Archive for Febbraio, 2009

Feb 28 2009

on the edge

in questa notte di fusi orari che si rincorrono all’infinito
quelli che ho lasciato dormono, e pure quelli che troverò
io veglio sui loro sonni
e sogni
che sono preziosi
neanche una lacrima riesce a fuggire da me
questo corpo nuovo che ho riscoperto trattiene tutto
dentro
eppure ho gambe e lunghe braccia
che spostano l’acqua di questi giorni liquidi
senza fatica

Sono sospesa dentro una di quelle notti
dove il tempo fuori di me cessa di esistere
e guardo davanti a me la soglia
che mi appare in queste notti di nulla
potrei varcarla
come pure ho già fatto
e ritrovarmi in uno di quei vuoti di senso dai quali ogni volta
ogni volta
ho dubitato di riuscire a uscire
ma questa notte torno indietro prima di varcare la soglia

mi fa paura il ritorno
paura amare un luogo così ostile

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Feb 27 2009

per molti ma non per tutti

 fatinaTorno a casa con i capelli in una nuova acconciatura, che li fa volare verso il cielo e mi fa sentire una piccola fatina capitata per sbaglio in metropolitana nell’ora di punta. Torno a casa e ho un vestito di pizzo rosa, che mi sembra la cosa più adatta per una fatina, e che mi fa camminare un pochino sospesa, perchè è così che mi sento, sospesa, e discretamente noncurante delle cattive notizie che già in questi ultimi giorni londinesi hanno provato a sfondare la porta. Cattive notizie, fate quello che credete, ho riscoperto la mia natura di fatina e spernacchio rumorosamente nella vostra direzione, cosa forse poco elegante per una fatina ma anche le fatine hanno diritto ad esprimere il proprio disaccordo.

Torno a casa e voglio fare quello che mi pare, e voglio cambiare le cose che non mi stanno bene, e non ho voglia di perdere tempo con le persone che mi dicono di no e con quelle che non mi dicono niente. Tenetevi i vostri no e i vostri niente, perchè se c’è una scoperta che ho fatto in questi mesi è questa: esiste almeno un posto nel mondo dove la mia natura di fatina viene riconosciuta e apprezzata, e vengo trattata con delicatezza affinchè le mie alette magiche non si spezzino, e i miei capelli che aspirano verso il cielo vengono guardati con riguardo,  e i miei occhi storti sono considerati un mistero, e soprattutto quella magia che ho imparato a creare ogni volta che metto piede su un palco o su qualcosa che vagamente vi somigli, quella magia viene protetta, e coltivata, e nutrita, e quando mi muovo c’è almeno un posto nel mondo dove si sente un “ooooh” di sorpresa.
E io non so se potrò tornarci mai, in questo posto, ma so che esiste, che non mi ero inventata tutto, so che c’è una differenza profonda tra un’operazione di marketing per un ego strabordante e una fragile delicatissima opera d’arte che parla dell’imperfetta bellezza umana.
E so io da che parte sto, e che non sono sola.

So pure che a volte sto male e più che una fatina mi sento una larva, so che ferisce e umilia vedere come un’operazione di marketing fatta bene o una fellatio fatta alla persona giusta possano portare molto più lontano di anni di sincero e profondo lavoro, queste cose mi hanno già ferita e mi feriranno ancora, come mi feriranno le persone che mi daranno della disfattista, della pessimista, della lamentina.
So che tornerò a casa e molto spesso non mi sentirò protetta nè rispettata nè amata, però adesso il mio posto bellissimo nel mondo l’ho trovato, e anche se deciderò di andare lontano da lì, come pure sto facendo, so che ci potrò tornare, ogni volta che stare dove sto sarà troppo difficile.

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Feb 24 2009

I don’t care if Monday is blue

Published by lucilla under solitudine, londra, carla, vitantonio, tour, teatro

A me i Cure mi fanno pensare a tutte quelle cose bellissime di un’età che ho già passato si, ma da poco, non l’adolescenza ma forse quella giovinezza già un pochino fiorita, in cui avevo già capito che la vita era nelle mie mani e in quelle di nessun altro, lo avevo capito ma ancora proprio non ci credevo fino in fondo e dunque facevo una serie lunghissima di esperimenti, alcuni attenti, altri sicuramente avventati, come quei bambini che mettono la mano sul fuoco per vedere se si bruciano, se la mano è proprio la loro mano, e se il fuoco brucia davvero come diceva la mamma. E allora ho trascorso quegli anni, gli ultimi passati a Padaniacity, in questo stato di pericolo, spesso senza capire bene quello che succedeva, e non è stato sempre facile non è stato sempre piacevole ci sono state serate che odoravano di cloruro di vinile serate in cui gli altri esseri umani non avevano più nessun valore ci sono stati giorni lunghissimi in cui l’unica cosa sensata da fare era mordermi le labbra mentre mi uccidevo di lavoro senza aver dormito la notte ci sono stati sogni terribili di cui ancora ricordo troppi troppi dettagli ci sono state solitudini vuote, lunghissime, immobili, bianche. C’erano giorni in cui avevo un freddo che mi veniva proprio da dentro e a volte ancora mi ritorna e mi sembra che non mi potrò scaldare mai, mi sembra. Ritorna quel freddo e mi spaventa un po’ ma quando ascolto canzoni come questa mi rendo conto di tutto quello che è passato di tutto quello che è trascorso, mi ricordo di quegli anni terribili e meravigliosi grazie ai quali sono diventata quello che sono e ora quasi quasi ci credo, che davvero la vita sia nelle mie mani e in quelle di nessun altro, ci credo perchè sono passata attraverso tutti quei chilometri in bicicletta, fiatone inverni primavere freddo padano concerti soldi buttati perchè eravamo così poveri così abituati a non avere niente che quando avevamo mille euro per una data ce li spendevamo in un momento ma eravamo felici. E mi commuove il fatto di non riuscire a parlare al singolare perchè quegli anni li ho trascorsi con persone alle quali sono ancora grata e che pure a modo loro adesso fanno il loro cammino che solo a volte, di rado, incontra il mio. Ma intanto ce le ricordiamo, quelle cene spropositate negli agriturismi toscani dove ci fermavamo di ritorno dagli spettacoli, una sera, mi ricordo, eravamo in questo posto allucinante dove abbiamo buttato tutti i soldi che avevamo guadagnato per mangiare come si deve, come si deve almeno una volta ogni tanto, fiorentina e vino buono e ribollita e c’era un piano bar con le dediche e i compagni hanno dedicato una canzone a Carlarella, che ero io, benemerita soubrette.
E forse non è un caso che questi ricordi così dolci e così lontani ritornino proprio ora in questo momento in cui sto per partire verso un posto nuovo e vecchio allo stesso tempo, verso cose che non conosco eppure verso casa.


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Feb 21 2009

prefazione a un ritorno

Le cose da fare sono esattamente le stesse: cercare di infilare in valigia tutto il necessario, disporre le cose in modo che libri e arnesi pesanti stiano nel bagaglio a mano insieme alle -poche- cose indispensabili, farsi qualche paranoia sul fatto che il mio contenitore di cd pieno di film piratati venga sgamato durante un imprevisto controllo a tappeto nell’aeroporto internazionale di Bologna, universalmente noto per essere il centro della pirateria europea e mediterranea, pensare un pochino se comprare o meno quel paio di scarpe bellissime che ho visto vicino Covent Garden o se tirare al risparmio e sperare che tempi migliori presto giungano, verificare i regali e i saluti e blablabla.
Epperò al contrario dell’andata tutti questi piccoli aggiustamenti escono fuori da me un pochino morti, privi di ogni entusiasmo vitale, già esausti. Come se l’energia fosse da un’altra parte, come se fosse rimasta nella piantina che ho appena dato in adozione a Carmen, Andres e Geber. Preparo financo un piccolo farewell party, che tutti mi dicono no Carlina non è un addio, è un arrivederci, tutti me lo dicono e me lo ripetono, smettila di dire farewell, ma io adesso che cosa ne posso sapere, cosa posso sapere, come posso fare a guardare avanti nel futuro e scoprire se davvero queste bellissime persone le incontrerò di nuovo? Come faccio a prevedere ad annunciare che davvero la magia di questi mesi la riprodurremo un giorno? E allora si, è un farewell, diciamo che è un farewell, e poi le belle sorprese, se arriveranno, saremo mai noi, proprio noi, i funamboli, a rifiutarle? Preparo il farewell party, aperitivi e tapas italoispaniche, ciascuno porti abbigliamento adeguato e bottiglie di vino pro capite una almeno. entusiasmo ne ho poco, che questo saluto mi sembra arrivare proprio nel momento più sbagliato, proprio ora che ho cominciato ad accettare questa mia funambolica condizione, proprio ora che a Londra arriva una primavera timidissima, tenera, in qualche modo assurdo e inaspettato persino poetica.

Si si si, ci sono delle cose che mi mancano ora le dico e le elenco:

  • mi manca il mio fidanzato, mi manca tantissimo, in tutti i modi in cui mi potrebbe mancare, in tutti i modi che aspettavo e anche in quelli che non conoscevo, mi manca, sono emozionata e un po’ intimorita all’idea di rivederlo dopo così tanto tempo, come sarà, quanto tempo ci vorrà a ritrovarci, chissà se ha ancora i baffi, come sarà felice stanco nervoso stressato paziente chiuso aperto disponibile inafferrabile e io come sarò? mah chi lo sa poco mi preoccupo tanto tra pochi giorni lo scopriremo
  • mi manca la pizza. Mi manca in una maniera allucinante, sono due mesi che non ne mangio, forse anche di più perchè non è che l’ultima cosa che abbia mangiato in Italia prima di partire sia stata la pizza, anzi a ben pensarci forse è addirittura dal 2008 che non la mangio, e sto male, sto a rota, sto in astinenza da pizza buona pizza italiana persino la pizza del nord mi sembra buonissima non è che per forza io pretenda la pizza di mia mamma o quella di mia nonna con quella crosticina buonissima che lei mi fa ogni volta che vado a trovarla a Rotello.
  • mi mancano i miei allievi. Lo so, li ho messi dopo la pizza ma d’altra parte non mi sembrava manco giusto metterli subito dopo il mio fidanzato ecco pensiamo prima alle cose indispensabili; mi mancano i miei allievi perchè in qualche modo mi manca anche il mio lavoro di piccola imbarazzante strabica socratica ostetrica del teatro, mi mancano i miei allievi e con loro mi mancano le persone con cui ho diviso l’ultimo anno di peripezie teatrali bolognesi ovvero tutti quei pazzi del tpo e di radiokairos e pure gli instabili vaganti e Angela con cui ho vissuto tutte le improbabili vicende precedenti e successive alla morte di Leo.
  • mi mancano i miei amici ma questo non conta, perchè gli amici ormai sono tutti sparpagliati in mille pianeti differenti, e chi l’avrebbe mai detto che sarebbe stato così? però intanto ecco,è accaduto, sono finiti gli anni in cui ci svegliavamo nella stessa casa e ci vedevamo tutti i giorni a tutte le ore, sono finiti i tempi in cui ci preoccupavamo se uno di noi un giorno non si faceva vivo sono finiti, come pure sono finite quelle nottate lunghissime di canzoni politica fervore amore grande per il mondo, quelle nottate alle quali non volevamo mai mettere un punto e forse per questo la mattina dopo spesso ci svegliavamo tutti ancora sullo stesso divano. Mi mancano gli amici ma mi rendo conto che mi mancheranno sempre di più, perchè non sono stati questi mesi a mettere una distanza, no, anzi, il paradosso è che da qui con queste supertecnologie londinesi li ho sentiti di più di quanto non faccia da Bologna, in questi mesi ho parlato e riso con molti di loro, e chiesto consigli e dato pareri, ma mi mancano lo stesso, si, e mi mancheranno ancora in questi anni che verranno ma questo già non sta più nella lista perchè mi sembra di aver capito che uno dei prezzi da pagare diventando grandi è proprio questo.

Ecco mi rendo conto che adesso dovrei scrivere un altro post sugli amici che si perdono e quelli che rimangono ma non ho proprio il tempo e le energie devo provare che stasera ho uno spettacolo e voglio farlo bene, è importante.
E forse anche per questo chiudo brutalmente questa prefazione al mio ritorno in Italia che avverrà esattamente tra otto giorni e porcamiseria, non pensavo sarebbe successo così in fretta.

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Feb 19 2009

sorry

Published by lucilla under londra, blog, carla, vitantonio

our lines are busy at the moment

an operator will answer as soon as possible

we apologize for the delay 

 thank-you for visiting us

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Feb 15 2009

la blogosfera mi denuda

Published by lucilla under società, cagate, blog, carla, vitantonio

io di solito queste cose non le faccio, perchè c’è chi le fa molto meglio di me. Però questo è veramente, veramente troppo. Oggi nel cazzeggio domenicale che intervalla le prove del mio personaggio ho dato uno sguardo alle chiavi di ricerca che hanno condotto alcuni sfortunati cittadini di lingua italiana fino al mio sito. Alcuni dati:

  • C’è da dire che sono più le persone che cercano il mio fidanzato che quelle che cercano me. E questo da un lato è un duro colpo alla mia autostima, dall’altro mi fa pensare che sia comprensibile, coi tempi che corrono in Italia, che la gente preferisca cercare uno psicologo piuttosto che un’attrice tuttofare.
  • questo mese anche la ricerca del Sunday Roast ha superato quella di informazioni sulla sottoscritta, e la mia autostima già provata dal punto uno a questo punto vacilla pesantemente
  • ci sono alcune persone che continuano ogni mese a cercare notizie sulle proprie relazioni incestuose, in quanto emergono numerosi: la prima volta con mia madre, la prima volta con mia sorella, la prima volta con mio padre et. La mia domanda è scusate, ma io cosa c’entro?
  • alcuni non sanno come si scrive beauty case e arrivano da me cercando biuticheis. Amici, non è mai troppo tardi per un corso di lingua
  • Due cercano carrettini a norma igienica. Amici, non so a cosa vi stiate riferendo, sono la persona sbagliata
  • a chi cerca un manuale per ammazzare polli mi tocca rispondere come sopra
  • a te, amica che vuoi sapere se puoi portare le scarpe col tacco nel bagaglio a mano, rispondo che dipende dal tipo di tacco. è molto affilato?
  • a chi vuole fotografie di uomini che inculano capre e mucche purtroppo non so cosa rispondere, questo non rientra nelle mie fantasie sessualie se anche vi rientrasse le foto suddette me le terrei per me
  • a chi vuole sapere cosa significa sognare la cacca di topi rispondo che dovrebbe fare una visita da un enterologo, ma uno bravo
  • c’è poi qualcuno che sussurra una timida dichiarazione d’amore: signorina lei è tutta la mia vita e molto di più. Ma chi, io? mi sa che abbiamo sbagliato persona, eh? certo, se sei ricco, ma molto ricco, un sorriso forse riesci anche a strapparmelo
  • lucilla puttana: puttana ci sarà quella stronza di tua madre accompagnata da tutte le tue sorelle, e con questo chiudiamo l’argomento

ma c’è una cosa che mi lascia davvero, davvero sconcertata:

per ben tre volte qualcuno ha digitato la frase

carla vitantonio vagina

 

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Feb 14 2009

un sabato qualsiasi

Mi aveva preso l’ansia del rientro. Erano giorni che contavo le cose che avrei dovuto fare e non avevo ancora fatto, i ragali che avrei dovuto comprare, le occasioni che non avrei dovuto perdere e blablabla.
Per oggi avevo programmato un giro alla Torre di Londra e poi un giretto alla Tate Modern, poi cena in compagnia poi birra a King’s Cross poi poi poi.
Mi stavo stressando.
Anzi, mi ero stressata.
Per fortuna ci ho ancora un briciolino di raziocinio. Stamane, ore nove e cinquantuno, mi sono alzata, mi sono tolta i tappi dalle orecchie (con i miei coinquilini è impensabile dormire senza tappi, e anche coi tappi è un’impresa piuttosto ardua), li ho infilati nella loro scatoletta rossa con le scritte dorate, mi sono alzata, mi sono ciucciata la mia dose quotidiana di aloe vera, mi sono bevuta le mie due tazze di acqua calda, ho fatto la pipì, mi sono lavata la faccia e messa la crema-giorno-body-shop che mi sono regalata per i miei 30 anni, ho guardato la posta elettronica sperando (ahimè oggi inutilmente) di trovarvi il buongiorno del mio concupitissimo, ho fatto una lunga serie di cose similmente interessanti che non elenco per non essere accusata di essermi etnometodologizzata, dopo di che mi sono guardata nello schermo sporco del pc e mi sono detta

ma vaffanculo

io c’ho voglia di stare a casetta, rispondere alle mail, studiare per il mio esame, preparare il mio numero nuovo segreto, insomma oh, non ci ho voglia di fare la turista, perchè turista non mi ci sento per niente, eccheccazzo. Ho voglia di studiare il mimo. Di preparare il mio ritorno, di aggiornare il sito, di dedicarmi a me e si, in qualche modo ho voglia di lavorare. Perchè a me lavorare mi piace. Tiè. O meglio, perchè il mio lavoro mi piace.

Non ci ho voglia di andarmi ad ubriacare, di stare in giro con fanciulle in cerca dell’amico di una sera che sprizzano feromoni da ogni poro, non ci ho voglia di mangiare fish and chips, non ci ho voglia di imbattermi in migliaia di coppie impazzite che tristemente provano a festeggiare sanvalentino, me ne sto a casa, tiè, nonostante il casino che fanno i miei coinquilini.

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Feb 11 2009

la primavera delle speranze

Published by lucilla under società, carla, vitantonio


Ero sempre in questo stato semivegetativo a cercare spunti radiofonici quando mi è tornata nelle orecchie una canzonetta della mia gioventu, erano giorni molisani, giorni anonimi per antonomasia, avevo finalmente compiuto 18 anni e  potevo mettere la firma senza dover falsificare quella di mia mamma, eh già che la sapevo fare benissimo, ma questa mi sembrava una conquista grandissima.

Era la primavera del 1997 e Campobasso era bella se guardata dall’interno della mia 127 verde pisello nomeata da me, per non so bene quale ragione, Armadilla. Mi ero presa la patente il giorno 26 marzo, c’era una neve che non finiva più, ma miracolosamente ero riuscita a fare tutte le cose che mi aveva detto l’istruttore e adesso  scorrazzavo a destra e manca con questa macchinetta, ci mettevo di volta in volta le cinquemilalire di benzina e quando ci avevo ospiti il patto era che si scollettasse per la benza. E come beveva armadilla, come beveva! Su e giù su e giù per Campobasso e dintorni, vestivo pantaloni a zampa d’elefante ma neri un po’ eleganti, ci avevo sempre un foulard che svolazzava e dal finestrino aperto arrivavano gli odori della campagna e della città.

Di marce Armadilla ce ne aveva solo quattro ma a me sembravano moltissime, prima seconda si poteva fare ma a volte ci voleva la doppietta, e sdoppiettando mi arrampicavo per le montagne del molise in quella primavera, la macchina sempre stracolma di persone, una volta ne contai otto e tutte ubriache. Si giocava alla passatella e ridevamo, ridevamo che era una meraviglia, mi sentivo benissimo. Mia sorella che era la più piccola e non aveva idea del fatto che dopo undici anni ci avrebbe avuto un pargolo la infilavamo sempre nel bagagliaio ed era tanto tenera, quelli furono credo gli anni delle sue prime sbronze, la trovavamo sempre abbracciata a qualche cesso o a parlare con un gelato immoto ed è da allora che mio padre quando si gioca a tombola e chiama il 14 ovvero l’ubriaco dice sempre il nome di mia sorella.

Era una primavera meravigliosa di speranza, dopo pochi mesi sarei andata all’università e avrei vissuto insieme alla mia amica Tori, non vedevamo l’ora, non vedevamo l’ora di andarcene e passavamo ore e ore a raccontarci come sarebbe stato. Ovviamente poi non è stato assolutamente così ma cosa importa, quei giorni erano così belli così gialli così vivi erano giorni in cui ci sembrava che tutte le promesse sarebbero state mantenute. Se non avevamo voglia di andare a scuola semplicemente non ci andavamo e ci abbarbicavamo su per una vecchia cava di pietra chiusa, lì stendevamo le coperte e mettevamo una radiolina e ci fumavamo le canne, porcamiseria, ci fumavamo le canne al sole ed era bellissimo, erano non proprio le prime canne ma insomma, rispetto ad ora era quasi una novità ed era bellissimo rollare le canne e fumarsele e passarsele e poi ascoltare la musica ballare e se avevamo voglia giocare a pallone o passeggiare. Erano canne profumatissime che ti ungevano le dita, la forma non era ancora quella perfettina delle poche canne da trentenne esperta che mi arrivano in mano adesso e proprio per questo era ancora più bello fumarsele.  Tornavamo a casa coi fili d’erba nei capelli ma cosa ci importava ormai? Ormai eravamo diventate grandi che più grandi non si può, maggiorenni, patentate e quasi universitarie, il mondo era nostro, proprio così sembrava, se qualcuno ci trattava male rispondevamo finalmente a tono perchè sentivamo di averne il diritto. Soldi ne avevamo pochi assai e non potevamo permetterci di ubriacarci nei bar dunque si rubava qualcosa in casa o meglio ancora si andava in un supermercato a comprare il numero più alto possibile di birre con la colletta sudatissima che si era fatta davanti scuola prima dell’entrata. E poi via in centoventisette verso mondi meravigliosi, e finalmente finalmente non chiedevamo più il permesso per uscire, no, perchè eravamo maggiorenni, adesso facevamo la gentilezza ai nostri genitori di avvisare che saremmo uscite e di dare un orario indicativo del nostro ritorno E via! E il sabato sera c’era sempre una casa in campagna dove ballare ridere e giocare a giochi un po’ ambigui ma senza nemmeno la volontà di fare troppo casino, che tanto stavamo per andarcene e voglia di legami amorosi proprio non ne avevamo. Ed eravamo troppo giovani ancora per pensare al sesso di una sera, una cosa inconcepibile davvero, se pomiciavi con uno la mattina dopo c’era qualcosa da spiegarsi un legame da chiarire insomma la mattina dopo qualcosa era cambiato. E per fortuna questa è una cosa bellissima della quale dopo anni mi sono riappropriata ma si tratta già di un’altra storia di cui non ho tempo di parlare adesso.

E dunque lettrici e lettori beccatevi questa canzonetta registrata malissimo e sognate se potete sognare ancora, ricordatevi di quei giorni delle promesse e se per voi si tratta ancora di presente beh allora brindo alla vostra salute con un bicchiere colmo di aspirina effervescente, che è la cosa più allucinogena che ho in questa casa di gente senza sogni e senza eccessi, magari domani sera fumerò anche una sigaretta ma non voglio esagerare con le promesse.

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Feb 10 2009

senza filtro

ecco lo sapevo adesso mi sono tutta agitata e il naso mi cola ancora di più. E’ successo che è martedì e io sto ancora peggio di ieri e dell’altroieri e non accenno a guarire e mi sono spaventata perchè ho pensato che in questo stato non avrei potuto fare niente niente, nè l’esamino di giovedì nè tantomeno la recensione dello spettacolo di sabato scorso nè, figuriamoci, avrei potuto registrare la puntata dei lucilla’ s tales, perchè non ho quasi voce, ecco, e mentre pensavo così ho cominciato a registrare ed è venuta fuori una cosa violenta, senza filtri, su quello che penso dell’Italia, sulla mia paura, sulle tremende similitudini tra quello che viviamo dal 94 e quello che hanno vissuto mio nonno Enrico e mio zio Luigi dopo il 1920, mi è venuta fuori la rabbia e la violenza e la paura, e mi sono sentita così in gabbia, e ho pensato per la prima volta seriamente a quelli che negli anni venti cominciavano già a capire ed emigravano, e non sono mai più tornati, come il mio bisnonno Teodosio, che si chiama come mio padre, che ha 58 anni, e come mio nipote, che ha otto mesi e ha la pelle nera e io mi domando se riuscirà mai ad avere una vita serena in Italia con la pelle di quel colore, me lo domando seriamente e mi preoccupo e mi angoscio perchè io non vedo una via d’uscita, io non la vedo, è chiaro?

Lo diceva Pasolini “siamo tutti in pericolo” così diceva ed è sempre più così e le periferie che bruciano e tutto il resto io non lo so, sarà che sono malata sarà che ho paura di tornare e fare il mestiere che faccio, sarà che io in genere ho paura, ho paura di dire quello che penso perchè lo so che le cose che penso non sono, non sono politicamente corrette, lo so bene quello che mi si potrebbe dire e nemmeno a casa mia le dico, le cose che penso, e infatti di solito bado bene bado bene a fare un intrattenimento leggero dove la critica al sistema solo s’intravvede ma oggi oggi non so cosa è successo ho mollato tutto ed è venuto fuori questo, questi cinque minuti che andranno in onda la settimana prossima su radiokairos, e la cosa più forte di tutte è che sono spaventata e ho il magone perchè non sono abituata, perchè sono troppi troppi anni almeno dal 2003 da quando cominciai a lavorare in politica è da allora che ho imparato esattamente come calibrare le parole ed è forse da allora che non ho più parlato senza filtri e invece ecco

allora adesso sto ascoltando una canzone che ancora adesso che ho trent’anni e sono passati 16 anni da quando la sentii la prima volta ancora adesso mi escono delle lacrime grandissime e sento ancora gli odori delle manifestazioni, delle riunioni, delle speranze, dei pennarelli, delle parole che all’inizio non capivo, dei sorrisi degli abbracci, gli odori della gente con cui pensavo davvero di condividere cose grandissime, e poi però mi vengono fuori tutta la rabbia e la delusione per tutte le lotte, per tutta la paura, per tutti i compagni persi per strada, per tutti quelli che adesso non hanno più il coraggio di dire che c’erano anche loro. Ci penso e ci ripenso, penso agli anni in cui si manifestava contro la base di Aviano, penso all’università, ai sorrisi, penso che eravamo convinti che il futuro fosse davvero meraviglioso e che noi si, noi avevamo capito e quindi noi avremmo cambiato. E invece eccoci o per lo meno eccomi, tutta scombussolata perchè dopo anni ho detto quello che pensavo senza filtri. E ne vorrei dire di cose perchè non mi piace, questo mondo non mi piace, io non lo so se un altro mondo è possibile ma so che “un mondo è già abbastanza”, come recitava uno slogan che ho visto a Cambridge, e allora non voglio un altro mondo ma voglio questo mondo qua e lo voglio diverso, e molto più banalmente voglio anche che nella città dove vivo la gente sia lasciata in strada, in pace, a fare casino, perchè la strada è fatta per fare casino e perchè in queste piccole impercettibili restrizioni sta l’inizio della fine. E se a cinquant’anni divento una sindaca o un’assessora o una persona importante o la presidente di una qualche importante associazione di terzo settore, se divento una persona così e improvvisamente mi metto a parlare di sicurezza e di chiudere i posti e di ripulire il centro cittadino io chiederò alle persone che mi amano, se ci saranno, di ricordarmi di queste cose che ho scritto e allora forse rinsavirò forse mi vergognerò di me e mi leverò di mezzo così senza rompere troppo i coglioni.

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Feb 08 2009

sunday roast

Per anni mi sono ciucciata i racconti di distratti e presuntuosi viaggiatori che, di ritorno da Londra, ti facevano una testa così raccontandoti che in fondo, cosa vuoi, con tutta questa emigrazione, con tutti questi ristoranti etnici che sbucano come funghi ad ogni angolo ammuffito della città, con tutto questo andirivieni di beni cose persone, con tutti questi voli lowcost e queste promozioni lastminute, con la crisi della sterlina e il pretatcherismo, la cultura inglese a Londra non esiste più.
Per vedere l’Inghilterra, quella vera, bisogna andare fuori, nella campagna, dove ci sono ragazze piene di lentiggini e coi lunghi capelli rossi e ubriachi che mangiano fish and chips.
A tutti questi viaggiatori, che a volte hanno anche la presunzione di compilare le guide turistiche (a proposito, vogliamo parlare della marea di cagate che dice la lonely planet? buuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu, abbasso la guida lonely, è una guida per conquistatori occidentali, ci manca solo che vi regalino come simpatico gadget un panama o un archibugio), dicevo, a tutti questi viaggiatori io consiglio di andarsene simpaticamente a vivere in posti come quei paesi di confine che ho visto in Bulgaria, quelli dove devi pagare un euro per pisciare in un buco di scarafaggi e a riscuotere ti aspetta una bichinga bulgara che, se le darai il compenso in monete più piccole di quelle da cinquanta centesimi, ti afferrerà violentemente il braccio minacciandoti di chiuderti nel tugurio fino a quando non caccerai l’obolo.

Si sente che oggi sono un pochino incazzata? Pazienza.
E’ che penso a quello che mi aspetta nel mio bellissimo paese di merda quando tornerò e proprio
non posso fare a meno di incazzarmi.
Penso a tutti i concorsi cui ho partecipato e che non ho vinto perchè non ci avevo
un amante o un amico o un pretendente che fosse un professore o un critico o un regista famoso,
penso a tutti i concorsi cui parteciperò è che finiranno nello stesso modo,
penso al teatro San Martino, ai Teatri di Vita, che organizzano rassegne e spettacoli permettendo di andare in scena
a persone che non sanno nemmeno appoggiare una mano sul tavolo,
penso alla mia trasmissione radiofonica che si ascoltano in quindici persone e solo perchè costrette da me,
penso poi a tutte quelle persone a me vicine che non capiscono un cazzo di come vivo e non fanno che accusarmi di lamentarmi inutilmente, penso penso penso e ovviamente mi incazzo.

Mi incazzo.

E oggi sono incazzata.
Ciò nonostante a pranzo ho fatto una cosa veramente, veramente inglese, una cosa bella, grassa e divertente, ovvero sono andata in un pub con alcuni amici, un vero pub londinese, con tanto di boccali appesi, porticine, stanze, stanzette, tavolini in ogni angolo possibile e anche in quelli impossibili, e ho mangiato il sunday roast. Il sunday roast è il tipico piatto domenicale inglese, composto di carne a scelta (io mi sono puppata l’agnello, una delizia, tenerello, un po’ grassoccio e succoso),carote, sedano rapa, patate grigliate, purea di patate e Yorkshire pudding (una specie di focaccia non troppo salata, croccante e ben disposta a inzupparsi nel sughetto prodotto dalla carne). Tutto saggiamente innaffiato con birra bionda. Dopo di che mi sono pure ingollata una fetta di brownie al cioccolato bollente con pallina di gelato di vaniglia che voluttuosamente si scioglieva al suo fianco.
Una meraviglia. E poi nei pub non è come nei nostri ristoranti, dove se c’è gente ti cacciano. No! Nel pub stai fino a quando hai voglia e nessuno ti rompe i coglioni. Se vuoi masticare 32 volte ogni boccone, come ha prescritto il dietologo di uno di quei giornali salutisti, puoi. Se mentre mangi vuoi fare una pausa e andare a fare la pipì o la cacca puoi, non c’è fretta, e poi i bagni sono tanti, puliti, c’è la carta, il sapone, lo specchio e l’asciugamani. e ci puoi andare tutte le volte che vuoi. Nessuno ti chiederà se stai consumando oppure no. Se poi vuoi stare un po’ in giardino puoi chiedere una copertina. Se dopo la birra vuoi leggerti il tuo libro o semplicemente cazzeggiare nessun cameriere verrà a dirti che il tuo tavolo serve a qualcun altro.
E questa cosa sembra ancora più incredibile se si pensa che solitamente i londinesi vivono con un occhio puntato sull’orologio e un piede sull’acceleratore. Invece la domenica si può mangiare il sunday roast, e a me mi piace un sacco. Quasi quasi domenica prossima replico.

Ma perchè sono finita in un paese così schifoso da permettere che i medici denuncino i pazienti clandestini?
Perchè? Come sono incazzata, come sono incazzata.

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