Archive for the 'lavoro' Category

Set 08 2010

il mio incubo ricorrente si chiama roma

Published by lucilla under viaggi, carla, vitantonio, lavoro

Quattro anni fa cominciò tutto così, con questa faccenda di andare a Roma. L’avevo preparata benissimo, con garbo delicatezza e decisione. Lasciavo tutto, Padaniacity e tutto quello che significava, i compagni gli amici la roba e tutto il resto lasciavo persino un lavoro di quelli conpossibilitàdicarriera che a volte ancora oggi, quando ci penso, un po’ mi pento.
Epperò proprio avevo deciso di andare, avevo deciso. Mi sentivo giovanissima improvvisamente, indossavo un vestito verde che ho buttato la settimana scorsa, e gli stivali marroni che avevo comprato all’outlet di nonsocchè.
Tutto così cominciò, sul treno per Roma, che era ottobre.
Ci andavo spessissimo, a Roma, e quell’ottobre ci andai volte tre, una volta dopo l’altra, per fare cose, chiudere aprire informarmi sondare il terreno. Mi sembrava bellissima, Roma.

Non ci sono mai arrivata. E la storia la sappiamo tutti, la sappiamo in troppi.

Un amico che al contrario di me ci è approdato, alla capitale, per rimanerci, proprio qualche giorno fa mi ha detto beh, sarebbe forse il momento di ripensarci e riprovare. Ma non vorrei avere un altro incidente di percorso sul treno.
E per questo la scorsa notte, mentre vegliavo un’amica in ospedale e non riuscivo a dormire in quell’innaturale silenzio fatto dagli impercettibili ronzii delle macchine, mi veniva in mente con angoscia l’idea che domani avrei dovuto di nuovo prendere il treno per Roma, proprio come quattro anni fa.

Ero là, stesa sulla poltrona, la mia amica dormiva di un sonno fragile e disturbato, io cercavo di scomparire nella crema delle pareti e mi tornava come piombo il pensiero del treno per Roma che avrei preso e di tutto il resto. Che lo so che è una stupidaggine, lo so. Ma a me mi fa stare ancora un po’ male.
E bevo mille caffè e fumo sigarette come mai ho fumato, e mi riempio le giornate e le nottate mi riempio la testa mi riempio polmonistomaco. Mi riempio che nei vuoti si annida l’angoscia di questi quattro anni ai quali adesso non riesco a dare senso, e tutto è confuso tutto sembra sbagliato a volte addirittura tutto sembra inutile.

Prima che io parta per Roma, prima che io parta per Roma, prima che io parta per Roma.

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Ago 27 2010

camere a sud

Published by lucilla under viaggi, carla, vitantonio, lavoro, tour

Infine sono partita in cerca di un sud possibile. Pochi soldi, pochi davvero me ne danno per queste repliche, ma il viaggio è pago e ne approfitto per vedere i resti dei pranzi domenicali della mia famiglia, nipoti col muso sporco di marmellate biologiche e sorelle che mi chiuderebbero volentieri a chiave nell’ultima delle madie in cantina.
Da Bologna sono partita di fretta, valigie chiuse e paura, troppa roba inutile in auto, sensazione di non sapere dove mettermi, verso il viaggio delle promesse non mantenute.
Prima tappa Firenze, per una notte con persone che non possono e non vogliono tradirmi, una passeggiata tra le oche e l’intimo racconto con l’amica dei progetti (suoi) delle fughe (mie) delle paure (di entrambe). Fichi non troppo maturi come piacciono a me e nessuno che mi dice di non prenderli che non sono pronti. Riparto nel silenzio di una casa ancora addormentata e mi fermo a Petriolo. L’unico uomo del mondo mi aveva promesso anni addietro di portarmici, alle pozze sulfuree nell’appennino toscano, ma poi le cose sono andate in altro modo e a Petriolo ci sono arrivata sola, ieri, in mezzo a famiglie che si cospargevano di fanghi odorosi come scoregge e uomini obesi che nuotavano placidi come trichechi nel fiumiciattolo. Non ho parlato con nessuno. Mi sono spalmata anche io e ho aspettato che il sole seccasse l’argilla. Mi ero illusa che mi portasse via almeno uno strato di pelle, quello più doloroso. E invece la pelle è rimasta, tutta. Con essa mi sono rimessa in viaggio fino a Capalbio, altra promessa mai mantenuta. Due parole, due, le scambio coll’autista della navetta, che mi riversa addosso la sua insoddisfazione di giovane apprendista licenziato troppo presto, io guardo la bistecchiera umana di fronte a noi e sorrido, spero che, almeno lui, abbia un buon ricordo di quest’estemporanea ascoltatrice. Mi assopisco sulla spiaggia in mezzo a gruppi di accaniti e pelosi giocatori di scopa. Mi sveglio e, a dispetto di tutte le mie aspettative, sono uguale a com’ero prima di dormire. Ricordo tutto. Nuoto un pochino. Bevo. Devo perfezionare la tecnica, lo so, è solo questione di esercizio e costanza. Provo un paio di telefonate. Parlare io, così, implorare ascolto, non voglio, non sono pronta. E d’altra parte si sa, amici e parenti non sono veggenti ma solo pettegoli. Forse sono io, che ancora una volta non ho provato i numeri giusti.
Mi rimetto ancora in viaggio dopo essermi lentamente rivestita di fronte a due pelosi laziali dall’erezione che emerge dai costumi tremendamente alla moda cafona.

Ancora troppi chilometri davanti a me, e ogni camion che incrocio mi fa i fari e cenno di accostare alla prossima piazzola di sosta. Mi piacerebbe, una di queste volte, accettare l’invito del poveraccio di turno e metterlo implacabilmente di fronte alla tragedia della sua eiaculazione precoce. Potrei poi dileggiarlo rimettendomi in auto e lasciarlo lì, pantaloni calati, a vedersela con la crisi della sua virilità.
Ma adesso non ho tempo, proseguo attraverso il lazio, il grande raccordo anulare è un rally al quale volentieri mi sottrarrei, concentro il cervello e focalizzo entrambi i bulbi oculari, tempo venti minuti e sono fuori, verso Casino San Vittore e qui leggo le indicazioni per la maledetta terra natia. No che non mi fermo, devo andare più giù, ma mi prende un incontrollabile struggimento, come se davvero io, questo relitto legnoso che sono, avessi qualcosa a che fare con quella terra, con quella gente, qualcosa che va al di là di me e della mia volontà, qualcosa che chiama e che mi fa struggere come un imbecille cantore napoletano. Per fortuna già sono a Caserta Capua Napoli e poi, in men che non si dica, esco a Baiano e mi trovo a Quadrelle.

Quadrelle, chi mai pensava che avrei fatto una tournee a Quadrelle. Un tipo prova a dirmi in dialetto che gli piace molto Bologna e che spera vivamente che io capisca il suo dialetto perchè lui con l’Italiano ecco, proprio non ce la fa. Il pizzaiolo mi guarda come se fossi un’aliena quando gli dico che sono allergica al formaggio. La pizza costa tre euro e cinquanta. La filodrammatica locale prova sul palco centrale in attesa del debutto di domani. Io vengo accolta come una vera star nonostante la mia incipiente obesità.

Io sono la rivincita del karma sul genere umano

E la signora del bar ha accettato di farmi un caffè americano solo perchè sono forestiera.

Bontà sua. Forestiera a me stessa, mai abbastanza.

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Ago 22 2010

ufficio relazioni internazionali


Qui sono tutti in vacanza. Ne approfitto per dimenarmi come un’imbecille tra siti internet poco aggiornati e improbabili annunci lavorativi impolverati come l’ultimo dei miei cassetti. Per lo meno mi sembra di fare qualcosa di utile, sto attivamente cercando di riqualificarmi, di riposizionarmi, di ricollocarmi ovvero di trovarmi uno straccio di dignitoso buco in questa città (in questo paese, in questo pianeta?) ed abdicare definitivamente in favore di chi ha più grugno di me. Io ho già dato, mi pare, e mi trovo con un bel pugno di merda che si capisce facilmente quante mosche attragga.

E’ ora di un pochino di sana egoista felicità, e se le strade tentate in passato non hanno funzionato non è colpa delle strade, ma è stata forse colpa mia.
Mi rimbocco le maniche. Anzi, le strappo, che faccio prima.
Bisogna cominciare dall’inizio, ecco cosa bisogna, a patto di trovarlo, l’inizio.
E guardare a pezzettini piccoli piccoli che altrimenti vengono le vertigini.
Le vertigini.

Dovrei forse cominciare con uno studio approfondito del dizionario.

Trovare nuove parole.
Se trovassi parole nuove forse troverei nuove soluzioni.
O quantomeno nuove domande.

Bisogna fare delle liste.
Rinchiudersi nella piccola certezza di un elenco.
Rivalutare l’importanza di quelle pagine scritte mettendo un punto dopo l’altro.

Voglio un elenco puntato per la mia vita

voglio una giornata che passi dalla a alla c facendo una sosta intermedia nella b

voglio che sia possibile la logica della sequenza lineare uno due e tre

voglio i numeri semplici

una lista chiara ed efficace, voglio

e pennarelli colorati per cancellare le cose già fatte

e sospiri di sollievo quando chiuderò il tappo del succitato pennarello

voglio che le cose dentro di me comincino a sistemarsi una dopo l’altra e la smettano di affastellarsi come gli inquilini di una casa in fiamme dall’unica finestra ancora agibile

voglio che cessi lo stato di emergenza
voglio che finalmente il presidente della repubblica proclami che le cose hanno ripreso il loro corso regolare e dopo anni trentuno finalmente il territorio gode di uno stato di pace e democrazia, che le lunghe e complesse operazioni di pace hanno portato al risultato tanto anelato e la popolazione può recarsi ad elezioni democraticamente elette ed esprimere civilmente la propria preferenza.
Voglio che la smettano di costruire bombe dentro di me.
Che la smettano di tirarsele addosso in una guerra civile infinita.

Voglio una bandiera della pace nel mio cervello, una di quelle che penzolavano trionfanti dieci anni fa dai nostri balconi di studenti speranzosi.
Questo voglio

e il giorno dopo la firma degli accordi di pace forse potrò pure cominciare a occuparmi delle relazioni internazionali con il vicinato.

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Giu 16 2010

inspirare espirare inspirare espirare

Published by lucilla under carla, sogni, vitantonio, lavoro, tour, teatro

eccomi ancora una volta incasinaterrima che non so cosa fare prima e sotto quale palude cacciare la capoccia malefica
orbene avevo fatto tutto perbenino mi ero comprata un biglietto di ritorno dignitoso che mi metteva in condizioni di fare tutto come una brava borghese di salutare la città le persone di fare qualche giro di godermi gli ultimi giorni dopo la fine della scuola etc avevo fatto tutto perbenino e lentamente stavo entrando nell’ottica

stavo quasi cominciando a divertirmi

mi ero detta adesso te la do io la vitaccia me ne frego mi era venuto un friccico ero tutta di nuovo una farfallina sfrillucccicante ma con qualche anno sulle spalle mi facevo musei su musei pub su pub mescolavo insomma una certa dose di cultura all’alcool e alla droga leggerissima quasi inesistente facevo i cocktail facevo mi sentivo proprio una brava borghese radicalchic mi sentivo

ecco a questo punto mi accendo una cannetta sperando di calmarmi, così, dicono che funzioni, sai mai

e poi tutto d’un tratto cosa si affaccia cosa si affaccia? si affaccia la possibilità di fare un altro danno irreparabile irreparabile ovvero: uno spettacolo nuovo 

il danno più grande che una come me possa fare
ebbene sto per farlo
STO PER FARLO

so’ tutta n’adrenalina, ecco che so’

improvvisamente ho molte cose da dire di nuovo e non so come dirle e ho voglia e paura e sono tutta mescolata dentro e fuori e mi devo calmare devo prendere appunti devo respirare ecco cosa devo fare inspirare espirare devo crederci e non crederci troppo devo darmi la possibilità.

Il 2 luglio debutto con un estratto dal mio spettacolo nuovo, e sarà una sorpresa. Soprattutto per me.

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Mag 17 2010

incursioni in mondi paralleli

Ore sette e cinquanta esco di casa. Incredibilmente splende il sole su Londra, evento che io collego alle ceneri islandesi piu` che alla primavera, ma tanto fa. E` lunedi` mattina e non vado a scuola, gia` questo dettaglio, lo ammetto, mi mette di buon umore. Pedalo rapidamente destra sinistra destra sinistra mi avvio verso il centro citta` attraversando le mie zone preferite: Stoke Newington, Dalston, Kingsland, Shoreditch e finalmente Whitechapel. Ero cosi`contenta che non ho nemmeno portato con me la mappa e incredibilmente riesco a districarmi nel dedalo di viuzze dove -pare- Jack lo squartatore abbia lasciato le sue vittime morte e prive d’utero (il particolare splatter e` per i lettori che amano le tinte forti).  Whitechapel e` oggi Banglatown, e io dopo un pochino non so piu` dove mi trovo. Donne in sahri portano i bambini in una scuola musulmana, dai ristoranti gia` arriva l’odore del curry ed io sono l’unica fanciulla vestita all’occidentale di tutto il circondario (che lo so, ci vuole coraggio a chiamarmi ancora fanciulla). Eccomi finalmente in un vicoletto alquanto buio che pare essere la sede del job center. Avro` letto troppo Kafka, ma mi sembra che, una volta entrata, qualsiasi cosa possa succedermi. M’aspetto quasi che mi apra un impiegato in veste da camera e candela. Invece trovo in coda diversi immigrati, ne` piu` ne` meno che me, stranieri ne` piu` ne` meno che me, disoccupati almeno secondo la legge ne` piu` ne` meno che me. Tutti abbiamo deciso per un qualche motivo che ognuno bada bene a tenersi per se` di cominciare a lavorare in chiaro e dunque di iscriverci al collocamento della Gran Bretagna. 
Dunque oggi per la prima volta accedero` alla temutissima burocrazia inglese. Alle nove meno dieci siamo tutti fuori, almeno una ventina, e alle novimpunto ecco che le porte si aprono e veniamo invitati a metterci in fila onde entrare uno alla volta, consegnare la nostra convocazione e sederci uno per ogni sedia, mi raccomando uno per ogni sedia e se non ci sono piu` sedie prego da questa parte siamo spiacenti dovrete stare in piedi ma mi raccomando uno di fianco all’altro ecco cosi` signora lei si disponga di lato non si ammassi dobbiamo vedere le persone per favore non create confusione. L’attesa non dura molto. Il mio nome viene pronunciato come mai mai mai nella mia vita avrei pensato che potesse essere pronunciato (e vabbe’ lo so, mica e` obbligatoria la laurea in lingue per lavorare all’ufficio collocamento) e vengo invitata a salire al primo piano e a sedere ordinatamente in attesa che un apposito impiegato mi convochi. Di nuovo mi immagino un kafkiano funzionario in berretto da notte che m’attende sul divano e invece tie`, un giovane inglese dai tratti indiani mi chiama prestassai e mi invita con un sussurro a sedermi di fronte a lui. Non sento una parola e per tre volte gli chiedo di ripetersi. Crede che non capisca l’inglese e mi chiede se ho bisogno di un interprete. Inutile che provi a spiegargli che piu` che di una traduzione avrei bisogno di un apparecchio acustico, o piu` semplicemente che lui alzasse la voce. E’ polite fino all’esasperazione, l’impiegato, e non alza il volume di un decibel, mentre attorno a lui i suoi colleghi sono forse meno educati ma certamente piu` intellegibili.
L’intervista, che doveva essere una specie di proforma, essendo io una cittadina europea, e` un vero e proprio interrogatorio. L’impiegato vuole sapere esattamente dove e quando ho abitato, quante volte sono venuta in Inghilterra e quanto a lungo, e se per caso non rispondo con sufficiente precisione mi fa firmare un foglio dove ha scritto che non ricordo con esattezza le cose. A me viene da ridere. Piu` mi viene da ridere piu` lui si indispettisce e mi fa domande puntigliose sulla mia relazione con la regina e i suoi sudditi. Dopo una decina minuti di colloquio mi domanda come faccio a mantenermi in UK se non lavoro. Gli sorrido e avrei tantissima voglia di rispondegli sono fatti miei ma finisco con l’optare per un cortese sa, negli ultimi dieci anni, nel mio paese, ho lavorato e sono riuscita a mettere da parte qualcosa in modo da poterlo spendere durante il mio soggiorno qui che, come puo` vedere, e` temporaneo. E stavo quasi per aggiungere vedo bene che lei fa fatica a immaginare che io possa mai aver lavorato e percepito un salario e che esistano dei posti dove il salario puo` essere sufficiente a comprare qualcosa di piu` di tre vasetti di yogurt al giorno, eppure e` cosi`. Ma non ho fatto in tempo a colorare d’ironia la mia risposta perche` l’impiegato e` inorridito dal momento che nella mia lettera di presentazione dal college non e` specificato se io sia un signore o una signora. Sto per dirgli che se vuole posso dargli una prova inequivocabile del mio sesso  me evidentemente il miracolo di san Gennaro si compie e lui guarda il passaporto dicendo “beh, per fortuna nel passaporto e` specificato”.
Sono cosi` attonita da rimanere muta. Mi rispedisce in sala d’attesa dicendo che entro mezz’ora riotterro` il mio passaporto. Intanto mi sbircio intorno e vedo un impiegato che ore dieci magna un pacchetto di patatine all’aceto, un altro che, nell’impossibilita` di comunicare con un utente brasiliano, si fornisce di un interprete tramite vivavoce, una signora che cambia il figlio in fasce, uno che si e`perso. Ore dieciemmezza sono fuori. La mia pratica, dicono, sara` conclusa entro quattro-sei settimane, e avro` a casa il mio libretto di lavoratrice.

La burocrazia inglese non e` come me l`hanno descritta. E` molto peggio.

Per riprendermi da quest’esperienza molto piu` che surreale decido di tirarmi spago a scuola. Ma poi il senso di colpa, proprio come ai tempi del liceo, si impadronisce di me, e opto per il classico “entro alla seconda ora”. La giustifica me la firmo da me.

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Apr 28 2010

voglio un litro di rescue remedy

E allora siamo arrivati anche questa settimana a Mercoledi`, sono nella biblioteca di Shoe lane insieme al nobile preadolescente inglese che sta facendo i suoi compiti di matematica e gentilmente mi ha concesso di farmi i fatti miei invece di morire di noia aspettando che lui prenda una torta immaginaria, la divida in cinque parti, ne regali al suo amico Philip tre parti e risponda alla mamma che gli domanda quante parti sono rimaste.

Vorrei una bottiglia, che dico, vorrei una damigiana di rescue remedy. Ecco cosa vorrei, ci ho un’angoscia e un’ansia che meta` basterebbe a far venire un attacco di panico al buddha disteso, e tutto quello che posso fare allo stato attuale e` elemosinare damigiane di rescue remedy che pero` devo ammetterlo non e` che mi faccia poi molto.
La soluzione alternativa e` l’ingerimento compulsivo di zuccheri ma anche la`, non so se ne valga poi la pena, so gia` che dovro` cercare il dialogo coi sensi di colpa e sinceramente, ma proprio sinceramente, sono stanca di cercare il dialogo.

Tutto bene per carita` tutto tranquillo tutto normale, direbbe Francesco Baccini (ma come e`possibile che mi vengano in mente le canzoni di Baccini, a me, che sono una ragazza colta?) pero` e` da domenica che mi e` piombata sulle gambe una bella gatta da pelare, ma che dico una gatta, una pantera indomabile e proprio io la dovrei pelare, ma insomma, io sarei per la liberazione delle pantere e l’uso di pelliccia ecologica eppero` oramai la pantera va pelata e io sono qui che me la guardo e non ci ho voglia non ce la faccio.

Molte cose questa pantera ha messo in discussione, la pantera mi guarda e rinfaccia mancanze a suo dire mie, io provo appunto un dialogo possibile con la pantera, parlo tutte le lingue che so, le descrivo il mio amore per gli animali e cerco in ogni maniera di farle capire che proprio non vorrei pelarla, se lei si degnasse di levarsi dalle gonadi e non rimanere proprio in mezzo, che allora si la devo pelare per forza. Ma la pantera e’ testarda, ha secoli di recriminazioni di razza e vuole recriminarli tutti con me, questi secoli. Io appunto sono amante del dialogo e per mestiere da anni trentuno faccio la diplomatica familiare e di piccoli gruppi, quindi ci metto la buona volonta`l’amore e l’esperienza ma dopo quattro giorni e tre notti di cui due trascorse quasi senza dormire pensando alla pantera ecco mi viene proprio da dire sai che ti dico cara pantera se non hai capito l`antifona forse ti vuoi proprio far pelare.
E io ti pelo.
Quindi ho dato un ultimatum alla pantera.
Vediamo che succede.
Mi rendo conto che questo post sembra non avere senso e mi rendo conto anche che se lo leggono quelli della lav mi vengono a manifestare sotto casa ma avevo bisogno di una metafora un pochino divertente un pochino surreale per sollevarmi da questa sensazione di impotenza di errore di incapacita`. Ecco il moccioso ha finito i compiti e io sul mio sito ci scrivo, come al solito, quello che mi pare.

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Apr 25 2010

ma come gli viene in mente a questi scoppiati di mettere il festival della zuppa proprio il 25 aprile?

Published by lucilla under londra, carla, vitantonio, lavoro

Un venticinque aprile un po’ da esule. Ieri sono stata cooptata come staff extra al teatro Pleasance da un amico mimo colombiano, che sa che ci ho bisogno di soldi per l’osteopata e mi ha tirata dentro in una super festa privata, roba che c’erano trecento persone e hanno dovuto fare un bar straordinario e per questo serviva la sottoscritta che oh, se l’è cavata niente male. A me andare al teatro Pleasance mi piace assai perchè molti tra i miei migliori amici mimi lavorano là e c’è un’atmosfera piacevole e rilassata, per questo si chiama Pleasance secondo me, poi fanno molti spettacoli interessanti e io grazie ai miei amici ivi arruolati ci posso andare gratis e mi offrono anche una bottiglia di sidro, che a me piace moltissimo.

Così mi sono vestita un pochino seria ma non troppo e mi sono felicemente unita alla truppa versando birre congelate fino alle quattro di questa mattina mentre la gente ballava urlava beveva e tutti i giovani mi dicevano sei un angelo come versi la birra tu non la versa nessuno che vabbè, diciamo che come complimento mi sembra un tantino esagerato, ma a un certo punto della notte ci sta tutto. Ero lì che ballavo dietro il mio banchetto e me la passavo proprio bene, perchè a me in fin dei conti far la cameriera al banco mi piace un sacco, soprattutto in posti così, dove la gente si diverte e vorrebbe in fondo che un po’ ti divertissi anche tu. Me la passavo niente male e ballavo e la gente guardava la cameriera che ballava e rideva. A un certo punto tutti i camerieri ballavano mentre mescevano birravinoshot, sembrava di stare in uno di quei film con Adriano Celentano, quelli in cui c’è il barista che fa i cocktail a suon di musica, e noi eravamo lì a imbroccare un bicchiere dopo l’altro e a ballare come se la fatica delle sei ore già trascorse non si facesse sentire, e ridevamo ed era un riso veramente vero. E’ arrivato in questa maniera il 25 aprile, quasi non me ne accorgevo, tra una birra un sidro e il tentativo di discernere il biascicamento etilico degli ultimi clienti,  alle quattro ho pulito gli ultimi banconi e ciucciato un mezzo panino e poi via in bicicletta, musica nelle orecchie e una sigaretta accesa nella mano, Londra era fresca e tiepida attorno a me, tra il deserto e il sonno stavano sospesi alcuni passanti dell’ultima ora, due arabi mangiavano un kebab alla fermata di un autobus e io ogni tanto mi perdevo per la stanchezza, ogni tanto mi perdevo perchè ero troppo concentrata nell’odorare quell’aria che sta tra il giorno e la notte e che ha lo stesso odore in tutte le parti del mondo in cui l’ho incontrata, pedalavo nella tiepida primavera notturna e non avrei voluto arrivare mai, avrei voluto girare fino alla mattina, perchè veramente avevo l’impressione di poter incontrare da un momento all’altro tutte le presenze che in passato hanno condiviso con me quell’odore segreto, mi sembrava proprio di essere caduta improvvisamente nella magia di un eterno presente, e molti altri 25 aprile sono tornati attorno a me, mentre pedalavo. E ho avuto l’impressione che fino a quando pedalerò ce la potrò fare, ho avuto l’impressione che proprio mentre ero impegnata a fermare un ricordo stavo vivendo qualcosa che in un futuro anteriore avrei ricordato.
Improvvisamente la mia piccola resistenza privata ha ripreso la sua forma, e sono stati pochi minuti, pochi minuti davvero, ma mi sono sentita completamente presente in un tempo rotondo.

Il tutto, giuro, senza aver assunto sostanze stupefacenti.

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Apr 18 2010

il post più lungo della storia delle lucilleidi.


C’era questa canzone che non mi ricordo bene, dev’essere una canzone di Gaber, che parlava delle coppie assestate, insomma di quelle coppie che hanno superato la fase dell’esaltazione erotica e che magari convivono da un po’ di anni e più o meno hanno una routine e blabla…e insomma diceva che facevano sesso il sabato, ed era tutto uno scampanare di sciacquoni, nel palazzo di Giorgio Gaber, perchè nell’avanzata Milano tutte le coppie alla moda, assestate ma moderne, magari conviventi senza essere sposate oppure gioiosamente unite in matrimonio civile, felici, realizzate, facevano la settimana corta e il sabato potevano dedicarsi all’amore domestico indi per cui, poiché gli orari più o meno coincidevano, a un certo punto i letti del condominio di Giorgio Gaber si producevano in una sinfonia d’amore coniugale e subito dopo suonavano in trionfo gli sciacquoni a segnalare che l’atto di suprema riconferma dell’esistenza della coppia era stato felicemente portato a termine. Nell’intimità della stanza da letto ma anche nel contesto sociale e socializzato del condominio che partecipava in vece di complice e testimone all’evento.
Ecco, io con la mia produzione artistica sono un pochino a questo punto. Durante la settimana sono borghesemente impegnata a sopravvivere, lotto tra catene della bicicletta che cadono a tradimento, aumenti dell’affitto, lavori che non si sa mai quando ti pagano, formulari che riempio pur sapendo che probabilmente non serviranno pieni a molto più di quello cui sarebbero serviti da vuoti, e finisce che non c’ho tempo per scrivere sul sito, non c’ho tempo per scrivere per la radio, non c’ho tempo per provare a mettere insieme le tremila idee che mi vagano da qualche tempo nella mente e che teoricamente potrebbero portare a qualche nuova produzione.

Oddio, qualche volta arrivo a casa e vorrei dedicarmi a una di queste attività ma finisce che, proprio come un coniuge stanco, mi dico ho mal di testa, mi ciuccio un po’ di rescue remedi per favorire il sonno, infilo i tappi nelle orecchie e rimando a data da destinarsi.

Difficile mantenere viva la passione quando la recessione entra dalla porta, dalle finestre, dalla tazza del cesso e persino dal buco del lavandino.
Così, proprio come nella canzone di Gaber che non mi ricordo bene qual è, finisco per dedicare alla passione un giorno fisso e fesso della settimana, e la domenica scrivo il mio buon post, ci metto impegno, cerco di creare le condizioni favorevoli a rivitalizzare l’emozione, il sentimento, la passione, faccio tutto perbenino, scrivo il mio dignitoso post, mi produco in una più che discreta prestazione, poi se sono di buonumore replico e registro la mia puntatina in radio, sempre cercando di fare le cose perbene, di lubrificare insomma, di essere pronta, disponibile all’eventuale arrivo dell’ispirazione, mi concedo perfino una sigaretta e a volte se sento che può agevolare perchè no un bicchiere di birra o di vino, per rilassare l’atmosfera, abbasso le luci produco un po’ di fumo creo un ambiente ispirante e a volte mi sembra proprio di aver fatto un buon lavoro, ascolto la puntatina, leggo il post e mi sembra di poter essere soddisfatta mi sembra di poter dignitosamente tirare lo sciacquone proprio come Giorgio Gaber però in fondo, ma neanche troppo in fondo, mi rimane quella sensazione (stavo per scrivere quel sapore dolceamaro ma vista la metafora che ho usato mi è parsa un’espressione un po’ troppo spinta per i miei standard fin troppo discreti e virginali e comunque ormai l’ho usata così lascio ai fruitori la libertà di scegliere tra la versione censurata e quella VM18) dicevo mi rimane quella sensazione di contraffazione, di finzione, quella sensazione di posticcio, quella sensazione che non mi piace e che mi lascia un po’ perplessa davanti alla leva dello sciacquone, che mi sembra in fin dei conti di aver finito con l’essere vittima della routine dell’antiroutine

e qui si apre un capitolo che buddha shiva muhammad e persino jesuschrist superstar dovrebbero venirmi in aiuto un capitolo con i controcazzi come si suol dire un capitolone un capitolissimo un capitolo che non so se capitolare e trattare o se resistere e rimandare a una successiva capitolazione che, a questo punto, prevedo accadere domenica prossima, come ho appena avuto modo di spiegare

Ci penso cinque minuti.

Ecco ho deciso ci provo. E’ difficile perchè si tratta di una rielaborazione, di un’interpretazione non dico della mia esistenza tutta ma certamente di questi ultimi anni che insomma.
La verità è che ho tanto lottato perchè come diceva Capossela non volevo uscire trovarmi un posto l’appartamentino le ferie in agosto pagare i soldi del mutuo e l’affitto la carta da bollo per ogni diritto, ho tanto lottato per non trovarmi a vivere così e in fin dei conti mi sembra che fino ad ora ci sono riuscita, mi sembra, mi sembra di vivere in questa maniera che è un po’ quello che volevo io, andare in giro e blabla non sapere mai come va a finire e nemmeno poi come comincia, potermi permettere di venirmene un anno a Londra perchè non ho nessun capo che mi licenzia e poi prendere andarmene in tour conoscere le persone e andare via prima che la festa sia finita proprio come una misteriosa cenerentola

epperò c’è qualcosa che non funziona, c’è qualcosa che non funziona, perchè alla fine per fuggire alla routine ho dovuto costruirimi una specie di percorso dell’antiroutine, e lo devo seguire tutti i giorni, tutti i santi giorni uno dopo l’altro, e non c’è un sabato che sia veramente un sabato, non c’è una domenica che sia una domenica, è tutto strutturalmente strutturato in modo da essere un benedetto casino, e finisce che per vivere devo fare delle cose che mi rompono egualmente le gonadi dei lavori che facevo prima, con la differenza che prima c’era per lo meno la così detta possibilità di carriera, c’era che ero giovane e talentuosa e menate varie e ce la mettevo tutta e facevo le cose come si deve e allora anche se i lavori mi rompevano mi davano pure una certa soddisfazione e finiva persino che potevo fare la dichiarazione dei redditi, mioddio, per lo stato esistevo in quanto percettrice di reddito, mentre adesso guadagno così poco che non me la fanno fare, la dichiarazione dei redditi, e per lo stato non esisto che va bene, per carità, va benissimo, non chiedevo di meglio che di smettere di esistere per uno stato che fino ad ora diciamo che mi ha piuttosto fottuta però cazzo cazzo cazzo, questa routine dell’antiroutine non è emozionante non è carica di colpi di scena non è imprevedibile è noiosa è propriamente noiosa e null’altro e io mi annoio, solo che mi annoio con molti meno sogni di prima, mi annoio con molte meno lotte di prima, mi annoio come uno si può annoiare a trentun’anni se si rende conto che la sua vita non ha molte possibilità di migliorare e che se tutto va bene le cose continueranno per sempre ad andare più o meno così, sbarcare il lunario, proprio, sopravvivere, pulire il culo ai figli degli altri se non si riesce ad arrivare alla fine del mese

e infine voglio fare una considerazione una porchissima considerazione ecco

io osservo la mia vita in continuazione, la metto a posto la guardo e la riguardo come un quadro in continua evoluzione la guardo cambio un dettaglio o a volte una cosa più grande vedo quello che può diventare e faccio di tutto per farla diventare quello che vorrei io; ma a volte guardo il quadro che sto dipingendo e non mi piace, non mi piace, può capitare jesuschristsuperstar che non mi piaccia il mio quadro e siccome questa è la mia vita ed è l’unica che ho, fino a prova contraria, mi fermo a riflettere, ne parlo con le persone a me vicine, a volte lo scrivo sul blog altre lo dico in radio altre ancora faccio tutte e due insomma ci perdo del tempo perchè la mia vita è l’unica cosa che ho, e quando non va bene mi preoccupo, mi preoccupo moltissimo, a volte mi deprimo anche.

E non è che solo perchè uno fa l’artista (e ce lo caghi che sei un artista, direbbe Pentothal) non ha diritto a preoccuparsi ed eventualmente a lamentarsi. Tutti si fanno il culo? Anche la sottoscritta si fa il culo, e dunque ha lo stesso diritto alla lamentazione di tutti gli altri. Solo che magari mi lamento di una cosa che qualcun altro potrebbe dire ma come fai a lamentarti per questa cosa qui? Io mi taglierei una zampa per averla. Oh, amico mio, nel tal caso sono problemi tuoi.

Io mi lamento quando la mia vita non va bene e se per caso c’è qualcuno che non si vuole ascoltare o leggere o ciucciare le mie sacrosante lamentazioni basta che si chiarisca tra se e sé e non mi ascolti.
Il mondo è pieno di persone che aprono la bocca e dunque amici e amiche se non vi piace quello che produce la bocca mia mioddio, ma chi vi obbliga? Ditemelo chi è che lo vado a menare. Cambiate canale, digitate un altro blog, squagliatevi e lasciatemi libera di lamentarmi delle lamentele mie.

Uff.

 

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Apr 12 2010

post appost

Published by lucilla under radio, londra, carla, vitantonio, bologna, lavoro

Fredde serate primaverili in quel di Londra.
Mi ostino a indossare il mio impermeabilino di mezza stagione rosso a pois che tutta la scuola di mimo mi invidia, ma ci vorrebbe un cappottino, ammettiamolo.
E così appena rientrata tutta infreddolita dalle mie due ore di posa per gli apprendisti pittori penso che venticinque sterline sono un po’ pochine se comparate a tutti i microcrampi che c’ho in questo momento. Ma tanto fa, in fin dei conti la verità è che me ne frego. Venticinque sterline sono bellissime.
Molte cose avrei da fare, ho dedicato il mese di aprile al riempimento dei malefici formulari per partecipare a festival rassegne corsi di formazione corsi di deformazione corsi ricorsi percorsi stracorsi e i formulari si accumulano sullo schermo del mio computer poichè il mio approccio altamente improduttivo è cominciare a riempirne sette contemporaneamente e non finirne in tempo nemmeno uno, poichè sbaglio e mi confondo con le date di scadenza, un vero divertimento posso assicurarlo.

Ma stasera non ho voglia di dilettarmi con queste amenità chiudo i miei trentaquattro formulari, ho lavorato e guadagnato oggi e allora mi ascolto radio kairòs, ecco   che faccio, mi ascolto la mia radio preferita che non a caso è anche la radio dove trasmetto me la ascolto e mi sento felice perchè quando mi ascolto radio kairòs mi sento sempre un pochino a casa, mi viene in mente l’odore della palestra del tpo e mi tornano alla mente pure i miei diletti e squinternati allievi e poi le ragazze della radio e i progetti le sigarette nel vaso all’entrata la macchinetta del caffè le chiavi del tpo che ho abbellito con uno splendido portachiavi a forma di giraffa. Mi vengono in mente le lezioni della sera e i progetti e le riunioni e rosico, rosico perchè quelli della radio stanno facendo cose mirabolanti, aperitivi incontri e trallallero e io sono qua che me li ascolto da lontano e spero che un pochino mi aspettino e poi lo so, lo so che un pochino mi aspettano.

Allora ascoltandomi la mia radio preferita pensavo che vorrei un programma di dediche, bisognerebbe riabilitare i programmi di dediche, io coi programmi di dediche ci sono cresciuta, a Limosano si prendeva radio luna e anche radio cuore valentina e c’erano questi programmi di dediche che mi hanno permesso di imparare canzoni fondamentali come gloria e ti amo di umberto tozzi e anche donne dududu e altri pezzi di cui adesso non mi sovviene il nome. Allora anche la nostra radio, pensavo, dovrebbe avere un programma di dediche, possibilmente dediche per me che sono la redattrice più ubiqua di tutta la redazione.
E mentre mi viene quest’idea eccezionale la posto sulla chat della radio e Flavissima reclama pure lei le sue dediche allora dico che vabbè, adesso che facciamo questo programma di dediche possiamo alternarci come oggetto delle dediche io e Flavissima ed eventualmente anche qualcun altro se introdotto debitamente.

Questo faccio il lunedì sera che cosa pensavate che stessi sempre a farmi le pippe sulla gioventù che se ne va e sull’amore che fugge come sapone dalle mani e sul mestiere che è difficile e sul mondo che è ingiusto e sulla bilancia che è sempre tarata male e sulla politica su Berlusconi sul papa sul compagno Fini?

Col cavolo, ecco cosa dico, col cavolo. Voglio il mio programma di dediche!!!!

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Mar 17 2010

quel venticello friccicarello

Published by lucilla under arte, mimo, londra, carla, lavoro, vitantonio, teatro

La vita dovrebbe essere tutta così, come la settimana prima delle vacanze. Il sole splende su Londra, splende così deciso che riesce ad essere quasi caldo. Dimentico sventure personali, metto da parte crucci sociologici e drammi politici, lascio in sospeso progetti di vendetta generazionale, pedalo pedalo e canto, nonostante la salita, che appare, inutile dirlo, quasi meno salita del solito, o forse sono io che finalmente sono un po’ più allenata, fatto sta che arrivare a scuola è davvero un attimo.
Si respira un’aria, a scuola, un’aria piccantina, si sente l’odore dei costumi e degli oggetti di scena, si percepiscono le tensioni e le paure, pure gli scazzi. Ogni tanto una parola di scusa e una rassicurazione. “Non ti preoccupare, è il processo”. Questa è la giustificazione universale di tutti i piccoli screzi che avvengono durante la messinscena. E’ il processo. Che vuol dire che non ci puoi fare niente, che questi sono i compagni che i maestri ti hanno dato, che non li puoi cambiare, che non ti puoi appellare a nessuna autorità superiore, che devi stare con loro e con quello che create insieme, e non è facile e a volte non è nemmeno bello, che ci sono alcuni compagni che, diciamolo, uno si domanda che cosa ci stanno a fare, alla scuola di mimo, eppure ci sono anche loro, e le incomprensioni e le tensioni e ogni tanto qualcuno (soprattutto qualcuna, ammettiamolo) dei più sensibili o giovani si fa scappare pure la lacrimuccia. Io, per quanto mi riguarda, sono una bestia. La settimana prima dello spettacolo viene fuori davvero l’animale, feroce, affamato, implacabile, mi muovo per linee rette, elimino le parole di cortesia e di gentilezza, vado diretta con un occhio all’orologio, le persone smettono di interessarmi e mi interessano solo gli attori. Sono persino insofferente con i più lenti, con quelli che si ostinano a rimanere legati al quotidiano, a chiedere scusa se sbagliano invece di risparmiare tempo e usarlo per correggersi. E lo so, che sono così, la bestia, appunto, difficile, a volte aggressiva, focalizzata totalmente sulla creazione, totalmente immersa nel processo. Non c’è più tempo per la diplomazia e io finalmente mi sento libera, il personaggio esce fuori prende vita si anima velocissimo corposo concreto e io, la bestia, lo difendo a morsi.
Ma tutto è leggero. I più esperti dei miei colleghi mi capiscono e finiscono persino per giustificarmi  (è nel processo, è una vera attrice) come se gli altri non fossero veri attori. A me sembra soltanto che alcuni siano incapaci di abbandonarsi a quello che succede.
Eppure tutto magicamente, come si era creato, si interrompe, sono già le due, il sole è alto, ci trasformiamo in esseri umani, i muscoli si nascondono sotto vestiti da lavoro,montiamo su autobus e biciclette, ci prendiamo in giro, gridiamo e scherziamo in tante troppe lingue, ci diamo appuntamento a domani. E il resto della giornata è davanti a noi, davanti a me.
Le ore che trascorro cercando di guadagnare abbastanza, eppure in questa settimana anche i bambini sembrano un pochino più sopportabili, e il pensiero che per un mese non li vedrò angoscia il mio portafogli ma solleva immensamente me.
Penso a domani a dopodomani eppure sono completamente immersa in questa giornata. Sono dove sono e dove sarò. Che poi lo so, lo spettacolo sarà bello e le vacanze saranno bellissime ma questo strano sapore frizzantino sarà sparito, il sapore dell’attesa, è finisce che un po’ persino mi dispiace.

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