Archive for Febbraio, 2010

Feb 21 2010

lost in translation

Published by lucilla under lost in translation, londra

And I don’t know why but it happens that suddenly I feel in need of writing in English. And I know that It would be much better, it would be much more expressive, it would be artistically more interesting if I write in Italian but it’s becoming hard to translate and translate and to switch from Italian into English passing through Spanish and Portuguese and we’re totally lost in these translations, we’re totally lost and totally quiet and every time you speak and you listen you know you’re losing something, something you’ll never get ’cause it’s in the words that have no exact translation it’s in the expression it’s in.
Bits of reality  that we lose while trying to show to explain how we are what we need.
And in these secret holes where pieces of reality fall suddenly it happens that you find something you believed lost.
I’m starting to measure my feelings with the meter of my English. Nobody will understand how I feel if I’m not able to explain it. But perhaps if I can’t explain it , the thing, this thing, doesn’t exist anymore. We take it easy. We learn patience.
We learn to understand that sometimes we don’t understand.
And it seems to me that this one is the biggest revolution. You go to school everyday and nobody tells you that it’s easy but everybody is doing exactly the same. Everybody is homesick, everybody is tired, everybody is doing a whatever job and everybody arrives at the end of the day with too many things left to do. everybody speaks English, but we’re not in the advertisement of   coca-cola,  we’re not smiling with our lighter on while singing in magic harmony.
And sometimes I just get fuckin’upset because I understand that there’s something I don’t understand and I know, no matters how strongly I try, I know there’s something I won’t be able to explain.
No matters how hard I study, errors come out from my mouth and most of the times I don’t even realize how many mistakes I’m doing.

One day you wake up and suddenly you understand what it means. To be lost in translation and to take the risk and stay.

2 responses so far

Feb 18 2010

voglio una vita senza mercoledì

Il mercoledì per me è una merda in genere. Nello specifico qui a Londra il mercoledì è il giorno in cui mi pare di avere già utilizzato tutte le energie disponibili, poi mi rendo conto che ci ho ancora davanti due o tre giorni di lavoro e mi deprimo mi viene da piangere o da picchiare i bambini e non posso fare nè l’una nè tantomeno l’altra cosa.
Allora mi fumo una sigaretta di quelle nicotinazero e mi bevo un bicchiere di vino rosso in memoria dei tempi in cui stavo peggio.
Per fortuna ho molti tempi in cui stavo peggio a cui pensare, sono proprio una ragazza alla quale la vita ha dato tutto.
Per esempio la vita mi ha dato che il mercoledì di questa settimana è quasi finito e che il comune di Salerno ancora mi deve 1000 euri che chissà quando come e perchè arriveranno, se arrivano dopo che ho stirato le zampe voglio che siano utilizzati per un cartello gigante da appendere in piazza Maggiore a Bologna, un cartello con la scritta fottetevi. Sono sicura di aver firmato quel contratto di mercoledì. Che poi, tra parentesi, io sono pure nata di mercoledì, sarà questo il punto, ogni settimanaversario della mia nascita mi incazzo inconsciamente.
Ci vorrebbe della droga ci vorrebbe, della droga bella pesante di quelle retroattive che ti trasformano tutto e puff anche il comune di Salerno mi sembrerebbe qualcosa degno di essere amato di amore cosmico e universale.
Ci vorrebbe un sentimento oceanico.
Ci vorrebbe il Portello a Padaniacity com’era molti anni fa quando avevo anni 19 e la notte mi avventuravo sotto i portici senza cercare nulla ma molto trovavo, molta vita molta poesia.
Invece ho qui sulle mie gambe un gatto e quasi quasi me lo fumo chissà che non mi vengano delle belle allucinazioni.

2 responses so far

Feb 13 2010

carnevale, altro che halloween

Published by lucilla under londra, società, carla vitantonio

Non so se l’ho gia’ scritto, ma sicuramente l’ho già detto a molti e in diverse occasioni perchè è uno dei tarli con cui consumo la pazienza di amici e ascoltatori, comunque.
Al sud il carnevale comincia il 17 gennaio.
Non importa quando finisca, ma comincia il 17 gennaio, giorno di sant’Antuono nonchè anniversario di nascita della sottoscritta me medesima.
Quando ero piccola i miei genitori per festeggiare la nascita della loro primogenita organizzavano la prima festa in maschera del carnevale. Ogni anno il 17 gennaio compagni di scuola amici e parenti popolavano la nostra casa abbarbicata in cima a Limosano (per eventuali note geografiche e sociologiche ricordo che ho un intero spettacolo su Limosano, che è in tour e disponibile alla vendita).
Uno spettacolo. Mia mamma faceva i krapfen (che si chiamavano “le graffe”), gli struffoli, le chiacchiere e le frittelle. Le frittelle di mia mamma! Piene d’olio e inzuccherate come si conveniva, che mangiandotele diventavi una frittella pure tu, tutta unta con lo zucchero ancora caldo che si appiccicava ovunque e piu’ provavi a liberartene più ti spalmavi. Poi c’erano le bevande e in via del tutto eccezionale si compravano la cocacola e la fanta. A volte pure la sprite. E le caramelle i biscotti cose pazze cose pazze!!!
E c’erano i costumi. Tutti venivano travestiti. Per i maschi andava molto di moda Zorro o il pirata ma c’erano anche alcuni arabi, un paio di pinocchi, i toreri, i lupi, i fantasmi e gli orsi. Per le femmine la gamma era molto più vasta, si andava dalle damine a cappuccetto rosso a tutta la serie delle favole compresa la serenetta che era un po’ complicata ma ogni tanto qualche mamma ci provava comunque, a imbalsamare le zampine della povera figlioletta. Io mi vestivo da cappuccetto rosso o da principessa o da odalisca (questo dopo aver visto alla tivvù  una serie che si chiamava “il segreto del sahara”).
Un anno mi sono vestita da colombina e per l’occasione ho imparato un piccolo sketch di commedia dell’arte -non potevo immaginare che fosse l’inizio di una lunghissima tragedia, ahimè- un altro anno ho fatto la fata turchina con le trecce blu. Anche mia sorella aveva dei costumi bellissimi.
E poi arrivava il momento della festa, dopo ore e ore di preparativi, e i miei organizzavano giochi meravigliosi, cacce al tesoro,balli con la scopa, rincorse, diventavano due giullari di prima categoria e tutto era messo a punto perchè noi, i bambini, ci divertissimo il piu’ possibile. Papà faceva il dj e l’arbitro, mamma la valletta e la direttrice dei giochi.
Infine arrivava la torta e il momento delle fotografie. Mio padre cacciava fuori la sua macchinetta supermanuale marca zenit che pesava un quintale e ci ordinava di metterci tutti attorno alla torta e di sorridere. Il problema è che a quel punto i trucchi erano sfatti dal sudore e dallo zucchero delle frittelle, i clown erano diventati dei mascheroni, le principesse delle streghe, i costumi si erano mezzi distrutti e noi eravamo stanchi morti dal ridere dal rincorrere e dall’abbuffarci. E le fotografie duravano tantissimo. TANTISSIMO!!! Prima la foto con la famiglia. Poi coi compagni di classe. Poi con gli amici venuti da lontano. Poi con tutti. Poi qualcuna si doveva rifare. E intanto i più piccoli si erano stufati e volevano la torta. Le candeline colavano cera sulla panna e io spegnevo candeline a più non posso mentre qualcuno già affondava le zampe nel pan di spagna e dunque ci sono queste testimonianze surreali di bambini travestiti sfatti che si inzaccherano con la torta e le stelle filanti.

Dopo la torta la festa cominciava a scemare e io ero proprio felice, felicissima.
Per questo il carnevale è sempre stata la mia festa preferita. Poi gli anni di Padaniacity hanno regalato al mio carnevale la sua aria rivoluzionaria e satirica, e la scuola di teatro mi ha fatto ritornare al carnevale degli attori e dei buffoni. Ho trascorso molti carnevali a Venezia e mi sono inebriata di quell’aria senza tempo,ho danzato con maschere di sconosciuti e camminato esausta per le calli, trascorso nottate in stazione aspettando il primo treno per Padaniacity e fumando l’ultima canna, mi sono stipata in vagoni traboccanti di coriandoli e mi sono ritrovata i pezzettini colorati nei vestiti intere settimane più tardi. Ho visto ragazze travestite da macchinette del caffè ballare la macarena con cavalieri travestiti da rotoli di carta igienica.

E ogni tanto ho dovuto mancare il carnevale. Ogni anno trascorso senza una festa in maschera è stato per me una grande tristezza. Quest’anno sono qua, a Londra, dove il carnevale non sanno manco cosa sia, e leggo di feste in maschera e parate e mi mancano, mi manca il carnevale, mi mancano gli scherzi e le uova marce che ci tiravamo fuori da scuola alle medie e che al tempo, ovviamente, detestavo.

Voglio che torni un carnevale per me.

No responses yet

Feb 12 2010

altro che conte ugolino, io il moccioso lo sbrano.

Published by lucilla under londra, lavoro

Ebbene si. Me lo ha ricordato pure il mio fidanzato. Prima di Natale, parlando del mio lavoro, ammettevo che il moccioso piccolo era simpatico e quasi degno del mio affetto. Il grande era insopportabile, viziato, maleducato e razzista. Ecco. Le cose sono un pochino cambiate. Non che il grande sia diventato un gioiellino, per carità, ma si riesce a parlargli e a volte ti fa persino un sorriso. Certo, non so mai se è sincero o mi sta prendendo per il culo ma mi accontento di questa felice incertezza. Giochiamo  a una specie di forza quattro e vince sempre lui, a volte passeggiamo, lo porto in piscina e aspetto che abbia sguazzato nelle nobili verruche inglesi, lo scorrazzo al Barbican dove lui prende a prestito i libri alla biblioteca, gli faccio da mangiare, insomma il tempo trascorre un po’ meglio che alcuni mesi fa. Per lo meno non mi viene l’angoscia. Ma il piccolo. Il piccolo!!! Non so cosa gli sia successo. E’ diventato un rompicoglioni mammone scassagonadi frignone schizzinoso viziato e non mi vengono più aggettivi.

Io spero sempre di non dover stare con lui. Non che faccia qualcosa di particolare. Noooooooooooooo. Si fa venire le crisi di pianto perchè la mamma non è lì. Ora dico. Mica è colpa mia se al posto della mamma ci sono io. Quando sarà grande si potrà pagare uno psicologo e potrà rinfacciare alla madre di averlo lasciato solo con la babysitter italiana. Ma adesso mica se la può prendere con me. E invece proprio con me se la prende. Piange, strepita, si fa venire le crisi e io ho paura che da un momento all’altro mi caschi a terra con le convulsioni. Nel qual caso che faccio? Lo seppellisco in giardino? Cerco sempre di trovare un espediente, noccioline uvetta canzoncine, insomma una cosa che lo distragga ma lui sbatte contro il muro, urla mummy mummy. Oggi in un momento di stanchezza ho pensato ecco. Adesso prendo questa piccola testa rotonda e pelosetta e la sbatto contro il muro. Uscirà il morbido e caldo cervello e io lo mangerò. Sarà buonissimo. E soprattutto sarà un pasto che consumerò in silenzio, perchè il moccioso avrà finito per sempre di strepitare.
E’ stato solo un attimo, ma l’ho pensato.
Poi, dopo un momento di gelo, l’ho preso in braccio e ho cominciato a cantargli una canzoncina. Magicamente il moccioso si è quietato. Che abbia capito che avrei potuto farlo fuori da un momento all’altro? Secondo me si, ha fiutato il pericolo e si è detto oh oh, meglio non tirare troppo la corda.
Improvvisamente si è azzittito, si è ciucciato un po’ di latte e zacchete, fatta.

Ma il mio dubbio rimane. E’ ormai evidente che ne ho piene le tasche e pure le borse e le borsette e gli zaini, di fare la babysitter. Non mi piacciono i bambini in genere. Questi in particolare, poi, mi muovono gli istinti infanticidi, roba che manco Erode. Dovrei lasciare il lavoro e conseguentemente morire di fame? Non lo so, davvero, non lo so. Sono molto stanca e mi è venuta una gran voglia di mangiare del cervello. Mi accontenterei anche di capretto o agnello, mancando i bambini.

One response so far

Feb 07 2010

racconto pulp del fine settimana

Published by lucilla under londra, società, carla vitantonio

Una settimanella niente male, ecco, ogni giorno mi sono svegliata con l’imbecille sorriso della quasi ex giovane speranzosa che dice si, oggi ce la posso fare, oggi metto la così detta controtendenza e vedrai che sole vedrai che pedalata felice e soleggiata, e ogni sera sono andata a letto incazzata nera perchè non ne imbroccavo una, dico, una.
Ma tanto per rendere l’idea di cosa vuol dire quando  dei, demoni appartenenti a varie religioni, spiriti di filosofi ormai morti, cattiva sorte, destino, astrologi cartomanti e costellazioni si riuniscono a banchetto e decidono di dare del filo da torcere alla sottoscritta (e poi tanto per sottilizzare che cazzo di filo è?il superfilo intorcibile di 007?)
dicevo tanto per dare l’idea di cosa vuol dire “condizioni avverse”, vorrei raccontare la mia giornatina di venerdì. Mi sveglio ore sette con tutta l’intenzione di prepararmi un pranzo salutare e proteico visto che nell’ultima sttimana ho mangiato a base di diabete e colesterolo. Nei miei piani ci metterò minuti quindici a prepararmi il pranzo e poi mi dedicherò allo studio e, possibilmente alla scrittura. Invece ci metto minuti ventotto e dico ventotto soltanto per aprire la stronzissima scatoletta di tonno. Non voglio scendere nei particolari, si possono immaginare tentativi di dritto, di rovescio, cambi di apriscatola e di angolatura, martellamenti e coltellate, pezzetti di tonno impazziti che schizzano da una parte all’altra della cucina con grande felicità ed entusiasmo del gatto, goccioline di sudore che mi cadono dalla fronte miracolosamente mischiandosi all’insalata e ditini tagliati. Adesso penso con angoscia alla seconda scatoletta, che giace nella mia dispensa, e che prima o poi dovrò consumare.

E vabbè. Finisce che invece di studiare piego la biancheria e mi avvio di buona lena, incurante dei nefasti presagi  portatimi dalla scatoletta di tonno. In bicicletta la salita è sempre dura e rischio un paio di volte la morte violenta. Bestemmio in diversi idiomi ma proseguo verso una lezione di mimo che è a dir poco catastrofica. Mi tocca il duetto amoroso col mio piccolo fratellino canadese Sasha. Una tragedia. Mi si spezza la schiena, mi si gonfiano le ginocchia, i brufoletti mi esplodono dallo sforzo, muto. Anche Sasha non se la passa troppo bene, siamo tutti contorti in un improbabile tentativo di poesia corporea, più che i promessi sposi sembriamo Don Abbondio e la sua Perpetua.
Finalmente arrivano le ore quattordici e sempre in bicicletta mi precipito a prelevare il moccioso a scuola, lui mi accoglie con il suo solito palo al culo e io sorrido, so che per lo meno il venerdì avrò molte faccende domestiche da svolgere e non me lo dovrò sorbire che per pochi minuti.
Giungiamo nella sua stronzissima casa senza riscaldamento e sento che il mio telefono vibra ben due volte: sono due messaggi di lavoro per fare la modella in posti interessanti assai ma io dico vabbè rispondo dopo mi pare brutto. Mi metto a pulire il cesso mentre il moccioso si fa i suoi compiti di francese senza capirci una cippalippa, non che brilli di talento per le lingue. Mi suona il telefono. Il telefono è nella tasca posteriore dei miei jeans usati. Ho i guanti di plastica perchè sto pulendo appunto il cesso, ma non in senso lato, sto proprio specificamente mettendo la candeggina nella tazza del cesso dove il moccioso produce i suoi nobilissimi, english, polite escrementi. Penso occhei carla adesso piano piano prendi il telefono ma con delicatezza perchè hai i guanti sai mai che ti scivola e cade per terra.
Il telefono continua a squillare con insistenza e io penso chissà chi cazzo è, penso proprio così, penso chissà chi cazzo è che mi chiama con tanta ostinazione sarà forse la mamma del nobile moccioso indosassone che mi chiede di andare a prelevare anche l’altro nobilissimo erede della sua dinastia. E mentre penso a tutto questo acchiappo il telefono ma il telefono si ribella e in un triplo carpiato capovolto guizza fuori dalle mie mani e si dirige esattamente verso il buco della tazza del cesso che sto pulendo. Io agilissimo mimo mi protendo in un acrobatico tentativo di recupero ma il telefono ha ormai preso la sua decisione definitiva e si vuole suicidare nella candeggina a nulla valgono i miei agili e rapidi tentativi di salvataggio il telefono lentamente affonda nella candeggina, esattamente nel buco della stronzissima tazza del cesso. E allora io proprio come Maria nelle presidentesse affondo i guanti gialli ovvero le mie tenere manine nella tazza del cesso e provo a recuperare in extremis il telefono suicida ma egli guizza e sfugge. Ci metto molto più del previsto. Quando ci riesco a nulla valgono i tentativi di rianimare l’esserino che giace immobile e muto tra le mie mani gialle. E’ irrevocabilmente, definitivamente morto, insieme a tutti i miei numeri di telefono, a due messaggi di lavoro che non so come recuperare, alla telefonata della nobilissima mamma e chissà a quante altre cose. Non ci voglio manco pensare.

Qualcuno potrebbe pensare che una giornata così è già abbastanza, che ci sono già tutte le caratteristiche necessarie e sufficienti per chiamare il padre esorcista. Ebbene questo qualcuno è sicuramente una persona ottimista.
Infatti finite le mie ore di lavoro mi avvio mestamente verso casa e scopro che la mia fermata dell’autobus è chiusa dunque devo continuare a scarpinare sotto la fottutissima pioggia inglese fino alla fermata successiva, e ovviamente l’autobus mi passa davanti a trenta metri dalla fermata, a nulla vale la mia corsa forsennata, l’autobus implacabile va verso il suo destino e non si ferma. Mi rassegno ad aspettare il successivo e quando finalmente ci salgo e mi siedo mi giro e vedo un cazzo.
Esattamente, fuori di metafora, vedo un cazzo semieretto e presumibilmente sporco, nell’atto di essere manipolato dalle mani del suo legittimo proprietario che all’uopo si è opportunamente calato i pantaloni. Un atto più che legittimo, dirà qualcuno, la masturbazione come estremo atto adulto di ribellione alla dittatura della coppia, e io giuro che sono d’accordo ma ecco diciamo che così, nell’autobus, alle settemmezza di sera, in mezzo a bambini che tornano dalla lezione di tennis e a povere lavoratrici senza telefono che si apprestano a una serata solitaria e meditativa ecco, mi pare un tantino esagerato.
Ovviamente gli inglesi sono così polite che nessuno di loro dice niente e il legittimo proprietario del cazzo arriva tranquillamente alla fine. Adesso senza scendere nei dettagli mi picco di sottolineare che da ora in poi mi sarà davvero difficile sedere sul sedile di un autobus inglese senza pensare ai piccoli sperimatozoi meditabondi e fuggitivi del legittimo proprietario del cazzo di cui sopra.
Per fortuna che su “cioè” ti spiegano che se ti siedi sul sedile sporco di sperma non puoi rimanere incinta, altrimenti mi sarebbe persino venuto il dubbio.
Solo a questo punto dell’opera, con rispetto e politeness l’autista parla al microfono e chiede gentilmente al cazzo di rientrare nei ranghi.
Ma nel frattempo io sono arrivata alla mia fermata (venti minuti di tragitto, alla faccia dell’eiaculazione precoce) e mi fiondo un tantino scossa fuori dal rosso autobus sperando che nella mia dispensa ci sia almeno una birra residua.
Con un fine settimana che comincia così, il resto non vale proprio la pena di essere raccontato.

2 responses so far

Feb 04 2010

mondo malefico porcello disgraziato

Non mi va bene no, non mi va bene. Io pedalo come una forsennata, pedalo che ho le cosce in fiamme e arrivo a scuola che ho già i crampi, pedalo, non mi fermo, e quando mi viene da fermarmi penso alle farfalle ai fiori alla primavera, pedalo perchè mi sono promessa che avrei pedalato ma dove sta la fine della stramaledetta salita dove sta un poco di pianura non dico la discesa che non ambisco a tanto ma la tanto decantata pianura dove porca carogna sta?

Sono incazzata, delusa, affranta, sono triste e ho voglia di piangere e di chiudere tutte le porte semiaperte ho voglia di mettermi alla guida di un gigantesco demolitore-di-me.
Voglio rompere tutto quello che resta in piedi.
Che mi sembra che non ne valga la pena.
Che sono sempre più indietro.
Che non ci ho più un grammo di voglia di stare come sto.
Io non dico non voglio più avere i problemi, no, mica sono ancora a questo punto. Ma almeno avere problemi nuovi, almeno una stronzissima novità nella casistica no? Sempre le stesse stronzissime cose.

E allora non è colpa di nessuno ed è colpa di tutti. Non sono come mi vorrebbero e soprattutto non sono come mi vorrei. Sono implosa sono tutta sminuzzata sono persa.
Non ho un luogo una casa una tana  dentro di me è tutto arso una bomba atomica gigante mi è esplosa dentro e bum.
Rimangono solo i cadaveri dei miei tabù.
Che però come zombi popolano questo campo devastato.

Sono solo una lunga lista di divieti e di rinunce.

Nota del giorno dopo: come spesso m’accade in questi casi, stamane volevo cancellare le tracce dell’ira. Non che mi sia passata, ma la mattina ho sempre un po’ di pudore in più. Soprattutto dopo aver compiuto 31 anni. Mi vengono pensieri tipo “questi sentimenti adolescenziali distruttivi e autoreferenziali non si addicono a un’adulta”. Bene. Il post non lo cancello perchè evidentemente o non sono adulta, o anche da adulta mi toccano queste ire globali e dirette verso tutto il creato. Sinceramente delle due preferirei la prima, che lascia ancora un po’ di speranza in un ipotetico futuro. Ma tant’è. Sto così. Che mi piaccia o no.

3 responses so far