Archive for Settembre, 2008

Set 28 2008

oggi giochiamo a sparare sulla croce rossa

Erano quasi dieci anni che desideravo fare un provino col signor Federico Tiezzi. Bisogna specificare che in Italia un’attrice che sogna di fare un provino non sta esprimendo una legittima aspirazione ma si trova in una sorta di stato allucinatorio, poiché le audizioni a teatro sono reali tanto quanto un’oasi nel deserto. Dunque da quasi dieci anni mi trovavo in questo stato allucinatorio, anelavo all’oasi ed essa non si materializzava. Mi sarei accontentata, debbo dire, dopo tutti questi anni di inopia di audizioni, di un provino qualsiasi, per una produzione qualunque, anche a costo di dovermi spostare assai, insomma, ero (e sono) così stufa di fare gli spettacoli nei clubbini che avrei fatto (e farei) persino un’audizione con Luca De Fusco, se questo potesse togliermi dallo stato di disperazione teatrale in cui verso. Preciso che anni fa, quando ero più giovane, più ambiziosa e ideologicamente più pura, un provino con De Fusco non lo avrei fatto mai. Oggi farei tutto, anche l’operetta.
Ma ritorno all’amena storiella che stavo narrando. Erano quasi dieci anni che desideravo fare un’audizione col signor Federico Tiezzi. Qualche mese fa, in preda a un barlume di ingiustificata e ingiustificabile speranza, gli ho inviato una lettera presso il teatro di Prato, che dirige. La lettera faceva così:
“Gentile Federico Tiezzi,
mi chiamo Carla VItantonio e non ci conosciamo.
Sono molti anni che ho penso di scriverle questa lettera, e precisamente da quando ho visto il suo “Zio Vanja” all’Arsenale di Venezia.
Ho letto che molti pensano che non sia stato uno dei suoi migliori lavori e bla bla bla. Io non lo so perche’ devo dire che questa e’ l’unica cosa che ho visto di lei, pero’ ancora me la ricordo, e me la ricordo cosi’ forte che dopo tutti questi anni le scrivo.
Quando ho visto “Zio Vanja” avevo 21 anni e mi ero appena diplomata alla scuola di teatro a Venezia, avevo grandissime speranze, ero prepotente, esigente, acre, e forse facevo bene. Adesso ho 29 anni e in un modo o in un altro faccio l’attrice e vivo vicino Bologna.
Le scrivo perche’ come ogni donna/ragazza (?) che si rispetti alla soglia dei trent’anni sto facendo i miei conti ed essi, per non smentirsi, non tornano.
Ci sono molte cose che avrei voluto fare e non ho fatto, i motivi sono:in parte la mia sfiga, in parte la mia paura di non riuscire, in parte la mia paura di riuscire.
Tra le cose che vorrei fare compare avere la possibilita’ di lavorare con lei, signor Federico Tiezzi. Ho letto che l’anno scorso ha tenuto un laboratorio a Prato ma non ho fatto in tempo a presentare la domanda.
Per favore, se non altro perche’ ho avuto la sfrontatezza di mandarle questa lettera, mi faccia un provino, mi dia uno straccio di possibilita’, mi includa in un laboratorio, che ne so.
Per favore, signor Federico Tiezzi.
Le mando pure un curriculum cosi’, perche’ mi pare di capire che si usa, e un paio di foto, per lo stesso motivo.
Grazie per avermi letta,
carla”
Poi, non paga, ho mandato il materiale per partecipare a una selezione per un laboratorio da lui diretto a Prato. Sapevo che le selezioni erano riservate ai residenti in Toscana ma ho pensato magari non si sa mai, si è letto la mia lettera e decide di farmi un’audizione comunque. Almeno per premiare la caparbietà.
E infatti dopo pochi giorni sono stata convocata a Prato per un’audizione il 26 settembre. Mi sono preparata monologhi per un totale di quasi due ore, ho ripreso la fisarmonica, mi sono studiata i pezzi, ho persino rimesso un po’ a posto la dizione. Giovedì mattina sveglia alle sette, shampoo gaberiano, mezz’ora davanti all’armadio e poi via in autostrada verso la città dei cinesi.
Appena entrata nella sede del Metastasio saluto sorridendo una signora che non risponde punto al mio sorriso. Mi pare una delle erinni, quella che taglierà il filo -già esile- della mia carriera teatrale. La guardo un altro pochino e mi auguro che non sia lei ad esaminarmi, altrimenti, già lo so, non passerò.
Come si è svolto il provino?
A parte che dieci minuti prima di entrare ho dovuto soccorrere un collega in preda a una crisi epilettica con tutti i crismi, il mio provino è durato alcuni minuti, tra l’altro condivisi con sei colleghi. Perchè ormai gli attori sono così tanti che non vale più nemmeno la pena di esaminarli uno alla volta. Ne vedono a gruppi di sei o sette, li mettono tutti in fila e chiedono loro di presentarsi in pochi minuti. Ma che cazzo devo presentare, che ci hai il mio curriculum davanti e sai pure il numero esatto dei miei punti neri? Il monologo, fatto in una sala in cui rimbombava tutto e non si sentiva niente di niente, me lo hanno interrotto dopo meno di quattro minuti. Ovviamente gli esaminatori erano la signora Erinni, assistente del Signor Federico Tiezzi, e il signor Scandella, pure lui in veste di assistente a qualcosa. Del signor Tiezzi neanche l’ombra.
I selezionati tra i circa 100 attori provinati tra giovedì e venerdì sarebbero stati chiamati per una nuova audizione, questa volta davanti al signor Tiezzi in persona, sabato.
Ovviamente la signora Erinni dopo avermi vista in scena per quattro minuti ha reputato che io non fossi all’altezza di essere ammessa alla corte. E con noncuranza ha tagliato il filo.
Ci avevo messo dieci anni a ottenere quell’audizione, che tra l’altro era l’unica opportunità che avevo di lavorare per qualche mese in maniera dignitosa.
Vorrei dire al signor Tiezzi che io sono brava, che il teatro mi esce dalle orecchie per quanto ne ho dentro, che io sono una di quelli che, come si diceva alcuni anni fa quando andava di moda, fanno teatro perchè non possono farne a meno, e che forse la signora Erinni non se n’è accorta perchè, forse, quattro minuti di monologo sono davvero troppo pochi.
Ma il signor Tiezzi non ho manco potuto vederlo in faccia e mi ritrovo di nuovo nella provincia bolognese senza uno straccio di speranza, con il sito dell’ikea davanti agli occhi e la voglia di schiacciare il pulsante “lavora con noi”.

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Set 24 2008

forse me ne andavo in giro per la città di notte fino a quando non trovavo quello che cercavo o comunque non mi stancavo a tal punto che era la stessa cosa e potevo finalmente ritornare e crollare in un sonno senza sogni nè odori un sogno marrone di immobilità

Published by lucilla under solitudine, carla, vitantonio

almeno possedessi (fossi)briciole

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Set 24 2008

Sono un’ottimista

La mia cooperativa è in ritardo di mesi sul pagamento di alcune fatture. Ovviamente il presidente non considera che in questi tre mesi io, in qualche modo, abbia mangiato tutti i giorni, all’incirca due volte al giorno.
Inoltre la mia cooperativa, dopo avermi assicurato che mi avrebbe rimborsato il sostanziosissimo credito irpef entro ottobre, oggi mi dice che questo non è possibile, che l’amministratore si è sbagliato, in quanto la mia busta paga di questi mesi è di euri zero spaccati. Continue Reading »

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Set 18 2008

Leo ha chiuso l’ultima porta

A. ha telefonato oggi pomeriggio. Io stavo suonando la fisarmonica e c’avevo le dita stressatissime che non facevano una scala che fosse una. C’aveva una voce, A., come di una bambina che è cascata e s’è spaventata, però non vuole piangere. Dico ciao, come va? (ci eravamo viste lunedì a teatro, eravamo tutte eleganti, lei perchè aveva fatto lo spettacolo, io perchè l’avevo visto). Dice Carla ho una notizia da darti. Continue Reading »

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Set 18 2008

La prima volta

Published by lucilla under viaggi, carla, vitantonio, famiglia

La prima volta che presi un treno avevo sette anni. Mia madre e mio padre avevano deciso che fosse giunto il momento di farci provare l’ebbrezza del treno e così un venerdi’ papà ci accompagnò in automobile alla stazione di Campobasso. La stazione aveva tre binari in croce e non c’erano sottopassaggi. (La situazione oggi, dopo ventidue anni, non è di molto migliorata, se escludiamo la creazione di un mastodontico sottopassaggio eletto dai tossici a reggia dello spaccio).
Arrivò il treno che ci avrebbe portate fino a Vairano Caianello, luogo dello storico incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II -ma se vi interessa questo tipo di notizie venite sabato ad Alano di Piave a vedere il mio spettacolo “Brigante se more” - , e a Vairano sarebbe arrivato mio nonno Enzo che, in automobile, ci avrebbe portate fino a S.Andrea del Pizzone, dove i nonni abitavano. Insomma, per fare centoeotto chilometri uno sbattimento infinito. Se contiamo poi che il sabato pomeriggio papà ci avrebbe raggiunti a Santandrea ci rendiamo conto che si trattava proprio di uno tarantella insensata, avremmo molto più comodamente potuto aspettare papà e partire tutti insieme il sabato, ma niente, i miei genitori avevano deciso che era giunta l’ora di farci prendere il treno e non si discuteva.
Mia mamma aveva preparato anche dei panini e delle frittelle per fare un pic-nic. Non esiste viaggio in treno che si rispetti senza pic-nic. Io quelle frittelle, le frittelle di zucchine, le adoravo, e infatti da allora, per anni, mi sono fatta fare le frittelle di zucchine da mia mamma ogni volta che prendevo un treno.
Il viaggio durava un’ora e quarantacinque minuti (in automobile ci avremmo messo cinquanta minuti, ma questo ai miei testardi genitori non importava). Il treno sul quale stavamo per salire si parava davanti ai miei quattro occhi più benda per occhio strabico in tutta la sua magnificente vetustà: due vagoni compreso il locomotore, sedili in pelle verde, motore a gasolio e la scritta “la freccia del Molise”.
Per anni pensai che tutti i treni fossero così.
Appena salite sul treno ci accomodammo. Il treno non partiva. Mia sorella cominciò a dondolare appoggiandosi agli schienali delle poltroncine e cadde addosso a un signore. Mia mamma si giustificò sorridendo: “sa, è la prima volta che le bambine prendono il trenno”. Mio padre ci guardava dal binario e salutava con la mano. Pensai per un attimo che avrei dovuto munirmi di uno di quei fazzoletti bianchi per salutare come facevano quelli di Candy-Candy. Ma il pensiero durò solo un istante. All’improvviso mi resi conto che io ero sulla freccia del Molise, mentre mio padre era sul binario. Guardai mia madre e mia sorella. Non sembravano preoccupate. Rossella voleva già il panino. Guardai ancora papà che salutava sorridendo dal binario. Mi prese una specie di fitta nello stomaco, una cosa che non avevo mai provato prima, una sorta di sospesa angoscia per questo distacco improvviso, che non avevo calcolato.
Quella fu la prima volta che mi separai da mio padre.
Da mia madre mi separavo una volta a settimana sin da quando avevo pochissimi anni. Lei lavorava a Napoli, io stavo a Limosano con papà, e ogni domenica era lo stesso balletto con condimento di lacrime, promesse e saluti. Ma tanto alla fine rimanevo con papà che mi faceva l’uovo fritto e mi faceva dormire nel lettone. Mi piaceva condividere con papà questa solitudine da abbandonati, e la gioia del venerdì quando la ricongiunzione avveniva, a settimane alterne, a Santandrea o a Limosano.
Da mio padre nessuno mi aveva mai separato. Mio padre mi portava a scuola tutte le mattine in cinquecento e mi veniva a prendere all’uscita. Chiudeva lui la portiera (e una volta mi ci chiuse pure la mano dentro) e io ero contentissima della nostra cinquecento bianca. Con mio padre guardavo Pinocchio alla tivvù la domenica e il lunedì. Mio padre, quando andavo a dormire, mi accendeva la sua lampada di onice e argento e, per schermare la luce, ci metteva sopra una rivista con la scritta “Servizio Sanitario Nazionale”. Quando mio padre non era in casa io rispondevo al telefono e dicevo, come mi aveva insegnato: “il dottore non c’è, potete richiamare più tardi?” (a questo proposito debbo segnalare il disappunto di mia madre che diceva che non si da del voi alla gente ma del lei).
E adesso papà rimaneva sul binario e io me ne andavo sul treno senza di lui.
Ci avevano separati.
Da allora non fu più come prima. Tutti gli anni che seguirono li vissi con la consapevolezza che prima o poi avrei preso un treno e mio padre sarebbe rimasto sul binario.

A questo pensavo ieri sera alle diciannovevventi, mentre prendevo per un pelo l’ultimo trenino per Bazzano, due carrozze compreso locomotore, e mi veniva voglia di chiamare papà per comunicargli che anche ieri sera sarei riuscita a rientrare a casa.

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Set 14 2008

ancora uno di quei post senza titolo

Published by lucilla under cagate, blog, carla, vitantonio, teatro

questa cosa del titolo io continuo a trovarla antirivoluzionaria. Perchè wordpress mi deve imporre di trovare un titolo? qualcuno dei miei lettori, qualcuno di quelli che sanno smanettare con questa macchina infernale, puo’ fare qualcosa affinchè sulla mia schermata appaia ogni giorno la scritta “gentilissima e creativissima lucilla, non si preoccupi per il titolo, potrà scegliere con cura e in un momento successivo -quando la sua fantasia lo riterrà più opportuno - se e come titolare il suo post”?
Eccheccazzo
Io, all’inizio di questo pomeriggio ovvero quando la mia connessione internet a pedali (che consiglio a tutte le lettrici che vogliano perdere peso, ma anche ai lettori, per info www.vodapedali.com) ha cominciato a funzionare, fremevo per la voglia di scrivere un post, la mia fantasia mi animava, il cuoricino vibrava a suon di creatività, tutto l’essere mio danzava al ritmo suggerito dalle muse ed ora, per colpa di questa reazionaria struttura della schermata wordp è tutto irrimediabilmente perduto, il genio si è riassopito
E CHISSA’ QUANDO SI RISVEGLIERA’
Che fare? debbo dire che in questi anni io le ho provate tutte per richiamare a me la creatività ogni volta che essa m’abbandonava. Potrei scrivere un trattato di successo e pubblicarlo a fascicoli per la obbienuork, accludendo a ogni volume un simpatico gadget esemplificativo. Per ora mi accontento di un elenco che - nel caso la mia pubblicazione venga approvata - fungerà da indice.
-l’alcool. Quando la creatività manca l’alcool è la prima cosa alla quale si fa ricorso. Prima di tutto perchè è una droga legale, poi perchè siamo stupidamente schiacciati dallo stereotipo dell’artista alla Baudelaire che insomma, avrà forse funzionato per lui, bonanima, ma per me no. Se bevo dico cagate, importuno in vario modo gli esseri viventi e non viventi che mi circondano e mando genericamente a fanculo tutti quelli che non mi assecondano. Inoltre la mia tendenza alla tragedia si amplifica smisuratamente. Più di una volta sono stata ritrovata in una piazza, alle quattro del mattino, col culo all’aria dopo una caduta dal velocipede mentre l’apostrofavo accusandolo di tradimento, di disamore, e mi stracciavo le vesti invocando il crudele destino che solo questo m’aveva riservato: disamore e tradimento in cambio di dedizione e grazia.
- la droga. O meglio le droghe. Nell’indice le separo dall’alcool perchè esse, indipendentemente da quella che preferiamo, sono illegali e quindi implicano un salto di qualità: l’attivazione del meccanismo criminale e criminalizzato della ricerca del pusher, dell’acquisto clandestino, del consumo appartato, nascosto, e spesso solitario (a onor del vero dobbiamo affermare che più la droga è costosa meno il consumo è collettivizzato, e se c’è qualche consumatore che può smentirmi lo prego di contattarmi immediatamente per telefono affinchè io verifichi di persona). Anche la droga è presente nella lunghissima tradizione che va dagli oppiomani del diciottesimo secolo, passa per l’assenzio toccando tangenzialmente la morfina, zompetta allegramente sulla beat generation per arrivare a tutti quegli artisti che ci vogliono far credere che si può essere produttivi sotto effetto di eroina.
Ecco, io non so negli anni settanta e ottanta che eroina girava (se la sono finita da un bel pò’, come afferma lo stesso Keith Richards), ma con quella di adesso mi pare molto difficile. Non posso pronunciarmi in merito all’acido lisergico perchè praticamente in Italia è impossibile trovarlo a meno di non vendersi un rene. Che uno si metta a scrivere poesie dopo essersi ciucciato un’anfetamina mi sembra una barzelletta davvero poco credibile. Qualcuno dice che col thc la fantasia va più veloce e segue strade più interessanti. Cosa rispondere?felici quelli che riescono a comprare l’arte con un grammo d’erba. Io, per quanto mi riguarda, o mi addormento, o tendo a farmi dei viaggi che mi sembrano interessantissimi e, se riesco ancora a scrivere, mentre la bocca è secca e l’occhio strabico vaga pericolosamente, butto giù quello che posso della mia folgorante idea. Quando la mattina dopo vado a rileggerla capisco che o il pusher mi ha fregata anche questa volta, o aveva ragione Pazienza quando scriveva “aveva ragione mio zio, il thc fa male”
-il digiuno. Moltissime scuole, soprattutto quelle di matrice grotowskiana, affermano che il digiuno (e in genere un’esistenza condotta in stato di estrema e rigorosa privazione) ponga in una specie di stato mistico, per cui si è più vicini all’universo e si è meglio pronti a riceverlo e trasformarlo in opera d’arte. Io ne sarei ben contenta, anche perchè mi piacerebbe perdere quei cinque kili che caratterizzano il mio famosissimo culone, ma con me non funziona. Il digiuno mi spossa, mi mette di cattivo umore, mi fa passare la voglia e poi mi fa anche puzzare il fiato. Decisamente poco efficace.
- l’attesa. Questa è la scuola degli immobilisti. Diffusa soprattutto tra quelli che si sono bruciati il cervello con lo smodato ricorso ai metodi cui abbiamo accennato nei primi due punti. Per quanto riguarda la sottoscritta l’attesa mi annoia, se mi annoio mangio, se mangio ingrasso, se ingrasso mi deprimo e mi vengono pure i brufoli, per cui trascorro le giornate schiacciandomeli. No, ci credo poco alle idee che vagano nell’aere e a un certo punto si poggiano sul capo dell’artista quali leggiadre farfalle. Secondo me le idee sono delle stronze, corrono come matte e una poverina deve essere molto ben allenata per scattare, correre e saltare sufficientemente da acchiapparne una.
- il plagio. Che dire? a fini economici funziona, non c’è dubbio. Certo, non vorrei essere l’autostima di quelli che vi si dedicano. E comunque, siamo già entrati in un altro settore che si intitola “come utilizzare gli sforzi altrui per fare successo” e sarà oggetto di una specifica collana, sempre per la obbienuork.

Cosa mi rimane? La produzione forsennata, ovvero l’accumulo.
Insomma parloparloparlo, scrivoscrivoscrivo, e in mezzo a tutto questo mare di cagate prima o poi qualcosa di dignitoso lo pescherò.

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Set 08 2008

Pren, il laboratorio, mio nipote Teo, ovvero sei cose che mi fanno felice

La mia amica di blog scheggia, ormai evolutasi in oltreunascheggia (ovviamente oggi la mia connessione non mi permette nemmeno di mettere il link, maledetta vodafone e la sua chiavetta, e comunque il blog è oltreunascheggia.splinder.com) mi ha tirata dentro una catena.
Diciamolo, una catena del cazzo: sei cose che ti fanno felice. Roba che una come me ci mette così tanto tempo a trovarle, sei cose, che quando ci è riuscita non ha più voglia di scrivere post per mesi.
Ma la cara Scheggetta è stata fortunata perchè proprio in questi giorni ho condotto un meraviglioso laboratorio teatrale a Pren, sperdutissima località sita nel Veneto più alto ed accogliente. Un laboratorio equilibrato, generoso, un laboratorio onesto, fortissimamente voluto da quelli che l’hanno organizzato, da quelli che l’hanno ospitato e da quelli che hanno pagato per farlo.
E allora colgo l’attimo, prima che mi prenda lo sconforto di essere tornata in questo paese dove, quando manca il mio fidanzato, io proprio non trovo un senso nello stare.
Colgo l’attimo prima di rattristarmi per l’arrivo di un secondo inverno di solitudine e le scrivo, sei cose belle di questi giorni:

  • I ragazzi e le ragazze del laboratorio, tutti quanti, uno per uno, la loro estrema freschezza, la loro onestà, la loro umiltà. Quanta roba, mammamia quanta roba
  • I risvegli a Pren, con i due abitanti che mi danno della principessa e mi fanno il caffè
  • Le persone, tutte le persone di Pren, che da quattro anni continuano a credere in me, a pagarmi per i miei spettacoli, a darmi attestati di stima e fiducia e a farmi tornare la voglia di fare questo lavoro
  • L’anziano partigiano che il 31 agosto è venuto a vedere “OTTO” perchè si ricordava di me in uno spettacolo sulla Resistenza
  • Gli amici che nonostante sia andata via mi cercano ancora e ancora ricordano che non mangio il formaggio
  • Mio nipote Teo, fierissimamente nato due mesi fa, che già mostra con decisione la sua personalità

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Set 03 2008

una ragazza emancipata

Ormai le mestruazioni non sono più un argomento da gineceo. Ormai tutti parlano di mestruazioni. Non perchè qualcuno si sia interessato allo strano fenomeno che coinvolge i due terzi degli esseri umani una volta ogni 28 giorni (e non ogni mese, ‘gnurant), non perchè una delle nostre femministissime ministre abbia proposto la mutuabilità di assorbenti e antidolorifici, non perchè sia stato introdotto un indennizzo da mestruo ma, udite udite, perchè le donne, colpevoli del peccato originale, della corruzione del maschio e di una lunga serie di altri crimini, ne hanno combinata un’altra: inquinano.
Ebbene dobbiamo ammetterlo, la quantità di assorbenti prodotta e consumata è altissima. Che fare? Lo stesso Peppe il Grillo era entrato nel merito parlando di una misteriosa vescichetta di silicone che avrebbe potuto, a suo dire, sostituire i tamponi ed essere riciclata per più e più anni. Insomma una vera e propria rivoluzione energetica oltre che un sollievo per tutte quelle donne che si dimenticano di comprare gli assorbenti.
Mi domandavo se questa cosa della vescichetta fosse vera oppure no. Giorni fa, appoggiando le terga sul cesso di un’amica, mi sono imbattuta in una misteriosa scatolina e così ho scoperto che si, essa esiste, e si chiama mooncup.

Siccome sono una ragazza emancipata ho deciso di acquistarla. E qui sono cominciati i guai. Eh si, perchè la mooncup è di due misure, a seconda che tu abbia più o meno di 30 anni. Che faccio, io che ne ho 29 e mezzo? me la compro per usarla solo sei mesi e poi regalarla magari a mia sorella per il compleanno? Aspetto il mio trentesimo compleanno e mi compro la coppa tipo b?
Vittima di questi interrogativi amletici sono andata  su rintronet a cercare di capire perchè una tale discriminatoria divisione tra chi è ancora ventenne e chi, ahimè, non lo è più.

Ho scoperto così che il giorno del mio trentesimo compleanno, come per magia, la mia vagina si allargherà di tre, e dico tre millimetri. Altro che maledizione della strega, altro che. Tre millimetri, e tutti di botto!!!!
Sono sconvolta da questa ulteriore punizione divina che si aggiunge a tutti i guai che capitano a una donna a trent’anni (tra cui citiamo per gravità l’acquisto di una crema antirughe seria, prezzo minimo 40 euri, non una roba di bottegaverde, per capirci).
Che fare?
Sempre su rintronet ho scoperto che l’unica soluzione è la pratica quotidiana degli esercizi di kegel (e se non sapete cosa sono andate su wikipedia).
La guida all’eterna giovninezza della patata sottolinea che l’esercizio di Kegel, coinvolgendo solo i muscoli vaginali, può essere praticato ovunque e in qualsiasi momento, anche al telefono, in auto o in fila alle poste, insomma, un buon modo per guadagnare tempo ed elasticità vaginale.

(…)

Quindi se un giorno mi incontrate in fila alla feltrinelli e non vi saluto è perchè molto probabilmente sto facendo i miei esercizi quotidiani e sono concentrata.
E uno…e due….e tre e ancora uno…due…..

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Set 01 2008

nuova e zoppicante

Published by lucilla under cagate, blog, carla, vitantonio

ecco, per inaugurare questo settembre ho ben pensato di cambiare un pochino il mio uebsait
(…)
ammettiamolo, l’intenzione era buona
(…)
il risultato  è ka-ta-stro-fa

mi riprometto di ri-equilibrare la testata, visto che con la testa c’è poco da fare

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