Archive for the 'vietnam' Category

Ago 15 2013

Se penso a come ho speso male il mio tempoooooo

Che poi dopo un viaggio infinito arrivi in Cina, e ci sono due amici ad aspettarti in una casina piccola piccola dove però ci sono acqua calda, asciugamani puliti e un ventilatore puntato proprio sul letto. E ti sembra quasi casa. Allora riparti per l’ultimo pezzo di viaggio, speranzosa, ripetendoti che questa sensazione di morte e tragedia che hai dentro è solo lo stress da fine delle vacanze.

Ti dici con un poco di indulgente autoironia che sei diventata proprio una borghese da film degli anni ottanta, che all’idea di tornare in ufficio ti senti male e sei più angosciata di prima della partenza. Ti ricordi di quando non esisteva la routine, non esisteva un ufficio, ma esistevano travi rosse sul soffitto da guardare alle cinque di mattina di un giorno qualunque, dopo aver lavorato sempre troppo ma sempre con gioia.

Ti infili in un aereo iperaffollato da turisti che si sentono i più fichi del mondo perchè stanno arrivando proprio là dove vivi tu.  Ti siedi al tuo posto, sempre vicino al finestrino, oramai l’hostess lo sa a memoria. Pensi al tuo socio. L’odore di morte del Vietnam non può che ricordarti tutti i cadaveri della tua vita. In particolare i cadaveri dei suicidi.
Conti i morti sulla strada. Non conosci i motivi. Come ad Halong Bay nuotavi tra lattine di coca cola e pannolini così i pensieri cercano di districarsi tra tutti questi pezzi di carne marcescente.
Continui a porti delle domande sul perchè così tante persone hanno scelto di suicidarsi da te. Ti ripeti che capita a tutti. Che non importa avere le risposte. Che la vita poi mostra le differenze, e le differenze sono un indice del fatto che no, non poteva andare altrimenti. Però un po’ fa male ancora.

Intanto l’aereo si avvicina paurosamente a destinazione e non c’è più tempo per queste inutili lamentazioni.
Inevitabilmente comincerai col piede sbagliato, perchè questa vacanza è stata troppo breve e troppo densa di presagi.

Ma la stagione dell’amore viene e va…
i desideri non invecchiano quasi mai
con l’età

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Ago 12 2013

Ultimi brandelli dalla terra dei Viet Cong

Giorno sei, ore non so ma molto presto

Mi stupisce la bellezza delle persone, che si manifesta in tutta la sua dirompente luminosità nonostante io sia malata, incazzata con l’agenzia di viaggi che avrebbe dovuto restituirmi dei soldi e non l’ha fatto, maldisposta verso il mondo del lavoro in generale e il mio capo in particolare e blablabla. Le persone attorno a me sono curiose, disponibili, e io per fortuna mi adatto. Sempre, sempre dare una seconda possibilità, bisogna. E spesso ne vale la pena.

Sono a Sapa adesso, dopo una notte in treno che mi ha fatto pensare alla Tailandia, come un po’ tutto, del resto. Ho viaggiato con due ragazze statunitensi e seminude che mi hanno chiesto di chiudere a chiave la cabina per paura che qualcuno le derubasse o violentasse o sai tu cosa. Mi veniva da ridere di fronte alla loro richiesta tutta impregnata del loro paese e dello schifo di società che hanno costruito.

Noto tuttavia, in questo posto, una grande differenza tra i vietnamiti che fanno affari e gli altri. O forse mi sbaglio. Forse la differenza che vedo è quella, normale, tra persone che vivono in un mondo normale, circondate da stimoli normalmente eterogenei. Alcuni sono miti, disponibili e gentili, altri sono arraffoni e provano a imbrogliarti o a fare i furbi in qualche modo. Altri ancora sono estremamente scortesi, come certi venditori del mercato che ti offendono senza motivo e allora di viene da dire sai cosa, i miei pochi soldi borghesi li do a qualcun altro. E si vede il lato peggiore del capitalismo, quello che emerge in tutti i paesi quasi/ex/socialisti che ho visto. La gente vuole vuole vuole, disperatamente vuole. Il possesso l’uso compulsivo e lo spreco sono il segno del benessere, del trionfale ingresso nel mondo del capitalismo e del successo. La gente prende lascia sporca spreca. Con gusto. In una bulimia ossessiva che sparge morte attraverso le decine di discariche abusive che vedo ad ogni angolo. I bambini lanciano lattine vuote in acqua e i genitori sorridono condiscendenti, sperando che qualcuno abbia visto che il loro figlio aveva posseduto una lattina e si era potuto permettere il lusso di gettarla in mare.

Io tutto questo lo odio.

Ah, ecco, ora è arrivata la guida, che è una ragazza Zhai (in realtà nata in una tribù Hmong ma sposata Zhai e quindi naturalizzata) piccola piccola. Ha 21 anni, a 15 si è sposata, a 16 ha sfornato il suo unico figlio e adesso per lavoro scorrazza turisti di tutto il mondo nelle montagne della zona di Sapa. Mi domando quante persone al mese le facciano le stesse domande idiote sulle tradizioni e i costumi e tutto il resto, proprio come sto facendo io, convinte di essere intelligenti e originali.

Più tardi

Il giorno è bellissimo e caldo e intenso. Abbiamo camminato sotto il sole ridendo e facendoci domande su tutto quello che ci viene in mente. I miei cinque compagni, tre francesi e due spagnole, mi sembrano paioli pieni di danari incontrati alla sorgente dell’arcobaleno, ovvero qua, su queste montagne terrazzate e piene di riso e fiumi e porcellini neri e bufale che ti guardano con occhi compassionevoli.

Arrivati finalmente al bivacco dopo una ventina di chilometri faticosissimi, ci siamo spogliati e buttati nel fiume nonostante la corrente fortissima. Pare di conoscersi da mesi, già abbiamo i nostri scherzi e i nostri ricordi condivisi, già nel fiume ci siamo dati la mano per evitare di scivolare sul sasso malefico, già siamo stati in silenzio su una pietra assolata e siamo pronti alle prime confidenze.

Giorno sette, mattina prestissimo, tipo le sei

Stamane piove e tutto è umidiccio. Speriamo solo che smetta per le nove, ora in cui dovremmo cominciare il nostro secondo giorno di cammino. La giornata di ieri è trascorsa tra sentieri scivolosi e donnine che cercavano di venderci ogni cosa, mentre noi, zampe nel fango giallo fino alle ginocchia, speravamo silenziosamente che l’ultima pozzanghera nella quale avevamo lasciato l’impronta non fosse una cacca di bufala liquefatta. Abbiamo riso e faticato tutto il giorno, su e giù tra le terrazze, che io mi dico ma perchè non le fanno pure in Corea? Oramai in coltivazioni di riso sono un’esperta blateratrice, come pure nella contrattazione per l’acquisto dei tessuti colorati di indigo che le donnine Hmong vestite di canapa nera provano a vendere. La sera ci siamo passati il biafine ridendo delle nostre ustioni da camminatori improvvisati e dei nostri dolorini alle gambe e alla schiena. I miei compagni mi hanno soprannominato Granma Carla, visto che per la prima volta nella mia vita alla veneranda età di 34 anni sono la più vecchia della ciurma, ascoltano a bocca aperta come dei piccoli nipotini le storie della mia Corea e soprattutto quelle del mio teatro, mi chiedono di aiutarli a contrattare per un paio d’orecchini o una borsetta e poi come Giotto e Cimabue (notare l’umiltà del paragone) diventano ben più bravi di me e strappano prezzi al limite dell’indecente per pezzi d’artigianato locale. Ho il braccio pieno di braccialetti comprati da donne Thai, che dovrei regalare ad amiche lontane ma so che finirò col conservare.

Mi piacciono i miei nuovi nipoti. Sono uno spettacolo di bellezza e intelligenza e curiosità. Siamo di buonumore e ci facciamo gli scherzi senza paura di offenderci, a me ovviamente viene da pensare che tutta questa facilità nel contatto deriva dal fatto che siamo Europei e tra noi non c’è tutto l’abisso culturale al quale oramai mi sono a malapena abituata (o quasi). Mentre camminavo ieri,, sotto il sole inclemente, ho deciso che rimarrò in Corea fino alla fine del mio incarico, qualsiasi esso sia. Non devo avere paura del dopo, ha ragione Alice, qualche cosa succederà. Qualche cosa farò succedere. E anche non devo rimanere attaccata a quello che ho a causa di questa paura. E’ come non lasciare un fidanzato che non si ama più per paura di essere soli, per paura di essere cambiati. E’ come fare come ha fatto lui con me. Allora ho espresso due nuovi desideri mentre le donne mi allacciavano i braccialetti di tessuto che fanno a mano.

Intanto piove a dirotto.

I compagni dormono ancora.

Ciascuno ha la sua storia dentro, e la mia solo all’apparenza è più spettacolare delle altre. Se avessi dei figli li porterei con me come la famiglia francese che ho incontrato ieri.

Sotto la pioggia passano donne che si preparano a una nuova giornata di vendita.

La sera

E’ stata una delle giornate più bagnate della mia vita. Ho pensato tutto il giorno al famoso trekking con Cois, Cundaro, Lontra e Licazzone, quello trascorso tra neve ghiaccio e pioggia e risate. E così è stato pure oggi, senza il ghiaccio e la neve. Le scarpe erano zuppe dopo la prima ora. Dopo tre ore l’impermeabile si è impregnato a tal punto da essere inutile. Nonostante tutto abbiamo continuato a ridere, chiacchierare e a volte canticchiare per ammazzare la fatica e i brividi di freddo e ogni tanto anche la paura, quando all’improvviso dovevamo attraversare fiumi che straripavano dalle risaie. Al pomeriggio a un certo punto dovevo anche fare la pipì e ovviamente non potevo, perchè farla avrebbe implicato una serie di manovre complicatissime sotto la pioggia battente, allora continuavo a camminare e canticchiare ma mi odiavo e tutto mi sembrava miserabile e la fine irraggiungibile. Mi ripetevo che camminare è un allenamento, che ogni passo in più aumenta la mia resistenza a questa vita beffarda, ma la mia vescica e le mie gambe non erano molto motivate da questi discorsi filosofici.

Poi all’improvviso siamo giunti al bivacco, acqua calda, birra gelata, patatine fritte e di nuovo l’incontro con i miei amici economisti italiani che hanno fatto un altro giro. Abbiamo bevuto vino di riso fino a un’ora che ci appariva tardissima e invece erano le dieci. Thomas affianco a me si è già addormentato, e adesso anche io mi rifugio sotto la zanzariera.

Giorno otto, ora di pranzo.

Niente da fare, continua a piovere che pare che qualcuno stia tirando secchiate d’acqua giganti su questo pezzo di mondo. Stamane abbiamo camminato un paio d’ore per raggiungere un vecchio villaggio semiabbandonato ma peggio mi sentivo, le scarpe sono ancora fradice da ieri e l’impermeabile pure. Oramai le uniche cose ancora asciutte che abbiamo sono quelle lasciate a Sapa prima di intraprendere il cammino.

Ciò nonostante sono felice. Felice e malmostosa insieme. Malmostosa perchè la fine della vacanza si avvicina e con essa il ritorno a Py, che mi riempie di ansia e angoscia. Felice perchè questo viaggio mi ha regalato persone bellissime e storie meravigliose e intimità e una forma di amicizia che non sperimentavo da tanto tempo. Fra poco ci toccherà l’ultimo pezzetto di cammino sotto il diluvio e poi prenderemo uno dei soliti pullmini suicidi che ci porterà all’ostello. Doccia calda, ritiro dei bagagli, treno. Presto, troppo presto, saremo di nuovo ad Hanoi.


Giorno nove, mattina prestissimo, come al solito oramai.

Le mie mattine cominciano sempre prima e questo mi piace.

Ieri sera abbiamo avuto i biglietti venti minuti prima che il treno partisse e ci siamo precipitati al nostro vagone in un gran trambusto di posti scambiati e valigie trascinate, non senza prima però rifornirci di birre e biscotti e contrattare la donazione di alcune banane. Abbiamo occupato la cabina e abbiamo chiacchierato per sei delle dieci ore di viaggio, ascoltando la musica di Gibì attraverso il suo dispositivo wireless in pieno stile ventunesimo secolo. Abbiamo sgranocchiato i biscotti e riso e ci siamo raccontati cose segrete, ognuno le sue. Non so come è successo e perchè, ma a un certo punto la nostra cabina è diventata una bolla magica e preziosissima, abbiamo capito che stavamo per separarci e ci siamo fatti un regalo. Adesso ognuno di noi custodisce cinque segreti coi quali viaggerà nell’attesa di una mail che sveli come sono andate a finire le cose.

Nel vagone c’era un’atmosfera di complicità e gioia, proprio come se non fosse stato per caso, proprio come se avessimo deciso insieme di fare quel viaggio e ne fossimo stati soddisfatti, proprio come se la nostra amicizia fosse cominciata molto prima e fosse stata pronta a continuare una volta scesi dal treno. E invece lo sapevamo che, una volta arrivati, ci saremmo separati e niente sarebbe più stato come prima. Ma in fondo chi lo può dire, no?

Sono andata dunque al mausoleo a vedere il corpo di Zio Ho. Mi ha fatto una strana impressione la piccolezza, la modestia dell’edificio, che ho dovuto immediatamente confrontare coi ricordi del Palazzo del Sole. La semplicità di Zio Ho e la sua compostezza, nonché la rapidità della visita, mi hanno restituito la misura di tutte le possibilità che, dove sto io, per un motivo o per l’altro non vengono esplorate. Eppure le dimensioni del mausoleo non gli tolgono dignità anzi, gli regalano un’aura quasi mistica.

Tuttavia, di fronte ai resti del Vietnam che fu, ho sempre l’impressione di assistere a rituali svuotati, di avere in mano una noce di cocco vuota. Non è rimasto più niente, al di fuori del mausoleo e della piccola casa gialla dove Zio Ho viveva preparando una rivoluzione che fu solo in parte.

Stravolta dal viaggio, dalla pioggia accumulata in questi giorni, dalla delusione per il precoce tramonto del Sol dell’Avvenir e dal caos di Hanoi, ho raggiunto l’ambasciata svedese che magnanimamente mi ospita con tanto di uso piscina. Michaela mi ha portata a fare colazione in un posto superchic e così ho ancora una volta rapidissimamente cambiato mondo. Catapultata nella Hanoi degli espatriati, dei negozietti equosolidali, i primi che vedo in Asia, e della colazione all’inglese con ingredienti biologici, mi sono concessa il lusso del capitalismo responsabile.

Giorno dieci, ora imprecisata.

Shopping compulsivo, angoscia per il ritorno e riflessioni su questo Vietnam che non mi convince. Ho comperato manifesto in un negozio che diceva “old propaganda posters”. Mi sono domandata se potrò mai vedere una scritta del genere a Py. Il ritorno mi spaventa e Hanoi mi incasina ancora di più in questo trambusto di motorini e pullmini suicidi. Avrei voglia di partire per trovare quello che molto probabilmente non mi aspetta. Sono sempre la stessa postadolescente illusa. Mi guardo allo specchio e ho la solita allergia al sole che mi viene ogni volta che viaggio, dai tempi del Mozambico. Mi intenerisce e mi sconsola. Le cose peggiori non cambiano.

Giorno undici, Hong-Kong.

Ieri, ultimo giorno ad Hanoi, ho fatto un incontro inquietante con una donna che mi ha mentito per paura. Ho rispettato il suo timore, ho comprato la sua stoffa e non ho insistito con le mie domande. In fin dei conti ho scoperto a mie spese che nell’Asia confuciana la verità cambia a seconda del contesto e il concetto di menzogna è spesso associato a quello di cortesia.

Il Vietnam non mi racconta niente, se non la desolazione che segue la morte dell’ideale. Tutto è falso, persino il sughero delle scarpe ricoperte di paillettes che si vendono sul lungolago. Le casette altealte rimangono in piedi grazie alla convinzione dei turisti. Le bettole che servono caffè e birra fredda sono affollate di neozelandesi ubriachi. Dove sono loro, i vietnamiti? Sfrecciano sui motorini verso obiettivi sconosciuti. Alcune donne, cariche fino all’inverosimile, provano a vendere frutta e pentolame.

Ieri sera sono tornata all’Opera, proprio come la prima sera. C’era il concerto della Youth Asian Orchestra. In maniera del tutto inaspettata mi sono commossa, e a un certo punto ho quasi pianto. All’improvviso mi è apparsa nitida l’immagine di mio padre che, io piccolissima, mi mette sul grosso divano ad angolo color marroncino e mi fa ascoltare Beethoven, raccontandomi cosa vogliono dire i violini, cosa rispondono i fiati. E’ stato un viaggio bellissimo.

Questi ragazzi così giovani sono ovviamente allenati da maestri europei, e si vede. Ecco la snob colonialista che sbuca fuori. Eppure non posso fare a meno di pensare che tutta la loro capacità di emozionarmi deriva dal fatto che hanno saputo superare la loro tecnica e mettersi al servizio della musica. La tecnica non dovremmo vederla mai, dicevo ai miei allievi quando il teatro faceva ancora parte della mia vita.

Erano bellissimi, quei ragazzi tremanti come piccole piante, tutti insieme sul palco. Ho pensato che gli artisti dovrebbero cambiare lavoro a trent’anni, se non riescono a mantenere la gioia e la paura e la timidezza e l’ispirazione che ho percepito ieri durante il concerto. E ch molto tempo fa, ne sono sicura, avevo anche io.

Mentre i ragazzi suonavano Brahms ho immaginato di tornare e fare uno spettacolo nuovo. E’ stato un pensiero breve ma bello bello bello. Poi sono tornata a me, alla mia età, alla necessità di sopravvivere, alla mancanza di allenamento e a tutto il resto.

Stamane prima di partire ho incontrato Ragù. Non ci vedevamo forse da cinque anni. Lui è sempre lui, e forse anche io sono sempre io. E’ stato bello darci un appuntamento davanti alla cattedrale, ognuno in viaggio verso mondi diversi. Gli ho chiesto di slacciarmi il braccialetto che portavo da prima di partire per Seul. Ciò che poteva realizzarsi si è realizzato, il resto oramai sta nei sogni del passato. Ho pensato al mio Socio, a come ha deciso di uscire dalla mia vita, al suo silenzio e al mio dolore mascherato di sarcasmo. I resti del braccialetto sono da qualche parte in borsa, ma li perderò presto.

In aeroporto, a sorpresa, ho incontrato i ragazzi dell’orchestra e ho fatto amicizia col loro maestro, italiano. Ora sono in aeroporto nell’attesa di arrivare a Pechino, e quasi mi lascio sopraffare dall’angoscia del ritorno. 

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Ago 11 2013

Torna ancora quest’estate torna ancora quest’estate insieme a me.

Tra Halong Bay e Bat Tu Long, giorno quattro

Primo kayak della mia vita insieme a Nicolas, che mi ha teneramente e pazientemente insegnato a remare. Questo gruppo di quattro francesi così delicati e gentili mi fa sentire a mio agio e mi fa provare una sorta di invidia e desiderio di inclusione. Mi piace questa ciurma di europei così variamente assortita. Una tedesca e un finlandese hanno lasciato il loro lavoro in Irlanda per fare il giro del mondo in un anno e poi stabilirsi in Germania dove dedicarsi probabilmente all’hackeraggio d’alto bordo. Due insegnanti inglesi mi raccontano come si fa a incontrare i ragazzi via internet e consigliano in ogni modo di tenere sempre many fingers in many pies. Due ricercatori d’economia italiani mi fanno ridere con la loro acuta ironia e mi fanno pensare ancora una volta che forse c’è speranza anche per l’uomo italiano, che non tutto è perduto e che sono stata io a trovare quelli sbagliati. Intanto la mia guida mi dice che bevo troppo caffè e che ciò non fa bene alle ragazze ma io come al solito proseguo imperterrita nelle mie pratiche scostumate.

Stamattina mi sono svegliata con la pioggia sul ponte e ho pensato che ne era proprio valsa la pena, di venire fino in Vietnam a vendicare tutte le amicizie perdute di mia madre.

 

Bay Tu Long, giorno cinque, ore sei del mattino

Alle cinque del mattino quest’isola è popolata solo da solitari ramazzatori di cortili. Spostano polvere e foglie di qua e di là alzando il cappello al mio passaggio. Mi piace scorrazzare in bicicletta per le stradine deserte alla ricerca del mio tempio in questo viaggio, tempio che peraltro, nonostante la generale sovrabbondanza dell’articolo, non ho ancora trovato. In compenso ho scovato diversi cimiteri e un posto dove sono arenate le barche a riposo, arrivate sulla terraferma con l’alta marea e rimaste là ad aspettare il prossimo viaggio.
Il punto non è quello che vedo, ho scoperto, ma l’ora del giorno in cui lo vedo, e come al solito riuscire ad uscire al mattino presto mi regala quello che i miei compagni di viaggio non vedranno mai. Anche perchè loro viaggiano tutti in coppia e probabilmente la sera hanno di meglio da fare che leggere alcune pagine di letteratura cinese. E anche la mattina. Ecco, sono un caso perso. Una vecchia zitella in vacanza a fingere di essere una frikkettona alternativa. E come se non bastasse fra dieci giorni sono di nuovo a Py, per cui ho una fame bulimica e ossessiva di libertà e le scorrazzate solitarie. Ogni tanto mentre mi avventuro per le strade meno battute mi rendo conto di aver paura che qualcuno mi fermi e mi dica che no, di là non si può andare. Ma qua non siamo là. E si vede.

 

Sul treno, ore 2030

I francesi mi hanno salutata dalla porta dell’albergo come dei vecchi amici, agitando le mani e raccomandandomi di fare attenzione. Ho regalato loro una cartolina con il mio disegno di pecorella e l’indirizzo email. Non pensavo che li avrei commossi, invece mi sono ritrovata spiaccicata tra otto braccia transalpine.
Il viaggio di ritorno ad Hanoi è stato un altro tripudio di pullmini ricolmi di turisti in corsa folle su strade che non capisci mai se sono a senso unico o se invece no. E quando lo capisci è troppo tardi perchè un enorme camion di fattura sudcoreana ti sta venendo proprio addosso. I pullmini suicidi paiono essere il mezzo di trasporto preferito dai turisti in Vietnam, ma io non riesco ad abituarmici e mi viene da vomitare dopo i primi 20 minuti di corsa folle verso la luce al di là del tunnel. Durante il viaggio ho fatto i pensieri migliori e quelli peggiori. In genere quelli peggiori riguardano la mia solitudine amorosa nonchè la mia supposta incapacità relazionale, quelli migliori la possibilità di avere almeno un lavoro soddisfacente così da limitare la desolazione della mia vita privata. Il tutto condito con sovrabbondanza di zuccheri raffinati, in questo caso specifico biscotti Oreo che qui vanno di gran moda e costano un euro o poco più.

La risoluzione di oggi comporta una certa assunzione di responsabilità nei confronti del lavoro e blablabla. Arrivata ad Hanoi ho fatto in tempo a condividere questi pensieri con  Claire, davanti a una birra ghiacciata di quelle che si vendono nella città vecchia. Hanoi per la prima volta mi si è mostrata nel caos delle sue nottate profumate di fritto e sudore. Mi è piaciuto questo pentolone colorato e rumoroso e non mi ha fatto paura. Ho pensato a Kuala Lumpur, a tutte le facce dell’Asia che sto vedendo in questi anni, alle birre bevute e ai segni male interpretati, ma poi ho dovuto smettere di pensare perchè è arrivata l’ora di prendere il treno verso ovest. Treno che piglierò con i miei due nuovi amici economisti italiani, se quelli dell’agenzia non fanno troppo casino.

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Ago 10 2013

E come l’anno scorso, al mare col pattino.

Giorno 3, verso Halong Bay, ore 14.30 circa

Spaparanzata su una sdraio in cima alla parchetta che solca le acque di Halong Bay, mi sembra proprio di meritare tutto questo. I dieci minuti di panico da “mioddio non conosco nessuno e tutti mi odieranno, mioddio tutti si parlano e nessuno rivolge la parola a me, mioddio torno indietro e mi chiudo in casa perchè in fondo io odio tutti” sono presto stati superati e i ritrovo mescolata a un gruppetto di civilissimi europei misti, coi quali parlo inglese francese e italiano e mi godo il venticello guardado con la coda dell’occhio la rossa bandiera vietnamita che sventola a prua.
Il viaggio fino a qui è stato lungo ma in fin dei conti non così terribile come temevo. L’allenamento coerano funziona. Quattro ore su un pullmino suicida, mentre a lato della strada venditori di marmi ammonticchiavano nella stessa orgia buddha, madonne addolorate e dragoni, in una sorta di pantheon socialista accerchiato e vigilato da una miriade di torri campanarie e cupole di ogni forma e misura che svettano a ogni angolo, per poi rivelarsi vezzi d’architettura pagana. Ecco uno dei migliori risultati del socialismo declinato in Vietnam. L’architettura si è riappropriata di ogni cosa. Tutto è dissacrato. Voglio una torre campanaria in cima a casa mia e me la faccio. Chi me lo vieta?

La barca è silenziosa come si merita dopo il pasto. Di fronte a me svetta una roccia a forma di pesce. Gli americani non ci sono riusciti, a distruggere tutto questo, penso mentre ciuccio una coca-cola light. Però cel’hanno fatta i Vietnamiti, invece, che hanno trasformato questa baia in una discarica gigantesca, dove si nuota tra lattine di birra e scatolette di tonno, tutto in nome di una nuova ricchezza che prevede in cima ai propri comandamenti lo spreco. Se fumassi ancora mi accenderei una sigaretta ma poichè ho smesso mi consolo con facili pensieri erotici sul giorno in cui eventualmente tornerei a casa e. Non dovrei pensarci, lo so, perchè coi tempi che corrono i maschi cambiano idea ogni sette ore, eppure non riesco a fare a meno di riporre un po’ di speranza in questa storia nata come un’avventura marittima in pieno stile estate borghese a Riccione con Gerri Calà e Isabella Ferrari.
Vorrei scrivere un pensiero filosoficamente rilevante per i posteri.
Ma evidentemente ho esaurito i miei bonus di saggezza.
Chissà se abbiamo internet su questa barca.
Chissà che fine hanno fatto tutti gli amici vietnamiti che mia madre aveva ai tempi dell’università e che a un certo punto si sono persi.
Chissà che cosa mangeremo a cena.
Chissà che lavoro farò tra un anno, per esempio.

Ore non so, ma più tardi nel pomeriggio

Ho una macchia di questo delizioso caffè sulla maglietta. L’unico suono intorno a me è il felice chiacchiericcio dei miei compagni, insieme al famoso sciabordio delle onde di cui tanto è stato scritto nella letteratura mondiale. Il villaggio galleggiante mi ha colta di sorpresa per la sua somiglianza ai luoghi di quel film “beasts of the South Wild”. Ho pensato ad Alice ed a tutte le cose che io vedo e lei no, che lei vede e io no.
siamo tutti europei sulla barchetta. Mi sento a casa e mi sembra proprio una bella compagnia. Ho poche parole e molta voglia di ascoltare, guardare e crogiolarmi in questa indolente e forse inutile transitoria felicità.

E’ per momenti come questo che resisto in quel posto?
E sono abbastanza?

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Ago 04 2013

Una borghese ad Hanoi

Hanoi, giorno due.

L’opera di Hanoi è la copia esatta di quella di Parigi. Costruita non so bene quando dai sofisticati colonizzatori europei. Ci si sente un po’ fuori dal tempo a calpestare il pavimento di mosaici e a guardare fuori dal grande terrazzo al primo piano, che affaccia sul traffico asiatico eppur gentile della capitale. Il Vietnam e il Giappone festeggiano quest’anno 40 anni di onorate relazioni diplomatiche, scopro oggi, e lo fanno con un concerto sponsorizzato nientepopodimenocchè dalla Toyota. Miracoli del socialismo declinato all’asiatica. Il problema, ho scoperto dopo tre anni trascorsi nel continente dagli occhi a mandorla, è che in Asia troppo spesso un buon concerto viene trasformato in un concerto veloce. Non esistono interpretazioni commoventi, esistono solo virtuosismi. Un andante viene trasformato in un allegro e un allegretto in un veloce al galoppo, di modo che non si fa in tempo a sentirsi a proprio agio tra le note che l’esecuzione è già finita. A sentire un concerto ti viene l’affanno, hai l’impressione di perdere il treno, di correre dietro a un bambino troppo veloce, di essere incalzata in un interrogatorio politico. Ecco, sto facendo un commento da vecchia borghese coloniale, ma diobon bisogna dare tempo alle cose per dipanarsi.
In qualsiasi paese dell’Asia io assista a un concerto, sono costretta a rimanere stupita dall’incredibile disciplina, dalla ferrea tecnica e dalla totale, imperdonabile mancanza d’interpretazione. Tutto è noiosamente poderoso, ogni direzione d’orchestra è la manifestazione del trionfo nazionalista. Gesummaria. Io a sentire un concerto così mi stanco dopo minuti sette e mezzo.

Ecco, adesso mi sento una novantenne incartapecorita che si sventaglia le perle e sospira lamentandosi dei tempi passati che non ci sono più e della meravigliosa Europa, culla della civiltà eppure inspiegabilmente e irrevocabilmente in declino. Ah, i barbari.

Eppure mi diverte girare per Hanoi sotto il diluvio universale. La stagione delle piogge ha deciso di manifestarsi in tutta la sua potenza e il demiurgo sta evidentemente svuotando il suo appartamento allagato lanciando catini d’acqua sul mio, di appartamento. Dopo dieci minuti di camminate sono fradicia, potrei anche togliermi le scarpe che tanto è inutile, ma mi piace questo Vietnam che fa ciaf ciaf,  l’odore di caffè si mescola a quello del bambù e la mitezza delle persone viene condita dall’incessante strombazzare dei clacson. Lo strombazzamento pare essere lo sport nazionale, praticato da pubblici e privati. Ciononostante i vietnamiti sono benedetti dalla totale mancanza di sguaiatezza che caratterizza a mio avviso i loro vicini e cugini-un-tempo-socialisti cinesi.

Scopro con sorpresa che anche qui, come da noi nella rossa Corea, si festeggia il 7.27, ma del 1947. Purtroppo nessuno dei miei amici diplomatici in loco sa dirmi che cosa successe in Vietnam, il 27 luglio del 47, e questo me la dice lunga sulla preparazione e sulla motivazione degli europei all’estero. In ogni modo la città è piena di striscioni rossi e di bandiere, così che mi sento un po’ a casa e vedo Pyongyang in ogni angolo delle strade. Una Pyongyang come Pyongyang non sarà mai, fatta di case lunghe lunghe e strette, di finestre sulle quali fanno ombra tendaggi di bamboo e di mercati dove accanto alla bandiera rossa si vendono funghi sudcoreani (che fotografo prontamente con il mio nuovissimo telefono intelligente, regalatomi dal babbo di modo che anche io mi sentissi una ragazza del futuro).
Rimango stupita dall’indifferenza nei confronti della mia macchina fotografica e mi rendo conto che 13 mesi al di sopra della DMZ si sentono eccome. Ci metterò forse qualche giorno ad adattarmi a questa superficiale libertà e al ritorno di facebook nella mia vita.

Un mondo senza social network è possibile, ho imparato, ma un mondo coi social network è più divertente e conferma l’illusione infantile di essere il centro del mondo, ci fa immaginare che tutti siano interessati agli stupidissimi fatti nostri e che tutti non vedano l’ora di guardare le nostre pessime fotografie e leggere i noiosissimi racconti di viaggi sempre uguali a loro stessi, per il semplice fatto che oramai, superati bellamene i trent’anni, siamo troppo strutturati e non riusciamo a guardare le cose con altre lenti se non quelle che ci siamo costruiti sguazzando per anni nella cultura alternativa della vecchia Europa dove è troppo facile dire che si è aperti, accoglienti, inclusivi, tanto non c’è un cazzo da includere perchè i barconi pieni di immigrati vengono fermati il più delle volte prima che possano anche solo sfiorare le nostre comode poltrone cucite con benevolenza postcoloniale.

E visto che mi devo rassegnare ad essere una vecchia colonizzatrice e imperialista in questa città della quale non capisco niente, mi faccio pure un massaggio in una spa dichiaratamente “per stranieri”. Ci manca soltanto che mi dedichi al turismo sessuale, sono davvero diventata pessima. Mi compiaccio del mio stesso cinismo e mi fermo ad osservare le casette che si appoggiano all’altra come a proteggersi dalla prossima tempesta tropicale e le persone che indossano i cappelli tradizionali, come Sampei quello che pescava le carpe giganti. Cappelli utilissimi che fanno scivolare la pioggia oltre le spalle, mentre il mio ombrello si sfascia alla prima folata di vento. Che frutta sarà quella che giace nei due cestini appesi a mo’ di bilancia alla spalla della signora che mi ha appena superata? Ci sarà una legge che permette a quella mamma di andare sul motorino con una figlia adolescente e due gemelli in braccio? Questi ed altri interrogativi mi pongo sotto la pioggia profumata di Hanoi, mentre affondo la faccia in una zuppa che profuma di cocco e limone e mi arrendo all’uso locale della birra con il ghiaccio. Sarà anche barbarie, ma con questo caldo, decisamente, funziona.

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Ago 02 2013

Good morning Vietnam, o quasi.

Giorno Uno, ore 12.00

Estate

sei calda come i baci che ho perduto

L’aeroporto è il luogo degli sconosciuti. Le persone transitano verso i loro mondi privati e a volte per caso capita che in questa sospensione temporanea si scambino quattro o cinque parole, perchè tanto lo sappiamo che non sono impegnative, tanto lo sappiamo che, vada come vada, alla fine delle cinque parole ci avvieremo felicemente verso l’uscita che ci traghetterà nel nostro prossimo mondo. Mi domando perché così spesso, in passato, ho cercato il sogno dell’amore proprio in posti come questo: aeroporti, stazioni, treni a lunga percorrenza e aerei. Me lo domando, mi rispondo e mi annoio di me stessa e del sogno infantile coltivato da troppe favole maschiliste, in cui il principe sarebbe arrivato da un mondo sconosciuto sopra un cavallo bianco e mi avrebbe portata verso l’ignoto e il nuovo, lontano dalle angherie della quotidianità. Una specie di treno ad alta velocità verso il futuro, tipo galaxy, il treno quello dei cartoni animati. Mioddio che triste quel cartone animato, pieno di gente che voleva i corpi meccanici.

Pechino è sempre la stessa bestia camaleontica. Per una serie di coincidenze che non so se definire fortunate o meno, il posto dove dormo di solito era pieno, dunque ho esplorato questa volta una zona nuova, un quartiere dove rimangono intatti gli hutong con le loro porticine rosse protette da spiriti di pietra e i bagni pubblici ogni cento metri, perchè si sa che i cinesi degli hutong non hanno il bagno in casa. Eppure vivono piuttosto bene, mi pare, e questo quartiere mi è piaciuto assai, incluso quel signore che iersera si è tirato fuori il pisello davanti a me per pisciare in un angolo, senza malizia, era questione di pura urgenza e il bagno pubblico era troppo lontano. Mi è piaciuto anche il caotico mercato di questa mattina nel quale signore incartapecorite sceglievano lentamente radici a me sconosciute e giovani alla moda smanettavano sul loro smartphone made in China. Un po ‘ meno mi è piaciuto l’albergo perchè lo staff non era proprio quello che definirei amichevole, e perchè per arrivarci mi sono persa almeno quattro volte e ho dovuto chiedere aiuto alla receptionist di un ostello poco lontano. Però in realtà di questo perdermi costante pure sono contenta, perchè grazie a ciò ho avuto un dolcissimo scambio con un vecchietto che senza proferire parola ma solo con l’aiuto delle mani mi ha indicato la strada, e al tempo stesso mi ha insegnato a contare fino a cinque in cinese.

E ho scoperto, grazie al mio ripetuto smarrire la strada, il centro nazionale di teatro sperimentale, sito in un edificio così grosso e squadrato che mi domando cosa ci sia rimasto, di sperimentale, nel teatro. Al tempo stesso però mi sono goduta la vista dei giovani creativi che giravano per le strade alla ricerca del posto giusto per provare le loro scene, mi sono commossa davanti alla scritta “theater is free”, ho passeggiato tra i baretti e i negozi di artigianato, ho bevuto pina colada in mezzo ai giovani cinesi alternativi e usato la connessione gratuita del pub per mandare inutili messaggi su whatsapp, in modo da sentirmi anche io una giovane europea del ventunesimo secolo e non una sfigata che è rimasta incastrata al di là della cortina di ferro negli anni settanta.

Mi piace ogni volta scoprire un nuovo pezzetto di Pechino, anche a costo di dover camminare per chilometri alla ricerca dell’uscita della stradina nella quale sono capitata, inciampando su resti di biciclette utilizzati per marcare la proprietà privata e finendo puntualmente con i piedi in pozzanghere sul cui contenuto non voglio indagare. Mi piace arrivare a un certo punto nello sfarzo occidentalizzato del San Li Tun, dove si parla inglese e si fa lo shopping all’europea, si beve l’aperitivo accompagnandolo con l’hummus o con qualche salsa texmex, perché siamo figli della globalizzazione e la cucina fusion ci fa belli.

Mi è piaciuto, in questo viaggio specialissimo, incontrare un vecchio compagno d’avventura e parlare con lui in un italiano che da troppo tempo non utilizzo, quello dell’analisi politica, della critica e dell’ironia. Splendeva il sole e faticavamo ad ammettere che fosse passato un anno e mezzo dall’ultimo nostro incontro, e pareva proprio l’altro ieri, e ciò ci divertiva e ci commuoveva.

Mi è piaciuto stamattina svegliarmi e pensare che sono in vacanza, per pochi ma meritatissimi giorni, dopo sei settimane di intensità e pesantezza e gioia inaspettata e difficoltà.

Mi sono fatta la doccia e ho pensato che la prossima sarà ad Hanoi, Vietnam.

Mi sono ricordata della prima volta che ho sentito nominare il Vietnam: avevo cinque anni e al mare sulla riviera romagnola ero diventata amica di due sorelline che avevano gli occhi a mandorla. Avevo chiesto a mia madre se fossero cinesi, perché per me ovviamente a quell’età l’equazione occhio a mandorla = Cina era inconfutabile, e lei mi aveva detto che no, che venivano dal Vietnam, un paese dove c’era stata la guerra. Per non veder crollare il mio mondo di certezze le avevo chiesto se il Vietnam era vicino alla Cina, e con clemenza mamma aveva risposto di sì.

A quel punto il tempo della doccia è terminato. Ero completamente sveglia, pronta per la mia vacanza in realtà già cominciata 24 ore fa. M’importa poco che in Vietnam ci sia una supposta tempesta tropicale. Qualche cosa succederà. Sono di nuovo viaggiatrice e questo mi solleva e si consola.

Tornerà un altro inverno

e cadranno mille petali di rose

la neve coprirà tutte le cose

.

Che poi rientrare a Pyongyang sarà comunque troppo repentino e troppo veloce. L’aereo atterrerà sulla pista deserta e tornerà il familiare senso di lieve asfissia nel percorrere tutto il tragitto fino al capannone dell’aeroporto. Sarò felice di ritrovare le mie persone, le mie piante, le mie cose. Mi domanderò per quante volte ancora dovrò e vorrò tornare. Se sarò fortunata la stagione delle piogge sarà terminata e potrò andare al lago ancora per qualche tempo.

Molti partiranno, molti arriveranno.

Io comincerò a pianificare il nuovo viaggio, ed avrò respiro.

odio l’estate

Ma ora, in questa terra di nessuno che è il caffè Costa dentro il terminal 3 dell’aeroporto internazionale di Pechino, foto casuali dell’Italia appese alle pareti come se bastassero delle immagini stereotipiche a rendere migliore il caffè, ora aspetto il mio aereo, e penso solo ad andare.


Post scriptum delle sette di sera orario dell’aeroporto di Hong Kong, che per quanto mi riguarda potrebbe anche non essere l’orario di fuori.

Pare che la famosa tempesta tropicale si stia abbattendo tra HK e il Vietnam. Sono sicura che si tratta delle maledizioni del mio ex, concentratesi in una sorta di tornado intradimensionale. Ciò nonostante continuo imperterrita, dopo aver ingollato per intero il peggiore pasto della storia, fornito dai gentili cuochi assassini di Air China, il mio viaggio verso l’Indocina.
Prima o poi arrivo, promesso.

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