Archive for Novembre, 2008

Nov 25 2008

piccolo spazio pubblicità

Published by lucilla under carla, vitantonio, bologna, teatro

Mercoledì 26 novembre ore 19.30 andrà in scena

Una valigia piena di dollari

di e con me

ovvero Carla Vitantonio

seguirà degustazione di prodotti tipici molisani ed esposizione fotografica sul Molise a cura di Simone Schiavon

 Ci sono ancora dei posti liberi!!!

il tutto a Bologna, via Capo di Lucca 12

lo spettacolo è adatto anche ai bambini, e pure la degustazione. 

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Nov 23 2008

il terribile flagello del calendario dell’avvento

Published by lucilla under carla, vitantonio, famiglia

A casa nostra il natale si preannunciava il giorno trenta novembre, quando i nostri entusiasti genitori ci annunciavano che, tutti insieme, avremmo preparato il calendario dell’avvento. Io e mia sorella minore Rossella detta fuego non avevamo idea di cosa fosse questo calendario, sapevamo solo che ci toccava andare dal tabaccaio e vergognarci mentre chiedevamo venticinque scatolette di cerini. Mio padre provvedeva a fornire un pezzo di compensato o cartone spesso, al quale dava la sagoma di una casetta. Dopo di che mia madre si armava di pennarelli, cartoncini, avanzi di lana e di stoffe colorate, ovatta, colla, taglierini e simili, e creava una specie di casetta con venticinque finestrelle. A quel punto ci veniva spiegato che ogni finestra corrispondeva a un giorno che andava dall’uno al 25 dicembre. I giorni non erano messi in fila, noooooooooooo,  erano sparpagliati, e a noi spettava l’entusiasmante diritto di trovare ogni giorno la casella giusta, aprirla e leggere il bigliettino che ci aveva lasciato gesubambino (ovvero mio padre in una crisi d’identità).
Dopo la spiegazione io e mia sorella minore Rossella, detta Fuego, dovevamo mostrare meraviglia ed entusiasmo esclamando all’unisono “che bello”, altrimenti i miei ci rimanevano male.
La cosa più terribile di tutte era che le caselle non venivano riempite di bigliettini tutte all’inizio!!!NO! Ogni mattina mio padre, memore di tutte le marachelle che avevamo combinato il giorno prima, inseriva un bigliettino minatorio che accennava chiaramente all’accaduto. Una cosa terribile. Dopo un po’ io e mia sorella minore Rossella, detta Fuego, capimmo l’antifona. Da allora nessuna volle più andare ad aprire le finestrelle. Il problema era che questo fatto avrebbe dato grandissimo dispiacere ai miei. Ci avevano messo tanto impegno!!!
E così ogni mattina, appena sveglie, litigavamo su chi delle due dovesse assolvere quel giorno al gravoso compito della lettura del bigliettino: “E dai Ca, vai tuuuu” “E no! io sono andata ieri, mo vai tu” Finiva che insieme, ancora in pigiama, tremanti e sconsolate, ci avvicinavamo alla finestrella di turno. Per fortuna a Santa Lucia al posto del bigliettino c’erano millelire a testa.

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Nov 19 2008

si facevano nuvolette di fumo sotto i portici della città

Di quel primo inverno padano ho ricordi mescolati e contrastanti. Ancora non sapevo di Montechange e di poterci andare ad abitare e così mi ero presa mezza stanza doppia in una casa proprio fuori le mura della città. L’altra metà era della mia amica T che insieme a me aveva cominciato questo viaggio allucinante verso il nord. Che al tempo, mi ricordo quando ne parlavamo, ci sembrava proprio di poterci emancipare, di poterci lasciare alle spalle tutta la merda che avevamo vissuto nei nostri primi 18 anni di vita molisani. E allora abitavamo in questa casa insieme a due pugliesi fuoricorso da lustri, a una delle quali, ricordo, una volta riuscii a far credere che il chilum fosse un flauto e l’odore che sentiva provenire dalla mia stanza incenso artigianale.
La mattina c’avevo lezione alle ore ottettrenta, ma come si può mettere una lezione alle ottettrenta? Alle settemmezza m’alzavo nel silenzio generale che ancora regnava nella casa, mi facevo il cafè e m’avviavo, a piedi, verso il grosso palazzo fascista dove facevo lezione. Di biciclette ancora non se ne parlava, venivo dalla montagna e ci avevo una paura fottuta di cavalcare il velocipede in mezzo al traffico. La prima sigaretta me la accendevo appena entrata nelle mura della città, sotto il primo portico, davanti a Gigi il tabaccaio. Era acre e sapeva di sonno. I polmoni desistevano immediatamente da qualsiasi tentativo di ridestarsi all’aria mattutina. Sette minuti, ci mettevo, giusto il tempo di arrivare alla curia, dove avrei svoltato a sinistra non senza aver prima dato un’occhiata alla vetrina del ventitrèdischi, il negozio dove tutti da generazioni andavano a prendersi la loro dose di musica.
La lezione era psicologia dei processi cognitivi,che insomma, come inizio dell’università non si può dire sia proprio incoraggiante, nonostante tutto eravamo tantissimi: i cento vincitori del test e gli altrettanti ricorsisti. A scienze della competizione ci avevamo la frequenza obbligatoria del sessanta, e dico del sessanta per cento. Se ti pigliavi un’influenza o una vacanza rischiavi di andartene fuoricorso così, in un soffio. Era una facoltà all’avanguardia, la nostra, già ti preparavano al mondo lavorativo. Eh.
A scienze della competizione eravamo, in ogni caso, così pochi rispetto a quelli delle altre facoltà (per esempio quelli di psicologia erano milleottocento all’anno, una marea, non riuscivano nemmeno a fare lezione tutti insieme e li dovevano sdoppiare, infatti li avevano rinchiusi nei capannoni di una fabbrica dismessa perchè negli edifici medievali dell’università non ci entravano).E noi invece, privilegiatissimi, in pausa poggiavamo il culo sulle mattonelle medievali di padaniacity e bevevamo caffè del bar e non della macchinetta.
Che freddo quel primo inverno a padaniacity.

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Nov 10 2008

montechange

Published by lucilla under società, carla, vitantonio, storia, politica

Avevo venti anni e abitavo nel cuore di Padaniacity, in uno studentato sito in via Monte Cengio e per questo motivo ovviamente denominato da tutti “montecengio” (tutto attaccato, naturalmente: vivo a montecengio, vado a montecengio, c’è festa a montecengio etc). Qualcuno a un certo punto tirò fuori da un balcone la scritta MonteChange, e da allora fu proprio Monte Change.
Montechange era un luogo storico per il movimento. Si diceva che proprio là fosse scoppiata la pantera padana. Le cinque gloriose palazzine che costituivano il complesso erano state, negli anni ottanta e novanta, il punto di partenza di manifestazioni, cortei, feste, lotte, sbronze di gruppo e accoppiamenti selvaggi.
Al tempo in cui ci abitavo io le cose non erano di molto cambiate. Ogni palazzina era composta di 8 appartamenti, ognuno per 11 persone. Quindi teoricamente in ogni palazzina avrebbero dovuto viverci 88 studenti. In realtà a montechange praticavamo diffusamente il subaffitto e, molto più spesso, l’ospitalità a chiunque si presentasse alla nostra porta, indi per cui eravamo molti, molti di più. Quanti, non è dato saperlo, ma un giorno contai nel mio appartamento 20 inquilini.
Quando un appartamento di montechange proclamava la festa si creava una mobilitazione generale. La notizia veniva diffusa nelle piazze all’ora degli spritz (eh si, perchè a quel tempo a Padaniacity si poteva ancora prendere lo spritz in piazza), delegazioni automunite andavano a comprare nella cantina di fiducia circa un centinaio di litri di vino, le ragazze cominciavano a prepararsi dalla mattina e insomma, altro che ballo di fine d’anno, le feste di montechange erano veramente una rivoluzione, sapevi come ci arrivavi e non sapevi se, e come, te ne saresti andato. Carovane di studenti in bicicletta cominciavano a migrare dalla piazza verso lo studentato intorno alle nove di sera, qualcuno si avventurava a piedi, i motorizzati offrivano gentilmente il posto di dietro all’amico del cuore o alla fanciulla con cui avrebbero desiderato copulare nottetempo, pochissimi gli automuniti. Inutile dire che non tutti quei mezzi sarebbero stati ritrovati alla fine della festa.
E a proposito di ciò vorrei narrare l’episodio della bici di Fedepì, la nostra compagna d’appartamento altrimenti nota come Pollyanna. Il giorno dopo una desta Fedepì ci confessò di non trovare più la sua bici. Normalissimo, soprattutto dopo una festa, vedrai Fedepì che te la vendono in piazza per quindicimilalire entro una settimana. Dopo tre giorni Fedepì, guardando fuori dalla sua finestra, scoprì che la sua bicicletta se ne stava appollaiata su un albero, probabilmente dalla notte della festa.
Fine dell’aneddoto.
Le feste di montechange avevano come nucleo un appartamento (quello che proclamava la festa), all’interno del quale giacevano cadaveri di damigiane di vino mentre un dj improvvisato metteva le nostre canzoni preferite. La scaletta seguiva un crescendo sentimentale e politico, poiché eravamo ragazzi che avevano fatto il movimento, e il massimo della commozione e della partecipazione danzereccia veniva raggiunto durante rigurgito nella versione reload, gimme the power dei molotov e, soprattutto, curre curre guagliò, che veniva cantata in coro ri-go-ro-so, manco si fosse trattato de l’internazionale. Alla fine della canzone in molti, ubriachi e felici, con l’odore del movimento nelle narici, ci abbracciavamo asciugandoci la lacrima della vendetta.
Fuori dall’appartamento-discoteca, nei corridoi, per le scale e nel cortile, una quantità imprecisata e imprecisabile di gente sostava bevendo, fumando, assumendo innocentemente droghe leggere (che erano gli anni in cui ci illudevamo di procedere verso la legalizzazione, porcaputtana) e copulando con fantasia.
La festa finiva quando eravamo stanchi o quando arrivava la polizia (notare la rima, nds).
Questi erano i giorni di montechange. Si stava in aulastudio come matti fino alle sette di sera. I computer non ce li aveva nessuno e molti di noi non avevano manco l’indirizzo e-mail. La tesi, se la facevi sul pc, la mettevi sul dischetto, e giravano terribili leggende metropolitane di laureandi che avevano lasciato l’unico floppy sul cruscotto della macchina, al sole, e il floppy si era smagnetizzato, addio tesi.
Alle sette di sera l’aula studio chiudeva e noi in una permanente primavera ci spostavamo in massa verso il centro della città, la piazza, che brillava di vita e di suoni e di voci, qualcuno metteva la musica ad alto volume, qualcuno mesceva vino. Il baretto all’angolo del salone era di proprietà di una famiglia di indigeni. Per duemilalire ti facevano un aperitivo speciale, la bomba, che ti faceva tornare a casa in condizioni imprecisate. Per milleccinquecentolire avevi lo spriss, aperol o campari? Io me lo pigliavo all’aperol, che era più femminile e poi a me mi piace di ciucciare l’arancia.
La rivoluzione la programmavamo ogni sera dal secondo spriss in poi e a volte il giorno dopo la facevamo davvero. Mi ricordo di una manifestazione in cui a un certo punto i compagni decisero di rompere il cordone e andare dove la poliss non voleva. Temevamo la carica. E in un momento, come scesa dal cielo, una compagna mingherlina prese le sue catene, mise il petrolio alle estremità e cominciò a danzare avanzando, in testa al corteo, da sola, nel silenzio e solo si sentiva swoof sfwoof le catene che volteggiavano e ciak ciak gli scarponi dei poliziotti che indietreggiavano e io dissi a una compagna copriti il volto, se non vuoi che tra due anni ti arrivi la convocazione per un processo.
La rivoluzione la facevamo ogni giorno nelle aule dell’università e nelle pause, rollando sigarette di tabacco, quello che stava nella custodia verde e gialla, che a quel tempo si fumava quel tabacco lì i le diana blu morbide, come facevo io, che giravo con una grossa maglia andina, i pantaloni di fustagno, gli anfibi sgarrupati e il borsello che era stato di mio padre.
La rivoluzione eravamo proprio convinti di farla quando distribuivamo in manifestazioni panini con la mortadella per millelire, quando preparavamo gli striscioni e alla manifestazione ci andavamo ridendo. Mi ricorderò sempre il sorriso del mio amico Punklu, che al tempo ci aveva dei capelli riccissimi che tendevano verso il cielo e portava sempre un maglione di lana sdrucito e scarpe da ginnastica, mi ricorderò sempre del suo sorriso vitantò andiamo in manifestazione, vuoi una sigaretta? Mi ricorderò del suo sorriso e me lo tengo, prezioso, perchè ancora adesso, le rare volte che ci vediamo, lui mi regala quel sorriso segretissimo di chi ha ancora voglia di piantare gli alberi.
A montechange si entrava ogni anno una settimana prima dell’inizio delle lezioni. Tu facevi la richiesta e se eri abbastanza bravo e abbastanza povero ti davano l’alloggio per la durata dell’anno accademico. A luglio eri fuori casa, dovevi fare pacchi, stare due mesi dove capitava e aspettare la prossima assegnazione. Ogni anno la stessa stupidissima tarantella. Il giorno dell’assegnazione arrivavi -solitamente dopo una notte brava passata in un alloggio di fortuna- malamente pettinata davanti al direttore che ti diceva bentornata vitantonio quest’anno siamo in singola eh? Oppure allora quando ci laueriamo vitantonio? O anche quest’anno niente feste mi raccomando, quest’anno è cambiata l’aria vitantonio. Il direttore ti faceva mettere la firma e ti passava al portinaio che ti dava le chiavi della tua stanzetta. Il portinaio ti passava poi a marisa, un cubo di grasso un metremmezzo per un metremmezzo, biondatinta, ubriaca e grondante di sporco, che per l’occasione sfoggiava il grembiulone verde pulito, e ti dava un cuscino, le tende, la lampada e il coprimaterasso. Se volevi potevi rinunciare a uno di questi oggetti, per esempio alle tende o al coprimaterasso. Tu firmavi un foglio in cui dichiaravi che era vero che ti eri presa le tali cose e ti avviavi finalmente verso il tuo appartamento dove avresti ritrovato alcune delle coinquiline, alcune sarebbero state nuove, e il nuovo anno sarebbe cominciato con una equa divisione degli spazi in frigorifero e con la compilazione dei turni delle pulizie. Ogni appartamento aveva quattro bagni di cui due con doccia e due con bidet. I turni di pulizia si facevano il lunedì e giovedì. O ti toccava il grande sbattimento della cucina o ti toccava l’egualmente grande sbattimento del bagno e dei corridoi. Molte amicizie sono terminate a causa dei turni non rispettati. Il giorno in cui finalmente ti impossessavi della tua stanza cominciava la parte più bella dell’insediamento annuale ovvero la personalizzazione delle stanze. Io ogni anno me la facevo gialla per poi ritrovarla bianca l’anno dopo (il direttore me la faceva ridipingere ogni estate, forse sperando che l’anno dopo non ci sarei stata?) qualcuno addirittura riusciva a far entrare un letto matrimoniale in una singola; c’era chi trasferiva specchi, manichini, apparecchiature di ogni tipo, caschi da parrucchiera, mobili, mobiletti, veneziane, soppalchi…dopo 48 ore non esistevano più due stanze che fossero uguali.
A montechange io avevo una stanza singola che mi ero guadagnata per anzianità. In realtà all’inizio stavo in una doppia con una che studiava geologia e faceva la settimana corta, quindi era come stare in singola, ogni appartamento aveva undici sedioline e undici mobiletti manco si fosse trattato della casa degli undici nani. C’erano due lavatrici in tutto e ognuno aveva diritto a un turno settimanale da prenotare il lunedì in portineria. Si andava allora in portineria con una grossa sporta contentente i vestiti sporchi da sciacquare in arno e si attivava la lavatrice, a volte si scambiavano due chiacchiere col portinaio di turno, se si trattava di un portinaio simpatico. Con qualche appartamento avevamo relazioni con qualcun altro no, si andava un po’ ad elezione, a noi del c6, che eravamo tutte ragazze e piuttosto all’avanguardia dentro montechange, ci piaceva in particolare bazzicare i maschi del c8 ma anche e soprattutto sbavavamo appresso a quelli del d2 che, a dirla tutta, erano proprio delle bestie. Bellissimi, per carità, ma non ancora civilizzati. C’erano per esempio tra di loro tre croati che si distinguevano per bellezza e bestialità. Il giorno che la Croazia vinse contro l’Italia a pallone dal d2 volò giù un motorino. E nessuno ha mai capito di chi fosse.
Grandi casini e grande vita a montechange. All’ora di pranzo si prendeva tutti la bici e si andava a mangiare in mensa, alla sanfrance o alla pioics, e la mensa anche era una grande occasione per attaccare bottone, scoprire persone nuove, discutere socializzare etcetera. C’erano delle file a certe ore che arrivavano fino a via del vescovado, ti mettevi in fila a mezzogiornemmezzo e non sapevi quando ti avrebbero dato il tuo vassoietto col primo secondo contorno e yogurt o frutta. Io spesso mi portavo il tapperuer e il secondo me lo conservavo per cena, che non c’avevo manco una lira. Oppure si divideva il pasto con qualche compagno sfortunato che non ci aveva diritto al pasto gratis come noialtri borsisti.
Mentre facevi la fila potevi addirittura fare in tempo a studiarti un capitolo di storia del cinema o di teoria e tecnica della comunicazione di massa, oppure potevi chiacchierare osservare fumare fare il cazzo che ti pareva, lentamente progredivi verso il bancone dei vassoi, e quando finalmente arrivavi ovviamente il riso all’orientale era finito ed era rimasta solo la pasta al forno che, lo sapevano tutti, era meglio davvero non prendere, essendo composta variamente di tutti gli avanzi della settimana precedente. Ti toccavano l’insalata di sequoia e le carote di sughero dell’australia. Se eri fortunato c’avevi pure una mela imbalsamata che a mangiarla avresti fatto la fine di biancaneve. Ma in compenso andando in mensa si poteva rifornire la casa di tovaglioli, piatti, posate, bicchieri, e non è un caso che a montechange tutti gli appartamenti ci avessero gli stessi piatti.
Ecco non so come mai mi si è aperto questo rubinetto e adesso che è più di un’ora che scrivo debbo chiuderlo che altrimenti faccio tardi, stasera ci ho il laboratorio a Castello, che ho soprannomimato “il laboratorio del dopolavoro ferroviario” a causa della pigrizia dei partecipanti. Roba che uno si domanda che cosa ci vengono a fare.
Ma però mi rimane fortissimo questo ricordo e ci sono ancora molte cose da scrivere e lo so che prima o poi il rubinetto si riapre, quando meno me lo aspetto.

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Nov 06 2008

i topi

Published by lucilla under campagna

Ho sempre avuto un sonno leggero e agitato. Solo raramente riesco a staccarmi del tutto dal mondo del giorno. Il più delle volte i miei sogni sono popolati dagli innumerevoli “quello-che-dovrei-fare-domani”, o da fluorescenti e improbabili rivisitazioni di “quello-che-è-successo-ieri”. Ma soprattutto i miei sogni riflettono quello che il mio corpo percepisce nel sonno: se mi sta venendo la cistite magicamente farò un sogno premonitore, per cui appena sveglia riconoscerò i dolorosissimi sintomi e mi precipiterò a cercare una superstite bustina d’antibiotico o, se mi trovo in un periodo naturalista, comincerò a ciucciarmi goccette di placebo ogni dieci minuti per poi ritrovarmi dopo tre giorni con una devastante cistite emorragica. (Qualcuno rileva una nota polemica nei confronti della medicina omeopatica? nooo, amici, quanta malizia, vi state sbagliando, io la medicina omeopatica la amo e, soprattutto, la credo efficiente).
Ma ritorno ai sogni. Se devo fare la cacca sogno di fare la cacca in un immenso cesso senza porte dove, col culo all’aria e nel pieno della peristalsi, saluto amici, parenti e conoscenti che mi augurano di riuscire nell’impresa.
Se devo fare la pipì ovviamente sognerò di essere in un posto dove tutti i bagni sono occupati o, peggio, sognerò che qualcuno mi vieta di andare in bagno.
Se le mie orecchie, mentre dormo, rilevano qualche rumore, esso sarà prontamente inserito nel sogno.

E così da qualche settimana sognavo spesso ladri che entravano in casa e facevano rumore con le chiavi, facevano cadere malamente gli oggetti che trovavano all’ingresso, inciampavano, rotolavano. Una notte, svegliatami di soprassalto dopo uno di questi sogni, mi era parso di continuare a sentire il rumore. Terrorizzata, la mattina dopo avevo implorato il mio fidanzato di ricordarsi sempre di chiudere la porta prima di andare a dormire. (Devo ammetterlo, sarà che abitiamo in campagna, sarà che a casa nostra non c’è molto da rubare, noi dormiamo spesso con la porta aperta).
Il fidanzato, assai impressionato dal mio terrore e dalla mia convinzione, aveva acconsentito.
Ma i rumori continuavano.
Ieri mattina, mentre cercavo una mela, scopro che nel sacchetto dove c’era un chilo di castagne non c’è più nulla. Dico Amoremio, ma ieri ti sei cucinato le castagne e non me ne hai lasciata nemmeno una? Lui dice ma che sei matta?Ti pare che mi faccio le castagne di nascosto? E poi ieri sono rientrato tardi assai, ti ricordi? Eh, insisto io, eppure le castagne non ci sono più.

Silenzio.

Non ci sono più? Non ci sono più.

Forse i ladri hanno rubato le castagne? azzardo. Il mio promesso mi fa notare che, in questo caso, si tratterebbe proprio di morti di fame, più che di ladri. Effettivamente, ne convengo, l’ipotesi è per lo meno bizzarra.
Mi giro e mi rigiro per la stanza e in breve scopro che:
- la parte in plastica della latta dell’olio è stata completamente rosicchiata e ora la latta non ha più tappo
- il legno che sosteneva uno dei miei portacose è del tutto polverizzato
- alcune bucce di castagne giacciono sul pavimento
- il kiwi superstite porta i segni di minuscoli dentini che, evidentemente, non l’hanno gradito.

Immediatamente chiamo tutti i vicini per un consulto aggregato. Si procede ad un attento ascolto del mio racconto, dopo di che vengono rilevati i referti e il verdetto è unanime. Trattasi di topi.

Ora, sarà che ho da poco letto il racconto di Buzzati e sono terrorizzata dall’idea di finire schiava di una popolazione topinide, sarà che ho trascorso la mia infanzia spartendomi lo spazio vitale con i resistentissimi topi molisani, sarà che nella medicina alternativa ci credo poco, io ho agito immediatamente ricorrendo alla misura estrema:

le caramelle rosse

il topo le mangia, si sente soffocare e quindi cerca un pertugio per uscire fuori, all’aria. Qui muore a causa di un’emorragia interna. Sarà crudele, ma non ho mai detto di essere animalista. E se per caso tra i lettori c’è un animalista che vuole venire a catturare i topi in una maniera diversa è benvenuto, ma faccia in fretta.

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Nov 01 2008

Viaggio a Parigi, ultimo atto

Published by lucilla under uudm, viaggi, carla, vitantonio

E’ domenica e c’è uggia. Dicono che oggi dovrebbe cambiare l’orario, fatto sta che nessuno sa dirci che ore sono. Io non mi ricordo se bisogna portare l’orologio avanti o indietro, in più le persone ci rispondono tirando fuori numeri con la stessa precisione scientifica di un’estrazione del lotto.
Andiamo al museo d’Orsay. Che beltà! Prima di tutto l’edificio, che è una vecchia stazione ora adibita a museo. Quello che un tempo era il grande androne principale, dal soffitto altissimo e le travi in ferro, è ora un immenso salone popolato da statue di ogni tipo, alcune belle assai. Altre meno. Sarà l’ignoranza? Mah. Al museo ci andiamo perchè c’è un’esposizione su “il picnic sull’erba” di Manet, e su tutti i quadri (almeno una ventina) che Picasso ha dipinto ispirandosi all’originale. Io mi diverto molto. Gli omini, a seconda dell’umore del pittore, sono nudi, vestiti, fumano, mangiano, si spostano, si scompongono, a volte addirittura scompaiono. Tiè. Ci guardiamo anche altre piccole esposizioni che mi lasciano un pochino perplessa, e continuo a pensare che forse sono troppo ignorante per capire l’arte. Rimango immobile e immota davanti a presunti capolavori. Sob.
Ci allontaniamo dal museo e decidiamo di dedicarci un pomeriggio da turisti davanti al Pompidou, mangiando crepes alla nutella e ridendo di uno spettacolo di teatro di strada, battendo le mani e mettendo moneta nel cappello. Poi passeggiamo a lungo nel quartiere di le Maree. Ce lo guardiamo in lungo e in largo, la zona ebraica e quella gay. Non sono riuscita a capire quale delle due fosse la più snob e la più cara. Può sembrare un’affermazione di cattivo gusto ma è proprio così. I carissimi negozi erano tutti aperti di domenica pomeriggio e straripanti gente che evidentemente della crisi non ha ancora sentito parlare. I prodotti casher venduti a ogni angolo avevano dei prezzi esorbitanti. Ma le case, le luci della sera che arrivava, le voci piene d’allegria m’hanno fatto mettere temporaneamente da parte questo pensiero amaro. Voglio un cappello. Ma di cappelli come-ne-voglio-io non ce n’è manco l’ombra. A Parigi vanno di moda, quest’anno, i cappelli-cuffietta, che sembrano delle asciugamani avvolte attorno ai capelli dopo lo shampoo, una cosa ridicola. Io volevo un cappello francese!!! In place del Vosges finalmente troviamo un botteghino presieduto da un anziano signore che pare uscito dagli anni quaranta. Sua figlia gentilmente mi fa provare tutti i cappelli che voglio e alla fine trovo il mio,un vero cappello francese degli anni trenta, con tanto di rosellina di stoffa a lato. Evviva!!!
L’unico uomo del mondo non m’ha fatto una proposta di matrimonio ma m’ha regalato un pegno d’amore, ovvero il cappello francese, e a me, a dirla tutta, va bene così.
Torniamo a casa, dove finalmente scopriamo che ora è. I nostri ospiti ci aspettano per la cena italiana che abbiamo promesso. E mentre io preparo un’insalata lucilla (ormai arcinota e famosissima worldwide) lui si dedica ad una carbonara delle sue, di quelle consolatorie per quando ti sembra che il mondo ti sia avverso. Vino italiano lo abbiamo trovato e zac, la cena è pronta. I nostri ospiti ancora una volta si confermano amabilissimi, le bottiglie di vino diventano due e finisce che leggo ad alta voce una poesia di Gramsci.
L’unico uomo del mondo, come da prassi, lascia nel loro stanzino-gabinetto (strategicamente piazzato al lato della cucina) una frase-ricordo per i momenti più impegnativi.
Ce ne andiamo a dormire piuttosto presto, io personalmente sono un po’ ubriaca, ma il gatto nervosissimo mi fa ben presto passare la sbronza con gli assalti che compie lanciandosi a peso morto contro la porta sperando di aprirla. Certo che i gatti francesi sono ben strani. Finalmente si quieta (forse si è spaccato la testa? lo scoprirò domani mattina) e io mi addormento sul materasso gonfiabile sempre più sgonfio.
La mattina di lunedì salutiamo T&T di buon’ora, ci sinceriamo che il gatto sia ancora vivo, compriamo una dose industriale di Tarama (una crema al salmone per cui vado letteralmente matta e che in Italia non si trova, maledetto protezionismo) e decidiamo di spendere le nostre ultime ore parigine ai giardini di Lussemburgo. C’è il sole. Ci sono molte sedioline in ferro che uno può prendere e posizionare a piacimento. Mi lascio scappare un “pensa, ci sono tutte queste sedie e la gente non se le porta a casa!!!” l’uudm mi fa saggiamente notare che ogni ingresso al parco è presieduto da sbirri due. Cattivissimi, francesissimi, con la faccia di chi ti può fare male. L’uudm ha una teoria a riguardo: il popolo francese ovviamente è così civile che non ha bisogno di essere intimorito da divieti etc. Nessuno penserebbe mai di portarsi a casa le sedie. Ma se mai, per distrazione, per mancanza di francesismo o per altri motivi, qualcuno ci pensasse, la discreta ma costante presenza della cattivissima polizia basterebbe a far ritornare in sè l’incauto sfrancesizzato. Altro segno di grande civiltà ci appare il fatto che su ogni aiuola sia ben evidenziato un cartello che dice se su quell’aiuola ci si può sedere oppure no. Questioni di armonia interne al giardino, presumo.
Nel laghetto i bambini giocano con delle piccole barche a vela che affittano da un baracchino. Ogni tanto una barca a vela si arena e la tipa del baracchino deve mettersi degli stivali di gomma alti fino alle anche e sguazzare nel laghetto fino a liberare la barchetta. Sinceramente mi sembra un bel lavoro di merda.
Ma i bambini sono felici. Qualcuno si porta la sua barchetta privata, con telecomando, l’invidia di tutto il giardino.
Io me ne sto sulla mia sediolina e fotografo tutte le coppie che si fotografano davanti a me. Ogni tanto preparo dei paninetti a base di tarama, sperando che questo non indispettisca la police.
Poi ci rendiamo conto che è arrivata l’ora di partire.
Io mi metto sottobraccio all’uudm e ci avviamo verso il nostro aereobus.

A Bologna c’è caldo.

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