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Feb 24 2009

I don’t care if Monday is blue

A me i Cure mi fanno pensare a tutte quelle cose bellissime di un’età che ho già passato si, ma da poco, non l’adolescenza ma forse quella giovinezza già un pochino fiorita, in cui avevo già capito che la vita era nelle mie mani e in quelle di nessun altro, lo avevo capito ma ancora proprio non ci credevo fino in fondo e dunque facevo una serie lunghissima di esperimenti, alcuni attenti, altri sicuramente avventati, come quei bambini che mettono la mano sul fuoco per vedere se si bruciano, se la mano è proprio la loro mano, e se il fuoco brucia davvero come diceva la mamma. E allora ho trascorso quegli anni, gli ultimi passati a Padaniacity, in questo stato di pericolo, spesso senza capire bene quello che succedeva, e non è stato sempre facile non è stato sempre piacevole ci sono state serate che odoravano di cloruro di vinile serate in cui gli altri esseri umani non avevano più nessun valore ci sono stati giorni lunghissimi in cui l’unica cosa sensata da fare era mordermi le labbra mentre mi uccidevo di lavoro senza aver dormito la notte ci sono stati sogni terribili di cui ancora ricordo troppi troppi dettagli ci sono state solitudini vuote, lunghissime, immobili, bianche. C’erano giorni in cui avevo un freddo che mi veniva proprio da dentro e a volte ancora mi ritorna e mi sembra che non mi potrò scaldare mai, mi sembra. Ritorna quel freddo e mi spaventa un po’ ma quando ascolto canzoni come questa mi rendo conto di tutto quello che è passato di tutto quello che è trascorso, mi ricordo di quegli anni terribili e meravigliosi grazie ai quali sono diventata quello che sono e ora quasi quasi ci credo, che davvero la vita sia nelle mie mani e in quelle di nessun altro, ci credo perchè sono passata attraverso tutti quei chilometri in bicicletta, fiatone inverni primavere freddo padano concerti soldi buttati perchè eravamo così poveri così abituati a non avere niente che quando avevamo mille euro per una data ce li spendevamo in un momento ma eravamo felici. E mi commuove il fatto di non riuscire a parlare al singolare perchè quegli anni li ho trascorsi con persone alle quali sono ancora grata e che pure a modo loro adesso fanno il loro cammino che solo a volte, di rado, incontra il mio. Ma intanto ce le ricordiamo, quelle cene spropositate negli agriturismi toscani dove ci fermavamo di ritorno dagli spettacoli, una sera, mi ricordo, eravamo in questo posto allucinante dove abbiamo buttato tutti i soldi che avevamo guadagnato per mangiare come si deve, come si deve almeno una volta ogni tanto, fiorentina e vino buono e ribollita e c’era un piano bar con le dediche e i compagni hanno dedicato una canzone a Carlarella, che ero io, benemerita soubrette.
E forse non è un caso che questi ricordi così dolci e così lontani ritornino proprio ora in questo momento in cui sto per partire verso un posto nuovo e vecchio allo stesso tempo, verso cose che non conosco eppure verso casa.


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