Archive for Dicembre, 2009

Dic 29 2009

verso il deserto

Published by lucilla under uudm, viaggi, carla, vitantonio

Ore novemmezza e già siamo sulla strada per Ouarzazade. I primi venti km sono tutti di muri che separano la strada da ricchissimi resort, club med valtur francorosso no alpitour ahiahiahiahi. Ma poi a un certo punto, improvvisa, comincia la montagna. Siamo alle porte dell’Atlante. Ogni curva sono diecimila nuovi colori che quasi ci aggrediscono la vista, la terra è verde poi nera poi improvvisamente rossa che più rosso è impossibile pensare, passiamo uno dopo l’altro piccoli borghi che ci sembrano specie di luoghi di frontiera per merci e camionisti. Sulla strada ciclisti in turbante vorrebbero venderci minerali quasi fosforescenti ma noi che ce ne facciamo, dei minerali sottratti illegalmente all’Atlante? saliamo saliamo saliamo, ogni tanto un villaggio anch’esso completamente rosso e perfettamente mimetizzato tra le rocce si intravvede, panni stesi e pedoni al ciglio della strada, e soprattutto questo immenso deserto di rocce e di strati che si sovrappongono l’uno all’altro ordinatissimi in una specie di manuale di geologia a cielo aperto. A duemila e duecento metri facciamo una sosta, abbiamo due mandarini e un pane. Ci arrampichiamo a piedi su una cima ventosissima, che mi pare di cadermene giù e le orecchie mi fischiano come su un aereo. Al di là della cima ci sono delle specie di bivacchi di pietra per i pastori che vi passano, e all’esterno ci sono piccoli e rotondi forni d’argilla scavati nel terreno. Al ritorno un cane ci chiede le ultime briciole di pane. Glie le diamo e proseguiamo. L’abbigliamento delle persone cambia insieme ai colori della terra. Nel pomeriggio, a cinquanta km dalla città, carichiamo un autostoppista che ci dice di avere la macchina rotta. A questo proposito la guida avvisa che questa è la strategia preferita dagli adescatori di turisti per condurli in luoghi dove acquistare souvenir o proporre gite organizzate. Noi all’inizio non ci crediamo, ma dopo un po’ ci accorgiamo che le macchine presumibilmente rotte, sulla strada, sono davvero tante. Il nostro ospite ci racconta storie di tuareg e di carovane che trasportano merci attraverso il deserto fino al Mali e rientrano con pezzi d’artigianato e prodotti di scambio. Non so se credergli, ma le sue storie hanno sicuramente fascino, sarà forse un autostoppista fasullo, ma le sue storie valgono la pena del passaggio. Arrivati a Ouarzazade ci propone di offrirci un te nella casa del cugino e noi ovviamente accettiamo. Il cugino, vestito in abiti tuareg, ci accoglie in un immenso salone arredato alla berbera e ci racconta storie del deserto per un po’. Noi, che abbiamo capito davanti a chi ci troviamo, insistiamo sul fatto di essere molto molto squattrinati. Prima di salutarci ci propone una soluzione, a suo dire, adeguata al nostro portafogli. Siamo stanchi dal viaggio e dal continuo dover diffidare cui siamo stati costretti nei giorni passati. Ci facciamo guidare all’albergo e ne siamo pure contenti. Tiriamo dignitosamente sul prezzo e accettiamo la stanzetta dall’altra parte del ponte che divide in due la città. Dopo esserci ripigliati andiamo a vedere la Kashba che, dicono, vale davvero la pena. E difatti al tramonto è un immenso spettacolo di pietre rosse, paglia e fango, che si staglia tra la montagna e la valle del Draa, che si intravvede all’orizzonte. Dopo pochissimo molti bambini si propongono come guide e facciamo l’errore di essere troppo ottimisti e accettarne una. Tragedia. Al momento del saluto, dopo averci raccontato le quattro stronzate che sapeva sulla Kashba, e che sapevamo pure noi perchè sono le stesse che si trovano su qualsiasi guida della città, ci chiede una moneta. Glie la diamo, ma non è contento. Proviamo ad andarcene ma lui ci segue urlando. Continuiamo a camminare e lui si fa venire una mezza crisi isterica per farsi dare più soldi. Facciamo finta di niente, proviamo ancora a proseguire ma lui prende una grossa pietra e cerca di lanciarcela, la situazione precipita velocissimamente, non so se cercare di chiamare la polizia o se fingere che nulla stia succedendo, il bambino sta facendo la sua scena madre ma il problema è la pietra nelle sue mani, per fortuna l’uudm tira fuori il mostro che è in lui e con un francese che non gli avevo mai sentito gli intima di lasciarci in pace. Il bambino improvvisamente sparisce. Io mi ero molto spaventata, ora respiro. Anche l’uudm, mi accorgo, era teso e un po’ spaventato. Mi ero vista morta con la testa spaccata dalla pietra, proprio adesso che mi sto cominciando a godere la vita. Per rinfrancarci torniamo nel centro della città, che a parte gli studi cinematografici e la kashba non è poi una gran bella città, e ci buttiamo nel mercato. Troviamo un baracchino che profuma di dissenteria e decidiamo di correre il rischio. Assistiamo divertiti alla ricerca di un interprete che possa proporci in francese l’unico piatto della sera. Anche qui c’è un gatto che vuole le mie polpettine. Io lo ignoro.
Compriamo datteri fichi secchi e biscotti e torniamo in albergo, domani partiamo per il deserto.
La mattina dopo carichiamo un altro finto autostoppista che ci conduce, con la scusa del te, a un luogo dove vorrebbe che comprassimo tappeti, ma soldi noi non ne abbiamo per davvero, quindi ci beviamo il te con calma e poi salutiamo. Dopo poco arriviamo alla valle del Draa, un trionfo di palmeraie, villaggi abbandonati, ogni villaggio con la sua meravigliosa kashba semidiroccata, e agglomerati di contadini che si occupano dei datteri. La gente vive indifferente tra le macerie e questo mi ricorda in maniera fortissima Ilha do Moçambique e la sua molle, affascinante e contagiosa decadenza. Ci fermiamo per passeggiare nell’oasi e conosciamo un contadino che ci racconta dettagliatamente come si cresce la palma da dattero e quali sono le culture sul luogo, poi ci dice di essere stata un figurante nel film che Bertolucci ha girato oltre il fiume. Ci fa fare un giro nella palmeraia e ci fa assaggiare i datteri che coglie direttamente dalla palma. Dalla palma! io non ho mai mangiato dei datteri così. Sono buoni, zuccherini, sembrano quasi avere una patina di caramello, una squisitezza. Voglio mangiare questi datteri per sempre! Muhammad ci invita a casa sua ma decliniamo, abbiamo voglia di arrivare a Zagora con calma.
La strada costeggia il fiume e gli innumerevoli villaggi fatti di argilla che si intravvedono tra le palme. Mi stupisce che, al contrario della ex Yugoslavia, noi non abbiamo incontrato ancora nemmeno un cimitero. I morti qui sembrano non esistere. Forse se li tengono nascosti. Forse non hanno così bisogno di mostrarli. Mi aspettavo di ritrovare le distese di lapidi sottili e bianche che avevo visto nei villaggi musulmani della Bosnia invece qui, di morto, ci sono solo alcune case che, pure, rimangono in parte abitate o adibite a magazzini. La gente ha forse poco tempo per la morte, qui.
Sono scomparse intanto le jallaba, i maschi vestono i turbanti tuareg e le donne sono molto più simili a zingare, portano lunghi veli neri ornati da coloratissime palline e da sonagli. Arriviamo a Zagora e troviamo subito il posto dal quale dovremmo partire per la nostra escursione nel deserto. All’inizio siamo un po’ contrariati: eravamo convinti che ci aspettasse un tour solitario, noi, due dromedari e una guida tuareg, invece si profila il supertour in mezzo ai turisti spagnoli. Gli spagnoli quando fanno i turisti sono tremendi. Le spagnole poi, non ne parliamo. Non siamo per niente entusiasti.
Ma i turisti attorno a noi come erano comparsi così si dissolvono improvvisamente e ci troviamo da soli, nel mezzo della strada verso il deserto, ad aspettare la nostra guida, che arriva puntuale con due dromedari sui quali, inshallah, ci condurrà alle porte del deserto.

L’uudm non è molto contento dei dromedari. Fosse stato per lui non sarebbe nemmeno andato nel deserto. Ma io dico, quando ci torniamo in Marocco? e quando li vedo di nuovo questi pecoroni pacifici e sbavoni così? Io ci voglio andare, nel deserto, e voglio pure cavalcare il dromedario, anche perchè sembra che gli unici due modi per andare nel deserto da qui siano il quad o il dromedario e io, scusate tanto, preferisco per lo meno non inquinare.

One response so far

Dic 26 2009

ancora marrakesh

Published by lucilla under società, uudm, viaggi, carla, vitantonio

Ancora Marrakesh e i venditori che ti si attaccano alle sottane. Mi pare che in Marocco l’attività fondamentale degli esseri viventi sia elemosinare cibo o danaro. Un gatto mi guarda così intensamente mentre mangio la mia tajine che finisce che mi sento in colpa e gli do un osso. Una signora mi bracca nel mezzo della place e mi dice che per regalo mi fa un hennè, io cerco di andarmene ma la signora, che è il triplo di me, mi afferra il polso e comincia a disegnare mio malgrado mentre ripeto ossessivamente signora non ho soldi guardi che non ho soldi. Arriva la sua amica a dirmi che devo darle dei soldi perchè ha dei figli a carico e io provo a spiegare la storia del regalo ma mi rendo conto troppo tardi che si tratta della solita trappola per turisti. Mi impunto, le due alzano la voce, io la alzo ancora di più e finisce che le tipe si ripigliano l’hennè e se ne vanno indignate per la mia tirchieria. Oh, che tra parentesi, a me l’hennè non è che mi piaccia poi tanto.

Marrakesh e una pioggerellina tiepida, la scuola coranica che è poco meno o poco più di un museo, ci rimango quasi male quando mi dicono, all’entrata, che non devo tirarmi il velo sulla testa. Eppure ancora si respira l’aria di quella concentrazione possibile solo in uno spazio così intensamente dedicato allo studio. Quasi mi dimentico che la scuola coranica era solo per i maschi. Passiamo velocemente dalla scuola coranica al museo di Marrakesh, all’interno del quale ci sono numerosissime opere di bruttezza e inutilità sorprendenti, eppure l’edificio vale la pena di pagare il biglietto e di vedersi le patacche affisse ai muri. Improvvisamente mi tornano in mente tutti i libri di architettura islamica studiati quando scrivevo lo spettacolo su Rabi’a e finalmente i nomi acquistano forme degne di tutte le ore trascorse sulle pagine cercando di immaginarmi spazi. E adesso eccomi qua. Il centro, la luce che entra, le finestre che dissimulano, i piani rialzati, i divani che popolano gli angoli, le maioliche accuratamente accostate, l’acqua il cielo le aperture pensate per creare correnti d’aria a sollevare dall’afa dell’estate lunghissima. Sono qui in mezzo e finalmente ci capisco qualcosa. Poco poco, ma qualcosa.
Camminare per la Medina è una scommessa persa in partenza. Andiamo a tentoni, ci perdiamo e ci troviamo innumerevoli volte, l’unico modo per capire che siamo nei pressi del luogo che dobbiamo visitare è visualizzare la presenza di negozi per turisti. Innumerevoli volte crediamo di trovarci a destra e siamo a sinistra, ma per un dirham qualsiasi abitante della medina è disposto a regalarti informazioni, non importa se giuste o sbagliate. Ci rassegnamo a fare anche noi la fine del turista braccato, non siamo più intelligenti di tutti gli altri, e probabilmente non siamo neppure i più poveri. Le giornate si snocciolano tra chai b’nana sorbiti sulla cima di una terrazza e passeggiate alla ricerca della jallaba che fa per me, quella che mi porterò via. Le cicogne sulla cima del palace el badhi ci ignorano e si addormentano al tramonto sui loro nidi giganteschi mentre noi giriamo per ciò che resta di uno sfarzo lontanissimo. Pare cheil Marocco sia la storia di un avvicendarsi piuttosto rapido di dinastie di reggenti che come prima cosa distruggevano quello che avevano fatto i loro predecessori, sai mai che si potesse riconoscere la traccia di qualcosa. Un revisionismo storico alla marocchina che parte dall’architettura, come dire, dalle fondamenta. Ci perdiamo nella kashba e non riusciamo ad arrivare alle tombe di non so che. Ma in compenso scopriamo la strada per la mellah. E il pomeriggio dopo entriamo attraverso il souq nel quartiere ebreo, l’odore delle spezie ci accoglie all’ingresso, l’aria è diversa, non sembra quasi di stare a Marrakesh. Uno speziale ci invita a scoprire i segreti delle sue erbe. Prendiamo un chai, ci insegna a preparare un chai berbero e a fare impacchi di eucalipto, di argilla bianca e di argan, ci mostra le sue fotografie e mi regala una specie di rossetto naturale contenuto in un piccolo coccio. E’ l’acquisto più bello di tutto il viaggio. Usciamo dalla sua bottega che è già buio e la mellah non è per nulla accogliente. Tutti per la strada ci consigliano di andare via, noi decidiamo di ascoltare i consigli e ci regaliamo un abbuffè in albergo. A me gli abbuffè mi piacciono un sacco, anche se poi finisce che sono piena molto prima di quanto non vorrei, e non ho spazio per il dolce.
Il giorno dopo ci alziamo presto e partiamo per Ouarzazade.

No responses yet

Dic 19 2009

J’aime Marrakesh

Published by lucilla under viaggi, carla, vitantonio

E’ andato tutto cosi’ veloce che ancora non ho capito come ho fatto a catapultarmi qui; in cima all’Africa; venti gradi fuori e dentro di me un tempesta

Aerei ritardi incontri notti passate in viaggio ancora l’odore dello spettacolo addosso e una tastiera allucinante dove non si trovano punti e punti esclamativi quindi scrivero’ senza esclamare e senza chiudere le frasi; che e’ un po’ come mi sento ora
Marrakesh e un aeroporto che sembra quasi una moschea, e le prime contrattazioni per il taxi; l’autista dell’autobus che sembra essere uscito dal truman show; l’albergo fatto di cunicoli e pianerottoli; un microlabirinto come tutti gli edifici di questa citta’ e come la citta’ stessa; che ci tende continui tranelli e all’ultimo ci ripesca
Dalla terrazza dell’albergo si vede l’immensa place con i suoi baracchini montati sui carretti, scendiamo immediatamente e mi perdo nella mia infanzia: botteghini vendono dolciumi e quei palloni di plastica che costavano lille lire, i super santos; delle vecchie vendono palloncini gonfiati e riepiti di riso di modo che suonino, ricordo che alla festa di san donato; da piccola; mio padre me lo comprava sempre, il pallone che suonava; e ora lo ritrovo a Mqrrqkesh in mezzo agli incantatori di serpenti
Siamo letterqlmente qssqliti dq venditori di ogni genere; a un certo punto la loro tenacia e’ tanta che mi sento l)ultima turista del mondo; se non abbindolano me e’ la fine, e io non reggo a tanta aspettativa; compro una boccetta di kajal prima di perdermi nel labirinto della medina e incantarmi alla vista di un vecchio falegname che sta piallando qualcosa
Ogni tanto il muhezin richiama l’attenzione dei fedeli ma Marrakesh evidentemente non e’ Istanbul, la citta’ non si ferma incantata ad ascoltare la voce del muhezin; il ritomo procede frenetico al ritmo dei tamburi che popolano la place
Mangiamo cous cous e tejine dai botteghini aspettando che la dissenteria ci visiti ma, incredibilmente; dopo piu’ di ventiquattr’ore siamo ancora piu’ o meno integri
Marrakesh e’ oggi per me l’immenso giardino dove i ricordi di tutta la mia infanzia si ritrovano a festa, una specie di gigantesca parata della rimembranza; mentre improvvisamente tiro fuori da non so quale cassettone della mia memoria un improbabile uso del francese e una pazienza che credevo di aver archviato

Marrakesh non e’ Istanbul; le moschee sono chiuse ai non credenti e luogo aperto ai profani, la scuola coranica, e’ poco piu’ di un morto museo dove tuttavia ancora si sente l’odore di una dedizione allo studio che mi fa venire una sorta di nostalgia

Ma sono stanca di auesta tastiera; i labirinti della citta’ mettono alla prova i miei occhi e la mia testa non chiedeva di meglio, mi perdo e mi riperdo in pensieri complicati misti a ricordi dolci e amari e ogni volta che finalmente ritrovo la strada per la place sono stanca e pervassa dall’impressione di non aver trovato niente

Mi chiedono se voglio del fumo
io non lo voglio; ma cosa darei per una birra (metterei un punto esclamativo; se ci fosse)

2 responses so far

Dic 16 2009

un freddo porco, per usare un eufemismo

Ehilà, dice che in Italia nevica. Ebbene qui a Londra non abbiamo questo onore ma in compenso il primo ministro non va in giro a beccarsi miniature del London Bridge in faccia per poi dire che si tratta di un atto di terrorismo.
Certo se la terrorista fossi stata io, a questo punto, visto che comunque mi avrebbero chiamata terrorista, l’avrei fatto un po’ meglio, il lavoro.
Le notizie dal belpaese non sono affatto confortanti ammettiamolo e la sottoscritta e’ alquanto preoccupata. Il genitore appunto ieri mi consigliava di non rientrare mai piu’ se non per fugaci visite alla famiglia. Dice che non c’è più la libertà. Non so se qualcuno si ricorda la canzoncina di Giorgio Gaber. La libertàààààà è partecipaziooooooooooneeeee.
Eh appunto.
A che cosa dobbiamo partecipare? Fra pochi giorni faranno una legge speciale antipopoloviola, ve lo dico io. Oddio sono catastrofista? Sarà il natale che mi stressa, sarà che quando devo mettere piede in Italia ho sempre paura che mi arrestino perchè non ho il passaporto padano, sarà sarà, sarà quel che sarà, e io me ne sto a guardà?
Che faccio? L’artista si disimpegna?
Domande senza risposta.
Intanto qui sull’isola i giorni corrono velooooci (più di quanto potessi desiderare…. citazione per i colti e i nostalgici) e io mi trovo a dover fare il mio primo spettacolo di fine termine domani mattina! Mi sono cucita un’imbottitura bellissima per le tette e sembra che c’ho la sesta, una meraviglia, sono la sorella segreta di Betty Boop.
E’ cominciata la trafila delle cene di natale ma io non mi spavento, stomaco corazzato e molti addominali ogni mattina, oltre che una buona dose di km in bicicletta, mi sostengono in questa crociata contro il grasso infedele.
Ieri poi mi sono trovata a festeggiare con i miei compagni ebrei la festa di Hannukah e oh, devo ammettere, in quel momento, mentre Lotan accendeva le candeline e i maschi cantavano coprendosi la testa mi sono quasi commossa.
Sarà che gli ebrei sono in fin dei conti persone che la casa non cel’hanno da nessuna parte e vivono con questo struggimento di una terra che qualcuno ha loro promesso e poi sel’è scordata. Tanto che non esiste più.

No responses yet

Dic 12 2009

verde come mamma

Ricordo che quando ero piccola mia madre adorava il verde. Diceva che le faceva risaltare gli occhi. Mia madre era bionda con gli occhi verdi. Lo è anche adesso, ma allora aveva i capelli di un biondo vero ed era giovane.
Ci teneva molto ai suoi vestiti, anche adesso lo fa, e io devo aver ripreso da lei questa specie di mania dell’accumulazione quasi esasperata, un vestito per ogni sfumatura d’umore, un vestito per ogni giornata. Aveva tailleur di ogni colore ma quello che preferiva era il verde. Un verde quasi militare però brillante. Non saprei come descriverlo, diciamo verde mamma. Si truccava anche gli occhi con quell’ombretto verde un po’ dorato che aveva un odore inconfondibile. Io lo aprivo di nascosto e lo odoravo. Nello stesso astuccio c’era anche un ombretto viola che però era intonso, mentre quello verde era sempre più consumato. Ricordo ancora l’astuccio nero impolverato con una scritta bianca in centro e lo specchietto pieno di polvere di ombretto verde.
Mia madre adorava il verde e diceva che era il suo colore.
Per me invece preferiva il rosso.
Ma io da piccola mi vergognavo moltissimo a vestire di rosso, lo trovavo un colore volgare, sfacciato, ottimista, il contrario di me che infatti appena ho potuto ho cominciato a vestirmi di nero. Non che non mi piacesse, il rosso. Mi piaceva da impazzire. Ma mi vergognavo troppo, dava troppo nell’occhio, non ce la facevo proprio.
Poi a un certo punto ho smesso di vergognarmi. Intorno ai vent’anni.
Avevo un fidanzato che si chiamava Ivo, da me soprannominato Ivo l’ottimista. Uno che si era innamorato di me solo quando aveva scoperto che, come diceva lui “anche tu, culona, a modo tuo, soffri”. Tanto per capirci. Un uomo che ama la vita e le bellissime sorprese che ti riserva. E’ stata l’unica volta nella mia vita che ho avuto una relazione con un attore. Per di più un attore della mia compagnia. A dire la verità è stata l’unica volta che ho avuto una compagnia, ma di questo scriverò un’altra volta. E comunque c’era questo Ivo l’ottimista che mi vedeva come la sua parte di luce e mi diceva che gli piaceva moltissimo quando vestivo di bianco. Oh, io posso assicurare che il bianco è una droga. E io ho cominciato così. E’ spesso un amico che ti introduce alle dipendenze. Io sono stata introdotta al bianco da Ivo l’ottimista. Con Ivo è durata pochissimo, rischiavamo il suicidio di coppia, e nel frattempo mi ero scoperta sanguigna. Così il rosso è tornato nella mia vita.
Rosso bianco e nero, questi sono stati per anni i miei colori, soltanto colori assoluti, non disposti a compromessi, come ero del resto io, colori senza vie di mezzo.
E mai nel mio guardaroba ho posseduto nulla di verde. Il verde era mamma, lo lasciavo volentieri a lei.

Ma ecco che da qualche mese mi ritrovo a indugiare con lascivia su sfumature di smeraldo intervallate da giochi di rosa che di rosso non hanno che il ricordo. Al nero comincio a preferire il blu, al lino ho sostituito i pizzi. Il mio armadio è diventato una successione di percettibili sfumature, mi comincio a trastullare con le mescolanze. E ho comprato un cappotto verde.
Occhei, non è verde mamma, ma è innegabilmente verde.

Secondo me si tratta di uno degli effetti collaterali dei miei sette anni di analisi.

3 responses so far

Dic 10 2009

sarà che ho beccato la sindrome?

Published by lucilla under Senza categoria

No, dico, sarà che c’ho la sindrome di peter pan?

No responses yet

Dic 08 2009

finisce che mi mangio le mani

A volte ci ho proprio l’impressione che vado cieca come una falena contro la lampadina stomp zac fffffffffffsssssssssss
e mi brucio definitiva.
Oi io scrivo come mi pare. Questo è il mio supremo atto d’adultità e di ribellione e pure di immatura maturissimità scrivo come mi pare e scrivo soprattutto quello che mi pare dunque morite spiaccicati fantasmini del benpensare che tanto per pensare bene è troppo troppo tardi.
Mia mamma ci ha provato a mettermi un paio di tailleurini quand’ero piccola. Poi ci provò la prof d’Italiano del liceo a farmi credere che fossi una persona perbene destinata a un degno cursus honorum come ci aveva insegnato durante le pallosissime, diciamolo, pallosissime lezioni di storia. Infinitamente pallosissimamente strafottentissimamente lunghe e pallose soprattutto le interrogazioni di quelli che non sapevano mai una cippa e poi si lamentavano che tu non suggerivi e ti chiamavano lecchina ma su questo argomento aprirò un giorno un capitolo a parte che ho bisogno di tempo dedizione e calma.

Dunque che stavo dicendo? A natale per favore regalatemi qualche avverbio qualche aggettivo insomma qualcosa di utile, che non mi tocchi usare per altri trent’anni gli stessi iperinflazionatissimi inverocchè financopure.
Piccola digressione utilitaristica.
Stavo dicendo che ci provò pure la mia profd’Italiano al liceo a farmi credere, a convincermi che il mio fosse il destino di una persona rispettabile e ci riuscì quasi quasi eh, ci mancava un pelo. Mi iscrissi all’università ma la natura diavolesca venne fuori ancor prima del test d’ammissione e così via ogni tanto incontro una maria goretti una madre teresa qualcuno che mi vuole far per forza rinsavire qualcuno che mi ha scambiato per il figliol prodigo diciamo la verità, qualcuno che mi vuole cambiare. E io che sono in fin dei conti una poverina per un’ora d’amore non so cosa darei quasi quasi ci casco ogni volta. Una volta quanto tempo è stato? una o due vite fa? insomma una volta stavo quasi quasi instradandomi verso la carriera di nientepopodimenocchè presidentessa di arcipicchiolina veneto. Che voglio dire, sono bei soldi e molti bei vestiti ma in cambio te ne viene una noja un’arroganza uno stress e finisce che diventi proprio una bella merda, ecco come finisce.
E corsi e ricorsi della mia piccola guicciardiniana storia personale anche adesso mi si rimprovera che ci ho trent’anni e blabla che devo mettere la testa a posto che devo fare le cose serie ma scusate quale testa quale posto? io la testa cel’ho al suo posto, ben radicata sulle nuvole, e dico quello che mi pare scrivo quello che mi pare e se qualcuno non vuole leggere non vuole ascoltare insomma il mondo è grande o devo diventare la berluscona di me stessa? Mi devo censurare?
Già mi censuro abbastanza, a dirla tutta, ma più di così ecco mi parrebbe proprio di esagerare.

Ma che volevo dire, che volevo dire? Il titolo che ho messo mi fa pensare che avrei voluto dire qualcosa qualcosa che adesso mi sfugge porcapaletta è rimasto sulla nuvola precedente e intanto ho mal di gola.

2 responses so far

Dic 04 2009

Published by lucilla under Senza categoria

a quest’ora di notte avrei voglia di una lettera, di una telefonata,
di un messaggio che mi riporti a cose dolci e lontane
avrei voglia di un sogno breve
fatto con il sollievo che si prova
quando si sa che certi sogni non s’avverano
avrei voglia di una cosa solo per me
a quest’ora della notte arrivano i segreti
se rimango sveglia essi arrivano
e perciò
dormo.

Buonanotte amiche che state lontano
buonanotte sorelle
buonanotte

No responses yet

Dic 03 2009

giovani inglesi crescono

Dunque da ormai un mese faccio la governante part time in una casa inglese. Una famiglia inglese davvero moderna, composta da madre e due figlioli, uno di anni due, l’altro di nove. E fino a qui tutto bene. Li spupazzo, stiro le camicie della mamma, pulisco il cesso una volta alla settimana, cambio i letti, rammendo e blablabla. La mamma davvero una donna squisita con cui mi trovo bene assai e non troppo esigente soprattutto per quanto riguarda le camicie.
Il bimbo piccolo, a parte la cacca molle e puzzolente, è un amore, mi chiama caaala e mi segue come una paparella segue l’ombra della mamma, si fa fare il bagno e mangia tutto tranne la zuppa di zucca.

Ma il grande. Il grande! Uno sfacelo. Ogni volta che apro la bocca mi dice “pardon me?” con un sorriso beffardo, o mi corregge o mi sbeffeggia per il mio inglese. Una volta mi ha addirittura detto “this sentence has no meaning”. Ora, voglio dire, non che abbia l’inglese di Coleridge, ma posso assicurare di essere bene in grado di farmi capire e persino di fare discorsi politici filosofici ed esistenziali, se il contesto me lo permette. Sono addirittura in grado di essere divertente.
Ma con lui mi pare di parlare cinese antico. Ammesso che esista.
E se provo a essere gentile mi risponde sarcastico che ha di meglio da fare.
Che fare?
Provare con l’asfissia? Oggi ho pensato che avrei potuto buttarlo nel canale. Ma è stato solo un attimo, giuro.

Rimangono però molte domande sull’educazione dei piccoli inglesi bene. Ma adesso per fortuna sono troppo stanca per approfondire. E domani day off, yuppie!

No responses yet

Dic 01 2009

non ho tempo per un titolo

Published by lucilla under londra, cagate, carla, vitantonio

Finisce che questo blog mette un pochino le ragnatele, chè sono troppo impegnata a vivere per avere il tempo di riflettere sulle cose che succedono, ed è un peccato, un peccato davvero, perchè molti dettagli importantissimi vanno invariabilmente persi nell’avvicendarsi delle pedalate delle piogge delle schiarite degli autobus presi al volo delle prove a casa degli allievi più anziani dei venti minuti rubati alla colazione al mattino per leggere un libro.

E anche adesso mi ero messa di buzzo buono, come si direbbe, avevo tutta l’intenzione di scrivere qualche cosa di dignitoso di riflettere su questioni di principio o su precipue applicazioni senza poi capirne bene il senso avevo insomma voglia di scrivere per scrivere come si parla per parlare come si fa quando si vuole stare in contatto con un pezzo con un’isola di sè che rimane un po’ lontana e si teme la deriva. Ma invee sono già le quattro e quarantadue e devo correre a prendere il marmocchio alla nursery e spupazzarmelo all night long in attesa che madre e marmocchio grande ritornino da qualche concerto alla moda nella city e mi va bene, voglio solo dire che mi va bene, questa vita fatta di corsa mi va bene e mi piace, mi ci sento a mio agio, ogni giorno mi sfido un pochino in più e chissà ancora quante magie posso mostrare a me stessa chissà ancora quante volte potrò stupirmi è un po’ come quegli atleti che ogni giorno migliorano un pochino il proprio record e anche io faccio così ora per esempio avrei molta molta voglia di fare stretching ma come faccio sono già le quattro e quarantacinque devo proprio andare ma prima lavare la teiera che non è bello lasciarla sporca.
E per inciso che freddo che fa in questa freezing london e che voglia che ho di caldo ma in fin dei conti mi va bene anche così.

One response so far