Una settimanella niente male, ecco, ogni giorno mi sono svegliata con l’imbecille sorriso della quasi ex giovane speranzosa che dice si, oggi ce la posso fare, oggi metto la così detta controtendenza e vedrai che sole vedrai che pedalata felice e soleggiata, e ogni sera sono andata a letto incazzata nera perchè non ne imbroccavo una, dico, una.
Ma tanto per rendere l’idea di cosa vuol dire quando dei, demoni appartenenti a varie religioni, spiriti di filosofi ormai morti, cattiva sorte, destino, astrologi cartomanti e costellazioni si riuniscono a banchetto e decidono di dare del filo da torcere alla sottoscritta (e poi tanto per sottilizzare che cazzo di filo è?il superfilo intorcibile di 007?)
dicevo tanto per dare l’idea di cosa vuol dire “condizioni avverse”, vorrei raccontare la mia giornatina di venerdì. Mi sveglio ore sette con tutta l’intenzione di prepararmi un pranzo salutare e proteico visto che nell’ultima sttimana ho mangiato a base di diabete e colesterolo. Nei miei piani ci metterò minuti quindici a prepararmi il pranzo e poi mi dedicherò allo studio e, possibilmente alla scrittura. Invece ci metto minuti ventotto e dico ventotto soltanto per aprire la stronzissima scatoletta di tonno. Non voglio scendere nei particolari, si possono immaginare tentativi di dritto, di rovescio, cambi di apriscatola e di angolatura, martellamenti e coltellate, pezzetti di tonno impazziti che schizzano da una parte all’altra della cucina con grande felicità ed entusiasmo del gatto, goccioline di sudore che mi cadono dalla fronte miracolosamente mischiandosi all’insalata e ditini tagliati. Adesso penso con angoscia alla seconda scatoletta, che giace nella mia dispensa, e che prima o poi dovrò consumare.
E vabbè. Finisce che invece di studiare piego la biancheria e mi avvio di buona lena, incurante dei nefasti presagi portatimi dalla scatoletta di tonno. In bicicletta la salita è sempre dura e rischio un paio di volte la morte violenta. Bestemmio in diversi idiomi ma proseguo verso una lezione di mimo che è a dir poco catastrofica. Mi tocca il duetto amoroso col mio piccolo fratellino canadese Sasha. Una tragedia. Mi si spezza la schiena, mi si gonfiano le ginocchia, i brufoletti mi esplodono dallo sforzo, muto. Anche Sasha non se la passa troppo bene, siamo tutti contorti in un improbabile tentativo di poesia corporea, più che i promessi sposi sembriamo Don Abbondio e la sua Perpetua.
Finalmente arrivano le ore quattordici e sempre in bicicletta mi precipito a prelevare il moccioso a scuola, lui mi accoglie con il suo solito palo al culo e io sorrido, so che per lo meno il venerdì avrò molte faccende domestiche da svolgere e non me lo dovrò sorbire che per pochi minuti.
Giungiamo nella sua stronzissima casa senza riscaldamento e sento che il mio telefono vibra ben due volte: sono due messaggi di lavoro per fare la modella in posti interessanti assai ma io dico vabbè rispondo dopo mi pare brutto. Mi metto a pulire il cesso mentre il moccioso si fa i suoi compiti di francese senza capirci una cippalippa, non che brilli di talento per le lingue. Mi suona il telefono. Il telefono è nella tasca posteriore dei miei jeans usati. Ho i guanti di plastica perchè sto pulendo appunto il cesso, ma non in senso lato, sto proprio specificamente mettendo la candeggina nella tazza del cesso dove il moccioso produce i suoi nobilissimi, english, polite escrementi. Penso occhei carla adesso piano piano prendi il telefono ma con delicatezza perchè hai i guanti sai mai che ti scivola e cade per terra.
Il telefono continua a squillare con insistenza e io penso chissà chi cazzo è, penso proprio così, penso chissà chi cazzo è che mi chiama con tanta ostinazione sarà forse la mamma del nobile moccioso indosassone che mi chiede di andare a prelevare anche l’altro nobilissimo erede della sua dinastia. E mentre penso a tutto questo acchiappo il telefono ma il telefono si ribella e in un triplo carpiato capovolto guizza fuori dalle mie mani e si dirige esattamente verso il buco della tazza del cesso che sto pulendo. Io agilissimo mimo mi protendo in un acrobatico tentativo di recupero ma il telefono ha ormai preso la sua decisione definitiva e si vuole suicidare nella candeggina a nulla valgono i miei agili e rapidi tentativi di salvataggio il telefono lentamente affonda nella candeggina, esattamente nel buco della stronzissima tazza del cesso. E allora io proprio come Maria nelle presidentesse affondo i guanti gialli ovvero le mie tenere manine nella tazza del cesso e provo a recuperare in extremis il telefono suicida ma egli guizza e sfugge. Ci metto molto più del previsto. Quando ci riesco a nulla valgono i tentativi di rianimare l’esserino che giace immobile e muto tra le mie mani gialle. E’ irrevocabilmente, definitivamente morto, insieme a tutti i miei numeri di telefono, a due messaggi di lavoro che non so come recuperare, alla telefonata della nobilissima mamma e chissà a quante altre cose. Non ci voglio manco pensare.
Qualcuno potrebbe pensare che una giornata così è già abbastanza, che ci sono già tutte le caratteristiche necessarie e sufficienti per chiamare il padre esorcista. Ebbene questo qualcuno è sicuramente una persona ottimista.
Infatti finite le mie ore di lavoro mi avvio mestamente verso casa e scopro che la mia fermata dell’autobus è chiusa dunque devo continuare a scarpinare sotto la fottutissima pioggia inglese fino alla fermata successiva, e ovviamente l’autobus mi passa davanti a trenta metri dalla fermata, a nulla vale la mia corsa forsennata, l’autobus implacabile va verso il suo destino e non si ferma. Mi rassegno ad aspettare il successivo e quando finalmente ci salgo e mi siedo mi giro e vedo un cazzo.
Esattamente, fuori di metafora, vedo un cazzo semieretto e presumibilmente sporco, nell’atto di essere manipolato dalle mani del suo legittimo proprietario che all’uopo si è opportunamente calato i pantaloni. Un atto più che legittimo, dirà qualcuno, la masturbazione come estremo atto adulto di ribellione alla dittatura della coppia, e io giuro che sono d’accordo ma ecco diciamo che così, nell’autobus, alle settemmezza di sera, in mezzo a bambini che tornano dalla lezione di tennis e a povere lavoratrici senza telefono che si apprestano a una serata solitaria e meditativa ecco, mi pare un tantino esagerato.
Ovviamente gli inglesi sono così polite che nessuno di loro dice niente e il legittimo proprietario del cazzo arriva tranquillamente alla fine. Adesso senza scendere nei dettagli mi picco di sottolineare che da ora in poi mi sarà davvero difficile sedere sul sedile di un autobus inglese senza pensare ai piccoli sperimatozoi meditabondi e fuggitivi del legittimo proprietario del cazzo di cui sopra.
Per fortuna che su “cioè” ti spiegano che se ti siedi sul sedile sporco di sperma non puoi rimanere incinta, altrimenti mi sarebbe persino venuto il dubbio.
Solo a questo punto dell’opera, con rispetto e politeness l’autista parla al microfono e chiede gentilmente al cazzo di rientrare nei ranghi.
Ma nel frattempo io sono arrivata alla mia fermata (venti minuti di tragitto, alla faccia dell’eiaculazione precoce) e mi fiondo un tantino scossa fuori dal rosso autobus sperando che nella mia dispensa ci sia almeno una birra residua.
Con un fine settimana che comincia così, il resto non vale proprio la pena di essere raccontato.