Archive for Luglio, 2009

Lug 25 2009

dovrei studiare a memoria qualcos’altro ma non posso resistere e allora

Quando eravamo piccole una delle cose più belle dell’estate erano le bombe d’acqua. Una cosa veramente, veramente rivoluzionaria. Nostra mamma ci comprava delle buste piene di palloncini di plastica e noi eravamo autorizzate a stare ore appiccicate al lavandino del bagno 007 (il lido che mio padre aveva scelto per il nostro soggiorno, complice la sua passione per i film di James Bond) cercando di far aderire la bocca del palloncino, vischiosa e stretta, al collo bagnato del lavandino. La metà dei palloncini ci esplodeva in faccia  durante l’operazione, il resto veniva faticosamente chiuso dalle nostre ditina e utilizzato per fare i gavettoni. Questa storia dei gavettoni era strabiliante. Si trattava di una sorta di porto franco, l’unico momento in cui nessuno dei grandi si arrabbiava con noi e tutti, indistintamente, eravamo autorizzati a lanciarci bombe d’acqua; dopo cinque minuti la spiaggia era un delirio di corse all’ultimo palloncino e quando i palloncini finivano si passava a riempire forsennatamente secchielli d’acqua e formine. Le bombe d’acqua facevano crollare ogni barriera tra noi bambini meridionali e quelli del settentrione che stavano allo stesso lido. A volte la lotta era così furibonda che continuava in appartamento, persino mia zia, che solitamente passava il tempo a lamentarsi spostando il suo pesante culone dal lettino, alla sdraio, alla sedia del soggiorno, partecipava al delirante bagno collettivo.

Il porto franco della bomba d’acqua è ritornato gioiosamente durante gli anni dell’università. Quando a Montechange arrivava la primavera le ragazze indossavano la canottiera e gli appartamenti maschili pullulavano di apprezzamenti e dichiarazioni d’intenti (quasi mai portate a termine). Si andava in mensa in bicicletta abbandonando finalmente guanti e cappotti, io cantavo e qualcuna più di una volta rimaneva col gonnellone impigliato nella ruota di dietro.
Alla sera, poisi organizzava il torneo di pallavolo. Tutti potevano giocare, anche quelli che, come me, alle scuole superiori erano l’incubo del prof di educazione fisica. E dopo il torneo puntualmente qualcuno lanciava una busta dell’eurospar dalla finestra, una busta colma d’acqua che dava l’inizio alla lotta furibonda. Spuntavano i capezzoli sotto le canottiere e le gonne sottili si appiccicavano alle cosce bagnate. Ridevamo, urlavamo, e ogni riserbo invernale veniva temporaneamente accantonato.

Ieri pomeriggio, passeggiando per Salerno, abbiamo scoperto quattro bambini che armeggiavano con i palloncini alla bocca di una fontana. Un palloncino è scoppiato e si sono fatti tutti la doccia. Ridevano.  Anche noi abbiamo riso.

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Lug 23 2009

notte salernitana

E’ quasi l’una di questa ennesima notte di lavoro nell’immenso complesso di Santa Sofia. Ogni stanza rigurgita vita trasformata in creta disegni brandelli di video musica costumi parole bombolette spray vernice pinze fil di ferro.
E il sonno tarda a venire.
Finito di girare da mezz’ora, consumata un’insalata miracolosamente fornita da uno dei compagni, eccomi a cercare di capire come stare dentro questo immenso labirinto che abbiamo creato, come muovermi e muovere le persone che mi seguiranno, mi alleo, mi lego e mi scollego, domando, vado in villa ci torno e ci ritorno, giro e rigiro immagino luoghi e situazioni blatero a mezza voce e il lavoro è ancora lungo.
Il lavoro è per i compagni e per le compagne che hanno avuto fiducia e che hanno regalato il loro mese di luglio a questo progetto. Oi, un mese intero non è poco, un mese intero, a trent’anni, è mezza vita. E noi lo abbiamo messo nelle mura di questo ex convento che popoliamo chiassosamente in una specie di bolla di abbandono che ci divide dal mondo di fuori.
Eh, perchè divisi siamo divisi.
E pure un po’ incazzati. Io per esempio, quando oggi ho scoperto che il mio committente non ha mai visitato il mio sito, non ha mai letto niente di quello che ho scritto e non ha mai visto nemmeno uno dei miei video promozionali, un pochetto mi sono incazzata.
Ma mentre ci ripenso già arriva il messaggio di una nuova bellissima compagna di questi giorni che mi invita a una breve passeggiata notturna e allora ecco, vado, interrompo per un poco il flusso di questa notte e poi dopo vedrò, dopo vedremo.

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Lug 21 2009

the experiment!!!

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Lug 20 2009

onda su onda

Published by lucilla under carla vitantonio, teatro

in questo perpetuo stare
(accanto a me un ballerino studia una nuova coreografia)
cerco parole che siano di tutti noi
ma noi chi?
questo strano animale anfibio
mani sporche di vernice, bocca parlante, arti costantemente in movimento

sguardo inquieto

questo siamo diventati
anche un pochino paranoici
ognuno si cerca il suo buchino di riservatezza
ognuno si rannicchia come può
porto sempre le cuffie, anche quando non ascolto nulla,
così che nessuno mi parli

e io

ora

dovrei scrivere di un percorso
verso una coscienza diversa
ma chi me lo ha fatto fare?
pelare questa gatta gigantesca per ottocento euri meno spese di viaggio
insomma, alla fine
non sappiamo bene se ne sia valsa la pena
e come ho già avuto modo di dire
non è vero che tutte le esperienze insegnano
ci sono esperienze che uno preferirebbe non fare
io questa esperienza qua non so ancora dove la metto

ma diciamo
ammettiamo
a denti stretti
che il rispetto applicato alla vita quotidiana
non è proprio il punto forte del nostro committente
e nonostante tutto
sono tra i più equilibrati dell’equipaggio.

Tanto per dare un’idea

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Lug 16 2009

ci vorrebbe una bolla

tra le poche cose che i miei genitori hanno capito di me ce n’è una importante: quando sono nel processo creativo mi devono lasciare stare. Certo, ho sempre avuto il dubbio che in realtà non avessero capito un bel niente, e che banalmente ogni tanto si dimentichino di me e per caso questi buchi neri della loro memoria coincidano con i miei momenti più produttivi

- in inciso, oggi faccio fatica coi congiuntivi-

comunque, rimane il fatto che mi lasciano perdere. Sono qui da due settimane e loro si fanno vivi soltanto se interpellati da opportuno squillino filiale. E io, sinceramente, apprezzo. Basta pochissimo per interrompere questo flusso sottile che lentamente ha cominciato a uscire da me. Ogni stimolo esterno può essere potenzialmente shockante. Non si guardano i tiggì, non si leggono i giornali, si parla poco, pochissimo con gli amici, lo spazio chat è drasticamente ridotto. Non è per cattiveria. Io lo so che non è facile capire e blablabla. Ma quando sono dentro questa cosa   una cattiva notizia, o semplicemente una notizia imprevista, una sorpresa, uno sbalzo di temperatura, una scossetta, può diventare una tragedia. Ci vuole un attimo a interrompere il fluire, e poi io ci metto una giornata a rimettermi in sesto. Ci vorrebbe una bolla dentro la quale galleggiare senza essere davvero toccati dalle cose.
Tutto questo, prima dell’ennesima riunione alla ricerca di un piano luci collettivo.

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Lug 15 2009

lotta dura alla verdura

Published by lucilla under Senza categoria

intasata, paranoica, stanca e con una bella gatta da pelare. Blocco totale. Completa riluttanza allo scrivere un elaborato che in qualche maniera possa spiegare (spiegare?) il lavoro che sto facendo.
Io sono io.  E questa non è una garanzia. Sovraffollata e sola.
Mi ciuccio in ogni caso il rimprovero o, peggio, il consiglio. E non c’è spazio per la mia rabbia. Nemmeno per la lamentela.
Ho dentro di me un senso di ingiustizia.

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Lug 13 2009

ecco dov’ero finita

Published by lucilla under viaggi, carla vitantonio, lavoro, tour, teatro

E’ successo tutto molto in fretta. Avevo fatto richiesta per provini, audizioni, residenze tricche e ballacche in tutta Italia. E ogni tanto qualcosa ritorna. Per cui eccomi già da diversi giorni a Salerno, per un mese di residenza creativa.
Non ho tempo, non ho voglia e forse non ho manco le energie per spiegarmi su cosa stia succedendo qui. Del resto un diario tecnico lo sto tenendo su klp.I curiosi e i fannulloni potranno gioire della polemica che ho innescato attraverso i miei primi resoconti. Luciferilla assiste compiaciuta e poco compassionevole alla guerra dei delusi, senza curarsene poi troppo. I delusi ci sono ovunque, e a volte la sottoscritta ne fa parte.
Ora, però, non ho tempo per i tranelli politici e soprattutto sono oberata dalla mole di lavoro e dagli annessi problemi logistici. Penso poco, pochissimo, scrivo anche meno. Forse devo ancora trovare la mia dimensione salernitana.
Ammesso che io ci riesca prima di essere avvelenata dagli ostellanti, che ogni sera superano loro stessi nel proporci nuove forme di veleno alimentare.
Gli intossicati non si contano. Io da giorni mangio solo insalata. Sarai almeno dimagrita, starà sussurrando qualche bocca maligna. No, non sono dimagrita perchè qui l’insalata consiste in una terrina piena d’olio dove galleggiano alcune foglie di radicchio e rucola.

Ma ora è giunto il momento del mio riscaldamento quotidiano. Spero di poter aggiornare quanto prima questo luogo. La fortuna è che tutto questo intasamento di sensazioni mi sta allontanando dalle pesantezze dell’ultimo periodo.  Vivo in un universo parallelo che termina sul lungomare di questa cittadina soleggiata.

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Lug 10 2009

volevo solo dire

Published by lucilla under padaniacity, nordest, politica

 questo

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Lug 07 2009

Published by lucilla under Senza categoria

mentre mangiamo il risotto ai frutti di mare da qualche parte sta succedendo un casino.

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Lug 04 2009

ci sono alcune esperienze che.

Era il luglio di alcuni anni fa, mi trovavo in Africa ed era un periodo incasinatissimo. Da quando io e Anton ci eravamo lasciati ero passata da un casino sentimentale a uno lavorativo senza soluzione di contintuità. Ora mi trovavo a Pemba, nel nord del Mozambico, a fare una cosa che per metà era lavoro e per metà ferie, era un progetto che avevo preparato per un anno intero, tutto nei minimi particolari, ci tenevo moltissimo e mi sembrava di aver vinto tutte le possibili cause di disastro.

Peccato di superbia, direbbe il parroco. Da quando ero atterrata a Maputo me ne erano capitate di tutti i colori. Ero piuttosto scoraggiata. Ma ecco. Finalmente il lavoro finisce e parto per il nord -insieme a un amico e a quello che pensavo fosse il mio fidanzato- per due settimane di ferie.
Da Pemba decidiamo di andare sull’isola di Quibo. Pare essere un posto piuttosto desolato dove non c’è manco la corrente elettrica. Facciamo un giro in città per capire come arrivarci e decidiamo di lanciarci all’avventura.
Ci alziamo alle tremmezza per andare a prendere il chapa che ci avrebbe portati fino al posto dove prendere la barca. Aspettiamo mezz’ora, un’ora, in mezzo alla polvere e a gruppetti di gente impazzita che corre appresso a chapas e machibombo che non hanno nessuna voglia di fermarsi. Donne con galline appese ai polsi saltano al volo, panieri colmi di vivande volano sui tetti dei furgoncini stracolmi, bambini smoccolosi sbucano dai finestrini, e il nostro chapa niente, non arriva. Siamo gli unici tre bianchi in mezzo all’africa più nera, è notte e il chapa non passa. Ho sonno. Dopo un’ora e mezza qualcuno ci dice che il chapa per la costa non passa oggi perchè ieri si è rotto. Che ne dobbiamo prendere uno che ci porterà a metà strada e da là fare l’autostop.
Recuperata un po’ di buona lena aspettiamo l’ennesimo chapa e ci infiliamo di buon grado, accettando di pagare il biglietto più alto solo perchè siamo brancos padroes. Mi spiaccico vicino al cobrador, c’ho il culo che dopo dieci minuti formicola in una maniera pazzesca, cerco ogni tanto di dare un occhio al mio zaino caricato in mezzo a banane galline e porte a soffietto ma non si vede, per quanto mi riguarda potrebbe già esser volato giù da un pezzo. Ma cerco di rasserenarmi guardando i baobab e pensando che in fondo, bene o male ormai sono in viaggio.
Il chapa ci scarica in un posto in mezzo al nulla e il cobrador ci dice di aspettare un altro chapa che ci porterà nel posto da cui fare autostop. Pazienti come tre pecorelle seguiamo le indicazioni ed eccoci di nuovo caricati in maniera assai rocambolesca su un nuovo sgarrupatissimo furgone che dopo un tempo immemorabile ci lascia in mezzo al nulla. Tre case, una fonte con delle donne che vi attingono dell’acqua usando grosse taniche gialle e una casa più grande con la scritta pensao. Qua dobbiamo fare autostop. Non abbiamo niente da mangiare. Il tipo della pensao ci vende tutti i pacchetti di biscotti che ha ma siamo costretti a smezzarli col nugolo di ragazzini che ci travolge nel giro di pochi secondi.
Passano le ore e non passa nessuno. E’ mezzogiorno e siamo sempre lì.  Non è passata nemmeno una macchina. La curiosità iniziale che gli abitanti provavano nei nostri confronti si è presto trasformata in indifferenza.
A. se ne va in giro furiosamente. Il mio presunto fidanzato parla tutto il tempo al telefono con quella che-mi ha appena rivelato- è la sua fidanzata ufficiale, con la quale si ricongiungerà appena rientrato nel primo mondo. Dico io, non me lo potevi dire almeno prima di partire per andare insieme in Africa? Io le coppie aperte le odio. Mentre lo guardo parlare al telefono mi rendo conto che da tre mesi frequento un ragazzotto maschilista pure piuttosto rozzo mascherato da attivista, un uomo per nulla interessante nel quale sono incappata perchè ero troppo incasinata per starmente tranquilla al posto mio. Se avessi una pistola gli sparerei, tanto qua sai a chi glie ne frega, un bianco in meno, tanto meglio. Me ne voglio andare. Penso che questo posto fa schifo. Penso che quest’uomo fa schifo, è un colonizzatore travestito da crocerossino, non capisce un cazzo dell’amore e delle donne. Penso che questi biscotti fanno schifo e sono pure finiti da un pezzo.
Sono le quattro e siamo ancora qui. Se non decidiamo cosa fare finisce che dormiamo davanti alla scritta pensao. La batteria del cellulare del mio presunto fidanzato a metà si è finalmente scaricata, lui ha capito dove siamo e si è leggermente preoccupato. Dopo una breve discussione decidiamo di tornare a Pemba.
Sono almeno quaranta chilometri. Ci avviamo a piedi. IO mi avvio a piedi sperando di trovare nel tragitto qualcuno a cui chiedere un passaggio. I due mi seguono in silenzio. Ognuno si porta il suo stronzissimo zaino.
Dopo un paio di km arriviamo in un posto dove molta gente aspetta. Aspettano un passaggio per Pemba. Gentilmente ci propongono di aspettare anche noi.

Mangio una banana e butto la buccia in mezzo al  nulla, come fanno tutti gli altri.

Dopo non so quante ore ci caricano su un camion pieno di sabbia. Io in cabina con l’autista e sua mamma, i due maschi bianchi in mezzo alla sabbia, dietro. Fa un freddo boia. Il viaggio è lunghissimo. La strada è buia e per quanto mi riguarda potremmo pure essere stati sequestrati dal Renamo, non ci capisco più un cazzo, ho sonno.
E’ notte fonda quando arriviamo a Pemba e ci buttiamo a dormire nella stessa schifosissima pensione che avevamo lasciato la notte prima, con gli scarafaggi che assaltano le zampe del letto e i sanitari del cesso finti.
A Quibo non ci saremmo mai arrivati.

E ora il parroco mi venga a dire che tutte le esperienze insegnano qualcosa.
A me questa esperienza non mi ha insegnato un bel niente.
Io, se non la facevo, stavo meglio.
E penso anche la fidanzata del mio fidanzato, che è l’unica persona che ho salvato di tutta questa storia infame, alla fine della giostra.

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