Gen 27 2008
Impercettibili e teneri spostamenti di un punto di vista già per sua natura inevitabilmente instabile
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Dalla casa dove abito si vedono colline dolci, assai diverse da quelle dove sono cresciuta e altrettanto diverse da quelle dove si andava con gli amici di università a giocare a pallone la domenica. Colline dolci e calanchi, questa specie di mancanza improvvisa, come se la collina si fosse spaventata, come un sussulto, un respiro di soprassalto, un vuoto di materia. I calanchi appaiono inaspettati e nudi, quali fragilità loro malgrado esposte allo sguardo.
C’è poi una varietà di albero a me sconosciuta -non che ci voglia molto, viste le mie scarsissime conoscenze botaniche- che popola intere colline e vallate e si ricopre d’edera per cui nemmeno d’inverno pare nuda. Sono alberi ordinati come soldatini di un corteo funebre in un film muto e io, le prime volte che venivo in visita qui, dal mio uomo, mi divertivo a chiamarli alberi di trufico. I trufichi hanno accompagnato increduli la scorsa primavera e l’evolversi rapidissimo dell’amore, a un certo punto mi hanno trovata là, trasformata da osservatrice sporadica a padrona incontrastata della campagna disabitata.
Ci sono poi gli alberi di caco, anch’essi singolari assai, soprattutto d’inverno quando, perse tutte le grandi e verdissime foglie, rimangono lì quali alberi di natale postmoderni, coi loro frutti sugosi e stronzissimi, se raccolti al momento sbagliato. Ogni casa, qui, ha un albero di caco.
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In paese ci sono tre bar: il bar della briscola, il bar del fernet e il bar del mercato. Io ho escluso dalle mie frequentazioni il bar del fernet, che mi costringerebbe a sostenere troppo a lungo lo sguardo di anzianissimi indigeni e a rispondere “scusi, non capisco” alle loro domande formulate in una lingua a me incomprensibile. Il bar del mercato lo frequento di rado, solo quando compro i tortellini freschi da fare in brodo (li fanno piccoli piccoli e precisi, buonissimi da mangiare crudi, tornando a casa a piedi con le cuffiette nelle orecchie) o quando voglio farmi un regalo e comprarmi una frittella di castagne. Il mio bar preferito è il bar della briscola, dove dalle settemmezza di ogni mattina ogni pensionato che si rispetti misura la sua fortuna. Il bar della briscola è dotato di tavolini all’aperto sulla piazza, di giornali (l’unità e il resto del carlino), e soprattutto di un piccolo banco di gelati freschi dove, la scorsa primavera, ho scoperto il gelato al mascarpone. Per questo sarò sempre debitrice al bar della briscola.
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Da quando mi sono trasferita qui, interi mondi immaginari sono morti dentro di me, mondi fantastici ai quali ho attinto per anni, mondi verdi e floridi di realtà personalissime e sogni e desideri e paure e ossessioni, mondi che scorrevano costanti fuori dal finestrino della mia anima e io puntualmente mi nutrivo.
Io lo sapevo, che stavano morendo. Però mica mi aspettavo che sarebbe accaduto così, da un giorno all’altro. Pensavo di avere modo di elaborare il lutto, pensavo di essere in grado di sostituirli in fretta. Pensavo che in fondo non mi avrebbero lasciata prima di essere sicuri di essere stati adeguatamente rimpiazzati.
Essi sono morti, e non hanno aspettato che un altro mondo nascesse dentro di me. Io sono rimasta senza di loro,
con la terribile impressione di
non avere più segreti
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ricostruzione di un paesaggio interiore
