Archive for Ottobre, 2008

Ott 30 2008

viaggio a Parigi atto secondo e intermezzo bolognese

Mentre mi accingo a narrare il secondo atto del mio soggiorno parigino la città è sotto assedio. Il governo avrà pure approvato il decreto Gelmini strafottendosene dei pareri di quelli che nella scuola ci lavorano o ci studiano, ma la gente non molla. Sono in radio, dove avrei dovuto registrare le prossime puntate dei miei Racconti di Lucilla, e invece partecipo alla lunghissima diretta che si protrae da stamane.
La polizia ha caricato. Cinque persone sono al pronto soccorso. In questo momento esatto un carabiniere sparuto è entrato nella sede della radio cercando un “responsabile del teatro polivalente occupato”. Ovviamente nessuna di noi si è dichiarata tale. Il carabiniere, fermo sulla soglia, mi guarda di sbieco mentre Marilù cerca qualcuno a cui lanciare la palla avvelenata. Flavia è in diretta con Irene che segue la manifestazione dalle nove e da allora non riesce a fare la pipì. Santa vescica.
Il carabiniere dopo aver cercato di infilarsi in sede e di estorcermi qualche informazione utile allo scopo se ne è andato col suo compare alla ricerca di un presunto colpevole di reati a noi sconosciuti.
Adesso Flavia dice che la stazione è blindata dalle forze dell’ordine. Trentamila persone sono in piazza medaglie d’oro. Beppe Grillo è stato mandato via perchè aveva rifiutato di stare dietro lo striscione. Ben gli sta. Che voleva fare, il masaniello?

 

E dopo questo surreale intermezzo ritorno a me e all’uudm in terra francese.
Ci svegliamo sabato mattina, il cielo è grigio ma non piove, e dalla gigantesca vetrata del nostro appartamento al 12esimo piano il tempo ci appare perfino bello.
Prevediamo di trascorrere un paio d’ore nelle vie del quartiere latino.Del resto la guida dice proprio così, che in due ore e mezza avremo modo di vedere i sights più interessanti della zona. Appena sbarcati mi commuovo riconoscendo le vie dove viveva mia sorella minore Rossella detta Fuego molto prima di maritarsi e figliare. Rue de Mouffetard mi appare splendida. La boulangerie dove compravo la baguette con mia sorella è sempre uguale e profumata.  Scendiamo, saliamo, giriamo, questa era la casa di Hemingway e quello l’appartamento di Joyce. Il Pantheon ci ha i capitelli corinzi…vedi? sai qual è la differenza tra il capitello corinzio, quello dorico e quello ionico? quello ionico ha le spiralette come due orecchie, quello dorico la ciambella, la Sorbonne è aperta ma inaccessibile a chi non è studente, blindata, direi, ci sediamo nella piazzetta antistante e mangiamo una brioche suisse. E poi ripartiamo verso le strade dei greci e dei turchi, per l’ennesima volta nella mia vita mi commuovo davanti al teatro de l’Houchette, la cantatrice calva dal 57 si pettina sempre nella stessa maniera, sbuchiamo sulla Senna, l’unico uomo del mondo riesce persino a comprarsi degli occhiali da sole e a pagarli meno che in Italia.
Poi, d’un tratto, siamo alla Shakespeare.
Tutto come quando dormivo qui.
Non scriverò come si arriva in questo posto, nè dirò bene di cosa si tratta. Chi già la conosce sa bene come conservare il segreto. Il vecchio George da ormai 4 anni ha ceduto il comando alla figlia, ma per il resto tutto è come un tempo. Parlo con una delle ragazze che mi accolgono. Tutti sussurrano, si muovono in punta di piedi, ogni tanto, in un angolo, il corpo dormiente di un viaggiatore.
La nicchia della macchina da scrivere è ancora lì, anche se la vecchia olivetti è stata sostituita da una moderna macchina elettrica.
E mentre giriamo nelle stanze al pianoforte una ragazza comincia a suonare una melodia antica, e piano piano più voci cominciano a cantarla sottovoce. Dopo, possiamo solo andarcene.
E’ arrivato il pomeriggio e ancora siamo nel quartiere latino. Alla faccia delle due ore e mezza. Ci inebetiamo tra le bestioline di notre dame, beviamo un po’ d’acqua seduti sul ponte nuovo, e poi di nuovo siamo per le viette, arriviamo fino ai giardini di lussemburgo ma non entriamo, abbiamo fame, sono le sette, e per questa serata romantica abbiamo previsto belleville.
Ci arriviamo in metro, ormai siamo dei maghi della cartina e del collegamento rapido. Dopo una rapida passeggiata nel boulevard -abbastanza triste, a quest’ora, quando tutti i negozi chiudono e lavano i marciapiedi e le luci illuminano strani container che sembrano case improvvisate - ci tuffiamo in rue de oberkampf e lì ogni vetrina ci porta in una parte diversa del mondo, giriamo inebriati dagli odori speziati, senegal, algeria, cina, taiwan, vietnam. E’ così diversa questa Parigi!!! Le parigine mi appaiono quasi normali, meno luccicanti di quelle del centro, probabilmente anche loro vestono ai grandi magazzini e, ogni tanto, girano coi capelli sporchi. Mi sento rincuorata. Per la nostra cena scegliamo il japonaise.
Dopo un esilarante scambio di battute in francese con una cameriera che lo parla tanto quanto me ci tuffiamo sulle pietanze. Io apprezzo, l’uudm molto meno. E dopo il sakè ci trasferiamo in libano, nel privee di un piccolissimo ristorante frequentato da aficionados, dove un cantante allieta gli ospiti e alcuni si lanciano in danze tradizionali, compreso l’uudm, mentre io bevo il the alla menta con una bambina che mi dorme sulle gambe.
E’ l’una quando arriviamo a casa, ci accoglie il gatto e un biglietto di saluto dei nostri ospiti, con cui ceneremo domani sera.
E buonanotte.

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Ott 28 2008

Viaggio a Parigi, parte prima

Published by lucilla under uudm, viaggi, carla, vitantonio

Venerdì mattina, finalmente partiamo. Bagaglio leggerissimo (che tuttavia riesce a contenere una gonnina sbrilluccicante che a mio avviso mi farà molto parigina, nonchè guida dettagliata e quadernino con i compiti da fare -nel caso io mi senta in colpa- e una sessantina di biscotti freschissimi fatti dalle mie sante manine onde omaggiare i nostri ospiti parigini) ci infiliamo sul famoso autobbusnavetta BLQ, che in men che non ci dica, al prezzo quasi proletario di cinque euri, ci scaricherà dinnanzi all’aeroporto guglielmo marconi di bulagna.
L’aereo parte puntuale e ale due eccinque sbarchiamo felici a charles de gaulle, terminal tre, che capiamo immediatamente essere il terminale onde i francesi invidiosi hanno segregato tutti i voli da e per l’Italia. Sembra infatti di stare a casa: macchinette per i biglietti rotte, file interminabili, cose che non si trovano, indicazioni poco chiare e soprattutto chiosco dei panini chiuso. Siamo un po’ stanchi.
Finalmente prendiamo il nostro trenino panoramico altrimenti detto rer che ci porterà fino al centrocittà. Oggi ce ne vogliamo andare a Montmartre, poi domani vedremo.
I francesi sono troppo avanti: nella metropolitana si riesce a parlare al telefono. Questa cosa mi sembra rivoluzionaria, ti permette di avvisare a casa se per caso il treno è fermo sotto terra a causa di un attentato. In compenso però il meccanismo di emissione di biglietti e carnet è complicatissimo, alla fine ci riesco, utilizzando la mia laurea e diverse delle referenze presenti nel mio cv.
Sbuchiamo proprio di fronte al Moulin Rouge. Di Tolouse Lautrec non c’è più l’ombra da decenni ma bisogna dire che gli abitanti del quartiere fanno di tutto perchè l’atmosfera rispetti le aspettative del turista acculturato che visita la collina dei mulini. Di fronte alla metro una boulangerie. Dico amoremio, ho fame, ci nutriamo di qualche bulangeria francesa? Mi risponde amoremiobello, aspettiamo un po’, magari passeggiando troviamo un posto un poco più romantico, un poco più francese. Acconsento. E infatti dopo 15 metri siamo seduti in una trattoria cinese con davanti riso alla cantonuas e pullet au non so bene cosa. Poco francesi, forse, ma buonissimi ed economici.
Siamo pronti per visitare la collina che San Dionigi scalò portandosi in mano la propria testa dopo essere stato decapitato. A parte alcuni posti veramente, veramente turistici, le vie ci appaiono abitate da giovani francesi abbigliati a mo’ di intellettuali del primo novecento, chiaramente riconoscibili dalle giacche di velluto a coste con le toppe e dai baschetti inclinati sulla calvizie incipiente. Le ragazze, forse aspiranti attrici, commedianti o ballerine, vestono da uomo sfoggiando salopettes da lavoro macchiate di pittura. Ridono e parlano ad alta voce, io per me, che ho smesso di aspirare e ho pure smesso di fumare, li guardo con un po’ di melanconia e un po’ di scherno. Faccio un paio di foto, che mi sembra di stare in uno zoo. Ma Montmartre rimane bellissima, ce la giriamo e ce la rigiriamo fino a che non ne possiamo più. Alle sette pigliamo nuovamente le metrò, che i nostri ospiti ci aspettano. Infatti, per questa vacanza all’insegna dell’austerity, abbiamo deciso di affidarci di nuovo al couchsurfing. Io ormai sono una veterana, mi sono scelta i profili che preferivo e il risultato fa invidia a qualsiasi tour operator: abiteremo nel 13° arrondissement, due passi da Place d’Italie, da due giovani che mi sono apparsi colti, non rompicoglioni e amatori del buon vino.
Quando li incontriamo capiamo che non mi ero sbagliata. Thomas & Thomas ci accolgono insieme al loro gatto nel loro appartamento al 12esimo piano e tutti insieme ci ubriachiamo di vino francese prima di uscire per infilarci nel privee di un ristorantino brasiliano vicino place de la bastille, dove balleremo samba ciucciando mojito e parleremo di Sarko e Carla Bruni, con grande soddisfazione del mio gusto per il gossip.  I nostri ospiti non se la prendono neanche troppo quando mimo la testata di Zidane. Place de la Bastille di notte è affollata, viva, piena di gente che entra e esce dai locali, io avevo proprio voglia di un po’ di questa vita. Torniamo a casa in metrò e ci gonfiamo il materasso che i nostri ospiti ci hanno provvisto. Lunga, pacifica e gustosa sarà la notte.

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Ott 21 2008

quello che dovrei

Lo so, è una settimana che taccio, dovrei aggiornare il sito.
Lo so, oggi è martedì, va in onda la terza puntata del programma, dovrei mettere il podcast.
Lo so, domani ho una convocazione per una posa, dovrei depilarmi.
Lo so, è da una settimana che mi trascino la cistite, dovrei stare a casa al caldo a dormire.
Lo so, venerdì parto per Parigi, dovrei farmi le valigie.
Lo so, sono quattro notti che non dormo, avrei potuto disdire la lezione di fisa e andare a casa prima.
Lo so, non sono wonderwoman.
Lo so, le giornate hanno 24 ore e non 72.
Lo so, ci sono monti di cose che sto dimenticando.
Lo so.

Non è che non lo so.

Quello che dovrei.

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Ott 13 2008

Rita

Ho già avuto modo di dire che quando ero piccola vivevo con mio padre, perchè mia madre lavorava in un’altra città. In realtà papà non c’era mai, perso in qualche remota campagna per visitare un vecchietto invalido o una donna in gravidanza avanzata, o più semplicemente impegnato nell’ascolto di qualche mamma semianalfabeta.
Passavo tutto il tempo che non trascorrevo all’asilo con la mia tata. La mia tata si chiamava Rita. Rita era una ragazza di 24 anni (mi ricordo esattamente che quando glie lo chiesi aveva 24 anni, ma non so bene a che punto della mia infanzia risalga questo episodio. Diciamo che a un certo punto della mia infanzia Rita ha avuto 24 anni). Veniva da una famiglia meridionale di quelle che adesso metterebbero sui documentari della nuova Italia: sei figli, genitori contadini, vivevano stipati in una casa semidiroccata, buia, composta di sole due stanze, con una latrina posticcia attaccata al muro esterno e un permanente odore di essere umano e di cibo che si trasmetteva dall’unica stanza da letto alla cucina senza soluzione di continuità.
I miei genitori non mi facevano mai andare a casa di Rita, e le poche volte che ci ho messo piede è stato di nascosto. Provavo sempre una grande gioia in quella cucina puzzolente, mi divertivano i baffi della mamma di Rita e la sua antica gonna a fiori. Il babbo, burbero, si esprimeva solo in dialetto. A me era proibito parlare in dialetto, e per timore che qualcuno facesse la spia rispondevo in un italiano ipercorretto che lasciava stupiti e ammirati i numerosi fratelli.

Rita era una tata assai poco affettuosa, spiccia, con le mani callose, che mia madre utilizzava anche per le faccende domestiche più antipatiche, come ammazzare i polli e i conigli che pazienti ricchi di gratitudine e poveri di danaro portavano puntualmente a mio padre. Mia madre amava mangiarli ma non sapeva come ammazzarli. Il servizio lo faceva, appunto, Rita, chiusa nello sgabuzzino al piano terra. Si sentivano disperati starnazzamenti, ogni tanto un coniglio riusciva a scappare e per qualche ora eravamo tutti impegnati nella ricerca dell’animale fuggitivo.
Mi veniva a prendere all’asilo (più tardi a scuola) e mi riportava a casa. A quell’ora la casa era vuota. Mi sedevo per terra, con il quaderno appoggiato sul tavolino basso del salotto, e Rita mi cucinava di nascosto le patatine fritte.
Poi guardavamo la nostra telenovela preferita. La telenovela si chiamava “Senora”. Al tempo le telenovelas erano sudamericane, ed avevano tutte nomi di donna. “Senora” Parlava di una donna, Eugenia, che subisce una lunga serie di soprusi, in più diventa cieca a causa di un incidente eccetera eccetera, lei ama il medico che la cura, a un certo punto recupera la vista ma per paura di perderlo non glie lo rivela. Lui si chiama Diego. Per molti anni tutti i miei big Jim si sono chiamati Diego. Mia madre, ignara del segreto che io e Rita condividevamo, pensò a una mia precoce propensione per le lingue straniere.

Il sabato Rita mi faceva il bagno e mi concedeva di sguazzare per una ventina di minuti con la mia barbie preferita di turno. Poi arrivava dicendo che era arrivato il momento di lavarsi ed era irremovibile. A nulla valevano le mie urla disperate nelle quali, pure, ero campionessa. Mi strigliava perbenino, mi strofinava poi con l’accappatoio, procedeva con il borotalco e infine effettuava il settimanale cambio della canottiera, che pungeva tantissimo perchè le magliette liabel costavano troppo.

Mia madre provava a instillarmi un certo disprezzo per Rita e per la sua famiglia, soprattutto per il fatto che non sapevano parlare bene l’italiano, ma io la ignoravo felicemente.

Dopo molti anni Rita finalmente si fidanzò con un ragazzo che i miei genitori vollero conoscere. Un bravo ragazzo, davvero. Il matrimonio fu fissato.
Mia madre decise che la nostra famiglia avrebbe provveduto al vestito da sposa, cucito, a mano, da mia nonna.
Dopo il matrimonio Rita non sarebbe più venuta a lavorare da noi, ovviamente, trattandosi di un lavoro da nubile, non adatto a una signora sposata.

Una settimana prima del matrimonio il suo fidanzato si ammalò di peritonite e morì senza dare il tempo a nessuno di capire cosa stava succedendo.
Rita il vestito non se lo mise mai.

Provai a chiedere a mia madre se, allora, poteva tornare da noi. Ma lei mi disse che io ero diventata grande in ogni caso, e che non avevo più bisogno di Rita. Del resto i compaesani avevano imparato che mia madre non ammazzava gli animali e avevano cominciato a portarli già morti.

Fine della favola

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Ott 11 2008

c’è crisi, c’è grossa crisi

Published by lucilla under società, carla, vitantonio, lavoro, teatro

Nota: questa testimonianza serve a tutti quegli aspiranti attori che in questi giorni stanno facendo i provini sperando di essere ammessi a una qualsiasi delle scuole teatrali italiane. Fratelli, sorelle, prima di commettere tale leggerezza leggete quanto segue e date retta a me, cambiate idea fino a quando siete in tempo.

Questa mattina ho deciso di occuparmi della mia quarzina in vista dello spettacolo di stasera. Per chi non lo sapesse, gli attori squattrinati chiamano quarzine le lampade alogene, da interni o da giardino, possibilmente dotate di potenziometro, che assai spesso servono a sostituire il dignitoso impianto luci che tutti sognamo, tutti crediamo di meritare ma nessun committente ci fornisce mai.
Dunque dal momento che stasera sarò alla festa dell’umidità democratica di Piazzola sul Brenta, amena località sita nel cuore dell’intercultura veneta, e conoscendo per esperienza la qualità degli impianti solitamente forniti alle feste dell’umidità, temendo io di dover fare lo spettacolo alla luce del neon della cucina mentre la sciura filomena affetta quintali di polenta, ho deciso di provvedere a fornire io stessa uno straccio di illuminazione. Avevo dunque due possibilità: o sottrarrre indebitamente la quarzina sita nella mia stanza da letto -l’ho già fatto altre volte, ma il filo è troppo corto e l’intensità massima troppo bassa, una menata- o portare dal ferramenta la mia quarzina dedicata, che oramai sei mesi fa rimase senza lampadina e da allora giace in un angolo del ripostiglio. Ho optato per la seconda.
Mi sono così recata in un gigantesco negozio di ferramenta sito a poche centinaia di metri da casa mia e sono timidamente entrata con la mia quarzina.
Il negozio era molto più affollato della piazza del paese: vi erano una grande quantità di pensionati che vagavano tra le scansie con le braccia dietro la schiena e blaterando strane litanie a mezza voce, una certa quantità di adolescenti scampati per qualche motivo al supplizio delle lezioni sabatine, diversi lavoratori specializzati che stavano cercando mensole, battiscopa, retine, retone, fil di ferro, mordenti, viti, cacciaviti, cacciaviti a stella, tronchesini, spray, scarpe da lavoro, tubi di gomma, copie di chiavi, carta vetra sottile e carta vetra un po’ più spessa, riduttori, lampadine, reticolato anti-piccione, vernice ad acqua, seghetti, filo di rame et similia.

Di fronte a loro, dietro un gigantesco bancone rialzato stracolmo di residui e di ferraglie, troneggiava un’intera famiglia: padre, madre e due figli, intenta a soddisfare le ferruginose necessità degli astanti.
Nel momento esatto in cui entravo mi sono resa conto di avere addosso una maglietta con la scritta “non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice”, pantaloni verde pistacchio attillati e sudaticci che uso per andare a correre, conseguente mutandone a vista, calzini a righette rosa mal celati sotto un paio di ciabatte da giardino color pervinca.
Fingendo disinvoltura mi sono messa in fila tra elettricisti e pensionati in attesa del mio turno. Quando è arrivato ho tirato fuori da un sacchetto la mia quarzina e ho chiesto se gentilmente mi si poteva cambiare la lampadina.
Attorno a me diversi sguardi di pensionati disapprovavano.
In men che non si dica la lampadina è stata cambiata al coso di cique euri eqquaranta. Il gentilissimo primogenito mi dice “vuole che la proviamo?” e io, ingenuamente, acconsento.

E’ saltato tutto l’impianto del negozio

La radio, che cantava “vai vai piccola chetti” si è improvvisamente azzittita. I pensionati hanno trattenuto il respiro in sintonia. La signora mi ha guardato gelida. Al che ho sussurrato un dignitoso “scusi, mi dispiace molto”.
Avrei dovuto prevedere che qualcosa sarebbe successo.
Immediatamente quattro elettricisti e sette pensionati si sono avventati sulla quarzina cercando di capire quale fosse il male di cui essa soffriva. Sono spuntati dai tasconi cacciaviti, chiavette, fili di rame e forbicette, e la quarzina è stata operata sul bancone del ferramenta mentre cinque o sei pensionati mi bloccavano parandosi tra me e il mio sfortunato faretto.
Prima hanno smontato la spina, poi hanno smontato la lampada, infine hanno smontato il potenziometro, hanno invertito i cavi, i pensionati si sono consultati, gli elettricisti si sono raccontati di quella volta che un loro collega si è preso la corrente così e cosà, il figlio secondogenito del ferramenta è andato intanto a riattaccare la corrente fuori, intanto io vedevo solo pezzettini di plastica e vitine che saltavano mentre preoccupanti rumori provenivano dalla pancia della quarzina.

Dopo venti minuti essa mi è stata restituita, funzionante, con tante buone cose per il mio spettacolo, e torni ogni volta che ha bisogno.

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Ott 08 2008

on air

Published by lucilla under cagate, radio, carla, vitantonio, donne, lavoro, teatro

Uelà, il programmino è partito bene, si o no? Un paio di erroretti di dizione li ho fatti è vero, ma chi dei miei quattro ascoltatori se ne è accorto?
Per aumentare lo share potrei lanciare il concorso

GLI ORRORI DI LUCILLA
trova gli errori di dizione che la tua spicher preferita commette durante le sue trasmissioni!!!
in palio la possibilità di un fine settimana di lavoro nello splendino Giardino di Lucilla; un luogo immerso nel verde e nella natura dei colli bolognesi, lontano dal caos della città, selvaggio e incontaminato, dove per otto ore al giorno potrai giocare a fare il giardiniere d’altri tempi! sono banditi strumenti a motore!!!useremo gli attrezzi dei nostri avi per potare gli alberi da frutto, mettere a posto la vite, ricostruire il pergolato, rastrellare e raccogliere le foglie, tagliare la legna, cimare le rose, filtrare gli olii essenziali, preparare confetture!!!

Partecipa anche tu a GLI ORRORI DI LUCILLA!!!

 

E così avrei risolto anche il gravoso problema del giardino che sta cadendo a pezzi….

 

Oh, questo non è uno scherzo:

Mi ci hanno pure fatto una recensione!!! 

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Ott 02 2008

le conseguenze dell’amore

Sarà a causa di questo settembre finlandese, sarà a causa del signor Tiezzi Federico (colgo il suggerimento di un’amica…), sarà che da una settimana io e l’unico uomo del mondo abbiamo proclamato l’austerity a causa della tremenda situazione economica in cui versiamo, sarà che il mio cappotto di mezza stagione l’ho prestato da sette mesi a una che è sparita, sarà forse che sono stanca e stufa e sto andando a volantinare in giro per Bologna come una diciottenne, fatto sta che mi sono egregiamente ammalata.
(Adesso vi sfido a trovarmi un’altra persona che si ammali egregiamente, tsk).
Poichè gli occhi più non mi lagrimano il mio naso ha deciso di sostituirli. Voce ne ho poca, speranze ancor meno.
Ma me ne fotto. Olimpica e implacabile proseguo sulla stradina impervia che il fato mi indicò quando ancor minorenne (sette anni avevo, sette ) fondai la mia prima compagnia teatrale. Si chiamava vedesciacqua e debuttò il giorno del battesimo della mia sorella minore Erika detta Kikò. La poverina era troppo piccola e frastornata per opporsi e io obbligai tutti gli adulti a starsene per venti minuti seduti in terrazza senza attentare al buffet mentre andava in scena la mia prima opera, di cui non ricordo niente tranne una battuta che doveva dire mia sorella Rossella “uh, sono rimasta cretina, è meglio che me ne vada” -notare che già a sette anni padroneggiavo magistralmente i congiuntivi- . Della suddetta opera ero drammaturga, regista, coreografa (c’era anche un balletto) e interprete. Mi ero riservata un ruolo minore poichè mi sembrava di aver fatto già abbastanza dietro la quinte. Protagonista era mia cugina Valeria che ora abita in Giappone da quattro anni e non ha nessuna intenzione di tornare. Dovrei forse sentirmi parzialmente responsabile???

Ma dopo questa breve digressione nella mia gloriosa infanzia ritorno alla mia riflessione esistenziale. Ancora m’arrampico come un mulo su per l’impervia stradina che il fato mi riservò quel giorno (forse non gli piacque la messinscena? fatto sta che avrebbe potuto anche chiudere un occhio e assegnarmi una vocazione meno impervia, che ne so, la mulettista o la proprietaria di una profumeria) e faccio due cose nuove due.

  1. Il sette ottobre mi parte un vero e proprio programma radiofonico. Tutto mio dall’inizio alla fine, compresa la sigletta. Ci sto mettendo buona parte della mia già provata animuccia. Il programma si chiamerà, in maniera forse poco originale ma sicuramente chiara e identificabile, I racconti di Lucilla e andrà in onda ogni marteì alle 18.30 su Radio Kairòs, con replica il venerdì stessa ora. Siccome suddetta radio per ora si sente solo a Bulagna, e nemmeno in tutti i quartieri, se proprio siete aficionados vi potete scaricare i podcast dalla pagina on air
  2. Il sedici ottobre parto addirittura con un laboratorio in quel di Bologna, alla faccia di chi mi vuole male. Tiè. un laboratorio di teatro ma non solo, di teatro fatto alla radio, e quindi di racconti, di radiodramma, di lettura, un laboratorio per divertirmi e soprattutto per trovare gente con cui fare cose nuove, che mi sono proprio stufata di far tutto da sola. Insomma un laboratorio vero!!! Vi potete pure scaricare il vulanten

Oi, sono piena di energie, sarà che mi sto imbottendo di vitamine e robette omeopaticonaturali fornite dal fidanzato?
Valà, oggi spacco tutto.

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