Come il lungo titolo del post annuncia, questa mattina mi sono avventurata nella grande e disordinata soffitta della mia memoria. Per dare un’idea del caos che regna nella mia memoria basta guardare nella mia dispensa. Passo gran parte del mio tempo libero cercando di trovare un ordine tra gli elementi che la popolano, ponendoli in appositi e graziosi contenitori, uno accanto all’altro secondo regole che mi appaiono razionali e concretamente applicabili. Svuoto vasetti e li riempio nuovamente, creo pile di scatole di legumi e le affianco a quelle altrettanto armoniose delle scatole di tonno, metto mollette, utilizzo vasche vaschine vaschette. E dopo due giorni, in maniera inspiegabile, tutto giace in un caos che pare essere più forte di ogni mia volontà. Le cose non scompaiono quasi mai. Ma si nascondono spesso. E capita che non le trovi quando ne ho bisogno, ma quando decidono loro.
Così, nella soffitta della mia memoria, accade spesso che io, alla ricerca di un dettaglio o di un episodio che mi appaiono fondamentali per il lavoro che sto compiendo in un preciso momento, inciampi invece in scatoline che da tempo pensavo di aver dimenticato.
Oggi sono inciampata nella cassetta di Francesco Guccini.
Avevo diciott’anni e una voglia di scappare che non riesco nemmeno a descrivere. Stavo frequentando il quinto anno di liceo e dopo pochi mesi me ne sarei andata a Padaniacity. Allora ancora non lo sapevo, nè sapevo quanto lontano sarei fuggita da quella città dove mi ero sentita così spesso calpestata, umiliata e fraintesa.
Era primavera e avevo appena preso la patente. Guidavo la mia 127 verde pisello soprannominata Armadilla e scorrazzavo su e giù per la città. Mi sentivo bella, mi sentivo giovane , soprattutto mi sentivo piena di speranza. Sapevo che entro poco le cose sarebbero cambiate. Ma c’era un’altra cosa che rendeva le mie giornate così piene e dense e vive, e quella cosa era il gruppo teatrale. Il gruppo teatrale era la cosa più bella che avevo.
Lo avevo frequentato tutti gli anni a partire dal primo e adesso finalmente avevo il ruolo di Eusebia, la coprotagonista del Rugantino. Sicuramente non si trattava del copione più all’avanguardia che io possa immaginare oggi ma allora, allora era una figata. Cantavo, ballavo, parlavo, le prove erano la mia ora d’aria. Scorreva un’energia fresca e un po’ ambigua. Avevamo le chiavi della scuola e ci vedevamo la sera, il lunedì e il giovedì. C’era sempre qualcosa di strano che succedeva, una coppietta improvvisata che si appartava, una canna in un angolo e la sorridente condiscendenza dei due splendidi professori che ci guidavano.
Poi, a giugno, arrivarono le prove in teatro.
C’era un punto dello spettacolo in cui io dovevo uscire dal retropalco, farmi tutta la balconata e riapparire sul primo palchetto a destra per cantare l’ultimo stornello prima della tragicissima fine di Rugantino. Tutto doveva essere fatto in silenzio e ordine perchè altrimenti le persone avrebbero sentito i miei passi e l’effetto sorpresa sarebbe scemato.
Per fare il giro dovevo passare dietro al palco reale, dal quale si manovrava l’occhio di bue. A manovrarlo era un ragazzo un po’ più grande di noi, avrà avuto forse 22 anni, non faceva parte della compagnia della scuola ma del gruppo teatrale del prof ed era venuto a dargli una mano. Se ne stava tutto il tempo sul palco reale a manovrare il dimmer e parlava pochissimo con noi. All’inizio mi stava anche un po’ antipatico perchè sembrava che si desse delle arie, come se stare in un gruppo di dilettanti adulti gli avesse dato un qualche diritto di giudicare il gruppo di dilettanti studenti che era venuto ad aiutare. Poi mi accorsi che, più che arrogante, era davvero molto timido. E aveva un sorriso che mi piaceva moltissimo.
Non ci avevo praticamente mai parlato.
Durante le prove in teatro, al momento del fatidico giro dal retropalco, cominciai a trovarlo fuori dal palco reale, appoggiato alla porta, che mi sorrideva. Avevo qualche minuto prima di andare in scena e cominciammo lentamente a scambiarci qualche parola sussurrata “come è andata secondo te? ” “ti ho dato un occhio di bue che manco te lo immagini” “eh grazie, ma mi sembra di essere stata giù di ritmo” “no vai tranquilla, è andata benissimo”.
Niente più di questo, ma ogni prova diventava un piccolo appuntamento segreto, l’unica cosa di tutto lo spettacolo che non condividevo con il resto della compagnia, che in quel momento era impegnata in una scena d’insieme su palco. Il piccolo segreto del retropalco mi emozionava e mi faceva sorridere. Quel breve scambio di battute mi faceva sentire come se, davvero, quel ragazzo stesse manovrando le luci per me, per rendere meglio l’intensità di quello che interpretavo (che a pensarci ora, quale grande intensità potevo avere a 18 anni senza uno straccio di preparazione tecnica? eppure allora mi sembrava di raggiungere picchi considerevoli…)
Arrivò la prima. La gente popolava il teatro e i palchi. Feci il mio solito giro e lui era là. Questa volta niente parole, solo un sorriso, filai dritta poichè ero troppo emozionata. La prima andò benissimo. Pensavo che avrei sempre, sempre voluto fare l’attrice nella mia vita. E pensavo anche che era bello avere uno che ti pianta un occhio di bue addosso con tanta precisione e tanta dedizione.
Il giorno dopo ero un po’ più rilassata. Dietro al palco reale di nuovo un sorriso, ma un po’ più lungo, e un gesto d’incoraggiamento reciproco.
L’ultima replica fu un lungo addio, ogni gesto mi pareva l’ultimo e mi vivevo il trascorrere delle scene con il timore che, davvero, mai più sarei salita su un palco. Che cosa avrei fatto da lì a pochi mesi? Sarei scappata da Campobasso, sarei volata via, forse per la prima volta nella mia vita avrei trovato persone che potessero accettarmi e rispettarmi così com’ero anche senza bisogno di un copione, o forse no, forse non avrei trovato niente di tutto questo, ma intanto quelle due ore di spettacolo correvano ed io mi sentivo colma e al tempo stesso vuotavuotavuota.
Arrivò il momento del giro dal retropalco.
Il ragazzo dal sorriso dolce era là con una cassetta in mano.
Mi disse “questa l’ho fatta per te. Merda!”
(che forse a qualcuno può sembrare una frase non particolarmente romantica ma merda è l’incoraggiamento che si da agli attori prima che vadano in scena)
Feci la scena e arrivò il finale. Arrivarono i ringraziamenti, gli applausi, gli inchini. Arrivarono persino i fiori. E arrivarono molte molte lacrime, un po’ di paura per la grandezza di quel sentimento e un po’ di scoramento, ma soprattutto arrivò la gioia che divisi coi compagni e poco dopo sicuramente arrivò una bella sbronza.
A casa misi su la cassetta.
Era una cassetta di Francesco Guccini.
Che io non ho mai particolarmente amato, a dirla tutta, anzi credo di non aver mai ascoltato niente di suo fino a quel momento. E invece quella cassetta me la consumai.
Mi ricordo ancora che i titoli delle canzoni erano scritti con una specie di inchiostro verde, a mano, e che c’era una dedica ad Eusebia. Che era il mio personaggio. Però in qualche modo ero pure io.
Ecco tutto questo io ancora me lo ricordo.
E ancora ringrazio quel ragazzo dal sorriso dolce che mi aveva fatto sentire così brava.