Archive for Dicembre, 2008

Dic 31 2008

il trentesimo

Published by lucilla under blog, carla vitantonio, amici

31 dicembre 2008. Sono quasi le dodici ed io dignitosissimamente vago per la casa da ormai più di un’ora. L’unico uomo del mondo si dedica all’ultima ginnastica dell’anno, o ad attività similmente virili. Io mi sbafo una fetta di pandorognamgnam e guardo con l’occhioffeso il gelido sole dicembrino che splende algidamente su castello di serravalle.

Questa sera sarò con l’uudm e sua amica aggregatasi a Padaniacity, con gli amici di sempre, gli amici di questi ultimi dodici anni. Non tutti, ma quasi. Ed è importante. Il 2009 sarà il mio trentesimo anno di vita, voglio dire, mica bruscolini.

Avrei voluto scrivere qualcosa di singolare, di dedicato agli avventori della mia bettola virtuale, ma stamane il colesterolo ha lanciato un duro attacco alla mia fantasia, e allora riporto il saluto che ho spedito ai miei amici, quelli stretti, lo riporto qua, per intero, per voi amici che passate.

Care amici cari amiche
se leggete questo messaggio e’ perche’ in qualche modo occupate un posto prezioso nel quadro del mio cuoricino.
Fine della poesia.

Questo 2008 ci ha portato tantissimo, non si può certo dire che sia stato tirchio. Certo, non ci ha risparmiato disavventure e piccoligrandi dolori, ma tant’è, siamo ancora tutti qua, e questo mi rallegra.
Molti se ne sono andati dall’Italia, a loro i miei complimenti.
Altrettanti hanno deciso di restare, a loro la mia stima. E ho l’onore di essere tra questi. Quindi una volta tanto mi stimo.
Qualcuno si è innamorato, qualcun altro ha consolidato il suo amore, qualcun altro ancora ha deciso di farla finita. A tutti loro io brindo, perche’ so che siete stati nella sincerita’, pure quando vi costava fatica.
Molti bambini sono nati, a loro benvenuti. Qualcuno l’ho visto. Che dire, sono bellissimi, questi infanti!
Molti altri stanno nascendo, e a loro in bocca al lupo, saranno bellissimi e pieni di personalita’ come i loro genitori.
A voi genitori, davvero, tutto il mio incoraggiamento. E se s-p-o-r-a-d-i-c-a-m-e-n-t-e- avete bisogno di una zia babysitter, eccola qua, una e trina, la vostra cva.
Qualcuno ha cambiato lavoro, qualcuno l’ha perso, qualcuno l’ha ritrovato. Qualcuno ha vinto un premio. Qualcuno si sta domandando cosa fare. Qualcuno ha dovuto piegarsi alle leggi del mercato e servire il nemico. Qualcuno ha avuto delle soddisfazioni, qualcun altro meno.
Uagliu’, a tutti voi, tenete botta!!!

Per quanto riguarda me, ho mosso il culone e mi sono data ben da fare. Essendo una e trina poi, ogni volta raggiungere una mediazione e’ stato un gran lavoro. Ma sono sempre stata nota per la mia diplomazia, e per ora mi pare di avercela fatta senza troppi traumi.
E’ stato un anno faticosissimo. E per questo ho deciso di premiarmi facendo un viaggio al quale tengo molto. Dunque amicheamici, il 5 gennaio parto per Londra, e tornero’ solo a marzo.

Qualcuno di voi mi ha chiesto se inviero’ ancora i miei diari di viaggio.
Faro’ di meglio! Li mandero’ in onda! Ogni settimana potrete ascoltare sul mio sito i
Lucilla’s tales, e se non ci avete la connessione veloce vi potrete più semplicemente leggere le mie (dis)avventure londinesi sul blog.


E dunque amici e amiche, mi pare di aver capito che questi sono gli anni in cui dobbiamo rimboccarci le maniche, uno due tre, mi raccomando, non ci perdiamo, che a me il pensiero di voi mi da respiro e gioia e sole giallo.

Che finisca bene quest’anno per voi
e che quello dopo inizi tutto sfrilluccicante e meraviglioso
vostra sempre
una e trina
cva

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Dic 30 2008

(pen)ultime coraggiose riflessioni sull’anno che se ne va

Se mi soffermo con attenzione su tutto quello che è successo mi rendo conto che c’è stato un momento… io me lo ricordo. Mi ricordo di un giorno d’inizio marzo, era freddo e della primavera non ricordavo nemmeno l’odore. E pensavo, anzi, che forse un’altra primavera non l’avrei vista mai (ma questa è un’altra storia). Mi ricordo di quel giorno d’inizio marzo e di come mi dissi che ci avrei provato, a cambiare tutto e a ricominciare dal mio tre. Me lo dissi e andai dal mio psicologo-e mi sembra passato così tanto tempo che a volte mi domando se non si trattasse per caso di un’altra me – e mi stesi sul lettino e gli dissi ho deciso, io ci provo, io mi do due mesi per provarci.

E’ stato come chiudere una porta pesantissima, come buttare la chiave in un luogo che non ricordo più bene dove sia, è stata una ferita uno squarcio è stato un dolore che con nessuno ho mai potuto condividere, perchè i soli che avrebbero potuto capire, loro erano rimasti dall’altra parte della soglia.
E davanti a me c’era solo un infinito paesaggio di Dalì tutto storto e privo di una qualsiasi prospettiva razionale, c’era un mondo tutto distrutto e una solitudine infinita di orologi deformati e persone che parlavano una lingua nemica. E’ da allora che percepisco quanto poco i miei occhi vedano. E’ da allora che ho sempre l’impressione di non vederci abbastanza.

Io non so non mi ricordo bene e forse ora non ha nemmeno tanto senso mettermi a contare io non so più bene nemmeno quanto tempo sia passato da allora né sono in grado di affermare che quei due mesi siano stati due mesi soltanto o non siano diventati poi sei fatto sta che a un certo punto mi sono accorta che la porta era chiusa chiusa sbarrata e non rimaneva nulla non rimaneva neppure un legame un oggetto un ricordo.
E poi è cominciato un silenzio di paura una specie di omertà è cominciata perchè non sta bene perchè io lo comprendo che non è facile capire e non è detto che le persone che ti stanno accanto debbano per forza farlo, debbano per forza CAPIRE, a volte uno non ha voglia di capire a volte a uno non interessa se prima c’era anche qualcos’altro a volte non è nemmeno importante mica è importante che i tuoi allievi i tuoi nuovi amici il tuo nuovo mondo mica è importante che tutti guardino dietro quella porta mica è importante che sappiano cosa c’era
e poi d’altra parte smettiamola con queste tragedie cosa mai potrebbe esserci di così terribile di così inaccettabile di così diverso.

Epperò ci sono delle sere di solitudine in cui l’occhio offeso mi cade su un angolo nascosto della stanza e vedo ancora quella soglia e dopo tutti questi lunghissimi giorni di negazione mi rendo conto che forse è il momento di rimettere le mani e il cuore là di vedere cosa c’è cosa ho lasciato lì senza paura ma forse con un po’ di delicatezza questo sì.
Perchè di un mondo morto si tratta, di persone morte di una me morta quel giorno sul lettino dello psicologo e allora bisogna tornare in questo mondo di presenze che ancora reclamano di poter parlare ogni tanto, ogni tanto, di non essere dimenticate, e io lo so che lo devo, lo devo loro, che è una sorta di debito, che m’hanno liberata eppure il patto era di ascoltarle ogni tanto di osservare dietro quella soglia cosa stava succedendo.

E’ difficile a volte camminare senza avere paura della mia valigia di cadaveri, senza temere che essa allontani da me il mondo di adesso le persone che amo e tutto il resto. Epperò io sono tutto questo, anche la valigia piena di cadaveri, anche quella sono io.

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Dic 28 2008

la lista

Published by lucilla under cagate, viaggi, carla vitantonio, donne

Maglia grigia, maglia nera, scarpe col tacco…si, le scarpe col tacco me le porto, non si sa mai che becchi un provino…Londra è sempre Londra, vuoi vedere che un talenscaut decide di scoprire proprio me, e io non ho le scarpe col tacco? maglia col pelo che mi ha regalato mia suocera….pantaloni di lana pesante…ma poi l’impermeabile dovrò portarmelo oppure no? e quanti sono 23 kili? voglio dire, in termini di biancheria intima e di abbigliamento sportivo, come li converto 23 kili? e poi il bagaglio a mano, il bagaglio a mano è importantissimo perchè la valigia si può sempre perdere, si sa, e allora nel bagaglio a mano una fanciulla che voglia fare le cose per bene deve mettere un pochino di tutto quello che potrebbe servirle…
QUINDI I TUBETTI LI METTO NEL BAGAGLIO A MANO.
Eppoi, libri…me lo dovrò portare un libro in italiano? eccheccazzo, sono anni che nessuno mi regala un libro. Ma perchè? Sono forse troppo colta? la mia smisurata intelligenza intimorisce i miei procacciatori di regali, sicchè essi preferiscono donarmi calzini a forma di orsacchiotto e accessori da make-up? oh, consigliatemi un libro!
Vorrei un libro lungo. Almeno 350 pagine. Possibilmente edizione tascabile. Narrativa o al massimo biografia. Si accettano proposte e consigli, ancora meglio se mi recapitate direttamente il pacco a casa.

Ma torniamo a noi. La lista. L’asciugacapelli dovrò portarmelo oppure no? Certo che l’asciugacapelli, in termini di kili, pesa abbastanza. Bel problema. Uh quante cose devo fare. E la valigia? io a dirla tutta una valigia che possa contenere 23 kili non cel’ho. Quella del mio fidanzato pesa troppo. Maledetti trolley. 
Eppoi, sarà scesa un altro po’ la sterlina?
E ancora, i regali! Eh si, devo mettere in valigia una certa quantità di regali per amici reali e potenziali, olio di lavanda endmeid, conserva di fichi e mele, limoncello, e poi un po’ di olio d’oliva della nonna, sempre apprezzato oltrefrontiera, se riesco infilo in valigia pure un panettoncino, ti faccio vedere che nel giro di una settimana esce fuori l’occasione per aprirlo….

ma un paio di cappelli, un paio di cappelli li dovrò portare….però il cappello nuovo sta bene col nero, e io avevo deciso di partire col cappotto rosso….

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Dic 21 2008

Preparativi di molteplici partenze

Ammettiamolo, un po’ di concitazione mi piace. Mi preparo alla partenza londinese, mi cerco una stanzetta, mi diletto col pensiero della vista della città che ogni giorno mi metterà di buonumore, sfruculeio la mia fantasia soffermandomi sulle innumerevoli bellezze che m’aspettano nei prossimi due mesi, io, Lucilla, a Londra, con la crisi della sterlina a gogo, per sette settimane sette!!! Evviva evviva evvia. Non m’angoscia per nulla il fatto che io al momento non abbia ancora trovato casa. Ci sono mille cose a cui pensare: che vestiti mi porto? lo metto in valigia un paio di scarpe col tacco? pelliccetta o cappottino rosso? mi devo comprare l’ombrello! e se me lo compro là? quali creme lasciare e quali portare? e un pacco di tubetti me lo porto? e l’olio? si, l’olio senza dubbio. E l’aloe? anche l’aloe me la devo portare, in qualche modo, potrò mica interrompere la cura?! E chi mi porta all’aeroporto? Piangerò? e la guida? e la cartina?appena arrivo vado a mangiare sushi….a proposito, massiccia dose di enterogermina per le frequenti intossicazioni alimentari che prevedo prenderò…e poi il programma in radio, che registrerò da Londra, che bellezza! Lucilla’s tales!!!quante cose quante cose! E poi al ritorno, al ritorno già ci sono cose pronte, corsi che ripartono, attività che si rimettono in piedi e la primavera, la primavera che sarà ormai alle porte…..
Insomma, una stanza la troverò, e se non la trovo sto in ostello, bela lì (oggi parlo internazionale).

E in tutto questo, in tutto questo c’è un’altra piccola ed emozionante partenza da preparare: il viaggio natalizio a casa vitantonio!!!!! Ho già descritto ampiamente alcune delle molteplici meraviglie che giustificano il mio entusiasmo natalizio: i fritti del digiuno, l’apertura dei regali, la tombola, e forse basterebbero già queste a giustificare il puntiglio con cui in questi giorni ho impacchettato innumerevoli regali e regalini, masterizzato cd, preparato bigliettini, escogitato stratagemmi, immaginato menù. Basterebbero sì, ma non sono le uniche! Ad esse ne aggiungerò altre per solleticare la fantasia di chi legge, per esempio

la mattina di natale in casa vitantonio

la mattina di natale a casa vitantonio ognuno si sveglia alla cazzo di ora che preferisce, basta che si svegli prima dell’ora di pranzo. Del resto sarebbe difficile evitarlo, visto che a una certa ora cominciano gli schiamazzi genitoriali e delle innumerevoli presenze casalinghe, sorelle mariti cognati cani gatti e -da quest’anno!- nipotini!!!!
Chi vuole andare a messa ci va.
In genere non ci va nessuno.
Chi ci va arriva in ritardo.
Quando ero piccola ricordo che mi vergognavo tantissimo perchè (al tempo trascorrevamo il natale dai nonni) io mi alzavo per tempo e mi pettinavo e lucidavo per andarmi a sedere al primo banco in chiesa dove avrei potuto cantare chiacchierare ridere a mio piacimento fregandomene dei rimproveri delle vecchiaccie che mi dicevano che ero una ciàula, io e mia cugina -per il significato della parola ciàula appellatevi alla fantasia- dicevo io mi preparavo etc

e i miei arrivavano a metà della messa.
Anzi, spesso arrivavano giusto in tempo per scambiarsi il segno di pace!!!
Una cosa scandalosa.
Certo, mia mamma era bellissima, impellicciata e truccata come una del tiggì, e anche mio padre per l’occasione si metteva il montone e la cravatta, però io avrei preferito che ci mettessero un po’ meno a prepararsi e che arrivassero un po’ prima, almeno in tempo per prendersi una benedizione, che ne avevano bisogno.

E ora invece gioisco del lassismo di casa vitantonio.
Ci aggiriamo in tenuta pigiamosa, a partire dal più anziano per finire alla più giovane.
Indifferenti al tempo che scorre mettiamo sul fuoco una caffettiera dopo l’altra. Ogni volta che un nuovo destato giunge in cucina e si appropinqua al camino (perennemente acceso) domandiamo se vuole caffè o te, e ognuno ne approfitta per fare un’altra colazione.
La mamma vitantonio c’ha sempre una camicia da notte lunga fin sotto le ginocchia. La veste senza calze. Il mistero della sua temperatura non è mai stato svelato.
Il papà vitantonio c’ha pigiama a quadri e sopra una vestaglietta annicinquanta. Per andare a prendere la legna indossa con noncuranza un berretto di lana che gli cucii anni fa.
Pandori, panettoni, frittelle, graffe, struffoli cicerchiate cauciuni caragnoli e scarole, pigna ciambella e se vi va un poco di salato c’è qualche tartina avanzata dal cenone, ma mi raccomando tenetevi leggeri che alle due si mangia.
Qualcuno va a messa, ma pochi. Ogni tanto papà vitantonio c’ha una crisi mistica e ci va. Molto più spesso preferisce stare con le figliole, e fa bene.
A volte a messa ci va Conny, e ci racconta come è andata la predica.
La badante marocchina, giustamente, se ne infischia.
E poi si parla, si alza la voce, si ride, si fanno gli scherzi.
Io ne faccio un sacco.
Persino il mio glaciale promesso si scioglie in questa occasione e si sintonizza sulle frequenze di casa vitantonio, si mette a scherzare con papà vitantonio e abbozza qualche parola in un dialetto inqualificabile.

E mancano solo tre giorni!!!!!
E poi quest’anno c’è anche mio nipote, il nano più bello della stirpe, il cioccolatino più piccante che ci sia, l’infante che a cinque mesi conosce come unica ninnananna “bandiera rossa” cantata da papà vitantonio.
Evviva Teo e il suo primo natale!!!

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Dic 19 2008

la grande beffa del progetto movin’up, ovvero fottetevi

Alcuni mesi fa ho fatto una richiesta di borsa di studio all’interno di un progetto chiamato movin’up e riservato ad artisti che avessero avuto un invito ufficiale da una realtà straniera per fare una formazione o una produzione all’estero.
A mio favore, oltre a un curriculum piuttosto dignitoso, avevo una lettera di presentazione scritta dagli ultimi assistenti in vita di Etienne Decroux (per capirci, quello che ha inventato il mimo), un progetto scritto sufficientemente bene (si da il caso che per alcuni anni io abbia campato scrivendo progetti, quindi so di cosa si tratta), un dossier completo, articolato e sintetico, un bilancio dettagliato, una rassegna stampa sostanziosa oltre al fatto di presentare un progetto che per caratteristiche (qualità e originalità della formazione nonchè dell’ente ospitante, esito prettamente artistico del lavoto etc) era estremamente aderente al bando.

Oggi mi arriva una lettera, indirizzata a destinatari sconosciuti, che fa così:

Gentile artista,

ti comunichiamo con dispiacere che la Commissione di selezione per la SECONDA SESSIONE del bando di concorso progetto Movin’Up 2008,

riunitasi a Torino il 15 dicembre 2008, 

non ha ritenuto di includere la tua proposta tra quelle che riceveranno un sostegno per la realizzazione all’estero.

 

Di fronte a un elevato numero di richieste, la Commissione ha operato secondo i criteri segnalati dal bando stesso e deciso di favorire le proposte più meritevoli coprendo in parte le richieste dei preventivi.

La Commissione di questa sessione ha pertanto premiato progetti con caratteristiche di elevato livello qualitativo; presentazioni chiare, complete e sintetiche, di facile consultazione con preventivo particolareggiato; domande che si sono attenute coerentemente al bando, privilegiando come richiesto, lavori con obiettivi prevalentemente artistici. La Commissione in linea generale rileva che per questa sessione sono pervenute un alto numero di richieste di formazione e un numero inferiore di domande per produzioni artistiche. Nella disamina delle documentazioni pervenute, la Commissione ha così favorito progetti formativi di qualità e lavori produttivi ben strutturati. In questo senso, in particolare, il sostegno è stato accordato ad occasioni formative caratterizzate da una forte specificità rispetto alla tipologia di lavoro del richiedente.

Nel ringraziarti per la partecipazione, ti invitiamo a seguire le nostre attività sul sito www.giovaniartisti.it e ti auguriamo un buon proseguimento nel tuo lavoro.

 

Ora, poichè a me sembra -e non solo a me- che il mio progetto avesse tutte queste caratteristiche, io mi aspetterei per lo meno una lettera ad personam, con delle motivazioni serie, plausibili, con delle spiegazioni dettagliate, in modo da poter eventualmente, la prossima volta, presentare un progetto differente, che meglio si accosti ai gusti della commissione.

Non questa stronzata.

Mi viene da pensare che i signori di movin’up non sappiano nemmeno chi fosse Etienne Decroux nè abbiano minimamente sfogliato il mio dossier, all’interno del quale mi premuravo di spiegare loro questo dettaglio nonchè molte altre cose.

Io, sinceramente, mi sento proprio presa per il culo. Sono proprio curiosa di leggere chi sono i vincitori per capire cosa intendono i signori di movin’up con quella tarantella che ho riportato sopra.

Cari signori di movin’up, io non so chi siate ma spero che vi prenda una diarrea con vomito fulminante e che mentre vomitate l’ultimo pezzetto di intestino chiediate venia per la vostra superficialità, per la vostra banalità, per la vostra incompetenza. E mentre voi sarete felicemente accartocciati sul cesso io non ci sarò, perchè me ne sarò andata a Londra alla facciaccia vostra.

Infatti a Londra ci vado lo stesso grazie a una borsa di studio erogata dal fondo famiglia vitantonio. Tiè, fottetevi, fottetevi fottetevi. Io spero che per caso, se sopravviverete alla diarrea e al vomito, un giorno vi capiti di venire a vedere uno dei miei spettacoli così vi renderete conto di quanto siete stati beceri, ciechi, bigotti e disincentivanti, di quanto insomma siate stati lontani dallo svolgere il vostro lavoro.

Io il cinque gennaio parto, con l’amarezza, ancora una volta, di non essere riuscita a strappare un riconoscimento che fosse uno in questo paese.

 

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Dic 17 2008

ancora montechange

Tutti hanno avuto una palestra di vita. Chi ha fatto il barbone, chi ha avuto dei genitori rigidi, chi un parente saggio, chi si è trovato a dover affrontare situazioni avverse in tenera età, chi questo e chi quello.
La mia palestra di vita è stata montecengio.
Ho già avuto modo di dire che a montecengio (da ora in poi montechange, per amore della storia, e come al solito non posso linkare al mio post precedente sull’argomento perchè il sito funziona malissimo) si abitava in appartamenti da undici posti letto: tre doppie e cinque singole. In sala da pranzo c’erano undici sedioline e undici armadietti, due frigoriferi, due lavelli e due fornelli con forno annesso di cui uno, puntualmente, rotto.
I bagni erano quattro di cui due con doccia e due con bidet. Almeno una delle docce era intasata già all’inizio dell’anno montecengino. In ogni stanza c’era un apparente armadio a muro che voilà, una volta aperto mostrava un lavandino con specchio, onde evitare di intasare i cessi per la minima spremitura di foruncoli. Insomma montechange era stato organizzato proprio bene per non esasperare il suoi abitanti. Del resto è facile immaginare come può essere complicata la vita se condivisa con dieci estranei, che all’occorrenza possono moltiplicarsi grazie all’apparire di amici, fidanzati e inquilini abusivi.
Io per esempio abitavo in un appartamento femminile. Vuol dire undici femmine, undici diete, undici cicli al mese, undici pene d’amore, undici malumori esistenziali, undici rivendicazioni generazionali, undici paranoie, undici preferenze nel pettegolezzo, undicimila manie. Io per esempio odiavo quando qualcuno metteva le sue cose nel mio scomparto del frigo. Era una cosa che mi mandava fuori di testa. Lasciavo bigliettini minatori, tendevo imboscate, spostavo, riordinavo, creavo confini all’interno degli scomparti frigorifici, immaginarie frontiere di calorie.
Lalexia odiava trovare la macchinetta del caffè sporca la mattina. Lalexia era una che la mattina, fino a dopo il caffè, era praticamente incagabile. E se trovava la macchinetta sporca poteva scatenare un putiferio. Nell’anno in cui ho abitato con Lalexia poche volte ho trovato una caffettiera sporca, e quelle volte ho visto l’ingenua distratta incenerirsi sotto l’ira di Lalexia la terribile.
Lale era convinta di fare le pulizie meglio di tutti. Lo è ancora adesso. Nonostante io mi sia premunita di far mettere sul suo papiro di laurea che la deve smettere di dire che come le fa lei le pulizie non le fa nessuna, ella è ancora convinta. Adesso rido, prima mi incazzavo, e non solo io. Lale arrivava a negare che le altre facessero i loro sbattosissimi turni di pulizie, e a scatenare di conseguenza delle insurrezioni popolari contro la malcapitata. A volte ci sono finita sotto pure io. Che menata.
Laema non sapeva che cosa fare della sua vita, e non l’ha saputo fino a quando, suo malgrado, non ha passato l’esame per diventare pissicologa e mo tecchetela qua. C’aveva sempre delle storie d’amore tormentatissime.
Laceci perdeva tutto, sempre, in ogni momento e in ogni luogo. Si svegliava prestissimo la mattina perchè sapeva che avrebbe dovuto fare dentrofuori casa per almeno cinque volte per prendere le chiavi, l’acqua, il telefono, i libri, la testa, amen. Quando è arrivata a montechange Laceci non si era mai fumata una canna. Debbo dire con orgoglio che ci ho pensato io, e adesso è un’ottima rollatrice. Proprio come Giotto e Cimabue, guarda tu.
Solo di queste dico adesso poiché con loro mi vedrò domenica per un pranzo prenatalizio, visto che al contrario di ogni previsione e di ogni scazzo è proprio con loro che c’è il legame forte della sorellanza, che va al di là dei piatti sporchi e delle diete mai terminate, delle differenze di carattere e delle paranoie. Loro più di tutte, insieme a poche altre come Lalice di cui parlerò un’altra volta, mi accettano per come sono. E io accetto loro. E così arriveremo da ogni luogo per incontrarci e si creerà immediatamente quell’atmosfera di cucina, cucineremo insieme con gesti ripetuti infinite volte, subito si riproporranno le complicità e i ritmi che abbiamo inventato nei lunghi anni di montechange.

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Dic 12 2008

piccolo sogno che si avvera

Mentre la maggior parte del teatro bolognese si ostina nella strategia del “non ti vedo quindi non esisti”
mentre i registi che invito non vengono a vedere gli spettacoli
mentre gli organizzatori cui mando il materiale non si degnano di rispondermi neanche “no grazie”
mentre gli assessori hanno sempre qualcosa di più importante da fare che venire a vedere il mio spettacolo
mentre tutti gli attori che conosco mi dicono “eh cosa vuoi, non c’è spazio per nessuno, il mondo del teatro è sovraffollato”
mentre insomma, i miei colleghi si preoccupano di scoraggiarmi perbene
io realizzo in sordina un piccolo sogno che m’ha accompagnato costante da quando, nel millennio passato, per la prima volta presi in mano uno dei fumetti di Andrea Pazienza.

Colleghi, io la soddisfazione di fare il mio spettacolo nell’università occupata in via zamboni me la sono levata.
E, vi assicuro, non è poco.

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Dic 09 2008

della solitudine dell’artista e menate varie

eccomi qua
poche ore prima di andare in scena
c’ho come una sensazione di abbandono
come se a questo punto tutti avessero detto
“me ne lavo le mani”
rimango solo io
questa giornata si annuncia interminabile
come pure domani
già me lo immagino
il pubblico deluso
che avrebbe voluto ridere
o commuoversi
e si trova davanti all’ipnotica storia della mistica Rabi’a
vitantonio, ma volevi prenderci per il culo?
in questi momenti uno (una) c’avrebbe bisogno di un minimo di sostegno
di ascolto
di hai-bisogno-di-qualcosa-vitantò?
mi sono pure appena sfracicata una mano nella porta
farò la mistica ferita
già prevedo
catastrofe!!!
la chiusura delle ultime porte aperte
ho la sensazione di aver fatto una grossa cagata
fino a quando la progettavo eravamo in tanti
epperò sul palco ci vado sola.

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Dic 05 2008

ancora problemi con l’eroina!!!!

Published by lucilla under società, carla vitantonio, donne

Probabilmente se io fossi un maschio oggi, a cinque giorni dal debutto del monologo più difficile che abbia mai messo in scena, avrei costretto amici e compagni a un’indulgenza senza precedenti. Avrei messo davanti ad ogni frase la premessa “sai, sto per debuttare”.
Probabilmente il cesto della mia biancheria sporca sarebbe straripante.
Vermi e topastri uscirebbero dalla mia lavapiatti (a proposito, pare che il risiko contro i topi sia stato temporaneamente vinto dalla mia squadra, formata da me, l’uudm e la colla)
Probabilmente avrei declinato ogni invito sociale con la motivazione che, appunto “devo concentrarmi”. Avrei annullato ogni impegno. Ad ogni amico/a bisognoso di confidarsi avrei detto di aggiornarmi dopo il 12 dicembre.
A ogni datore di lavoro a nero avrei detto scusami tanto, ma per una settimana devi fare senza di me.
A ogni persona che mi avesse chiesto consiglio avrei confessato di essere chiusa fino alla fine della settimana prossima.
Sarei scomparsa dalla scena.
Insomma,
non ci sarei stata per nessuno
(se fossi stata maschio)

Attenzione
e non è solo un problema di impegni di coppia
-che in questo il mio fidanzato è piuttosto indulgente, per mia fortuna, e in più è fuori casa per il fine settimana-
non è solo un problema di coppia, anzi, non lo è quasi per nulla
c’è tutta una serie di cose che è scontato che io faccia in ogni caso, incombenze, lavoretti, marchette, sostegni psicologici, messaggini di ringraziamento o di saluto o di sostegno, lezioni. Il tutto ovviamente senza mostrare cedimenti, debolezze, stanchezza.
E se per caso perdo un pezzo nessuno pensa al suddetto monologo, ma mi viene detto (con una certa presunta indulgenza, della quale farei anche volentieri a meno) “ma cosa ti succede? Non è proprio da te”.

ILa questione è che, nei libri, le eroine fanno molto di più degli eroi.
Niente da fare, siamo abituati così.
E’ un problema di genere.

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Dic 02 2008

dipartimento arte, musica, spettacolo

In questo ufficio dove spendo, abusiva, la maggior parte delle ore della mia giornata, il sole arriva solo da marzo a settembre.
Io entro felice ed esco stanca.
Fuori mi aspetta bolognanebbiosa, e io come don quixote sul mio ronzinante di metallo un po’ arrugginito affronto la mia battaglia contro autobus, motorette e vigili urbani rompicoglioni.
Fierissimamente ho ripreso, ormai alcuni mesi fa, la lunga ed onorata tradizione della bicicletta. Me ne sono comperata una nera, onesta e legale ma senza scontrino (eh, al nord le pagano proprio tutti le tasse, mica come noi al sud…), e l’ho tutta riempita di pecorelle, fiori e scritte www.lucilleidi.net. Una vera e propria pubblicità progresso. Cavalco il destriero con fierezza ed agilità. In pochi mesi tutti i portici di Bologna sono diventati miei.  Non appena monto sulla sella dimentico di essere una rispettabile artista in pelliccia d’agnello persiano e comincio l’affannosa corsa verso il prossimo traguardo. E’ più forte di me, io in bici devo correre, devo cercare di anticipare il semaforo, di scansare il pedone, di sorpassare l’autobus. La bicicletta è la metafora della mia esistenza, non c’è un attimo di tregua, non c’è un momento di distrazione. Ma tutto sorridendo e, spesso, cantando.

Perchè io in bicicletta sogno il castello di dulcinea e sorrido all’idea di arrivarci, mi preparo la serenata e ci ho la mano sulla spada pronta a sguainarla se un mulino a vento si parerà davanti a me lungo la strada.
E andare piano non m’interessa.

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