere per iscritto. Poi mi sono incartata, perchè questo viaggio è segnato da una assoluta novità: per la prima volta nella mia vita posseggo una macchina per produrre i dagherrotipi. La questione non è semplice come potrebbe sembrare. i dagherrotipi mi hanno preso un sacco di energia.
Per fortuna c’erano i miei ghiacciolini preferiti, in vendita a tutti gli angoli a soli 3 yuan (50 centimi). I GHIACCIOLINI DI SOIA!!!
Sono dei ghiacciolini apparentemente alla menta, ma attenzione, non bisogna credere all’apparenza. E io, in cinque mesi di Corea del Sud, ho imparato. I ghiacciolini verdi sono al gusto di fagiolino di soia. Ho già dedicato diversi scritti all’argomento. Superato l’orrore iniziale, il consumatore e la consumatrice scopriranno che essi sono ottimi.
I ghiacciolini di soia, al sapor di fagiolata, mi hanno salvata nei meandri della città proibita. Io li amo.

Poi ci sarebbero molte cose da dire sull’estrema civiltà di questi cinesi. Non sto scherzando. I bagni cinesi sono, a eccezione dei bagni del centro sociale TPO di Bologna, gli unici bagni dove sono disponibili degli assorbenti. I cinesi hanno capito come si fanno i bambini, e soprattutto come non si fanno. Potrebbero spiegarlo in giro e non tenersi il segreto. Potrebbero parlare col Papa, perdio.

I cinesi, per certe cose, sono proprio civili. Io li amo già tutti, milioni di milioni quanti sono. Ma già sono pronta per salpare verso nuovi lidi. E siccome non sono in grado di caricare i dagherrotipi sul sito, li metto sul mio account flickr, per i più curiosi.

Così, alla vecchia.

http://www.flickr.com/photos/10509702@N00/sets/72157630359148504/

E dalla grande muraglia, per oggi, è tutto.
Good night, and good luck.

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