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Dic 25 2013

Nessuno mi può giudicare

(pensieri prodotti il 16 dicembre, poco prima di rientrare nello stivale natio) 

Tra giorni pochissimi e ore 59 zompetto con grande eleganza sull’aereo che mi riporterà tra le braccia di Mamma Europa. Ella m’accoglierà alla frontiera, a Monaco di Baviera, quando con il mio passaporto europeo mi accoderò ordinatamente nella fila dei privilegiati, i cittadini con le stelle sul passaporto. Quando arriverà il mio turno sorriderò civilmente al biondo militare tedezzco che guarderà il mio visto e mi dirà “bentornata a casa”. Tratterrò a stento le lagrime di commozione e, visto che non fumo più, e non posso dunque rinchiudermi nelle gabbiette di vetro sponsorizzate dalla Camel, mi fionderò nel primo starbucks per comprare un americano tall, che diobon qualcuno un giorno mi spiegherà perchè il caffè piccolo da starbucks lo chiamano tall. Sorriderò anche alla lavoratrice precaria dello starbucks. Perchè a natale siamo tutti più buoni e anche io, anche io che per definizione sono una gran stronza, anche io a natale sono più buona, e sorrido magnanima alla precaria dello starbucks, la avvolgo nell’abbraccio che mi ha riservato Mamma Europa e mentalmente le dico di non preoccuparsi, perchè l’Europa ci salverà.

A stare troppo tempo lontani da quella catastrofe si finisce con il pensare davvero che sia un bel posto. Un po’ come quando si dice eh, come stavamo bene da giovani. Ah come rimpiango la giovinezza.

Col piffero che la rimpiango. Stavo malissimo, mi odiavo e odiavo tutti, il mondo era profondamente ingiusto e non sapevo cosa volevo, e se lo sapevo non sapevo come raggiungerlo, e nessuno mi prendeva sul serio, le droghe leggere erano illegali e l’equo canone era stato abolito. Vivevamo in appartamenti male riscaldati e non si poteva scaricare la musica da internet. Io i miei vent’anni non li rimpiango manco per un po’, perchè quando uno è giovane l’unica cosa che c’ha è la giovinezza. Il resto è uno sfacelo.

E così l’Europa. Ah come stavamo bene in Europa. Eh no. Io non ci stavo bene manco per niente. Una miseria l’Europa. Me ne accorgerò nel momento in cui la scoglionatissima lavoratrice precaria dello starbucks a Monaco di Baviera non ricambierà il mio sorriso imbecille, ma mi fulminerà con uno sguardo da 6 euro all’ora senza malattie né ferie pagate. In quel momento la smetterò di rimpiangere i fidanzati perduti e gli amici scomparsi, in quel momento elaborerò tutti i lutti che questa mia scelta ha comportato e tirerò un bel sospiro di sollievo perchè la lavoratrice precaria dello starbucks avrei potuto essere anche io e avrei dovuto dire ventiquattromila volte al giorno americano tall e mocha latte e caramel macchiato con un bell’accento del cazzo, per storpiare tutte le parole italiane come va tanto di moda.

Davanti alla lavoratrice precaria dello starbucks mi renderò conto che ne è valsa la pena, che tutti questi morti non sono morti inutili, e che quegli stronzi che hanno deciso di uscire dalla mia vita perchè sei troppo complicata e poi sei troppo lontana, quegli stronzi se ne possono anche andare a fanculo mentre io mi gusto il mio americano tall servito da una lavoratrice precaria. Ecco.

Per questo dovrò ringraziare la lavoratrice precaria dello starbucks, perchè lei rappresenta tutto quello che io non sono ma che avrei potuto essere in qualsiasi momento della mia vita.
E che sono stata per anni.

E che per non essere più ho un cimitero intero da piangere, e di molte morti non conosco la causa né la data.

E’ successo e basta, è il prezzo che ho pagato per stare dall’altra parte del bancone.

Immolerò tutti questi morti sull’altare del mio americano tall e forse finalmente la smetterò di sentirmi in colpa come se li avessi ammazzati io.

Non li ho ammazzati io.

Lavoratrice precaria dello starbucks.

Non è colpa mia se tu stai da quella parte del bancone.

Ho fatto tutto il possibile.

Ci ho messo la faccia, il corpo, ci ho messo il teatro, me stessa ci ho messo, per anni, lavoratrice precaria.

E non ho vinto.

Ho perso, a dirla tutta.

Allora ho deciso di cambiare. Perchè se stai giocando e ti rendi conto che gli altri barano, e non riesci a rimettere le cose a posto, allora l’unica cosa è cambiare gioco.

Lavoratrice precaria, non mi fulminare con il tuo sguardo da 6 euro all’ora.

Non è colpa mia se tu stai da quella parte e io da questa.

Ho fatto tutto quello che potevo. E tu?

Vuoi venire a visitare il cimitero dei miei morti?

(quiero que me perdonen los muertos de mi felicidad, cantava Silvio Rodriguez)

Non ti accuso di quelli.

Sono il prezzo che ho pagato io.

E’ meglio o peggio dei tuoi 6 euro all’ora?

Io non lo so, ma francamente sono felice di stare da questa parte del bancone, e questo americano tall che ho comprato ben sapendo che costa troppo, questo americano tall assolutamente iniquo, questo americano tall che costa quanto mezz’ora del tuo tempo, questo americano tall mi piace un sacco.

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Nov 19 2013

Fai l’artista? E ce lo cachi che sei un artista.

Pensavo da un po’ di tempo a tutti quelli che loro sono degli artisti. Cioè. Gli artisti sono non solo quelli che fanno le sculture o le installazioni ma anche gli attori, di cinema o di teatro, o come li chiamano adesso i performer, i registi gli aiuti registi gli scenografi e quant’altro, i ballerini i mimi gli acrobati, i musicisti di ogni tipo nonché tutti quelli che si dedicano ad arti un tantino più introspettive ovvero i poeti e gli scrittori d’ogni varietà di prosa. Insomma pensavo agli artisti coloro i quali ci hanno come capostipite una delle sette muse più l’ottava musa quella nata nel ventesimo secolo ovvero la musa dell’arte multimediale. Ce li metto tutti dentro. I creativi.

 

Ci pensavo per motivi assai seri, ovverocchè fino a un certo punto io stessa appartenni a cotale e cotanto gregge, che per quanto ognuno dei suoi componenti non faccia altro che ripetere di essere unico e inimitabile sempre di gregge si tratta dal mio punto di vista orientale e un po’ retrò. Ci pensavo perchè volevo analizzare, sì, sentivo l’impellente bisogno di scandagliare le motivazioni esistenziali che mi fecero appartenere al gregge per tanti lunghi anni e che poi quasi d’improvviso mutarono e mi portarono a uscirne. Ovviamente non per star senza gregge, ma per entrare in un altro gregge apparentemente diverso epperò uguale. E’ la legge del gregge.

Ma proseguo. Ovviamente la mia autoanalisi non m’ha portata a nulla di buono. Ma manco a nulla di cattivo, per carità. Semplicemente non m’ha portato a nulla, un buco nell’acqua, per così dire, o forse un rimestare in una minestra già iperrimestata, insomma non mi sono chiarita, non mi sono capita. Ma ahimè mi sono sorti altri interrogativi. Eh già che qui di tempo per farsi gli interrogativi ce ne sta a palate. Ci fosse stata la Sfinge qua l’avrei sfidata a Trivial Pursuit, a sfinimento, durante una delle interminabili nevicate invernali. Sì, sto divagando, lo so.

 

Torno a me. Nella mia ricerca delle ancestrali motivazioni che condussero me tapina ancora in pubertà a votarmi al teatro senza sapere quali amare piaghe avrei dovuto meco portare, ho trovato vari blog di quelli che loro sono gli artisti.

 

Spesso si tratta di blog che recano un’introduzione, una presentazione dell’artista. Tipo:
 Benvenuti sul blog di Carla Vitantonio, scrittrice.

 

Segue breve biografia con tanto di studi e diplomi. Peccato che manchino le pubblicazioni. Ah no, ci sta la pubblicazione del giornalino d’istituto alle scuole superiori, e anche il premio cittadino per la poesia migliore. Ecco. Allora io mi domando. In questo caso Carla Vitantonio, scrittrice, non farebbe meglio a dichiararsi “aspirante scrittrice”? Non è che per caso ’sta Carla Vitantonio pecca un pochino di immodestia?

 

Oh, disclaimer: figlio, figlia, se ti senti immeritatamente colpito da questa mia riflessione e ti viene da incazzarti con me ti chiedo scusa, perchè ti ho pestato la coda di paglia, ma soprattutto ti dico che sì, io me lo posso permettere, sì, io posso criticare, perchè questo è il mio blog e sul mio blog ci scrivo quello che voglio. Inoltre se scrivo che sono una cooperante è vero, perchè il mio contratto dice proprio “cooperante”, quindi vaffanculo.

Occhei occhei la smetto di mettere le mani avanti. Eh ma non posso fare a meno, non posso fare a meno no, perché ogni tanto mi arrivano mail inferocite di gente che mi conosce, e anche di gente che non mi conosce, che mi accusa e asserisce che io non possa dire quello che dico.

 

 

Oh, attenzione, io posso dire quello che voglio, 

anche che sei uno stronzo, poi tu mi puoi portare in tribunale, 

e a quel punto se la vedono gli avvocati. 

Io ne ho uno buono.

Dunque ecco. Cara Carla Vitantonio che dici che sei una scrittrice ma hai pubblicato solo sul giornalino d’istituto, purtroppo per te ti sei scelta uno di quei mestieri che hanno bisogno, per essere definiti tali, del pubblico riconoscimento. Se tu avessi studiato come medico potresti scrivere “Carla Vitantonio, medico, attualmente disoccupato”. Invece non puoi scrivere scrittrice disoccupata, mi spiego? I motivi per cui ti sei scelta questo bel mestiere di merda (ripeto, scrittrice o artista in genere) sono vari ed eventuali, incluso il fatto che hai continuamente bisogno dell’approvazione altrui per approvare te stessa, hai sempre necessità che l’applausometro ti dica che vai bene. Sei un’insicura, cara Carla Vitantonio, non ti vuoi bene abbastanza e pensi che se gli altri ti vorranno bene allora ti vorrai bene anche tu. Col cazzo. Mi spiego? Col cazzo che succede. Non succede e basta. Cara Carla Vitantonio, l’applausometro non è abbastanza. Ma a parte questo. Per lo meno dovresti farlo davvero, questo mestiere. Diobon, pubblica. Come? Mi stai dicendo che ci hai il blog? Cara, tenera, ingenua. Il blog ce l’hanno tutti. Ci sono persone che ce l’hanno solo per scriverci sopra che a loro il blog gli fa schifo. Non va bene, non è abbastanza. Il blog è come dire sono un’attrice perchè mi sono comprata una maschera durante una gita a Venezia. Non sei una scrittrice, cara Carla Vitantonio, come te lo devo dire? E mi fai anche un po’ pena, con questa tua tenera velleità. Poi parli di te in terza persona. Carla Vitantonio, scrittrice. Diobon, ma che sei la regina d’Inghilterra? Torna a casa Lessie, riprenditi e comincia a fare qualcosa di concreto.

Lo so, cara, questo mondo è ingiusto, perchè quando uno fa l’artista si trova sempre davanti all’interrogativo ontologico che si articola più o meno così:

 

Ma uno è artista se si sente artista o se gli altri lo riconoscono come tale?”

 

La risposta, cara Carla Vitantonio che non sei una scrittrice ma ti piacerebbe, è dentro di te e però è sbagliata.

 

E non voglio nemmeno introdurre l’argomento “ uno è artista se vive d’arte o se vive d’altro così può dedicarsi senza inibizioni all’arte stessa?”

 

Sono menate.

 

Il punto è:

 

Non basta sentirti scrittrice. Mi dispiace. Bisogna che qualcuno al di là di tua mamma e tuo padre ti riconosca di esserlo. Una specie di pubblico diplomino. Lo so, questa regola fa schifo, ma è il mondo, funziona così. Se non ti piace puoi scrivere “Carla Vitantonio, scrittrice ufficiale della libera repubblica di Carlonia, vincitrice del prestigioso Vitantonio Awards 2013”.

 

Mi spiego, cara Carla Vitantonio?

 

Non sei una scrittrice, un’attrice, una scenografa, una stracazzo di artista nel momento in cui lo scrivi sul blog.

 

 

E’ triste. 

E’ amaro. 

E’ ingiusto. 

Lo so. 

Nessuno capisce il tuo talento smisurato. 

Nessuno ti ama abbastanza. 

Sei come Van Gogh, ne sono sicura, 

quando morirai capiranno quello che hanno perso, sì, 

non ti preoccupare.

 

Hai provato a strapparti un orecchio?

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Mag 21 2013

Ancora essere o non essere, amletici dilemmi di una che si pensava ex-attrice.

Io credevo che un anno bastasse a mettere una distanza decente tra me e lui, il mio sempre amato, quello a cui ho dedicato il famoso primo pensiero delle mie mattine e l’altrettanto famoso ultimo pensiero delle mie notti. Lo avevo detto a tutti gli amici cercando di creare una sorta di cuscinetto protettivo, lo avevo scritto per rendere la questione ancora più definitiva, per quanto possa essere definitiva una qualsiasi questione che mi riguardi.

Lo avevo dichiarato a tutti, no? E’ finita, il teatro e me sono adesso due storie separate, due strade che si sono incrociate troppo a lungo. Avevo spiegato i motivi, raccontato di tutte le disillusioni e le sofferenze, avevo descritto il lento infrangersi del sogno e il continuo sanguinare, avevo motivato le decisioni, argomentato le posizioni.

Poi ero partita.

In questo anno ho raramente raccontato della mia lunga storia d’amore, mica mi chiamo Gino Paoli, la vita a Pyongyang è già abbastanza intensa di per sè, non ha bisogno di essere popolata dai fantasmi privati di ognuno. Avevo fatto un cartellone, appeso in corridoio, dove avevo piazzato alcune fotografie. Giusto per non dimenticare da dove ero arrivata. O magari per farmi male, come piace a noi che abbiamo l’ego ipertrofico. O per nutrire il mio narcisismo spropositato di fronte alle facce meravigliate dei pochi che le vedevano. Facevo l’Eleonora Duse de nojartri, avrei potuto languidamente appoggiare una mano sulla fronte e dire ah, no, è una storia terminata, non calco più le scene.

In realtà raramente mi è stato chiesto cosa ne fosse stato di quegli anni trascorsi coi copioni in mano, e ancora più raramente ho raccontato la verità su tutto l’amore e il dolore che ci sono stati.

Fatto sta che credevo, ingenuamente, che un anno fosse abbastanza. Non mi aspettavo di trovarmelo lì, all’aeroporto, il teatro, ad aspettarmi.
Coi lacrimoni.
Apparentemente commosso.
Sei tornata.
E tu sei ridicolo.

Non volevo parlargli, non volevo parlarne. Ho fatto finta di non vederlo e ho tirato dritto. Inutile. Dopo quarantott’ore eccolo di nuovo all’attacco. Ci manca solo il mazzo di rose. Ho una serie di parole poco cortesi e un’infinità di esempi su tutte le volte in cui mi ha delusa e ferita. Ma con gli amanti di questo genere l’elenchi di tale sorta non servono a nulla. Tutto l’amore è solo in questo presente.

No, no, no.
Ecco cosa mi viene da dire. No. Non tornerò a fare OTTO nè nessun altro spettacolo. Non lo farò per vari motivi, alcuni dei quali riguardano il mio noto ego ipertrofico, e altri la mia onestà intellettuale.
Non ho voglia di fare la vecchia attrice che torna sulle scene con la voce distrutta e il corpo sfatto, avvolta in un ridicolo caffettano, a cercare a settant’anni di essere la Giulietta che il suo pubblico si ricorda. Non ho voglia di farlo per me, prima di tutto, perchè mi pare di esserne uscita ancora con una certa dignità, dopo tutto. E non ho voglia di farlo per loro, per i compagni che si ricordano ancora tanto bene dei miei spettacoli da volerli nonostante sia andata via da un anno.

Sì, mi onora e mi lusinga, mi dà il senso di tutto il percorso fatto, mi racconta che non è stato inutile.
Mi dice che non sono stata sostituita, e che probabilmente non lo sarò.
Che quando una storia d’amore così grande finisce non c’è sostituzione possibile, c’è solo lo spostamento dell’attenzione verso altro, e lì, dove c’era quell’amore così intenso, là rimane l’assenza.
Mi racconta che tutti impariamo a vivere con quest’assenza immensa, che giorno dopo giorno ci parliamo e la nutriamo e la sostituiamo a quella persona che è andata via.
Con quante assenze ho popolato le mie passeggiate a Pyongyang? A quante di loro ho raccontato le mie giornate?

Mi commuove che i compagni ancora vogliano sentire Lucilla che fa OTTO, mi fa vedere quanto grande sia il buco che ho lasciato, mi disegna il percorso fatto in quei 15 anni di dedizione assoluta, mi fa tornare un’immagine di me che non ricordavo, l’immagine di un’innamorata completamente devota, dedicata, annullata dentro l’amore.

Ma non sono più così, non voglio.
Mi dispiace.
Penso al momento in cui finisce OTTO, quel momento piccolo piccolo in cui Pentothal trattiene il respiro, e anche io, prima di dire l’ultima battuta.
E lo so che lui dentro di sè mi sta guardando. Allora mi prendo il suo sguardo e lo rivolgo a chi mi sta di fronte. E me li guardo tutti, e me le guardo tutte, uno per uno e una per una, una per uno e uno per una, anche se questa frase sta in un altro copione, che però era la stessa cosa, ero sempre io, era sempre un amore grande grande.
In quel momento là dentro di me ci sta tutta la disperazione mia, privata, di essere umano infelice e disilluso e solo. E però ci sta anche tutta la vita delle persone che negli anni mi hanno detto “questa storia è la mia”. Ci sono tutti i sogni infranti di ciascuno, tutti i relitti delle nostre barchette di carta, sono tutti là, davanti a me, nella mia voce.

In quel momento, improvvisamente, io ho 26 anni, e tutto il male di dopo non c’è mai stato.
Io sono ancora Lucilla, e la vita è una grande possibilità, una grande speranza.

Non lo so, non lo so se ce la faccio a dire di no.
E se questa volta fosse diverso?

E se questa volta fosse amore?

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Lug 26 2012

arrivederci

arrivederci

 

 

Lettori e lettrici amatissimi,

sono passati otto anni da quando aprii il mio primo blog, e cinque dall’inaugurazione delle Lucilleidi.

Ne sono successe di tutti i colori.

O forse dovrei dire che io, proprio io, ne ho combinate di tutti i colori.
In ogni caso la costante pare essere costituita da questi colori, tanti, vari e diversissimi, che si sono manifestati senza timore alcuno nella mia vita.
Ne sono felice, nonostante i casini, i lavori persi, gli amori che sono finiti, le insoddisfazioni e le ansie.
Una vita piena di ogni colore era quello che cercavo, ecco, mi pare di avercela avuta, e di averla.

 

Ho sempre scritto. Sempre sempre sempre.

Adesso arriva il momento di prendersi una pausa.

Non perche’ non abbia piu’ niente da dire, no,

bensi’ per altri motivi, che elenco:

il primo riguarda voi, ovvero, siete fondamentalmente amici e compagni che possono reperire notizie su di me anche scrivendomi una mail. Non c’e’ piu’ bisogno del blog, diciamolo. Se volete sapere come sto scrivetemi, punto. Vi assicuro che le vostre mail saranno graditissime.
Anzi, sappiate che, nel posto dove vivo ora,
ogni singola parola che ricevo e’ una preziosissima ventata d’aria fresca.

L’altro motivo e’ che in questo momento, e in questo posto, scrivere un blog diventa una questione molto complicata. E io non ho voglia di complicarmi un’esistenza gia’ sufficientemente variopinta.

Spero siate d’accordo con me.

 

Questo blog non chiude. Continuero’ ad aggiornare la pagina con i podcast, quando ce ne saranno di nuovi, e quella con gli articoli che pubblico in inglese.

 

Se vorrete comunicare con me potete scrivere all’unico indirizzo al quale ho accesso:

lucelucilla@gmail.com

 

Vi abbraccio, dal lontano luogo dove vivo l’ennesima lucilleide.

Luce

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Giu 04 2012

Ritorno al futuro tour, parte quarta

Beniamino Noia alias il Pentothal di tanti anni addietro ascolta Giorgio Canali che canta “sarà che le ragazze con cui esco hanno tutte i mostri sotto il letto” e dice, lapidario come suo solito:

“Giorgio, forse alla tua età dovresti cominciare a uscire con le donne e smetterla con le ragazze”.

Rido e guido verso le Marche dove ci aspetta il prossimo pezzo di turnè. Proprio io e Beniamino Noia, come tantissimi anni fa. Io, lui, il manichino mezzo sfasciato nel bagagliaio e un sacco di idee che viaggiano con noi nella lucillomobile, proposte di miglioramento dello spettacolo, nuove incursioni musicali, una partitura fisica più intensa e poi sì poi come al solito vediamo quello che succede e improvvisiamo.

Guidando verso le Marche, i piedi di Beniamino sul cruscotto, penso a quando i piedi sul cruscotto erano i miei, e alla guida ci stava lui, e cantavamo la resistenza nostra e di molti altri in giro per l’Italia. Ci sentivamo bellissimi, ci sentivamo delle rock star e forse un po’ lo eravamo. Un po’ eravamo anche degli sfigati che si spendevano tutta la paga ancor prima di arrivare a casa. Però ci divertivamo tantissimo e la vita era bella e colorata e velocissima. Proprio come adesso, che siamo partiti in fretta e furia con mille cose lasciate a metà. Senigallia ci aspetta e all’Arvultura ci sta il palco più bello del 2012, tanti fari che io quasi mi commuovo, e i compagni che lavorano per farci fare lo spettacolo benissimo. Mi sembra proprio di essere un’attrice vera, a Senigallia, mi sembra proprio che il teatro valga la pena, che valga la pena il mio lavoro, e quasi quasi mi torna voglia di stare sul palcoscenico. Quasi quasi mi dico oh, scrivo un altro spettacolo, ma non faccio in tempo a pensarci troppo che arriva il momento di fare OTTO e tutto è silenzio, concentrazione, commozione. A sorpresa è arrivata anche la Glori che grida ancora una volta che nessuno mette Babe in un angolo. Eh no, nessuno ce la mette, nessuno mette noi, piccole Babe senza un maestro di mambo, in un angolo. E noi, Babe del 21esimo secolo, non abbiamo bisogno nemmeno di un innamorato che parli al posto nostro.
Ho paura stasera, mi sento come se fosse la prima volta che lo faccio, questo spettacolo, e mi vergogno e temo di non essere sufficientemente presente, e tutta questa emozione si addensa come una nuvola piena di pioggia all’angolo degli occhi. Non ci posso credere, quando finiamo, non ci posso credere a quanta bellezza mi torna dalla platea.

Allora per questo e per la marmellata biologica mi viene da ringraziarli infinitamente, i compagni e le compagne di Senigallia, perchè m’hanno rispettata e amata e m’hanno fatto sentire che tutto aveva un senso. Un’attrice vera, m’hanno fatta sentire, in quella isoletta di bellezza fiorita nel mezzo della zona commerciale di Senigallia.

Ed ero ancora piena di tutta questa bellezza il giorno dopo al mare, un’acqua fresca limpida trasparente e gli ombrelloni! Gli ombrelloni che il centro sociale affitta per l’estate intera di modo che si possa sempre andare al mare, perchè bisogna andarci, al mare, porcamiseria, perchè il mare è nostro, il mare siamo noi, allora eccoci ai Bagni77, Beniamino si stende sul lettino e ronfa e io ascolto Alessandro che mi spiega con un certo piglio ingegneristico che la disposizione degli ombrelloni di quest’anno è problematica, mi elenca una serie di problemi non da poco, e in mezz’ora riesce a sollevare un vero e proprio dibattito che sfocia in una votazione seria, della quale ahimè non conosco l’esito. Comunque a me gli ombrelloni ad angolo non dispiacevano. Certo capisco che avere proprio di fronte l’area di gioco per i bambini potesse creare problemi non indifferenti di odio violenza e stragi degli innocenti.

Ma soprattuttoil mare di Senigallia è bello perchè ci sta il bagnino più fico della storia ovvero Nico che si è comprato pure le pinne la maschera e la bandana, ci ha una maglietta rossa e guarda l’orizzonte sperando che qualcuno rischi di annegare, dal momento che la vita sulla torretta è noiosissima e non si può manco leggere. Sta nobilmente seduto sulla torretta proprio di fianco alla rotonda sul mare che cantava quello sfigato di Freddie Bongustaio e mira l’orizzonte munito di binocolo. Io quasi quasi mi tuffo e mi faccio venire a salvare per il puro gusto di salire sul suo pattino rosso a remi e vederlo con le pinne.

Ma uffa dobbiamo partire perchè Ancona ci aspetta e stasera si replica al mundialito antirazzista. Come l’anno scorso Silva e Alessio ci accolgono con entusiasmo  e grigliata di carne, io provo a trasmettere un po’ della mia gioia a Beniamino che però mi si è un po’ depresso. Per mia fortuna ho imparato a 33 anni a non crucciarmi troppo se il socio si deprime, faccio tutto meglio che posso e mi attacco forte all’idea di fare qualcosa di sensato, mi attacco alla bellezza delle persone e alla sensazione di essere un po’ a casa ogni volta che sono sul palco. E proprio mentre penso a queste cose arrivano Reka e Pa direttamente da Falconara, mi ero ormai rassegnata a non vederli, questa volta, e invece eccoli puntualissimi come al solito, io quasi mi commuovo nel vederl, li abbraccio li bacio e non mi voglio scollare più.

Con questo sentimento di gioia e gratitudine faccio OTTO, cercando di dare il mio meglio anche stasera, e poi il resto è un festino sulla spiaggia, il resto è un buttafuori che punisce ingiustamente il nostro Beniamino e noi ridiamo, il resto è il treno che passa vicino al mare terrorizzandoci nel divertimento di Reka e Pa.

Il resto è che la turnè nelle Marche è finita e ce ne torniamo a casa pieni di pensieri, a Padaniacity c’è un tempo di merda, mi sento sola, mi sento che ogni spettacolo è una specie di parto ingiusto che ti lascia svuotata e insensata, mi sento che non ho costruito niente e simili pensieri paranoici. Ho voglia di scappare lontanissimo e non essere qui.
Padaniacity è immensa e comincia dieci km a sud di Bologna per estendersi come un blob velenoso attraverso la pianura martoriata dall’ultimo terremoto e da secoli di noia. Che ci faccio qui. Lontanissimo me ne vorrei andare, dove nessuno mi conosce e nessuno prova a mettere Babe in un angolo.

Magari me ne scappo nelle Marche.

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Apr 16 2012

ritorno al futuro tour, parte terza

Ci sono alcune società nelle quali la capacità di capire le situazioni rapidamente e di agire di conseguenza è considerata un talento. Tipo che tu arrivi a un festino, dai un’occhiata in giro e tac capisci che aria tira, dunque ti comporti in maniera adeguata. Ecco io non so se c’ho questo talento, però adesso mi sembra di aver preso l’unico ritmo possibile, di essere stata scaraventata in pista e di essermi messa a ballare cercando il più possibile di andare a tempo.
Oibò, a volte mi sento il brutto anatroccolo, ma in fin dei conti io ce l’ho questa sindrome, vitantonio la brutta anatroccola, oramai non me ne faccio più un problema e ballo come se nulla fosse agitando le piume e le zampine palmate, muovendo il beccuccio a destremmanca e quaquaqua.
Ebbene  ho definitivamente, ineluttabilmente, irrevocabilmente ricominciato a fare l’attrice. L’avevo già detto? eh sì che l’avevo già detto. M’hanno scaraventata nel mezzo della pista da ballo di una festa dove non avevo preventivato di andare.
Che paura all’inizio.
Paura e un poco di rabbia. Eh. Poi a un certo punto mi sono detta che la rabbia era inutile, perdevo solo energia, e invece tutte le mie energie dovevano essere impegnate nell’apprendimento dello scatenatissimo ballo tanto in voga in questa festa. Mi sembra di essere sulla buona strada. Un due tre mezzo giro chachacha caaaschè. Sciangèlafamm!!!!

In fin dei conti si tratta soltanto di riprendere in mano le cose antiche. E così venerdì 13 -in barba a tutti gli scaramantici - sono andata nientepopodimenocchè  a San Vito Chietino da Fabi, l’amico e compagno che da Bologna se ne è tornato a casa e adesso gestisce insieme ad altra gente bellissima un centro sociale che si chiama Zona 22. Sono andata a fare OTTO.

Ho voluto farlo per Fabi, perchè lui in questa cosa ci crede moltissimo, e per tutto il centro sociale. Perchè aprire un centro sociale in un paese dell’Abruzzo non è cosa facile per nulla, e perchè magari chissà, un giorno l’eco di queste cose eroiche arriverà pure in quella landa desolata che è il Molise. Ho voluto farlo per questo e per molti altri motivi, miei, privati, personali, che non avevo ammesso manco a me stessa ma che sono emersi davanti al mare burrascoso quando mi sono trovata di fronte alla stessa spiaggia dove oziavo l’estate scorsa prima di partire per Seoul.

OTTO oramai l’avrò replicato circa duecento volte quindi almeno il problema della memoria è superato, epperò ci sono al contempo mille altre emozioni che si aggrappano agli intestini, gli sguardi ogni volta diversi, i gesti di chi è perplesso, le ansie provocatemi dal fonico di turno. Questa volta il Fabi e Zona22 tutta si erano prodigati per farmi fare lo spettacolo nella sala consiliare, a me, proprio a me, nella sede dell’ordine costituito, mi sentivo felicemente blasfema, ero fiera di me. Mi sono arrampicata su un palcoscenico fatto da due tavoli dove il giorno dopo gli onorevolissimi consiglieri avrebbero discusso vai a sapere quale istanza, Fabi mi ha fatto da fonico da scenografo da servo di scena e da personal trainer e via, OTTO come al solito è partito da solo, mio malgrado, ogni volta uguale e ogni volta diverso, io ogni volta commossa e incazzata e speranzosa e sognante, io ogni volta di nuovo ventiseienne.
Urlavo e sussuravvo il mio diritto alla rabbia, inveivo contro questa precarietà che non ci siamo scelti, mi agitavo e mi placavo, la sala era piena e silenziosa, e poi alla fine di colpo applausi e le persone, le persone commosse e calorose come mai, le persone che trovavano parole per me, per il mio spettacolo, parole che mi sembravano troppo grandi, e io non sapevo come gestirmele, queste parole, mi imbarazzavo e mi schernivo, che io dopo gli spettacoli vorrei solo scomparire, invece ero là, io, e lo spettacolo era proprio il mio spettacolo, l’avevo fatto io, io tutto quanto, quelle parole e quegli sguardi erano proprio per me e io quasi non ci credevo.

Poi come al solito finiva tutto in fretta, un pasto veloce e io che me ne andavo sempre prima della fine della festa, che a me piace così, non arrivare mai fino agli sgoccioli. Mi rimettevo sulla lucillomobile e guidavo nel nulla verso CRAMPObasso e verso un fine settimana ancora incerto.
Guidavo nel nulla autostradale e mi sentivo che ne era valsa la pena, che questa danza scatenata alla quale non ero preparata forse non era così inutile, che in tutta questa mia mancanza di grazia, in tutto questo mio essere sempre un po’ troppo fuori posto, forse ero riuscita a mettere insieme qualche cosa di bello.

Un due tre, mezzo giro, sciangèlafamm!!

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Feb 23 2012

io, gli allievi attori e altre storie.

“Il pensiero è alato
tu credi di pensarlo
ma è lui che ti pensa
e tu sei solo pensato”

Arrivo di fronte all’edificio e sono già preparata alla rabbia. So perfettamente, noiosamente, banalmente quello che ci troverò. Conosco i motivi della mia futura frustrazione. Conosco l’insormontabile distanza tra l’insegnante e l’allievo. Non mi capiranno, non mi spiegherò. Proverò a dare consigli che essi percepiranno come ramanzine. Non mi so spiegare, non mi sanno capire. Cerco un’impazienza, una rabbia, una fame, che non trovo. Cerco me a vent’anni, che ogni lezione alla scuola di teatro era una corsa all’impazzata, un urlo, ogni improvvisazione era gridare sì sono io e sono così e sarò attrice.
Cerco la me che si svegliava alle sei e trentacinque ogni mattina e pigliava la bicicletta, e poi il treno, e poi mezz’ora a piedi per arrivare a teatro, perchè quello era il luogo del sogno era il luogo dell’esistenza era il luogo della presenza. Cerco me e non mi trovo.
E mentre percorro il corridoio sono terrorizzata dall’idea di essere stupidissimamente ingabbiata nel mio ruolo.
A nessuna di queste persone glie ne frega un emerito niente se io lascio il teatro, se sono delusa, se sono affranta. E nessuno si aspetta che io abbia anche una vita privata, amori che naufragano, amici che mi mancano, genitori che invecchiano. Sono una funzione, e loro sono gentili nei limiti del possibile, cercando di preservarsi, ma preservarsi da chi, da cosa? mi domando mentre poggio la mano sulla maniglia. E mi chiedo perchè siano qui, che cosa vogliano da me. E ho terrore delle loro facce inespressive, che non sai mai se non hanno capito o non glie ne importa niente, e in quell’about blank io mi specchio e non mi trovo, non mi ritrovo.
Entro in classe.
E so che la metà di loro non avrà letto il copione.

A questo punto della storia potrei incazzarmi. Ma ho mal di testa, e sono terrorizzata dall’idea che persino la mia rabbia cada nel buco nero del loro disinteresse. Ho il corpo pieno di cicatrici. Penso alla mia partenza, penso al mio stronzissimo e inutile dolore, penso alla mia banalissima sofferenza, e non mi schiodo. Penso che mi sento il cuore spezzato, sì, il cuore spezzato, proprio come si scrive in quei romanzi d’appendice. E penso che a nessuno glie ne frega niente, perchè ognuno ha il suo piccolo cuore spezzato, ognuno se la vede con le sue piccole delusioni. Li guardo, e mi domando quanti di loro sono stati lasciati da un innamorato, quanti non hanno passato un esame a cui tenevano, quanti si guardano allo specchio e si odiano, quanti temono di non farcela, quanti soffrono d’insonnia o stitichezza, quanti cercando di mettersi a dieta ogni mattina. Li guardo e mi specchio in queste piccole, inutili sofferenze.

 

E mi ricordo all’improvviso di una volta. Avevo ventun’anni ed ero un’allieva attrice.
Pensavo che a trent’anni avrei vinto il premio Ubu, che avrei lavorato con Federico Tiezzi e Mario Martone.
Pensavo che avrei incontrato Peter Brook e Cesar Brie.
E mi sentivo male, malissimo, e mi odiavo. E mi sembrava di non farcela.
E forse avevo esattamente la faccia di uno qualunque dei miei allievi oggi.
Quella sera, per la prima volta, mi misi a scrivere.
E venne fuori l’inizio del mio primo monologo.

 

 

Allora me li guardo tutti, persi, forse anche un po’ annoiati.
Invece di incazzarmi parlo.
Dò delle indicazioni chiare. Poche. Pulite. Semplici.
Poi metto una musica.
(Loro non lo sanno, ma questa è una delle poche canzoni che io riesca ancora ad ascoltare in questi giorni).

 

 

Ed essi, all’improvviso, vivono.
Ognuno di una sua perfezione.
Ognuno unico.
Fluidi, spezzati, leggeri e pesantissimi. Gravi. Liquidi. Aerei. Focosi.
D’un tratto essi diventano presenze. Occupano lo spazio. Lo trasformano.
Essi, semplicemente vivono.

Allora mi esce una lacrima.
Che non vuol dire niente, se non che anche io, in questo momento, vivo.
Un poco, anche attraverso di loro.

 Chi lo sa, perchè abbiamo sognato di fare gli attori.

 

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Dic 14 2011

the horror has gone

Quattordici dicembre duemileundici, e mi chiudo la porta alle spalle con un discreto ritardo sulla vita. La strada e` quella di tutte le mattine, discesa furibonda fino a Itaewon, attraversamento selvaggio della strada a trentacinque corsie, salto mortale, tiro della palla infuocata, corsa a ostacoli con draghi digiuni che mi inseguono sputando fuoco, duello con Katana con la hostess che tutte le mattine vorrebbe infilarmi nella lista d’attesa dell’ospedale di cui fa la bidella, ultimi scatti rigorosamente in salita e poi finalmente, dopo il rigido esame di un altro implacabile bidello che siede all’ingresso dell’edificio, finalmente arrivera` la rassicurante noia della mia scrivania.Mentre mi esibisco alla perfezione in questa nuova disciplina olimpica nota come “arrivo sul luogo di lavoro in tempi umani” mi passa davanti la mia Seoul.


Gli Apat, altissimi agglomerati di appartamenti  che da soli contengono piu` abitanti della citta` di Campobasso, i loro ascensori divisi per piani pari e piani dispari, con i televisori per non dover parlare coi vicini e l’aria condizionata (d’estate) o il riscaldamento (d’inverno).

Le residenze di ambasciatori, segretari, industriali e via discorrendo, ogni residenza col suo cancelletto, ogni cancelletto con la sua guardiola, ogni guardiola col suo omino il cui unico ruolo e` quello di ricordare al padrone, gia` dall’ingresso in casa, che esiste qualcuno piu` in basso di lui nella gerarchia sociale.

I department-stores e le loro boutiques di stelline e brillantini, di addobbi di natale, di magrissime coreane con lo stomaco dimezzato e il portafogli straripante che si mettono in lista d’attesa per avere l’esclusiva borsa di sarcazzo chi, di aitanti coreani vestiti esattamente come nella gigantografia pubblicitaria che troneggia dietro di loro, di fontane dove ogni 15 minuti partono i giochi acquatici,  tripudio di elettricita` ed energia atto solo a dimostrare la potenza il lusso lo sfarzo lo spreco.

Le automobili immense che puntualmente bloccano il traffico perche` sono troppo grosse per le stradine del centro.

Le porte girevoli, gli addobbi, gli happy christmas, le cliniche estetiche, le lucine, le musichette, il riscaldamento a go-go.

Cammino cercando anche oggi di portare l’osso del collo intatto di fronte alla mia scrivania e vedo pure le signore di sessant’anni che non hanno la pensione e per sopravvivere stanno in un baracchino di un metro e mezzo per due cuocendo riso per farne tok, che poi vendono in confezioni da mille won, con qualsiasi condizione meteorologica.
Vedo il vecchio fruttarolo che dorme nel camion insieme alla sua frutta e la mattina alle otteccinquanta, mentre svolto nella stradina laterale dove lui parcheggia, sta allestendo i suoi cachi e le sue pere cinesi.

Vedo due ubriachi che vengono gentilissimamente ma fermissimamente spintonati fuori dall’ospedale.

Vedo le signore delle bancarelle del mercato, che dormono nel gabbiotto insieme ai vestiti.

Vedo il barbone che finalmente si e` infilato nella metropolitana, appena riaperta dopo la chiusura notturna, dove c’e` il riscaldamento a palla e la sopravvivenza diventa possibile anche durante l’inverno di Seoul.

Vedo le donne di Itaewon che chiudono il loro street cafe` col trucco disfatto e la minigonna strappata, stanche devastate e pure soddisfatte per essersi guadagnate anche l’ennesima nottata grazie a qualche occidentale appassionato di turismo sessuale.
 

Tutto questo vedo, e tutto insieme, mi sbatte in faccia addosso con una violenza che mi ferisce, e non lo posso accettare non lo posso ingoiare eppure ci sto in mezzo e mi ci mescolo, cammino veloce e piccolissima in mezzo ai grattacieli di Seoul e alle sue mille contraddizioni e mi domando cosa non funzioni, mi chiedo dove stia la falla in questo modello asiatico dell’iperproduttivita` ad ogni costo, dell’apparire prima ancora che dell’esistere, mi domando tutto questo e per un attimo mi viene voglia di tornare in Italia.  

Poi proprio mentre mi sto adagiando al pensiero di un ritorno, dei compagni, della lotta, della citta` dagli odori conosciuti, proprio mentre lo sto facendo mi ricordo che ieri uno studente e` morto sepolto dal crollo di un palcoscenico. E lui stava li` perche` ci lavorava, precarissimamente, proprio come ho fatto io per tredici anni della mia vita, e come fanno molte delle persone che conosco. Ecco il lavoro one shot, ti chiamano ci vai ti massacri di pagano una miseria ma intanto hai i soldi per andare avanti qualche giorno mentre studi o provi a fare lo stronzissimo mestiere per cui avresti studiato. Salvo poi quando casca il palco e l’artista di turno scendendo soavemente dalle sue nuvolette a sette zeri dichiara sconvolto di non saperne nulla, dei subappalti delle speculazioni e dei lavoratori sottopagati. Che viene da domandarsi dove viva, l’artista di turno. Forse il coniglio di Alice lo mette a letto ogni sera raccontandogli la storia del buon noncompleanno mentre gli operai sottopagati costruiscono il suo palco e se tutto va bene questa volta nessuno muore. 

E penso pure che ieri a Firenze sono morte due persone, morte ammazzate, semplicemente e stupidissimamente e rabbiosissimamente per il colore della loro pelle, che sono state ammazzate perche` erano nere, con tutto cio` che questo comporta in un certo immaginario popolare, sono state ammazzate mentre lavoravano in un paese di merda che non e` nemmeno il loro e dove stavano perche` avevano sperato di avere diritto a una vita migliore. E per questo sono state ammazzate.
Penso al campo rom e al linciaggio sfiorato a causa di una menzogna, perche` la morale bigotta di alcuni pezzi di societa` non vede l’ora di scaricare il peso della colpa sullo zingaro di turno. Siamo tutti li` che aspettiamo il momento buono per trovare il prossimo extracomunitario violento sessuomane rapinatore mostro. Cosi` ci saremo lavati la coscienza di tutte quelle volte in cui abbiamo discriminato, offeso, maltrattato, abusato, semplicemente in nome della nostra superiore europeita’.
 

Penso a questo. Penso a tutti i coreani che non si siedono vicino a me in metro, semplicemente perche` sono bianca. Penso all’Europa all’Asia ai modelli al welfare a questo crollo globale al quale mi sembra di assistere e continuo a domandarmi quale di questi due orrori cui sto assistendo sia il peggiore, da dove devo fuggire, dove devo andare a resistere.

E la risposta non ce l’ho, perche` sono una miserabile lavoratrice precaria che in Corea come in Italia lavora a nero e non sa mai come arrivera` alla fine del mese, perche` devo stare ai giochi e ai capricci dei piu` forti, perche` posso permettermi di lottare solo fino a quando non mi hanno sbattuta fuori dall`ennesimo posto di lavoro.

Non ce l’ho la risposta, ma oggi e` 14 dicembre.
Penso a un viaggio in autobus di un anno fa.
Al fuoco, al calore, alla rabbia, ai diritti.
Al Socio col naso bendato, penso.
Alla cioccolata nascosta nella sua giacca.
A Fuipp che mi racconta di Marsiglia.
Alla Fla, ad Alice e a tutti gli altri.
Alla basilica di San Luca.
Ai miei compagni, e alle mie compagne, penso.

E se mi aggrappo a questo pensiero, in qualsiasi orrore io stia vivendo adesso, mi viene una sorta di speranza.
 

Allora respiro, allungo il passo, sorrido all’ennesimo bidello, passo oltre. 

 

Io non vengo dalla luna.

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Set 27 2011

oggi la mia domenica è di martedì

Oggi mi sono presa un giorno di pausa dalle difficilerrime mansioni di stragista, come dicono gli impiegati incalliti mi sono presa un giorno di ferie, o di permesso se ci piace di più questa cosa di dover chiedere il permesso, io invece direi che mi sono presa un giorno libero cazzo, perchè il lavoro rende schiavi, schiavi schiavissimi, il lavoro incatena strapazza addormenta i pensieri il lavoro a volte è una bestia che vede rosso e dietro il rosso ci sei tu, il lavoro è despota per sua stessa natura e ogni tanto c’è bisogno riaffermarsi e di liberarsi dal lavoro allora io oggi ho reclamato un giorno libero un giorno liberato per starmene con il mio prof yeah.

Proprio così tutta la santa giornata col mio prof,
che è stata una delle giornate più belle da quando sono arrivata a Seoul.

Proprio una giornata bellissima. C’era un sole meraviglioso di quelli che tu dici cazzo sì sì sì esci fuori sole esci fuori oggi che mi sono presa il mio giorno libero esci e abbronzami tutta alla faccia dei cadaveri bianchicci, baciami sole sole mio sudami e sbatacchiami.
Così sono arrivata all’uni dove il prof avrebbe tenuto nientepopodimenocchè la relazione conclusiva del suo soggiorno qui e io me la sono ascoltata tutta mangiucchiando sandwich offerti dall’università, una relazione peraltro fichissima che a me mi è sembrata financo troppo radicale visto l’ambiente superaccademico eccetera invece lui era ipertranquillo e allora mi sono tranquillizzata anche io però cazzo lo so che uno non ci crede ma io mi sono quasi commossa anche se non so bene se a commuovermi di più è stata la situazione demografica coreana o la passione del prof o la sua terribile ammissione che la multiculturalità non esiste e il cammino è lungo e la lotta aspra.

Vabbè ma insomma il mio giorno libero non è trascorso tutto frignando mentre il prof dai calzini a righe cercava di risolvere uno dei suoi problemi sistemici no, anzi, dopo è cominciato proprio il vero divertimento su e giù per il campus a chiacchierare e a raccontarcela a impacchettare e i libri e i progetti e i sogni e Bakunin e Soriano e Pazienza ed era una giornata bellissima, il sole se ne stava sempre là, splendido proprio come il sole sa essere mentre gli studenti ai megafoni parlavano di cose a me incomprensibili e da qualche parte qualcuno costruiva qualcosa. Questo in realtà non ricordo se sia successo, ma in Corea ovunque c’è qualcuno che costruisce qualcosa, quindi posso quasi garantire che nel mio quadro pomeridiano c’era un edificio in costruzione.
E io su e giù a zampettare col prof a ridere quando mi sono presa una tazza di roiboos che lui ha ribattezzato roipnol e a parlare di quello che si può di quello che non si può di quello che si spera.
Ma soprattutto oggi per la prima volta il mio prof non mi ha fatto pensare al teatro e mi ha ascoltata attentissimo occhi spalancati quando gli dicevo

cazzo (gli ho detto così, gli ho detto cazzo) mi sono chiesta:
ma allora tutta la mia determinazione si esaurisce nel venire a Seoul a fare uno stage non retribuito?
a questo punto potevo pure starmene alla camera di commercio di Crampobasso.

E mi sembra che lui mi abbia proprio capita, porcamiseria e porcogoverno, mi sembra che mi abbia capita proprio e mi sono sentita un po’ meno aliena un po’ meno sola mi sono sentita una grandissima privilegiata. Mi sono sentita fichissima a trascorrere il pomeriggio col mio prof che impacchettava i suoi libri e mi faceva sentire che non ero sola e mi raccontava le sue storie e ascoltava le mie anche se io ogni tanto mi fermavo perchè mi ricordavo che era il mio prof.
Come per esempio quando è venuto fuori che non uso gli assorbenti e stavo partendo con una super tarantella sulla coppetta mestruale e l’ecologia ma poi per fortuna mi sono fermata in tempo e ho evitato di fare il sermone da femminista ecologista al prof. Poco ci mancava che gli facessi vedere pure come si usa.

Splendeva il sole e noi giravamo sigarettine con questo schifosissimo tabacco della base americana avuto grazie alla bontà di una delle mie tremilaottocentotrentaquattro cape splendeva meraviglioso il sole di settembre e io mi dicevo oh, ma com’è possibile che il mio prof non è ancora diventato il capo mondiale indisscusso di tutti gli affari coreani nonchè della capacità di comprensione e umanità con delega all’entusiasmo e al carisma?

Eh, non lo so come mai. A me mi dispiace solo per chi non lo conosce il mio prof dai calzini a righe che oggi però non ce li aveva a righe i calzini ma è uguale. E sono molto invidiosa di tutti quegli studenti che lunedì se lo troveranno in classe e io vorrei tanto esserci anzi mi dico ma scusa, invece di fotocopiare i preservativi usati gratis qui a Seoul non potrei fare l’allieva modello del prof?
Poi mi dico no, io non devo fare questo, devo fare altre cose che ieri improvvisamente ho capito mentre parlavo con uno che non mi cagava di pezza e metteva in mezzo parole come determinazione e capacità e a me mi è salita una rabbia, mi è salita, e anche una paura e un’ansia e un’eccitazione che non lo so, è finita che ho scritto una mail ad Alice che è l’unica persona che fa quello che sto facendo io ovvero si sta giocando tutto.
Ma la storia di Alice è un’altra e oggi non c’entra. Oggi non avevo più l’ansia oggi ormai avevo deciso e c’era in me un po’ di paura, pensavo alle persone che potrei perdere se veramente anche qui io decidessi di andare fino in fondo, pensavo a sentimenti che non mi aspettavo di provare e che mi spaventano, pensavo pensavo pensavo e anche mi sentivo felice perchè mi ero resa conto che ero pronta a giocare fino in fondo fino in fondo.
Allora oggi ero felice e dopo aver parlato col prof e averglielo detto ero ancora più felice perchè lui non mi aveva detto che ero pazza incosciente o troppo ambiziosa, oddio magari lo pensava ma non me lo ha detto e nemmeno lasciato trasparire da come mi guardava. Anzi mi ha promesso di sostenermi e a me queste cose chi cazzo me le ha mai promesse diokèn???????

Che sole che c’era oggi a benedire il mio giorno liberato insieme al prof, che sole meraviglioso che speranza che passeggiata che pacchi che risate. E poi è successo che mi sono ricordata che il prof tra due giorni se ne va e se ne torna ad Atlantide prima che affondi, e allora mi sono un po’ rattristata anzi mi sono rattristata moltissimo perchè mi mancherà un sacco il mio prof, ecco cazzo. Mi mancherà tantissimo e mi dispiace che se ne vada e mentre lo scrivo mi viene anche un po’ da piangere e sono proprio scema. Allora mi ha anche regalato i suoi cucchiai coi gatti e la tazza dell’università e molte altre cose che adesso sono tutte sparse nella mia stanza insieme a dei pomodorini ciliegini e mi ha infilata nel taxi e ha detto al tassista di portarmi a casa e io mi sono sentita proprio come se si fosse preso cura di me e a me il prof mi mancherà un sacco e io gli voglio proprio bene e penso che i suoi prossimi allievi saranno proprio fortunati.

Ecco ora piango un pochino perchè a me quando le persone se ne vanno mi spaventa sempre molto e forse è per questo che me ne vado sempre io. Poi mi passa, perchè penso al sole del mio giorno liberato e credo di essermelo meritato tuttotuttotutto.
Boys don’t cry.

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Set 25 2011

io in mezzo a ventimilioni di poco allegri ragazzi morti

Comincia tra pochissimo un’altra settimana da st(r)agista epperò io oggi sono un po’ meno crucciata di quanto non lo fossi domenica scorsa, sarà che ieri ho fatto dei giri per scoprire la città e ho dischiuso porte su mondi che mi sono apparsi molto affascinanti e sì, cazzo, mi sono anche divertita, ma soprattutto ho esplorato ho cercato ho annusato e ho pure guadagnato cinquantamila won prestando la mia santa vocina per un progetto non meglio definito ma in fin dei conti chi se ne frega, son trenta euro e passa, ci mangio per una settimana e son contenta.
Che hangover che risacca che disfacimento stamattina, ero tutta un relitto ma poi pensavo a ieri alla nottata incredibile, attorno a me peruviani tedeschi filippini e persino un americano che mi diceva che la colpa di questa stronzissima crisi è tutta della maledettissima globalizzazione e io non ci potevo credere, non ci potevo credere che fosse proprio uno della California a dirmi una roba del genere, e nei fumi dell’alcool pensavo allora il momento della grande rivoluzione sta forse arrivando, se pure gli americani si svegliano e la smettono di menarcela che il segreto è il mercato ma quale mercato.

Non si fa che parlare della crisi dell’Europa qui in Asia, io non capisco bene se loro siano preoccupati di colare a picco o se non vedano l’ora di pigliare la palla al balzo e fare il colpaccio e via, si comprano tutto, Italia compresa, e ti faccio vedere che bel casino mondiale. Io sinceramente a tutte le domande paratecniche non so cosa rispondere, tantomeno non sapevo cosa rispondere ieri, che prima del momento topico avevo ingaggiato una gara di birra con un tedesco e insomma, ovviamente avevo perso ma mi reggevo ancora abbastanza bene, sebbene ferocemente abbrancata al parapetto di un appartamento al quindicesimo piano in un posto dove a s s o l u t a m e n t e non saprei tornare.
Allora per un po’ ci ho provato ad essere seria e a dire all’amica filippina che insomma sì, stiamo cercando una strategia comune, che ce la faremo, ma dopo un po’ mi sono girata l’ennesima sigaretta e le ho detto frankly I don’t give a shit. Lei ha riso, per quanto mi ricordi.
Che se tutto va male e l’Europa laggiù affonda, io in fin dei conti sono qua e ci ho anche il visto, quindi insomma, ieri sera nella sbronza mi sentivo anche minimamente paraculata, pensavo che era come quelle persone che per sbaglio erano uscite di casa mezz’ora prima del terremoto e la casa bum giù. E loro vive. E la casa morta. La sbronza ti fa essere egoista e ti fa dimenticare i buoni propositi di lotta eccetera. Io ieri sera volevo solo bere e dimenticare la solitudine la precarietà la struttura volevo solo divertirmi con quegli amici occasionali che probabilmente non rivedrò mai più ma che mi hanno fatto sentire meno sola in questa città sterminata.
Seoul è un casino e il sabato mattina tutti si acchittano vestiti da trekking e vanno a passeggiare sui monti che circondano la città, a me sinceramente mi fanno ridere, perchè non c’è un cazzo da fare trekking, sono camminate su stradine sterrate rese perfettamente agibili, a volte leggermente in pendenza, ecco, ma non c’è bisogno di tutto quell’armamentario e poi diokèn mi fanno ridere mio malgrado tutte quelle braccia coperte dal sole e quei cappelli a falde larghe e l’orrore della luce che hanno in molti qui. Lo so questo commento è un po’ razzista e disvela una mia certa difficoltà nell’accettare i costumi altrui, lo so lo ammetto ma oh è così, ho comprensione e ammirazione per moltissime cose della Corea che sto conoscendo, ma questa cosa del sole e della bianchezza della pelle proprio non la mando giù, mi fanno impressione le vagonate di creme sbiancanti che si vendono nei negozi di bellezza, mi fanno impressione quelle facce da teatro No, cadaveriche a dispetto di un colore che evidentemente sarebbe più vitale, mi fanno proprio una certa impressione e certe volte in metropolitana percepisco lo sguardo di disapprovazione, pur se culturalmente ipercelato, nei confronti delle mie braccia nude e abbronzate e della mia faccia che, mioddio, ha delle rughe! delle rughe! ma vuol dire che io cazzo faccio delle espressioni!!! non è armonioso non è corretto non è bello.
Mi viene a volte voglia di fargli le linguacce, a certi cadaveri di bambola, solo per il gusto di dimostrare che cosa può fare un corpo, quanta paura può incutere, ma poi mi dico cazzo vitantonio calmati in fondo cosa vuoi che sia sei soltanto salita in un vagone pieno di cadaveri epperò i cadaveri sono la maggioranza, immagina cosa penserebbe uno di codesti cadaveri se fosse catapultato che ne so sulla circumvesuviana in pieno agosto in mezzo al sudore ai colori alle grida ai bambini obesi alle nonne con l’alluce valgo, il cadavere pazientemente cercherebbe di non farsi troppo contaminare da tanto disordine e forse penserebbe cose tanto razzisti quanto quelle che stai pensando tu adesso, o forse no, nella sua cadaverica armonia asiatica farebbe dei pensieri sul mondo sull’armonia e su Confucio e non giudicherebbe tutte le signore starnazzanti e i loro borsoni pieni di timballi da portare in spiaggia. A me personalmente oggi persino gli starnazzi mi mancano un po’ ma è solo l’hangover e questo cazzo di fuso orario che rende difficilissima ogni comunicazione con le persone che mi sembrano vive e che amo e che mi mancano. Io non capisco com’è questa storia del fuso orario, non potremmo avere tutti nel mondo uno stesso orario? perchè la terra gira non potrebbe starsene ferma perbenino? e adesso non sarebbe che qui è quasi notte e in Italia è pomeriggio, sarebbe che ci potremmo parlare e non si dovrebbero prendere questi appuntamenti allucinanti tipo ci sentiamo alle undici e poi scopri che l’altro intendeva le undici sue ma alle undici sue tu eri nel pieno del sonno perchè per te erano le sei diokèn. Io non avevo mai pensato che il fuso orario potesse occupare tanta parte dei miei pensieri. Sarà che non ho niente a cui pensare?
Epperò alla fine il fuso orario in tutta la sua stronzaggine ti costringe anche a farti la tua vita qui a non stare sempre attaccata a quello che hai lasciato, che poi tanto lo sai che tornerai ad Atlantide, ammesso che non sia ancora affondata, e qualche cosa succederà.

Questo pensiero mi porta direttamente a un corpo a un odore a mille odori e sapori e sguardi e cose che mi sembra di avere ancora appiccicate sulla pelle e allora mentre sto qui senza mutande a scrivere il mio post da stragista mi sale un miscuglio di cose che finisce che adesso chiudo tutto e mi vado a fare una passeggiata. Sì lo so ho appena scritto che sto senza mutande. Però voglio specificare che fino al busto sono completamente vestita. In questo sono diventata molto coreana, chè i coreani sono moooolto timidi e pudichi per quanto riguarda il busto le spalle il seno che non si deve vedere niente sennò mioddio è uno scandalo, però sotto puoi pure uscire in mutande, che quello non è un tabù. Allora io per porre una controtendenza a questa mia scomodissima uscita razzista di oggi sui cadaveri eccetera ho deciso di essere più realista del re e sto girando in casa completamente vestita fino al busto e poi nuda. E’ un gesto a favore dell’integrazione.

Bene adesso vado a dormire e domani devo ricordarmi di mettere le mutande perchè non essendo i miei colleghi coreani non so se apprezzerebbero questo mio gesto di apertura interculturale yeah.

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