Era il luglio di alcuni anni fa, mi trovavo in Africa ed era un periodo incasinatissimo. Da quando io e Anton ci eravamo lasciati ero passata da un casino sentimentale a uno lavorativo senza soluzione di contintuità. Ora mi trovavo a Pemba, nel nord del Mozambico, a fare una cosa che per metà era lavoro e per metà ferie, era un progetto che avevo preparato per un anno intero, tutto nei minimi particolari, ci tenevo moltissimo e mi sembrava di aver vinto tutte le possibili cause di disastro.
Peccato di superbia, direbbe il parroco. Da quando ero atterrata a Maputo me ne erano capitate di tutti i colori. Ero piuttosto scoraggiata. Ma ecco. Finalmente il lavoro finisce e parto per il nord -insieme a un amico e a quello che pensavo fosse il mio fidanzato- per due settimane di ferie.
Da Pemba decidiamo di andare sull’isola di Quibo. Pare essere un posto piuttosto desolato dove non c’è manco la corrente elettrica. Facciamo un giro in città per capire come arrivarci e decidiamo di lanciarci all’avventura.
Ci alziamo alle tremmezza per andare a prendere il chapa che ci avrebbe portati fino al posto dove prendere la barca. Aspettiamo mezz’ora, un’ora, in mezzo alla polvere e a gruppetti di gente impazzita che corre appresso a chapas e machibombo che non hanno nessuna voglia di fermarsi. Donne con galline appese ai polsi saltano al volo, panieri colmi di vivande volano sui tetti dei furgoncini stracolmi, bambini smoccolosi sbucano dai finestrini, e il nostro chapa niente, non arriva. Siamo gli unici tre bianchi in mezzo all’africa più nera, è notte e il chapa non passa. Ho sonno. Dopo un’ora e mezza qualcuno ci dice che il chapa per la costa non passa oggi perchè ieri si è rotto. Che ne dobbiamo prendere uno che ci porterà a metà strada e da là fare l’autostop.
Recuperata un po’ di buona lena aspettiamo l’ennesimo chapa e ci infiliamo di buon grado, accettando di pagare il biglietto più alto solo perchè siamo brancos padroes. Mi spiaccico vicino al cobrador, c’ho il culo che dopo dieci minuti formicola in una maniera pazzesca, cerco ogni tanto di dare un occhio al mio zaino caricato in mezzo a banane galline e porte a soffietto ma non si vede, per quanto mi riguarda potrebbe già esser volato giù da un pezzo. Ma cerco di rasserenarmi guardando i baobab e pensando che in fondo, bene o male ormai sono in viaggio.
Il chapa ci scarica in un posto in mezzo al nulla e il cobrador ci dice di aspettare un altro chapa che ci porterà nel posto da cui fare autostop. Pazienti come tre pecorelle seguiamo le indicazioni ed eccoci di nuovo caricati in maniera assai rocambolesca su un nuovo sgarrupatissimo furgone che dopo un tempo immemorabile ci lascia in mezzo al nulla. Tre case, una fonte con delle donne che vi attingono dell’acqua usando grosse taniche gialle e una casa più grande con la scritta pensao. Qua dobbiamo fare autostop. Non abbiamo niente da mangiare. Il tipo della pensao ci vende tutti i pacchetti di biscotti che ha ma siamo costretti a smezzarli col nugolo di ragazzini che ci travolge nel giro di pochi secondi.
Passano le ore e non passa nessuno. E’ mezzogiorno e siamo sempre lì. Non è passata nemmeno una macchina. La curiosità iniziale che gli abitanti provavano nei nostri confronti si è presto trasformata in indifferenza.
A. se ne va in giro furiosamente. Il mio presunto fidanzato parla tutto il tempo al telefono con quella che-mi ha appena rivelato- è la sua fidanzata ufficiale, con la quale si ricongiungerà appena rientrato nel primo mondo. Dico io, non me lo potevi dire almeno prima di partire per andare insieme in Africa? Io le coppie aperte le odio. Mentre lo guardo parlare al telefono mi rendo conto che da tre mesi frequento un ragazzotto maschilista pure piuttosto rozzo mascherato da attivista, un uomo per nulla interessante nel quale sono incappata perchè ero troppo incasinata per starmente tranquilla al posto mio. Se avessi una pistola gli sparerei, tanto qua sai a chi glie ne frega, un bianco in meno, tanto meglio. Me ne voglio andare. Penso che questo posto fa schifo. Penso che quest’uomo fa schifo, è un colonizzatore travestito da crocerossino, non capisce un cazzo dell’amore e delle donne. Penso che questi biscotti fanno schifo e sono pure finiti da un pezzo.
Sono le quattro e siamo ancora qui. Se non decidiamo cosa fare finisce che dormiamo davanti alla scritta pensao. La batteria del cellulare del mio presunto fidanzato a metà si è finalmente scaricata, lui ha capito dove siamo e si è leggermente preoccupato. Dopo una breve discussione decidiamo di tornare a Pemba.
Sono almeno quaranta chilometri. Ci avviamo a piedi. IO mi avvio a piedi sperando di trovare nel tragitto qualcuno a cui chiedere un passaggio. I due mi seguono in silenzio. Ognuno si porta il suo stronzissimo zaino.
Dopo un paio di km arriviamo in un posto dove molta gente aspetta. Aspettano un passaggio per Pemba. Gentilmente ci propongono di aspettare anche noi.
Mangio una banana e butto la buccia in mezzo al nulla, come fanno tutti gli altri.
Dopo non so quante ore ci caricano su un camion pieno di sabbia. Io in cabina con l’autista e sua mamma, i due maschi bianchi in mezzo alla sabbia, dietro. Fa un freddo boia. Il viaggio è lunghissimo. La strada è buia e per quanto mi riguarda potremmo pure essere stati sequestrati dal Renamo, non ci capisco più un cazzo, ho sonno.
E’ notte fonda quando arriviamo a Pemba e ci buttiamo a dormire nella stessa schifosissima pensione che avevamo lasciato la notte prima, con gli scarafaggi che assaltano le zampe del letto e i sanitari del cesso finti.
A Quibo non ci saremmo mai arrivati.
E ora il parroco mi venga a dire che tutte le esperienze insegnano qualcosa.
A me questa esperienza non mi ha insegnato un bel niente.
Io, se non la facevo, stavo meglio.
E penso anche la fidanzata del mio fidanzato, che è l’unica persona che ho salvato di tutta questa storia infame, alla fine della giostra.