Archive for Dicembre, 2007

Dic 31 2007

i miei bilanci

Published by lucilla under interni, blog, carla vitantonio, amici

Come mi ha scritto il mio amico Raschia, se mi chiedessero di firmare per avere un 2008 copia carbone del 2007 io la firma la metterei ad occhi chiusi.

Gli oroscopi dicevano che sarebbe stata ca-ta-stro-fa
Gli allora capi di lavoro pronosticavano disgrazie
Gli allora colleghi improvvisavano malocchi
Gli amici mi consigliavano di aprire gli occhi e stare bene in guardia
I genitori si stracciavano le vesti in ogni caso

insomma

secondo tutta la cerchia dei conoscenti prossimi e lontani ero assai vicina alla capitolazione definitiva, all’errore irreparabile, alla tragedia

io, sinceramente, se guardo a quest’anno che finisce oggi, non ci capisco ancora niente.
Mi ricordo esattamente com’ero un anno fa, ricordo persino che vestito indossavo, ricordo che ero convinta che non avrei mai più rivisto il mio uomo e che ero disperata e impaurita e persa, ma al tempo stesso fiduciosa, eccitata e felice di aver finalmente preso in mano la mia vita. Ricordo che non avevo la più pallida idea di quello che mi sarebbe successo, ma godevo della certezza che tutto sarebbe cambiato e che finalmente, si, finalmente avevo in me la fiducia necessaria per pensare qualche cosa farò.
Ed è così che ho vissuto quest’anno e ho cercato di seguire questo sentimento, questa sincerità, questo sentire vero,
ogni giorno,ogni giorno, ogni giorno. E mi sono incazzata, e ho sofferto, e ho perso delle persone, e a tratti ho avuto l’impressione di essere completamente e irrimediabilmente sola e persa, però questa trasparenza non l’ho mai abbandonata, pur con paura, a volte.
E adesso sono qua e non è che vada tutto bene, e non è che sia contenta di tutto, e ogni giorno devo imparare e reimparare che vuol dire l’amore, ogni giorno devo ricordarmi che non sono la protagonista di un film americano, che non sono solo sentierini di petali e braccia di mare, ogni giorno devo imparare a essere umile davanti a quest’uomo che è così lontano, così irrimediabilmente diverso da me e proprio per questo è l’unico uomo che può amarmi e l’unico da cui io voglio essere amata. Sono qua, vicino a lui, in questa casa, in questo posto. E’ vero, io questo posto non l’avevo scelto, ma ho scelto lui, e lui è la casa, e da qua voglio cominciare questo 2008.
Avevo domandato di trovare una strada.
Per intanto ho trovato il mio punto di partenza, e da qua posso andare.

 

 

A tutti voi auguro di trovare e ritrovare il vostro, di punto di partenza.

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Dic 29 2007

La tombola in casa vitantonio

Non c’è natale che si rispetti se non viene praticato lo sport estremo della tombola. Ognuno si prepara come può e come sa, fino al 24, giorno della prova generale. In attesa del cenone vengono riesumati il tabellone coi disegni, i numeretti consumatissimi contenuti in una specie di piramide di plastica verde chiusa da un raffazzonatissimo tappo di zucchero, le cartelle comprate da mamma e papà vitantonio nel 1976, i ceci e i fagiuoli con tanto di vermetti e farfalline.
Il tabellone spetta per diritto di anzianità ed esperienza a papà vitantonio, che miracolosamente vince ogni anno la cecità che avanza e decifra i numeretti. Ogni tanto non ci azzecca, ma poco importa. La prova generale consiste in una tombolata in famiglia alla quale, per gravi motivi di salute psicofisica appropriatamente documentati, è persino possibile non partecipare. Si tratta di un evento privato finalizzato a rinvigorire le conoscenze, i trucchi, la memoria dei detti popolari e di quelli familiari, la scaltrezza e l’abilità nel posizionamento dei ceci e dei vermetti incorporati. La prova generale della tombola si svolge in condizioni di generale sobrietà e appetito. Potremmo quasi dire in condizioni di sostanziale lucidità.

Fino a quando non arriva il giorno 26 dicembre, santo stefano. Alle ore 21, da un tempo immemorabile, è convocata in casa vitantonio una tombola pubblica che comprende familiari strettissimi e stretti, familiari larghi se sono sopravvissuti al pranzo di natale e soprattutto amici, amichetti, amiconi e amicicci di ogni età ed estrazione sociale. Da questa tombola non è possibile astenersi nemmeno per motivi religiosi, tanto che gioca pure la badante musulmanissima e una volta ha pure vinto. Ogni ospite arriva con un liquore e un dolce per cui possiamo affermare con certezza che codesta tombolata avviene nel più completo obnubilamento alimentare, infatti il 27 mattina nessuno ricorda bene quanto ha perso il giorno prima.
La caratteristica sensazionalissima della tombola alla vitantonio è che essa si è arricchita, negli ultimi 25 anni, di usi e costumi suoi propri.

Il primo è la contrattazione rituale del prezzo delle cartelle, che viene condotta pazientemente da me (in nome della mia pluriennale esperienza sovversiva, sindacale e politica) sostenuta da alcuni dei compagni più anziani. In genere riusciamo a spuntare un prezzo proletario di 30 centesimi a cartella.
Un altro è la firma delle cartelle, per cui su ogni cartella è possibile effettuare un esattissimo esame genealogico e sapere chi e come ci ha vinto o perso cosa nell’ultimo quarto di secolo. il più delle volte a questi dati si aggiungono dettagli su fidanzati temporanei, momentanee liti familiari, sogni, desideri, paure. Una specie di libro familiare.
Ma soprattutto c’è la storia dei numeri, sapientemente custodita da papà vitantonio e raccontata di anno in anno ai presenti, nella generale ilarità e commozione. Tutti punteranno sul 14 quando il tombolone chiamerà “fuego! U’mbriag!”. Al grido “l’ann’ di cristorre” tutti risponderanno in coro e prontamente “trentatrè!”. E quando il tombolone dirà “a disgrazia! Mia figlia carla!” tutti punteranno il 17. E ci sarà sempre qualcuno che alla domanda “tre per sette?” risponderà sapientemente “ventuno!” e si sentirà dire, nell’ilarità generale “t’scivul’a man’e t’va n’cul”

E come tutte le cose degne di nota in casa vitantonio, si sa quando si comincia e non si sa quando si finisce.

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Dic 27 2007

i regali in casa vitantonio, cominciamo a spiegarci

L’uudm lo ha detto in tono solenne e affermativo: la tua famiglia ha creato un sacco di rituali. E così è.
Dopo i fritti del digiuno (quest’anno mia madre si è mantenuta leggera, soltanto insalata di rinforzo a base di peperoni, frittata di patate e mozzarelle, rigorosamente all’impiedi e in piatto di plastica, sennò che digiuno è -e con questa storia abbiamo fatto ridere persino la musulmanissima badante),
dopo l‘acquisto di un vero televisore per me e l’uudm quale mia dote (i miei non gli saranno mai abbastanza debitori per averli definitivamente liberati della spada di damocle ovvero io, damoclilla),
dopo il cenone della vigilia che è cominciato alle ore 22 per terminare a mezzanottinpunto,
è finalmente giunto lo spacchettamento dei regali.

Mi hanno raccontato che esistono famiglie in cui, contemporaneamente, all’ora stabilita, ognuno si scaraventa sui pacchetti col suo nome e li scarta così, nell’anonimato e nello squallore consumistico. Da me questa cosa è impossibile, anzi, sacrilega. La cerimonia avviene così: in uno scatolone vuoto del pandoro appena divorato papà vitantonio inserisce i bigliettini col nome di ognuno. Poi mamma vitantonio infila saggiamente la mano nello scatolone ed estrae i nomi, uno a uno. L’estratto dovrà andare in giro a prendere tutti i pacchetti a lui destinati, poggiarli sulla lunghissima tavola appositamente sgombra e scartarli, uno a uno, con tanto di lettura pubblica dei bigliettini e relativa commozione. Essì, perchè a casa vitantonio c’è sempre almeno una lagrimuccia ad accompagnare il sacro spacchettamento. Come dire, un pigiama regalato col cuore ci commuove di più della fredda capanna del bambingesù, amen.
E anche quest’anno è andata così. Visto il numero dei partecipanti, e visto che sono altissimamente consigliati i regali multipli (tanto che se uno ti deve regalare un telefonino ti fa tre pacchi: uno col telefonino, uno col caricabatterie e uno con le istruzioni), la cerimonia dello spacchettamento dura circa un’ora. Possiamo affermare all’unanimità che sia l’unica ora dell’anno in cui a casa vitantonio non c’è nessuno che urla, discute, reclama. Il tutto avviene in un religioso silenzio, come si attiene ad ogni famiglia di buona volontà.
Al termine della cerimonia ognuno, coi pacchi che spuntano da ogni dove miracolosamente impilati in improbabili jenga-jenga, si reca verso la sua residenza privata (a una delle prossime puntate rimandiamo la descrizione di villa vitantonio) per dedicarsi a faccende personali. Qualcuno si accompagna a una borsa dell’acqua calda. Qualcun altro a un peluche.
Per l’occasione a vitellone, il canecavallo, viene concesso l’onore di dormire davanti alle ceneri del camino.

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Dic 24 2007

vigilia in casa vitantonio, non so se mi spiego

oggi è vigilia, la tradizione vuole che a casa si digiuni. E infatti alcuni anni fa tornai a casa per ora di pranzo e chiesi a che ora era prevista la magnata. Mia mamma con sguardo sconvolto mi rispose (tutti gli interventi di mia mamma vanno letti con accento casertano e tono melodrammatico) ”figlia mia primogenita, ma oggi è vigilia, oggi è digiuno!!!”E dunque mestamente mi avviai verso la mia stanza, pensando che dopo qualche ora avrei provato a rubare qualcosa dall’iperfornito frigorifero del pianterreno. Verso le 2 tentai il furto e quatta quatta scesi in tavernetta, dove trovai tutta la sacra famiglia, mamma, papà e sorelle, in piedi. Ognuno aveva in mano un gigantesco panino grondante olio fritto e frittata di cipolle. “ma come”, esclamai “non era digiuno, oggi?” e la mamma, saggiamente “eh appunto, noi ci stiamo solo appoggiando un poco lo stomaco all’impiedi”
E da allora la famiglia vitantonio è nota in tutta campobasso per i fritti del digiuno, saporitissimi e proibiti.
Anche quest’anno il rito sarà celebrato, e il mio concupito, l’uudm, baderà bene ad arrivare in tempo per l’ora di pranzo (ops, l’ora del digiuno, che lapsus) così da poter celebrare meco la santa vigilia e il santo digiuno.
Digiuno che ci preparerà, noi e i nostri stomaci, alla grande maratona alimentare che comincerà alle otto di stasera per terminare con la cena di santo stefano. Io, sinceramente, non so se sono pronta. Ma ritirarsi è impossibile. Io ogni anno in dicembre dimagrisco quattro chili all’uopo.
Quest’anno non ci tocca nessuna delle nonne vaganti. Entrambe fanno i loro giri e saranno alloggiate al capotavolo di altre famiglie. Ciò nonostante siamo assai: mamma, papà, sorella fuego e marito, sorella kikò, sorella piccolissima, io e concupito, badante. (Scusate, ma questa badante a che serve? potrebbe domandare qualcuno. E io rispondo, venite a casa dei miei e vedrete. Ce ne vorrebbero quattro per lo meno). E la grande novità è, mioddio, che fuego, non contenta di essersi sposata fulmineamente il sette gennaio duemilessette, di essersi laureata dopo lungherrime attese il sei novembre duemilessette, oggi arriva e dichiara di essere pure incinta.
E così ha risolto per almeno altri due anni il problema di essere al centro dell’attenzione. Sono cattiva, vero? Si, si si! io sono e sarò la zia cattiva. Ciò nonostante mi sono già messa coi ferri in mano a fare una bella copertina per il nipote o la nipote o i nipoti, che ancora non si capisce bene. Insomma, ci vuole poco a farmi commuovere. Basta che sorema la smetta di dichiarare ai quattro venti ogni volta che va a vomitare, eccheccazzo.
Bene.
Già sento un certo profumino di frittura, è meglio che mi appropinqui, non vorrei mai perdere la cerimonia.
Non mancherò di aggiornare sugli altri imperdibili appuntamenti natalizi di casa vitantonio e cioè: lo spacchettamento dei regali con commozione di grandi e piccini, la famigerata tombola, la rivisitazione fantasiosa dei vangeli e degli atti degli apostoli.
E già i titoli dicono molto….

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Dic 23 2007

che succede

No, giusto per dire due cose, non tanto per spiegare o giustificare, no, quanto piuttosto per dimostrare che non mi sono completamente rincoglionita, che c’ho i miei buoni motivi per essere stanca e delusa e incazzata e addirittura, a volte, incredula, rispetto a quello che mi sta attorno. Non parlo tanto della politica, degli intrallazzi, di berluska e mastellazza che cenano insieme con pasta e ceci (come i ladri de “i soliti ignoti”, no?), non parlo manco più tanto del così detto terzo settore, dei movimenti, e di tutta quella bella merda, che se ne parlo soffoco nella bile e mi viene da rispolverare il passato anarchico, porcomondo.
Non mi soffermo manco tanto sul fatto che il mio campo in africa è stato annullato perchè non c’è gente che ci venga e soprattutto perchè i capi di sto cazzo non vogliono che io parta, non mi ci soffermo, no, perchè tanto lo sapevo che andava a finire così.

Però cazzo, cazzo, cazzo, sono stanca.
Che se non chiamo io è come se fossi morta
Che sono otto mesi che abito in mezzo all’appennino e manco mia sorella ha ancora trovato una giornata per venirmi a trovare, per non parlare degli amici
Che sono comunque impegnati e c’hanno comunque guai grossi, guai seri, per cui scusa ma dei tuoi problemucci ne parliamo un’altra volta
Che sono sola
Che ci sono dei giorni che il massimo della soddisfazione è cucinare
Che lavoro come una puttana e va sempre comunque tutto troppo male
Che non ho più nocche per bussare alle porte
Che si domani ne parliamo ma ora che ne pensi di questo
Che insomma lucilla ti lamenti sempre
Che è mai possibile che non ti vada mai bene?
Che sei imperscrutabile lucilla e se non le dici le cose uno che deve fare, tira a indovinare?
Che non ho in me nessun senso di gratitudine
Che è sempre tutto troppo difficile
Che a volte sembra che le parole siano diamanti e te li devi tenere stretti, altre invece è merda prodotta in quantità, e io comunque non sono in sincronia, getto diamanti sulla merda e viceversa
Che scusami lucilla ma non capisco proprio cosa c’è nella tua vita che dovrebbe farti sentire poco serena
Che ora non ho tempo
Che sono giorni, mesi che ho voglia di piangere
Che non ci capisco un cazzo
Che faccio sogni che mi lasciano inebetita infelice e incredula
Che ho scoperto che non so spiegarmi
Che mi sento che mi fanno un piacere quelli che mi chiedono come sto
Che porcomondo mi sembra che il meglio che io possa fare sia arginare i danni e aspettare che finisca il mio turno
Che uh, non l’avrei mai detto che stavi così male, ma non è che ingigantisci i problemi?

ma andatevene un po’ a fanculo, va

e buon natale

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Dic 20 2007

sfogo

Published by lucilla under solitudine

esausta

delusa

incazzata

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Dic 16 2007

grigiopadano

Published by lucilla under interni, lavoro, teatro

Sono caduta di nuovo a Padaniacity. E’ inutile, troppe cose, troppe persone, troppo sentire ancora galleggia in quella nebbia, e ogni tanto tornare mi tocca. Dunque venerdì mattina di buon’ora ho salutato l’uudm

(eh già che sarei rimasta ancora ore, giorni
nelle braccia calde dell’amore, nell’odore della casa
-lui-
nel tepore del segreto
noi)

dicevo

ho salutato di buon’ora l’uudm e mestamente ho preso la strada che va a nord. Mestamente, si, che io ogni volta che vado a Padaniacity mi sento violata ancora prima di scendere dal territorio che batte bandiera lucillosa, la mia auto.
Mi viene l’ansia, l’angoscia, niente da fare, e poi diciamolo, questa volta c’avevo proprio i miei buoni motivi.
Prima cosa andavo dal dentista, il quale si sta trastullando con un lavoro sul mio ultimo molare destro inferiore che io non auguro a nessuno, dodici giorni di antibiotici, dolori ininterrotti con conseguenti bestemmie, assoluto divieto di bere alcool e una gran paura di non poter partecipare come si deve alle abbuffate di casa vitantonio.

Seconda cosa andavo a fare uno spettacolo. E grazie al cazzo, potrebbe dire qualcuno, tu gli spettacoli li fai di mestiere, insomma, avresti anche dovuto farci il callo. E infatti. Ma questo spettacolo lo facevo all’interno di parlami di me, ovvero il festival di cui sono stata la creatrice nonchè direttrice artistica per due anni.

Chiaro che c’ho l’ansia. Andare là, vedere la creatura tra le braccia del suo babbo adottivo, e per di più andare lì finalmente come attrice, cazzo, quanto l’ho desiderato? si, si, l’ho desiderato, però il prezzo è stato così alto e la sofferenza così grande che, insomma, non è che mi metto a scrivere qui quanto male è finita la storia della mia direzione artistica, non mi metto manco a dire della delusione, dei tentativi -inutili- fatti da me per cercare un modo per limitare i danni, non mi metto manco a elencare le calunnie e le perdite, però ecco, è importante riconoscere che ci sono state, e che per me andare a fare un mio spettacolo dentro questo contenitore è stata una fatica, e che c’è un’unica cosa che ha ripagato questa fatica.

NON

le frasi di alcuni, con cui mi lusingo non più di tre minuti, sul “quanto era meglio quando eri tu la direttrice artistica”

NO

bensì la gente che è venuta apposta, tutta la gente, alcune ragazze che ormai hanno visto così tante volte lo spettacolo che potrebbero farmi da assistenti, altre sono venute mandate da amiche di amiche perchè hanno sentito che era bello, qualcuno l’ha letto sul giornale, ed erano tutti là, che ridevano, che mi venivano dietro, che toccavano con me le corde intimeintime e poi risalivano verso la risata collettiva, tutte insieme e ognuna da sola, tutte quelle persone, con me e per me, che dopo lo spettacolo mi dicevano “sembrava che stessi parlando di me”. Eh si, parlo di te, di me, ed era questo il segreto di “parlami di me”, segreto annegato insieme alla mia direzione artistica, segreto che oggi se ne sta con me, nella solitudine di questa casa di campagna, vicino alla quercia piccola (quella piantata con l’uudm e con punkluca), io e il segreto di “parlami di me”, in mezzo a questo nulla emiliano spruzzato finalmente di bianco, e qualcosa si è perso, si, ma quelli che sono rimasti là, a sguazzare nel grigiopadano, non capiscono.

Solo, di tanto in tanto, percepiscono un odore di proibito, e -convinti di essere nel giusto- lo ignorano.

 

 

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Dic 15 2007

venite a fare shakespeare!!!

Annunciaziò! questo post contiene un poco di sana pubblicità.
Forse qualcuno di voi ha sentito parlare o visto a teatro Angela Malfitano. Io ho avuto la sorte (buona? cattiva? mah, direi che è ancora tutto da vedere) di incontrarla alcuni mesi fa e di lavorare con lei alla messinscena di uno spettacolo.
Che dire? Il lavoro di Angela, oltre che intenso e coinvolgente, si porta dietro (e ti regala) l’odore fortissimo di un teatro vivo, feroce, fatto di carne, di respiro, di sudore, di cuore. Un teatro che -a prescindere dal fatto che il lavoro di Angela ti piaccia o no- ti mette in contatto con te stesso, ti permette di guardare e di guardarti con calma, insomma, un viaggio.

Se avete voglia di provare anche voi un lavoro di questo tipo vi consiglio fortissimamente il corso che Angela terrà a Bologna a partire dal 10 gennaio. A me personalmente sembra molto interessante, e infatti parteciperò.

La favola e il sogno
di Shakespeare

Corso di teatro condotto da
Angela Malfitano ispirato a
“Sogno di una notte di mezza estate” di W. Shakespeare

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Dic 10 2007

lucillintivvù

Published by lucilla under tivvù, lavoro, politica, precarietà

AVVISO AI NAVIGANTI: QUESTO POST E’ POLITICAMENTE SCORRETTISSIMO. RISPARMIATE BILE E LUOGHI COMUNI, TANTO IL BLOG E’ MIO E ME LO GESTISCO IO…

Ho appena finito di vedere in tivvù “cocaina”, un documentario registrato in presa diretta molto molto molto interessante e blablabla. No, dico davvero, dico, molto molto molto interessante.
Allora succede che in questo film tra le altre cose parlano persone che tirano di coca abitualmente. Ma gli intervistati non sono, guarda caso, borghesi bene che frequentano corsocomodieci, no, ma sono operai, precari, cottimisti, come dicono loro stessi. Allora il regista li tampina e li segue nella loro giornata di lavoro e tu vedi che questi fanno veramente una vita di merda, vedi che alle quattremmezza della mattina sono là nella piazza del paese ad aspettare il caporale di turno che contratta la loro ora di lavoro e forse, dico forse, se li carica per una, dico una giornata di lavoro, lavoro a cottimo, e questi pur di lavorare di più magari non mangiano e per farsi passare la fame che fanno? Pippano. Poi magari al pomeriggio finito il lavoro avrebbero pure sonno, però hanno rimediato un altro lavoretto da un privato e allora per tenere botta che fanno? Pippano. E quando arrivano a casa non c’hanno più un cazzo da dire a niente a nessuno se non “credo che la felicità non abbia niente a che vedere con questa vita”.
E mentre senti questi racconti tu ti senti straziata e ti dici ma lo vedi, ma lo vedi? E c’è pure lo sbirro-finto-intelligente che domanda a ognuno “scusa, ma perchè ti fai?” e non riesce proprio ad arrivarci, insomma, a me sembra così lampante.

Poi ci sono tutte queste immagini montate con una musica incalzante e con qualche tecnica che ora non mi ricordo come si chiama e si vedono le fasi del lavoro di questi cottimisti, sempre più rapide, sempre più angoscianti, e poi si sente l’intervistato che dice “chiaro, non sei completamente presente quando sei fatto” e in quel momento per caso è ripresa un’impalcatura altaalta e tu ti domandi ma non è che così, stanco digiuno e strafatto, questo mi cade dall’impalcatura?

E non fai neanche in tempo a porti questa domanda che arriva l’intervista al dottorone che, a onor del vero, dice che non sono stati raccolti dati a sufficienza per provarlo però si, si può supporre che in fondo in fondo un legame tra l’uso di sostanze stupefacenti sul luogo di lavoro e le morti bianche ci sia…..

Meno male che ho guardato questo film, così ho scoperto che se un tot di persone muore ogni giorno mentre fatica è perchè magari tira di coca, non perchè non ha gli elmetti, non ha le imbragature, non ha le scarpe giuste, no….che se se non avesse tirato di coca, pur mancando tutti questi elementi (imposti dalla legge ma questo è un dettaglio) non morirebbe sul lavoro….
Meno male che ho scoperto che il problema non è che uno ti paghi a cottimo, ma che tu per non mangiare e guadagnare di più pippi di coca.
Meno male che ho scoperto che la questione non è che ti paghino così poco che sei costretto a fare tre lavori, no, la questione è che tu per riuscire a farlo pippi di coca, altrimenti non stai in piedi.

Ecco, sta difendendo i tossici, ecco, c’è un sacco di gente che lavora onestamente e tira a campare e sbarca il lunario senza strafarsi (la santa obiezione arriva dal film stesso, in bocca a un poliziotto, chiaro). Ma bravi. Bravi loro, e mi ci metto anche io, bravi, siamo proprio bravi, e dobbiamo essere orgogliosi di noi, perchè questo mondo ci impone delle condizioni veramente, veramente di merda, e siamo proprio bravi a tirare avanti e magari sorridere però guarda un po’, come dice mia madre, i meloni non nascono tutti uguali, e allora magari c’è qualcuno che non ce la fa, uno che è più stanco di me, un handicappato dell’anima più handicappato di me, oh, e allora che faccio, giustifico il fatto che sia caduto dall’impalcatura?
Come gli spartani?

In tutto questo c’è qualcosa di terribile che non torna.

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Dic 08 2007

San Giorgio e il Drago, derby bolognese

E’ quasi natale e a Bologna che freddo che fa …

cantavano quelli che facevano l’imitazione di “more than words”.
E infatti oggi, giorno dell’immacolata concezione, freddo ne fa abbastanza. Decido di lanciarmi nella grande metropoli emiliana cercando di vincere la sindrome della straniera, che da sette mesi mi affligge. E poi ci sono i mercatini di natale, insomma, se proprioproprio mi deprimo posso abbandonarmi ad alcune ore di shopping estremo, e in qualche maniera tornerò alla tana.
Mi metto il vestito buono, come tutti quelli che vanno in città dalla campagna. Cartina in borsa e carta di credito nel portafogli, oggi come San Giorgio vincerò il mio drago.
Sbarco in città.
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