Archive for Agosto, 2008

Ago 23 2008

E quelli della notte?

Published by lucilla under viaggi, società, carla, vitantonio, tour, teatro

sono in quel di Verbania in microturnè. Il lago davanti a me riflette timidosole di finagosto mentre un temutissimo temporale s’allontana senza troppo minacciare.
Iersera OTTO debuttò a Cavandone, paese di 65 anime scarse all’interno di piccola rassegna di narratori girovaghi, luogo in cui oramai sono quasi di casa, avendoci portato l’altr’anno Brigante. La bambina della casa di cui ero ospite m’è corsa incontro felicissima, raccontandomi di come una delle sue tartarughe si sia data a una fuga inaspettata, forse a seguito di improvviso innamoramento. La bellissima mamma della suddetta bellissima bambina m’ha stritolata in un abbraccio lamentando di come quest’anno io sia stata destinata a un’altra piazza. Gli allegrissimi ulteriori tre figli della sopracitata ospitalissima mamma hanno improvvisato un sabba intorno alla mia valigia.
Gli svizzerissimi abitanti e ospiti del festival ci hanno messo assai poco a sbottonarsi mentre OTTO procedeva. Noi, con tutto che il pavimento era storto, la luce era sbagliata e i soldi pocassai, l’abbiamo fatto meglio che si poteva. E i risultati sono stati quantificati in entusiaste e svizzerissime strette di mano durante la cena al circolo. Cena a base di lardo e pane casereccio, poco svizzeri ma molto saporiti ed economici.

Ma poichè era tutto troppo bello per essere vero sono stata sistemata in una casa per ferie gestita da similpreti che vivissimamente sconsiglio a chiunque. A dispetto di stanzette pulite e pure piuttosto spaziose il personale non sgancia un sorriso nemmeno a suon di mancia. La receptionist, mentre scrivo, sta dando dell’imbecille a un ospite francese che non fa le cose come lei vorrebbe. L’ospite, ovviamente, non è presente e non puo’ rispondere al complimento.
Subito dopo la cameriera afferma che “non si sa mai cosa aspettarsi da questi….sa….essendo attori” (dal libro del profeta Isaia)
Alle sette di mattina sono stata rumorosissimamente svegliata da similpreti esagitati che forse si muovevano su caterpillar per raggiungere il luogo di preghiera. Richiusi faticosamente gli occhi e rigirato il corpicino su un materasso dalla consistenza indecente, sono stata nuovamente allertata alle otto da una festosissima raccolta delle immondizie. Appena serrate le palpebre mi è entrata in stanza una vecchia stronza urlando che mi voleva cambiare gli asciugamani.
Mi sono così definitivamente alzata sperando almeno di riuscire a beccare la colazione che, ovviamente, viene servita solo fino alle novemmezza. Entrata in bagno ho scoperto che il secchio della monnezza, equamente diviso in tre scomparti di tre colori diversi, non indica però in quale nettissimo scomparto porre quali dei miei rifiuti inorganici. E’ finita che ho fatto la conta.
Giunta nel luogo della colazione ho dovuto cercare in mezzo ai tavoli sporchi una tazza pulita e una brioche.
Insomma, sono nota per essere una che si adatta, ma signor similprete, sono qui per lavorare, e guarda caso lavoro di notte. Non ti chiedo di capire, non ti chiedo cattolica compassione, ma almeno fammi dormire, almeno fammi fare colazione con dignità, visto che qualcuno ha pagato.
Immagino che mentre scrivo la receptionist stia sussurrando alla cameriera che io sia “quell’imbecille che sta su internet” (dalle lettere di San Paolo agli apostoli).
Qualcuno avrà loro detto che fino a 150 anni fa gli attori non li seppellivano nemmeno all’interno dei cimiteri?
Olimpica, pacifica e implacabile proseguo verso la prossima serata di teatro, dove un folto gruppo di scomunicati riderà a ritmo con la mia voce.
E domattina si parte prima delle novemmezza, come prescrive il  vangelo di Giovanni.

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Ago 21 2008

ciao Nin

Published by lucilla under teatro

La prima volta che ho visto Nin avevo anni ventieuno, moltissima rabbia e una voglia di fare teatro che mi usciva dalle orecchie e dal naso. Mi ero appena diplomata dalla scuola di teatro ma proprio non mi bastava, no, e allora andai alla serata di presentazione della scuola di Teatrocontinuo a Padaniacity.
La prima volta che ho visto Nin era tutto vestito di bianco, la testa -riccioluta e bianca, pure lei- spiccava in mezzo alle altre. Lui era al centro dei suoi attori e parlava di Barba, di Grotowski, parlava.
La prima volta che ho visto Nin ero così arrabbiata che mi alzai in mezzo a tutta quella gente e dissi ad alta voce, mentre me ne andavo “mi dispiace, ma se le condizioni sono queste allora io sono troppo povera per fare l’attrice”

Per molti anni non l’ho più incontrato.

La seconda volta che ho visto Nin eravamo tutti al festival di Radio Sherwood e stavamo preparando un grande evento teatrale. Erano passati molti anni. Lui non mi riconobbe e io mi astenni dal ricordargli del nostro primo burrascoso incontro. Ero l’unica ragazza là in mezzo e portavo un testo ironico ma forte, lui mi disse brava signorina, sei coraggiosa.
La seconda volta che ho visto Nin è stata la prima di una lunga serie di volte, una lunga serie di brevi e intensi incontri fatti di sguardi e pochissime parole, incontri durante i quali ho imparato che Nin era, davvero, un maestro.

L’ultima volta che ho visto Nin eavamo a un semaforo, a piedi, lui e la sua chioma bianca da una parte, io dall’altra. Il semaforo era rosso e noi a lungo ci siamo guardati e sorrisi. Al verde, gli ho detto “ciao Nin” e lui “ciao signorina!”

Il 12 aprile Nin Scolari se n’è andato.
Ciao Nin.

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Ago 19 2008

ci vuole Pazienza

Published by lucilla under solitudine, carla, vitantonio

ma sono stanco
stanco di queste menate
stanco di questo modo che avete
di dare carta bianca
stanco di queste scale
che c’è chi scende e c’è chi sale
e non c’è cosa che possa dirti senza apparire banale
non c’è gesto che mi sia consentito fare
ora che il tuo amore è morto
ma vorrei riuscire a ricordarmi come ti chiami
potrebbe aiutarmi a ricordare come mi chiamo io
dover spiegare, spiegare, spiegare
cercando di essere convincente
dover recitare, ahi,
facendo lo slalom tra il già detto,
l’indicibile
e la sciocchezza.
Uff, come sono stanco
come sono stanco di queste menate

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Ago 18 2008

un sorriso spontaneo

Sono di ritorno da una allucinante settimana in Lunigiana nel mezzo del nulla. Niente elettricità, niente acqua calda, niente carne niente pesce niente latticini ma solo cucina macrobiotica, passeggiate attraverso luoghi abbandonati da decenni, bagni in gelide cascate e attività quanto meno singolari tipo pittura antroposofica con psicoterapeuta steineriana.
Ho yanghizzato il cibo salato, ho energizzato il pane, ho pregato la terra e il fuoco, ringraziato la sorgente e il cielo, condiviso racconti, lavato tonnellate di piatti in acqua gelida, preparato gomasio a suon di bicipiti e mangiato pizza macrobiotica con alghe iziki e tofu, cotto il cibo in un forno di argilla cruda, riscaldato il gelido sacco a pelo con un sasso previamente posto nel centro del focolare, utilizzato un cesso silvano ovvero cagato sopra una buca contenente tutti gli escrementi del campo più una dose non meglio quantificabile di stercorari, bevuto litri di the bancha che fa bene per la pancha ed è pure una bevanda che equilibra yin e yang, ed è finita che mi sono financo divertita.
Adesso mi trovo in una specie di settimana di mezzo, qualche data a Bologna e in giro e poi di nuovo partenza, questa volta in moto verso Trieste.
Ripiombata in una quotidianità disordinata, caotica, nebulosa, scopro di non aver superato l’ennesimo concorso teatrale nel quale speravo moltissimo. E scopro anche che ad averlo superato sono un paio di giovani gruppi composti da amici, leccaculo, tirapiedi di questo e di quell’altro regista emiliano.
Ormai, se non passi il concorso, non si degnano neppure di avvisarti. Lo vieni a scoprire per caso cazzeggiando su internet o parlando con un collega che lo ha fortuitamente scoperto prima di te.
E il passo verso la riflessione catastrofica è brevassai.
Guardo il mio curriculum e penso che tutto quello che potevo fare l’ho fatto.
Il tempo sta per scadere e di vita una sola ne ho.
Gioventù ne ho buttata un po’ per rimettermi a posto dopo le catastrofi concernenti la mia nascita, l’infanzia e la conseguente disastrosa adolescenza, un po’ per inseguire questo sogno che me lo dicevano i miei genitori, era meglio lasciare stare, meglio assai sarebbe stato intraprendere una carriera differente, avvocata, diplomatica, pur anco insegnante o, già che c’ero politicante di sinistra illuminata, progettatrice di nuovi consumi critici possibili. E avevano ragione, come mi rode, avevano ragione.
Perchè in questi giorni mi rendo conto che se per un anno e mezzo sono stata afflitta da grave stitichezza creativa è perchè non ho più la forza, il coraggio, la sfacciataggine di vedere ancora i miei spettacoli girare nei circoletti e nei ristoranti brasiliani per centocinquanta euro spese incluse, perchè non ce la faccio più a fare gli spettacoli portandomi la lampada della camera da letto vistocchè l’organizzazione non mi fornisce neanche i fari, perchè quest’anno ho avuto nove, e dico nove giornate di contributi pagati, perchè è ora di smetterla con le favole, se non ci hai un criticone che ti spinge e ti spalleggia i concorsi non li passi, perchè non ho manco i soldi per farmi un promo decente, perchè anche se ce lo avessi, il promo decente, anche se lo spedissi, nessuno se lo guarderebbe, poiché il mio promo non sarebbe stato preceduto da alcuna importante telefonata di rilevante personaggio teatrale.
Perchè sono stufa di sentirmi dire ai provini che sono bravissima ma non adatta a quel ruolo. Perchè ho spedito una lettera a Mario Martone sei mesi fa e lui manco m’ha fatto rispondere, perchè a parte i soldi, a parte quelli, uno per vivere ci ha bisogno di un minimo di soddisfazione. Non si può sentire sempre che sta elemosinando, che sta raccogliendo le briciole, perchè alla fine le ferite che uno si porta non si chiudono mai, non si chiudono mai, solo ti danno l’illusione, a volte, e poi quando lo capisci, che era solo un’illusione, è ancora peggio.
Perchè faccio incubi che mi riportano al passato e la mattina mi sveglio maledicendo il giorno che mi sono data un’altra speranza e i cazzo di incubi maledetti non si fermano, non si fermano, mi popolano anche di giorno, mi riempiono il naso di odori gli occhi di colori che vorrei dimenticare o per lo meno mettere da parte, mettere da parte per vivere, oggi, e invece non ce la faccio, mi sovrasta la dolcezza di quel punto finale a cui fui così vicina e dal quale solo per vanità e per questo maledettissimo sogno m’allontanai.
Perchè se ogni giorno me la devo vedere con queste cose è tremila volte più difficile arrivare all’ora di andare a letto.
Perchè mi lamento sempre, mi lamento sempre, e sono stanca di lamentarmi ma continuo a frignare.
Perchè.

Come un fantasma mi aggiro, avvolta dal lenzuolo di questo insostenibile e plumbeo umore, fingendo che non stia succedendo nulla. Non disdico appuntamenti, sorrido, non mi viene l’inappetenza, non mi viene manco da piangere. Ovviamente non divento manco più bella, anzi, mi sono pure venuti i brufoli.

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Ago 05 2008

eroina

Published by lucilla under società, carla, vitantonio, lavoro, donne

Come tutte le fanciulle anche la sottoscritta lucilla ha sempre sognato di essere la protagonista di una qualche avventura postcapitalista che le portasse amore, soldi, viaggi e qualche guaio.
Assai presto schifati i romanzetti harmony che tanto andavano sulle spiagge della Romagna negli anni ottanta - felicemente sostituiti nel ventunesimo secolo dai nuovissimi tre-milioni-di-colpi-di-spazzola-facendo-shopping-a-hong-kong-correndo- appresso-a-dove-ti-porta-il-cuore- Lucilla si dedica a letture impegnate e impegnative, spesso monche del caro lieto fine, preferendo assai quelle in cui la protagonista, l’eroina, appunto, è una donna. In ultimo ho letto un libro che mi ha depressa assaimolto, storia di Armida Miserere, direttrice di carcere, molisana e suicida.

Ma ahimè dopo quasi 30 anni di vita di cui 24 passati leggendo sono arrivata a stilare un elenco di motivi per cui purtroppo la mia mamma e il mio babbo mi hanno concepita dimenticandosi il gene dell’eroinità:

  • l’eroina è sempre bellissima, anzi, meno si cura, meno si preoccupa della sua persona più la sua bellezza esplode violenta schiaffeggiando più o meno piacevolmente quelli che le stanno intorno. Purtroppo non si può dire lo stesso di me. Sarò pure ‘na bella guagliona, ma se non mi sfilo le sopracciglia, se non mi metto un filo di rimmel, se non mi impiastriccio la faccia di creme mane e sera, se non mi taglio le unghie delle zampe di sotto idratandole opportunamente, se non vado dall’estetista, se non mi lavo la chioma almeno una volta a settimana perdendo per lo meno 45 minuti tra balsami, ricostituenti e ionizzatori, se non spendo un quarto d’ora della mia giornata a scegliere il vestito, se non faccio gli addominali tutte le mattine, se insomma non prendo questi ed altri innumerevoli accorgimenti che non elenco per pudore e per brevità, nel giro di quattro giorni divento un cesso a quattro zampe.
  • l’eroina è indifferente al cibo. Spesso magrissima, l’eroina si aggira tra mense e banchi frigo dei supermercati con aria annoiata e disinteressata, il cibo non la riguarda, mangia per stare in piedi, i suoi amici sono spesso preoccupati per lei che è ovviamente magrissima (e questo regala una nota di misticismo alla sua bellezza, chiaro), ma ella si nutre d’aria e vive la sua vita senza sprecare attenzione per questo volgare problema che si chiama nutrizione.
    Che dire? a me mangiare mi piace. Se potessi mangerei mascarpone e tiramisù tutti i giorni. Mangio, mangio, perdo un sacco di tempo cucinando le cose che mi piacciono e altrettanto ne perdo gustandomele. Quando mi portano a cena fuori è una festa. Nella mia vita, a causa delle mie incaute sperimentazioni, ho preso più intossicazioni alimentari che raffreddori. Mangiare mi piace, da sola o in compagnia, il momento del pasto è quello migliore per le dichiarazioni d’amore, per le confessioni fraterne e amicali e per i progetti di sovversione politica.
    La conseguenza diretta di ciò è che neanche nella mia ormai lontanissima adolescenza ricordo di essere mai stata magrissima. A volte sono stata magretta, vero, ma la maggioranza delle mie fotografie mi ritrae rotonda, formosetta, con un paio di chili di cellulite strategicamente piazzati sul culone.
  • L’eroina si consuma in amori impossibili e infelici. Non ci siamo, non ho tempo da perdere con gli amori infelici, se ci ho l’amore allora me lo voglio godere, altrimenti me ne sto sola, eccheccazzo.
  • Parlando del suo passato, in particolare della sua infanzia, l’eroina sottolinea sempre di non aver mai voluto essere come le altre bambine. L’eroina è mascolina, da piccola schifava le bambole e giocava a pallone, l’eroina era un maschiaccio, appunto, si metteva i pantaloni, reclamava il pisello e voleva essere come suo fratello, se ne aveva. La conseguenza diretta è che nella sua vita adulta l’eroina ripropone, sia nel privato che nella sua vita lavorativa, un modello maschile. L’eroina per vincere, per affermarsi (cosa che le riesce sempre, anche se a volte a caro prezzo) deve essere come i maschi, competere con loro. L’eroina non è interessata alle donne, l’eroina sposa il mondo maschile e tutte le sue regole incondizionatamente, salvo ricordarsi nei momenti più idioti che è una femmina.
    Per quanto mi ricordi io ho sempre voluto giocare con le bambole, ho sempre preferito le femmine ai maschi per sensibilità e fantasia e non mi ha mai interessato “fare come i maschi”. Ogni volta che durante una conversazione esce fuori una che dice “eh, io da piccola i vestitini con le trine proprio non li sopportavo” mi viene da pensare che questa c’abbia qualche problema. Io le adoravo, le trine. Magari ne avessi avute di più! E, da grande, magari avessi potuto essere un poco più femmina e soggiacere meno alle regole maschili e maschiliste del mondo lavorativo…

Ecco. Non potrò mai essere un’eroina. Al massimo avrei potuto essere un’eroinomane, ma anche per questo il tempo è passato.
Dura la vita dell’antieroina.

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