Archive for Gennaio, 2009

Gen 29 2009

piccolo comin’out

Volevo scrivere un post su un argomento tal dei tali. Poi ho chattato un pochino con Nathan e gli ho raccontato del mio prossimo progetto teatrale, mi è venuta voglia di mettere giù qualcosa e ho deciso di cambiare argomento del post, anche per avere dei pareri e perchè questa, alla fine, sta diventando la procedura standard di creazione dei miei spettacoli. Poi però la chat con Nathan è proseguita e mi ha riportato ad alcuni pensieri neri, che ogni volta che arrivano mi spaventano per la violenza e la devastazione che mi causano, e mi sono resa conto che non potevo più parlare del mio nuovo progetto teatrale ma che dovevo cambiare di nuovo argomento, eppure pensandoci bene quello di cui scriverò non è molto lontano da quello che avrei voluto all’inizio, solo il tono, forse, si è un po’ incupito, che ne so.

Quindi Nathan sappi che questo post è una delle tue omissioni, insomma è comunque colpa tua.

In tutti questi anni io ho spesso pensato al perchè di tutta questa mia ostinazione col teatro e, mano a mano che crescevo, che le esperienze, le delusioni e le sedute di psicoterapia si susseguivano, mi davo risposte diverse, a volte non me ne davo. A diciott’anni, ma anche a venti, quando ero ancora troppo incazzata e troppo orgogliosa, tagliavo corto dicendo “perchè ho la vocazione”.  Altre volte, quando mi sentivo autoironica, aggiungevo con un sorriso un po’ dandy “che è come una maledizione”.  Intorno ai 23 anni la risposta è diventata “perchè è la cosa che mi piace di più, l’unica che mi faccia sentire realizzata”. A 27 ho aggiunto “e perchè è la cosa che so fare meglio”.

A trent’anni ovviamente c’ho una risposta ancora diversa. Brava sono brava, è la verità. E lo so che più passa il tempo, più studio, più mi dedico e più divento brava. Forse al principio ci avevo un pochino di talento, chi lo sa, ormai è passato tanto tempo e non conosco nessuno che possa testimoniare a riguardo. Però la verità è che nei primi 16 anni della mia vita tutto era già stato così difficile, così complicato, e così tante cose erano successe, cose tanto terribili che ancora non le ho scritto mai, nei primi 16 anni della mia vita tutto era si era già così completamente rovinato dentro di me che provavo solo vergogna ed ero continuamente sola in mezzo alla gente e non c’era nessuno nessuno di cui mi fidassi e neanche, a dirla tutta, nessuno disposto veramente ad ascoltare e allora semplicemente tacevo e per tacere il vero dicevo una marea di stronzate, a volte anche intelligenti, perchè ero una ragazza intelligente, non c’è che dire.
A quel punto per la prima volta mi resi conto che invece quando facevo il teatro non mi dovevo vergognare anzi ero brava e tutti mi apprezzavano e sul palco improvvisamente non ero più nè strana nè antipatica ma semplicemente molto interessante addirittura carismatica e mi piacque. E probabilmente cominciò così, perchè a teatro finalmente potevo essere com’ero attraverso tutti i personaggi che facevo nascere e non mi dovevo più nascondere o mascherare. E se ci penso è strano perchè la maggior parte delle persone che sento dicono eh, a teatro finalmente posso nascondermi dietro un personaggio posso smettere di essere io. E invece io a teatro potevo finalmente essere io attraverso i personaggi ed era bellissimo.
Poi il guaio fu forse che le cose non mi andarono malissimo, se fossero andate proprio male probabilmente verso i 20 anni mi sarei ripresa avrei cambiato strada, a molti capita così. Invece feci dei provini li passai cominciai a lavorare e questo mi fece pensare che forse potevo davvero farlo.
E intanto sono passati gli anni e se ci penso non sono più arrabbiata come anni fa, non ho più tutto quel bisogno di rivendicare che avevo un tempo, un pochino forse mi sono rasserenata o forse solo rassegnata (del resto tra una cosa e l’altra cambiano così poche lettere), più che arrabbiata adesso sono triste perchè davvero mi sembra -la mia- la condizione del clown, così tante cose sono state perse per strada e a molte mi sono abituata, anni fa mi sembravano atrocità e poi, come un paio di scarpe che si allentano, mi sono adattata pure a tutto questo e forse oggi potrei pure vivere senza quel continuo bisogno di dire io io questa sono io vi prego ascoltatemi guardatemi sono così, me la potrei mettere via (se ci penso, esiste una persona che quando parlo mi ascolta? a questa domanda non mi voglio rispondere seriamente perchè non so se ho le energie necessarie, stasera). Insomma potrei pure adattarmi a queste scarpe che mi sono state date il problema adesso è che dopo tutti questi anni io so fare bene solo questo. E purtroppo un altro piccolo problema è che quando dicevo che mi piaceva fare il teatro dicevo la verità, e mio malgrado il teatro mi da ancora gioia, e vita, e aria e respiro, quando riesco a farlo.

E quindi siamo punto e a capo. A riprova del fatto che il più delle volte capire il motivo delle cose non è molto utile a risolvere i problemi, quali essi siano.

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Gen 25 2009

una gitarella fuori porta

Dopo aver trascorso un’inebriante (che eufemismo!) serata in un pub di Mile End insieme alla mia nuova amichetta Giggi, dopo essere miracolosamente arrivata a casa prima di mezzanotte e aver trascorso non-mi-ricordo-bene-come le due ore seguenti, dopo essermi addormentata dunque e di seguito levata a suon di sveglia con mal di testa, giramento di stomaco e stranissimi svarioni, dopo essermi domandata se per caso qualcuno non mi avesse messo qualche polverina magica nella birra, perchè è impossibile che dopo due pinte di birra una ridente trentenne sia ridotta nello stato in cui io versavo(e ho versato per tutta la giornata, ma questa è un’altra storia), dopo non essere riuscita a darmi una risposta alla domanda di cui sopra, dopo questi e simili avvenimenti ho deciso di partire per una gitarella fuori porta, ovvero di recarmi a Cambridge.
In realtà mi sarebbe piaciuto molto di più andare a Stonehenge o al mare, ma era troppo complicato. E allora sono andata a Cambridge con tutta l’intenzione di pranzarvi lussuosamente, girellare per le viuzze tante volte viste nei film e tornare a casa prima di sera che stasera ci avevo un party.
Per andare a Cambridge una deve prima arrivare alla Victoria Coach Station. E già a questo punto dovrebbero darti un premio, perchè nel fine settimana a Londra non hanno niente di meglio da fare che chiudere le linee del grande tubo per restauri, e una disgraziata qualsiasi per arrivare in un posto che teoricamente sarebbe anche relativamente vicino deve fare dei giri allucinanti nel grande tubo. Arrivata alla stazione dei bus, però, una felice sorpresa mi ha accolto. Le stazioni dei bus a Londra non sono come le nostre (non so se qualcuno di voi ha mai avuto la fortuna di dover cercare un autobus in partenza da Tiburtina). NO!!Sono come dei piccoli aeroporti, ordinatissimi, silenziosi e pieni di negozietti. Tu guardi su un tabellone luminosto a che porta devi aspettare il tuo bus e poi ti rechi lì, dove attendi, comodamente seduta sulle poltroncine, che la porta si apra e vi faccia capolino l’autista che gentilmente dirà “passengers to Cambridge, please” e tu, insieme a tutti gli altri passeggeri-topolini, lo seguirai in fila indiana e farai il check-in prima di salire a bordo.
Avevo optato per l’autobus e non per il treno per due motivi: costa la metà e in più speravo di vedere un po’ di paesaggio. Invece, ancora completamente rincoglionita, ho dormicchiato tutto il tempo. Alle due sono sbarcata a Cambridge e mi sono fiondata in un ristorante vegetariano consigliato dalla Lonely. Che dire????? Carino il posto era carino. Gentili i camerieri erano gentili. Epperò tanto entusiasmante il cibo non m’è sembrato, e poi che prezzi, insomma, una cosina un po’ troppo radical chic per i miei gusti, tanto valeva magnarsi due scrambled eggs per due paundi e cinquanta in un qualsiasi pub dei dintorni.
Con la panza piena e un certo senso di vomito che m’ha accompagnata fino a sera, mi sono apprestata a visitare la città. Intanto va detto che c’è un fiume, il fiume Cam, sul quale si affacciano alcuni dei college e molti altri antichi edifici. Pare che molti secoli fa qualcuno eresse sul cam un ponte, e da qui l’originalissimo nome Cambridge. Sul fiume galleggiano delle strane barche che non mi ricordo come si chiamano ma sono tipiche e si maneggiano tipo gondole, con una pertica. Poi ci sono i college. Ho fatto come diceva la mia guida e ho visitato i più significativi, rifiutandomi però di entrare nella cappella del King’s College (che pure si dice sia bellissima), perchè costava cinque paundi. Oh, ma siamo matti, per visitare una chiesa devo pure pagare? ma non ce l’hanno gli inglesi l’otto per mille?
I college sono come si vedono nei film ma gli studenti che li abitano hanno facce meno sveglie e meno intelligenti di quelli dei film. Nessun cenno di toga party e simili eccessi. Belli questi college e bella anche questa cittadina fatta praticamente di college e di strutture sussidiarie ai college però io mi chiedo se uno studente dopo un po’ non si esaurisce in un posto così, se non gli viene voglia di andarsene che ne so a drogarsi nella non troppo lontana Londra. E poi è mai possibile che uno debba avere degli orari per rientrare? ma che storie sono? sarà che io l’università l’ho fatta abitando a Montechange, sarà che fuori dalla porta della mia stanza non c’era una statua del re Enrico non so che numero con in mano una gamba di tavolo invece di uno scettro, sarà che a Padaniacity non c’era nessun bridge sul cam, ma solo innocui canali dai nomi molto meno affascinanti (uno per tutti, lo scaricatore, mioddio!), sarà che i pochi film che hanno girato a Padaniacity o parlavano di partigiani morti, o di squattrinati che rubavano la lingua di sant’Antonio o di presunti terroristi in fuga, sarà per questo o per altro non lo so, ma io non so se avrei mai scambiato i miei anni montecengini con la fastosa reclusione riservata agli studenti di Cambridge.
Fatta quest’osservazione antropologica, c’è da dire che la cittadina, minuscola, è bella assai, le sue microstradine sono affascinanti e i suoi colori sono proprio proprio inglesi. E ti fa un pochino di impressione camminare nelle stesse stanze dove insegnava Wittgenstein.
Tornata sul mio autobus ho avuto la fortuna di sedermi davanti a due italiane che si sono raccontate i cazzi loro per tutto il viaggio ovvero due ore, roba che mi verrebbe voglia di riportarli per filo e per segno.
Appena messo il piedino in terra londinese mi sono resa conto che erano le otto di sera, lo svarione non accennava a lasciarmi e non ci avevo voglia alcuna di andare al party. Indi per cui sono andata a casa e mi sono fatta i tubetti.

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Gen 21 2009

La terza settimana è fisiologico un calo d’entusiasmo

Published by lucilla under londra, solitudine, uudm, carla, vitantonio

Quando lunedi’ mi sono svegliata di pessimo umore ho pensato che fosse solo perchè era lunedì. Invece sono stata di cattivo umore anche martedì e lo sono anche stamattina, nonostante mi sia fatta uno shampoo. Forse si tratta di una settimana di transizione, forse è che domani devo presentare il primo minuto del mio solo, forse la mancanza dell’unico uomo del mondo si fa sentire in maniera più accesa, forse sono seccata per la scarsità di mail che m’arrivano dall’Italia (te ne vai un attimo e subito di dimenticano, sgrunf), forse questo improvviso ventoso freddo inglese mi sballotta un po’ troppo, fatto sta che sono tre giorni che il malumore non m’abbandona neanche un attimo.

C’è da dire che combatto strenuamente, non gli lascio un minuto, faccio duemilaottocento cose, mi regalo piccole soddisfazioni insomma seguo tutte le istruzioni e i consigli contro la depressione che potrebbero darmi settimanali come anna, grazia, michela mariagiovanna lucia e zia concetta. Stasera me ne vo pure a teatro, se reggo.

O bellezza di Londra, ritorna per favore a riempirmi gli occhi e il cuoricino, salvami da questi temibili scoramenti che mi attaccano tutti gli organi interni e mi colorano di grigio le emozioni, bellezza di Londra torna da me, fa’ che non abbia tempo di pensare all’Italia e al deserto che m’attende al mio ritorno, ecco, ti prego, fallo.

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Gen 16 2009

mimizzata

Published by lucilla under londra, carla, vitantonio, teatro

C’è una piccola prefazione da fare: se uno che non sa che cosa sia il mimo entra in un’aula dove ci sono, appunto, degli allievi mimi, pensa di essere in una sala di danza classica: i maschi sono tutti in calzamaglia o shorts e portano attillatissime canottierine dalle quali guizzano i loro pettorali. Le ragazze, non dico tutte fisicamente perfette ma poco ci manca, vestono i fuseaux stile flashdance e il terribile body, quando non la canottierina atletica.
E prima che la lezione cominci è tutto un fare stretching, tutto un allungare zampine, un torcere busti, un controllare allo specchio (eh si, perchè una delle pareti è fatta di specchi) se l’inclinazione del torace è quella giusta e via discorrendo.

Immaginatevi dunque che a un certo punto arrivo io, che da quando avevo 13 anni e mi sono lasciata col mio primo fidanzato ho cinque chili cinque in sovrappeso, tutti posizionati sulla fascia diciamo così del fondo schiena, ma proprio fondo-schiena, e una onorata carriera di mascheratrice di codesti cinque chili attraverso un oculato abbigliamento. Mi potrò mai mettere la calzamaglia? e soprattutto, da ex squatter quale sono, potrò mai rinunciare ai pantaloni che arrivano fino alla punta dei piedi con una leggera zampina di elefante?
Ovviamente la risposta è no, non potrò.

E quindi ho seguito la mia prima settimana di lezione con un abbigliamento quanto meno bizzarro fingendo di non capire quando i colleghi più anziani mi dicevano “è che con questi pantaloni non riesco a capire se hai la punta del piede in estensione o no…”
Ebbene, a metà di questa settimana ho dovuto cedere.
E ieri per la prima volta ho acconsentito ad attorcigliare i miei pantaloni lasciando scoperti entrambi i miei glabri polpacci e la parte inferiore delle ginocchia! Ecco, ho cominciato a mimizzarmi.
Stamane mentre facevo colazione mi sono resa conto che tra un po’ non riuscirò più a prendere in mano una tazza senza applicare un contrappeso o pensare al punto fisso o contare il numero di movimenti necessari.

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Gen 11 2009

foggy day

Cantava proprio così Ella Fitzgerald
e io pure ci provavo
ai tempi in cui, ancora a Padaniacity, cantavo jazz

A foggy day in London town
had me low and had me down
I vew the morning with alarm
British museum had lost its charm

e proprio così è trascorsa questa domenica, nemmeno il sunday up market e brick lane mi hanno riconfortata, eh già che sono tra i miei posti preferiti di Londra. Il vintage m’ha lasciata indifferente, i pasticcini brasiliani che mi sono concessa sono finiti troppo presto
epperò la canzone dice

for suddenly I saw you there
and through foggy London town
the sun was shining everywhere

e invece ovviamente non ti ho visto in nessun there, e London town ha continuato ad essere incredibilmente foggy, mentre l’idea di una nuova settimana di lavoro mi spaventa e, in questo momento, mi deprime. Se non sto attenta comincio pure a pormi i quesiti esistenziali. Meglio cambiare canzone, va…

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Gen 09 2009

una lucella a londra, seconda parte

 Ecco, lo sapevo, ho fatto il primo guaio: ho rubato un ombrello. Giuro che non volevo. E’ successo ieri. Ero tutta scombussolata perchè dovevo comprarmi dei libri in inglese per presentare il mio solo il 28 febbraio. Ero tutta intenta a cercare di capire come si dicesse “il processo” in Inglese, e la tipa ha capito che cercavo “la principessa” di un certo Kafka. Mi ha detto di cercare nella fiction. Ho detto scusa come nella fiction? non dovrebbe stare nei classici? evidentemente, e per loro incredibile fortuna, Kafka non rientra ancora tra i classici inglesi. Poi, ancora più preoccupata, ho chiesto alla stessa signorina di dirmi dove stavano le cose di Beckett. Dopo aver consultato meticolosamente il suo computer e aver scoperto che Samuel Becket era nientepopodimenoche uno scrittore di pieces teatrali mi ha chiesto conferma: “He wrote dramas…didn’t he?”E mi ha indicato, perplessissima, un angolo dietro la poesia, tra la gastronomia etnica e la letteratura erotica, dove ciondolava un’insegna lercia e antiquata: “theatre and drama”.
Con Kafka in una mano e Beckett nell’altra mi avvio verso la cassa al piano terra. Ovviamente, come in tutti i negozi londinesi, per arrivare alla cassa una deve farsi una bella camminata a serpentello tra gadgets di ogni tipo, agendine pelouches ombrelli colorati block notes penne dorate matitine temperini borsette t-shirts. Tutto questo fa parte della nota strategia di marketing che ai tempi dei miei esami all’università chiamavamo acquisto d’impulso. E io, per non smentirmi, acchiappo al volo un bellissimo ombrellino rosso pensando che -per il solo fatto di essere della stessa identica tonalità del mio cappotto - valga i suoi quattro paundi e novantanove pens. Arrivo alla cassa e comincio a fare tutto un casino cercando di spiegare al commesso che vorrei provare a pagare con la mia carta di debito ma essa a volte non funziona, quindi vorrei fare un tentativo e poi eventualmente pagare in contanti e…poggio i libri davanti a lui e -leggermente discosto- l’ombrello. Lui batte lo scontrino e mi dice che sono venticinque paundi, io dico ‘azzo. Per fortuna la carta va. Io faccio per uscire. Anzi esco. Appena fuori mi rendo conto che  l’ombrello era così ben mimetizzato, che la tonalità di rosso era così esatta da far pensare al tipo che l’ombrello fosse già mio, che fosse una specie di protesi di quella cosa rossa che gli stava davanti.
E non me lo ha fatto pagare! Mioddio, io che ho paura persino a rubare la cannella alla coop, dove non ti sgamano manco se glielo chiedi per favore, ho appena rubato un ombrello in una controllatissima catena di librerie inglese! Ora sono terrorizzata al pensiero che, attraverso le telecamere, mi rintraccino e mi inquisiscano per furto.
Con tutti i danni ben più gravi che ho combinato nel corso della mia carriera di anarcattrice, ci manca solo che mi arrestino per un ombrello rosso. Che tra parentesi è proprio bellissimo!

Bene. Adesso, con questo indicibile peso sulla coscienza, mi accingo ad affrontare il mio primo finesettimana londinese. Non devo farmi prendere dal panico. Calma, ci vuole calma, ho altri 8 finesettimana per fare tutto quello che vorrei, non è detto che debba visitare tutti i mercati tra domani e dopodomani. Intanto c’è da risolvere un quesito: mantenere il severissimo stato di austerithy in cui mi sono calata dal giorno del mio arrivo, o cedere ai saldi? no, voglio dire, è importante che io risolva questo quesito prima di domani mattina, perchè a seconda della risposta i miei piani saranno radicalmente diversi. Mi devo concentrare. Ci sono moltissimi segnali che mi indicano che dovrei interrompere l’austerithy (per esempio, ho finito le mutande pulite e nel frattempo ho visto un bellissimo negozio di intimo con dei saldi i-n-c-r-e-d-i-b-i-l-i). E però potrei pure semplicemente comprare un detersivo e lavarmele, no? Umpf.  Mi devo raccogliere e meditare in maniera approfondita.

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Gen 07 2009

avviso ai naviganti:

Published by lucilla under Senza categoria

IL MIO COMPLEANNO SARA’ IL 17 GENNAIO

STOP

IN OGNI CASO MI PRENDO VOLENTIERI GLI AUGURI DI QUELLI CHE ME LI HANNO GIA’ FATTI

STOP

PER GLI AGGIORNAMENTI RIMANDO A QUANDO MI SARO’ RIPRESA DAI TRECENTO ADDOMINALI QUOTIDIANI

STOP

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Gen 06 2009

una lucella a londra, parte prima

Published by lucilla under londra, società, viaggi, carla, vitantonio

5 gennaio Ore 1120

alla fine sto partendo. Chi l’avrebbe mai detto, solo un anno fa, che il mio 30esimo compleanno l’avrei passato gironzolando tra brixton e whitechapel? Nessuno. Eh.
Mi sono proprio emancipata: computer con batteria addirittura funzionante, valigia modello “il giro del mondo in ottanta giorni ovvero mi porto tutto quello che ci entra e anche un po’ di piu’”, sciarpa guanti cappello e cappottino rosso.
Check in superato, attendo trionfalmente l’imbarco. Un poco ho pianto, quando ho salutato l’unico uomo del mondo che mi ha accompagnata financo in aeroporto (…) Insomma, un poco tanto, a dire la verità, ma si sa, lucilla è una ragazza all’antica e all’idea di lasciare il fidanzato per due mesi soffre. Ora già tutte le mie preoccupazioni sono rivolte a risolvere questo amletico quesito: come arrivare da gatwick a casa mia? O meglio, come trascinare i miei bagagli incolumi attraverso un cambio di moneta, un ritiro bagagli, un cambio di treno e due cambi di metropolitana? Non mi tocca che sperare che tutte le scale mobili funzionino e che i miei coinquilini esistano veramente. E se sono due ologrammi creati appositamente da qualche malfattore per circuirmi e derubarmi delle mie pochissime cose?????
Ecco, l’importante è non partire con la paranoia e mantenere la calma. Respirare, uno due tre. Il secondo amletico quesito riguarda la mia prima settimana lavorativa: riuscirò ad affrontarla dignitosamente o farò la fine di kung fu panda davanti ai suoi colleghi e al suo maestro? Mi sono munita di abbondante abbigliamento nero onde nascondere al meglio la secolare e inscalfibile cellulite. Speriamo bene anche per questo. E adesso aprono le porte, m’imbarco.

 

ore 21 e 41, ora locale.

Cel’ho fatta.
Che sole gelido m’aspettava all’aeroporto! Il capitano dell’aereo, dopo avermi fatto subire l’atterraggio peggiore della mia vita, ci ha tenuto a sottolineare che a Londra c’erano tre gradi! No, dico, tre gradi! Quattro gradi in più che a Bologna, mica bruscolini!!!

Ora finalmente giaccio spiaggiata sulla scrivania della mia nuova cameretta. Mi fa proprio specie la stanzetta da single, tutto in miniatura tutto perfettissimo tutto persino profumato, questa volta m’è andata abbastanza bene, ammettiamolo.
Oh, se c’è una cosa incomprensibile per me è la quantità di barriere architettoniche che la metropolitana londinese contiene. Chi l’avrebbe mai detto? Ritirata la valigia-sarcofago mi sono felicemente avviata verso il treno, pensando che a Londra sì che sarebbe stato facile trasportarmi questo gigantesco macigno su rotelle, a Londra altro che barriere architettoniche, a Londra ascensori e scale mobili, a Londra!! Be’, mi sbagliavo. Voglio dire, mi ricordavo proprio male. Forse a Liverpool Street ci saranno anche le scale mobili, forse da qualche parte avrò pur visto, la scorsa estate, degli ascensori. Ma è evidente che essi non popolavano nessuna delle stazioni dove m’è toccato girare oggi. Una tragedia. E non un inglese che ti aiuti, eh! Non un inglese, non un pachistano, non un nigeriano, non un niente di niente, te la devi vedere da te, sai mai che sei una terrorista e la valigia scoppia proprio mentre ti stanno aiutando. Imbecilli. Su e giù per una quantità incredibile di vetusti gradini insieme al mio sarcofago e dopo tre ore di ardito peregrinare sono giunta a casa mia dove mi sono ricordata anche che gli inglesi non hanno il bidet. Ma io dico, con tutte le barzellette che ci hanno fatto, su questa storia degli inglesi senza bidet, non sarebbe ora di emanciparsi e prevedere un bidet in ogni bagno che si rispetti? Per non lasciare i miei lettori in ansia sul destino della mia igiene personale concludo il capitolo dicendo che mi sono fatta una bellissima doccia inglese, bollente perchè ogni lotta con il miscelatore, a prescindere dal paese in cui viene ingaggiata e dalle regole di diritto che vi vigono, è persa in partenza. A quel punto bisogna scegliere se si fa la doccia gelida o bollente. Io opto per la seconda, e i miei poveri muscoletti rattrappiti ringraziano.

Adesso, tutta raggomitolata nel pigiamino azzurro, mi preparo al crollo. La notte è comunque troppo breve e la giornata di domani si preannuncia faticosa.

 

lucellaspiaggiataBuonanotte unico uomo del mondo,

buonanotte a chi m’ha chiamata ieri per salutarmi,

buonaotte ai miei allievi che stanno scrivendo le loro cose per il nostro nuovo viaggio,

buonanotte amici bloggers e amici che il blog non cel’avete,

buonanotte lucellina.

 

 

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