Archive for Maggio, 2009

Mag 28 2009

quando il privato e il politico fanno un gran casino

Avrei voluto scrivere un felice e spensierato post sulla mia giornata di oggi, prima reale giornata di normalità dopo la malattia. Avrei voluto parlare della spesa megagalattica che ho affrontato questa mattina, una spesa INCREDIBILE, in vista della grande festa universale che invaderà casa mia a partire da domani pomeriggio fino a domenica sera.

Avrei voluto parlare di questa festa, di come l’uudm e io abbiamo deciso di festeggiare insieme i nostri primi 70 anni, di tutta a gente che verrà, di tutti gli amici che si sono messi in marcia, una specie di marcia epica, da tutta Italia e qualcuno pure da paesi stranieri. Tutti questi amici (e le compagne mi perdoneranno se in questo post non scrivo gli amici e le amiche, i compagni e le compagni, i madri e le madri, i padri e le padri)tutti questi amici che hanno ricevuto il nostro invito e si sono presi le ferie, perchè ormai all’università non ci è rimasto più nessuno, si sono presi le ferie e si sono guardati sulle cartine dove sta questo posto sperduto dove lucilla e l’uudm si sono ritirati da più di due anni.
Tutti questi amici, alcuni dei quali non vedo da anni, alcuni dei quali non ho mai visto, perchè sono amici del mio uomo e non si sono avventurati fin qua. Amici che arrivano con le tende perchè in casa non c’è posto, col vino e col cibo per paura che non ce ne sia abbastanza, amici che arrivano indipendentemente dal sole e dalla pioggia, che dichiarano di voler dormire nudi nell’orto, che proclamano la loro adesione alla nostra festa con lettere, mail, piccioni viaggiatori e sms.
Avrei solo voluto parlare di tutto questo, del mio carrello ricolmo questa  mattina, di come il rumore del carrello sia diverso quando è pieno e quando è vuoto. Eh si, perchè il carrello pieno fa un rumore rumorosissimo, una cosa incredibile, si girano tutti a guardarti, ti senti quasi un’emarginata in mezzo a tutti quei carrelli pieni. Perchè i carrelli pieni sono silenziosi! Silenziosissimi!!! E alla fine ho riempito il carrello anche io, di questo avrei voluto parlare, ho riempito il carrello di cose e di entusiasmo, pensando ai vegetariani, ai vegani, agli allergici, ai celiaci, agli astemi e ai paranoici.

Di questo avrei voluto parlare.

 

Di questa festa che ho così fortemente voluto perchè desideravo che le persone che amo condividessero un pezzettino della mia vita di adesso, che vedessero che sto bene (che stiamo bene!), che non è stato solo un colpo di testa quello che mi ha portata qui il 26 aprile di due anni fa, che l’amore esiste. Porca miseria.

 

Invece ieri è successo questo

e allora io non posso più parlare soltanto della mia gioia, della mia attesa. Io devo parlare di questa città dove “l’unica cosa rossa rimasta sono i tetti”. Devo parlare della paura che mi infondono cose come quella successa ieri, paura di dire quello che penso. Paura di essere io. Eh no, cazzo, no.
Io voglio essere io, voglio dire le cose e le voglio dire a modo mio, coi compagni e le compagne che più o meno la pensano come me ma anche con quelli che la pensano diversa.

Io non voglio avere paura.
E per questo il 2 giugno sarò in piazza san Francesco a Bologna, a dire la mia.

Se ci credete, siateci.

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Mag 27 2009

quasi un harakiri

Insomma ci ha ragione la mia insegnante di yoga (eh si, perchè faccio pure yoga io, altrimenti che artista radical freak sarei?).La mia insegnante di yoga dice che dovrei dire quel che ho da dire. Bello scioglilingua del piffero, neh?

Epperò mi sa tanto che sono messa proprio così. Mi sto censurando. Mi sto censurando così tanto che ieri ci avevo la febbre altissima e non riuscivo ad alzarmi manco dal letto. Grande dolore, grandissimo. Ma com’è possibile che una quando si  ammala sta così male ma così tanto che pensa vaffanculo muojo? E poi il giorno dopo si è ripigliata così quale pallido fiore e vaga per la casa in cerca di alimenti adatti alla sua risalita verso il mondo dei vivi?
Mah. Io, se penso a come stavo l’altroieri e soprattutto ieri, un pochino mi vergogno. Una vermiciattola piena di moccio e bisognosa di coccole.
E oggi eccomi qua, a cercare di tappare i buchi aperti in questi giorni di assenza di wonderlucilla. Tac tac tac tracchete.
Tutti tranne uno, il buco nero dell’autocensura.
Quando ero piccola c’erano alcune occasioni in cui mio padre si incazzava molto. Esse coincidevano con tutte le volte in cui dicevo a mia madre che era una stronza egoista che non capiva un cazzo marcio.
Mio padre non si incazzava con me perchè pensava che mentissi e che offendessi gratuitamente chi non se lo meritava.
No.
Mio padre si incazzava perchè sosteneva che non c’è bisogno di dire sempre tutto. Sosteneva che ci sono alcune cose che non si dicono. Per motivi che, diceva, avrei capito in seguito.
Non so se li ho capiti, fatto sta che a un certo punto ho cominciato a scegliere alcune cose da non dire.
Ed è finita che adesso scelgo quelle da dire.

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Mag 24 2009

cough cough

Published by lucilla under Senza categoria

ho l’impressione che questa tosse

improvvisa e immotivata

sia una sorta di autocensura

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Mag 20 2009

ammutinamento della mia memoria


Era il giorno prima di partire per la Polonia.Ricordo esattamente come avevo trovato quell’occasione: era un viaggio di scambio organizzato dalla regione molise ed era passata la circolare a scuola. Erano anni che non andavamo più in vacanza. Mentre sentivo la prof che leggeva l’avviso pensai che i miei non mi avrebbero mai detto di no. D’altra parte sapevo bene che non avevano soldi per mandarmi in vacanza e che avrebbero accolto con sollievo l’ipotesi di liberarsi di me per due settimane.

E così era stato.

Sarei partita il 21 luglio. Avevo 17 anni e di tutto il trambusto degli ultimi anni non capivo nulla. Avevo solo dentro di me un grande senso di ingiustizia, e voglia di andarmene.

La sera del 20 luglio ricordo mio padre e me in cucina, nella grande casa rosa. Io stavo friggendo le frittelline di riso dolci, che avrei portato con me nel viaggio. Due giorni interi di viaggo in pullman! Non so bene su che libro di cucina avessi trovato quella ricetta ma a un certo punto avevo cominciato a friggere un giorno si e uno no. Mi facevano impazzire, quelle frittelline di riso. E improvvisamente i miei genitori avevano smesso di vietarmi ogni cosa. Cucinare, almeno, potevo farlo in pace.

E’ strano, i miei ricordi fino a una certa età sono ossessionati dalla presenza di mia madre. La mia infanzia è puntellata di disastrosi interventi materni, a un certo punto arrivava sempre mia madre, non importava che cosa stessi cercando di costruire, ma a un certo punto arrivava lei e distruggeva tutto.
Poi, da un certo punto in poi, mia madre sparisce.
Quella sera non so dove fossero tutti, mia madre, le mie sorelle, le dozzine di ospiti improbabili che popolavano la mia casa combinando casini su casini, non so proprio dove fossero. C’eravamo io e mio padre. Io ai fornelli, di spalle, e mio padre seduto sulla sua sedia, tra il tavolo e il termosifone, a guardare la tivvu con lo stuzzicadenti in bocca e il gomito appoggiato al tavolo.
Io friggevo le mie frittelline e lui guardava qualche programma e chissà se avrebbe voluto dirmi qualcosa, chissà se io avrei voluto dirgli qualcosa. Non ricordo, ricordo solo che avevo voglia di andarmene e di non tornare mai più, e mi sentivo in colpa nei suoi confronti per questo.
Allora non ci siamo detti niente, lui guardava il suo programma, era estate e aveva i soliti jeans corti strappati con quella cintura rosa, assurda, e la canottiera bianca, era grasso e sembrava più vecchio, più stanco di quanto non sembri ora.
La grande cucina odorava di riso fritto e latte e c’era una luce gialla, io ero di spalle e tamponavo l’olio con un tovagliolo e non ci siamo detti niente, niente di niente, io volevo andarmene e al tempo stesso avrei voluto poter rimanere e invece non potevo, perchè già non riuscivo a dire più nulla.

Era già troppo tardi. E le cose che avrei dovuto dirgli non le ho dette mai più.

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Mag 19 2009

la fata sfattina

è nata ieri notte e già si dimena come un’ossessa.

Ho l’impressione che il 2 giugno si impadronirà del palco di via San Francesco a Bologna.

E non ho idea di cosa dirà.

Mio malgrado.

Come se non mi bastassero i miei già numerosi alter ego,

ecco che è arrivata questa tipa dai capelli azzurri che non fa che ciaciare…

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Mag 16 2009

ancora bz bz

Published by lucilla under società, politica

Una generale e generalizzata insofferenza si è impadronita di me.
Bz Bz.
Prove di comunicazione con una me sempre più distante.
Non so nulla di quello che succede fuori dal - pur ingombrante - perimetro del mio corpo(bz),
figuriamoci se mi interesso a quello che accade dentro.
Bz Bz Bz.
Ma dentro cosa, poi?
Bz.
Certo se fossi stata un po’ più piccola un po’ più esile un po’ più trasparenbz
se avessi avuto meno fame
sarei stata un pochino più gestibile a me stessa (bz).
Ma soprattutto
mi annoiano tutti questi discorsi sull’accoglienza del diverso
Tutti questi bei discorsi
fatti da chi poi sull’autobus si scansa
se il suo vicino ha un odore o un tono di voce troppo forte
Mi annoiano
Bz.
E sono nella disperante posizione di poterlo dibz
Come chiunque non abbz niente da bzdere

siete grigi noiosi tristi siete morti

bz bz bz

sobzfoco

 

 

 

 

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Mag 13 2009

amh ehm uhhhh bah

Non ci ho le parole.
E’ qualche giorno ormai che le parole sono scappate da me.
Mi sono incazzata un paio di volte per problemi veri o presunti.
Insomma ho avuto uno shock. Sono shockata e mo so’cazzi amari. Alla faccia delle metafore gender correct.

Le parole sono scappate da me, e io mi sono incazzata così tanto nella loro ricerca che ho sfasciato un tasto del computer. Un tastino a caso, un tastino del piffero. Il maledetto tasto del. E ora non si può cancellare più niente.

O meglio. Si può cancellare, ma col tasto canc. Non so se mi spiego. Il tasto del è retroattivo, come l’oppio. Tu premevi e lui cancellava quello che era successo. Il tasto del cancellava il passato. E lo potevi riscrivere come volevi tu. Ma ora il tasto del è morto. Mi resta quel fascista reazionario, quel cattolico, bigotto tasto canc. Che ti fa tornare indietro, ti costringe a guardare, a interromperti, ti costringe a prendere la mira  verso il tuo futuro possibile ma anche verso l’errore che hai appena commesso. Devi guardare bene l’errore, vedere dove hai sbagliato  e poi fuoco. Zac. Oddio, non so se zac è l’onomatopeica migliore ma in questo vuoto di parole va benissimo.

Ho rotto il tasto del e ho perso le parole, roba che Ligabue mi fa un baffo. E ci sono molte cose che potrei scrivere e che non scrivo per questo motivo.
Il problema è che secondo me qualcuno me le ha rubate, le parole.

Per fortuna domani, che devo parlare a memoria per un’ora, so già tutto a memoria. Mi metto in funzione pappagallo e via, pilota automatico mentre io dormo.

Zzzzzz prrrrr squascscsc cracra

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Mag 10 2009

Published by lucilla under Senza categoria

 

 

blablabla

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Mag 06 2009

ricordi alimentari sparsi nel nordest (propaganda elettorale mascherata)


cielo bianco su Bologna come nei migliori fumetti di andrea pazienza
cielo bianco e io che improvvisamente mi domando:ma a bologna che fine hanno fatto le mense universitarie?nessuno di quelli cui l’ho domandato è stato in grado di rispondermi.
Gli ultracinquantenni mi parlano di storiche lotte per il mantenimento del beneficio gratuito della mensa per gli studenti. Se vado a riaprire le avventure di penthotal mi soffermo davanti alla tavola che mostra la mappa della coda della mensa, ore e ore di coda, un lungo serpente che si snoda tra le strade del centro di Bologna, un serpente serpeggiante ricco di sorprese e di imprevisti, e poi la tavola successiva mi mostra gli utenti della mensa, i pescaresi, i foggiani e via discorrendo.

E allora ritorno con la mente agli anni della mia università, anni trascorsi a Padaniacity pedalando come una deficiente dentro e fuori dalle quattro porte cittadine, cercando la pozione per acquistare il dono dell’ubiquità, visto che i prof si ostinavano a sovrapporre corsi obbligatori, anni trascorsi sotto la volta del grande arco di piazza dei signori o sul marciapiede di piazza delle erbe a fare quella cosa proibita, proibitissima, oggi pluricensurata che è bere lo spritz in piazza. Ma cosa dico? Bere LO spritz? Macchè, bere due, tre spritz, e intanto parlare, di niente ma soprattutto di tutto, e le noste rivoluzioni noi, noi che ora ci abbiamo più o meno trent’anni, le abbiamo fatte anche lì su quelle mattonelle, sotto quegli archi, in fila per lo spritz del bar all’angolo, e assicuro al sindaco uscente di Padaniacity che più che uscire alcoolisti noi siamo usciti da quegli anni e da quei bicchieri pensanti, ecco come siamo usciti, con la nostra testa e le nostre gambe, e soprattutto con le nostre idee e difatti non lo votiamo, anche se si ricandida, non lo votiamo perchè è un cubo di repressione e storie tristi e meschinità e parole usate male parole usate per confondere parole sparlate.

Oddio, stavo parlando delle mense e sono finita a fare campagna elettorale. Ma tanto a me che mi frega? Io un’alternativa possibile non ce l’ho, mi dispiace, io non la posso proporre, del resto io voto a Castello di Serravalle, ammesso che voti, e non ho la minima idea del destinatario della mia benedetta crocetta. E poi potrei pure non votare, che a me quello che m’importa ormai è ben altro, e tutti gli anni trascorsi a Padaniacity impegnandomi in politica mi hanno fatto capire una cosa soltanto: che è inutile. Che ci sarà sempre qualcuno che mi strumentalizzerà e che nel momento del bisogno sarò opportunamente lasciata sola e con le braghe calate.

E allora io abbandono felicemente l’idea della bassa politica e ritorno alle mense, alle ore trascorse in fila ad aspettare il proprio turno, ai pasti smezzati coi compagni che non ci avevano il diritto alla mensa gratis. Ritorno alle mense, alle corse in bicicletta, ai tovaglioli imboscati tra i libri e all’insalata di travertino, immangiabile, vetusta, rocciosa, una vera e propria scultura vegetale, che la povera studentessa fuorisede provava disperatamente a masticare al posto dell’altro contorno di prassi ovvero spinaci al burro, leggi olio esausto con alcune cose verdi a galleggiarvi in mezzo.

Le mense, le mense per me rappresentano l’idea del diritto, ecco cosa rappresentano. Si andava in mensa perchè c’era il diritto a quel pasto, perchè eravamo studenti e dovevamo magnà, se no chi ce la faceva a studiare. Andavamo in mensa e passavamo fieramente il nostro badge che una settimana si e una no si smagnetizzava, e se trovavi l’impiegato stronzo non ti faceva mangiare, per il puro gusto di farti un dispetto, ma era un caso, era un caso davvero perchè in genere la mensa era un tuo diritto.

E ora voglio sapere dove sono finite le mense universitarie di Bologna.

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Mag 04 2009

Everybody says Veronica

Insomma, è tutto un gran ciaciare. Roba che a me i pochi peli mi si drizzano e le budella mi si intorcinano. Come se la cosa veramente importante fosse che una donna (neanche particolarmente intelligente, visto che comunque prima di decidersi ci ha messo vent’anni), dopo l’ennesimo tradimento del marito, decida di divorziare.
Ma dico, ma secondo voi le donne non hanno davvero un piffero da fare? Io non lo so. E c’è perfino chi blatera di candidarla. E financo chi la voterebbe! Ma siamo impazziti?
Mentre i blog, facebook e la grande rete al completo si sbizzarriscono nel cagare pareri sulla presunta fine della love story Lario-Berlusconi  io, donnicciuola normale, vanto una giornata trascorsa pedalando come una disperata in giro per Bologna, cercando di far valere i miei diritti su vodafone e al tempo stesso tentando di non farmi smutandare dalle poste italiane, che anche qui bisognerebbe dire ma quali poste italiane? dove sono finite le poste? forse sono sommerse da quelle pile di libri di cucina e cd di gianni morandi che l’impiegata di turno cerca di venderti dopo che tu hai fatto un’ora di fila, ma che dico un’ora? ma magari! Se sei stata così ingenua da pensare che il fatto di avere un conto bancoposta aperto ti faciliti, e se hai quindi preso il bigliettino con la scritta “riservato correntisti” scoprirai che ti tocca una fila lunga mediamente il doppio di quella degli altri. Positiva strategia di marketing: visto che sei già una cliente non abbiamo bisogno di fidelizzarti, quindi aspetta che intanto ci intortiamo gli altri. Intanto che ti fai le tue tre ore di coda puoi tranquillamente pensare se comprare questa pratica e sobria cassetta delle lettere a forma di autobus inglese o se invece acquistare il kit del disegnatore per tuo figlio o magari l’albo filatelico speciale dedicato a inter campione d’Italia 2008 (e forse chi lo sa, anche 2009, tanto meglio, possiamo riciclare i resi).
E quando finalmente arriva il tuo turno la simpaticissima impiegata guarda il foglio che hai compilato e vede che non hai messo le crocette sotto la scritta “autorizzo poste italiane a diffondere il mio numero di scarpe nonchè la taglia del mio reggiseno a tutti coloro che ne faranno richiesta e anche a coloro che non ne faranno richiesta, anzi le autorizzo a mandare un apposito depliant a tutti indiscriminatamente con dettaglio sui miei gusti sessuali alimentari e cinematografici”. Vede questa casella vuota e cosa pensa? cosa pensa la sagace impiegata delle poste? pensa che tu abbia semplicemente dimenticato di barrare la casella con apposita crocetta, pensa che tu sia una ragazza distratta, con queste codine poi e l’aria da frikkettona, pensa che forse ti sei fumata una canna di troppo e per non urtare la tua sensibilità cosa fa la sagace impiegata? cosa fa per non mortificarti? barra la casella al posto tuo, lo fa con un gesto tremendamente rapido, imprevedibile, così che tu non abbia tempo di fermarla e quando ti scappa un disperato noooooo lei ti guarda, attonita, stupefatta, lentamente il suo sorriso le muore sulle labbra, forse pensa che non sei solo una frikkettona, sei anche una disobbediente, una di quelle che fanno gli espropri proletari (e non avrebbe del tutto torto), che ora la aggredirai e la malmenerai, che la priverai della sua preziosissima scheda postemobile, e tu allora per prevenire ulteriore allarme nonchè chiamata della guardia, cerchi di recuperare la calma e le dici, semplicemente

io non acconsento al trattamento dei miei dati personali, mi scusi

lei ti guarda ancora una volta. Tu ripeti la stessa frase di cui sopra, stessa tonalità ma più lentamente.

i-o-n-o-n-a-c-c-o-n-s-e-n-t-o-a-l-t-r-a-t-t-a-m-e-n-t-o-d-e-i-m-i-e-i-d-a-t-i-p-e-r-s-o-n-a-l-i-m-i-s-c-u-s-i

Lei allora, improvvisamente senza sorridere, smorta, delusa, affranta, ti dice che è la prima volta che le capita. e che non sa adesso che cosa  deve fare per completare la procedura. Si alza e dichiara che andrà a chiedere ai suoi superiori.

Silenzio. Attorno a te ci sono circa cinquanta persone con il loro bigliettino in mano che aspettano che tu te ne vada, che tu sloggi, che la macchina luminosa segni un numero in più, e invece è chiaro che per colpa tua il meccanismo si è incappato. Tu sudi e sorridi timidamente cercando di sillabare “è una cosa importante”. Ma la folla ti è nemica. Ti guardi ancora attorno e ti rendi conto che rischi il linciaggio. Ma per fortuna in quel momento irrompe la direttrice, capello lungo fluente vaporoso appena trattato con uno di quegli shampoo della tivvù, vestito in seta rosa antico, collant a rete e tacco sette. La direttrice, splendida in tutta la sua veste di pubblica rappresentante di fu poste italiane, la direttrice che chiamata dall’impiegata impanicata emana il verdetto: la pratica va rifatta da capo. Per fortuna lo dice con un tono così perentorio da sedare i bollenti umori degli astanti. La direttrice ti ha salvato.

 Ecco sono così stanca così incazzata con vodafone e postemobile così indignata che ho persino cominciato a parlare di me in terza persona, siamo messi bene, io e me non coincidiamo più per niente. E sempre pedalando come un’ossessa sono andata a fare la spesa ricordandomi le lamette per il fidanzato e cottonfiock per me, poi con il cestino straripante e pesantissimo sono arrivata annaspando, lingua così a terra che per poco non si incastrava nei raggi della ruota davanti, fino alla mia automobile. Lascia la bici prendi la macchina patapimpatapam, fatti un’ora di auto sulla bazzanese durante l’ora di punta mentre quei simpaticoni di caterpillar blaterano consigli per gli acquisti, arriva sfinita a casa scarica la macchina innaffia l’orto prima che sia troppo buio e poi

Poi avevo pensato di cucinarmi gli spaghetti allo scoglio, ma ero troppo stanca e ho mangiato mezzo barattolo di olive verdi.

Tutto questo mentre la famiglia Berlusconi crolla. Mi sento proprio irrispettosa.

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