Archive for Marzo, 2010

Mar 30 2010

la vacanza piu’ rapida del mondo

Published by lucilla under tailandia, viaggi, carla vitantonio

Lasciare Bangkok in treno vuol dire guardare in faccia il signor cuccettista, alto come un nano magico, vestito di tutto punto ma in ciabatte, che ti prepara il lettino e tira le tende, vuol dire un treno lento e fuori dal tempo, vagoni di seconda classe che finalmente capisci che c’e’ una seconda classe perche’ ce ne’ anche una terza, e te la godi proprio, la seconda classe, la mattina poi ti fai pure la colazione che ti prepara la signora vestita di giallo, e mangi un frutto che da fuori, cosi’, eri proprio convinta che fosse mela invece mela non e’ e cos’e’ rimane un mistero.
Poi a un certo punto, tutto d’improvviso, sei arrivato proprio in mezzo alla foresta che pare di stare in apocalypse now ma senza l’apocalypse, per fortuna, una foresta incredibile, rigogliosa e matura quasi sul punto di essere marcescente, gialla rossa quasi viola. Poi la citta’ e la guida che sembra un manga e ha il tuo nome scritto su un cartellino proprio come vedevi che facevano per quelli ricchi.
E io non mi sento ricca no ma mi accorgo che questa vacanza e’ proprio una vacanza da ricchi e allora almeno provo a godermela provo a starci nella mia posizione di ricca colobnizzatrice perche’ quello che e’ sempre piu’ chiaro e’ che in ogni modo, anche se mi travesto da sono una viaggiatrice non sono una turista per loro sono e rimango una colonizzatrice un portafogli una mezza rincoglionita o nel migliore dei casi una un po’ strana, una che non si sa arrampicare nelle montagne senza guida una che ha bisogno dell’acqua apposita per lavarsi i denti. Allora tanto vale accettare umilmente questo stato di diversita’ e da qua cercare di costruire qualche attimo di incontro reale. Ma la guida che dice di chiamarsi Ben a questo punto della riflessione ci ha gia’ portati all’inizio del nostro tour sulle montagne, tre giorni di villaggio in villaggio, villaggi che sono veramente tali, quaranta o cinquanta famiglie che vivono in palafitte di legno nel mezzo di apocalypse now ma senza apocalypse e tu arrivi e praticamente non c’e’ quasi scambio possibile, siamo separati c’e’ una sorta di tacito apartheid e loro ti costruiscono appositamente dei tavoli con delle sedie, altissimi tra l’altro, mentre loro mangiano sulle stuoie. Loro e noi loro e noi e a volte ti viene pure un po’ il nervoso ma poi passa perche’ ti rendi conto che un po’ e’ veramente cosi’.

Di villaggio in villaggio ho cercato di ripartire le mie poche risorse economiche comprando colorate inutilita’ da riportare ad altri noi che mi aspettano in Europa per sapere come sono loro. Ma poi all’improvviso una sera, non so come e’ successo, in un villaggio perso sulle rive del Mae Taeng dove eravamo arrivati guadando il fiume in groppa a un placido elefante, ecco una sera di colpo ho tirato fuori le carte e ho cominciato a leggere il futuro come lo so leggere io ovvero non leggendolo ma solo guardando quello che dicono le carte e le facce di chi le sceglie e all’improvviso tutti parlavamo la lingua di tutti e ridevamo e c’era un nugolo di persone che tutt’a un tratto erano vicine vicinissime e non importava che loro erano loro e noi eravamo noi.
Questo e’ il ricordo piu’ bello che ho del nord, e quando abbiamo lasciato quel villaggio il saluto davvero e’ stato diverso e qualcuno era persino un po’ imbarazzato da tutta l’intimita’ che si era creata. Ma subito altre emozioni fortissime sulla barca di bambu’ che ci ha riportati fino alla citta’ e la citta’, Chiang Mai, cosi’ diversa da Bangkok, cosi’ viva e decadente al tempo stesso, una citta’ che pare antichissima e che non so perche’ mi ha fatto pensare a Ilha do Mozambique, fors per quell’odore di decadenza che emanano gli edifici costruiti in stile europeo mezzi crollati e mezzi ricoperti dalla vegetazione, ma insomma Chiang Mai e la mia stanchezza un pochino pure la mia difficolta’ nel fare tutti questi viaggi insieme nel godere e nello stare e nell’ascoltare ma anche nell’ascoltarmi. Chiang Mai e il mercato pieno di Thai in vacanza che comprano e vendono tutto davvero tutto roba che mi domando come facciamo noi in Europa a vivere senza le borse per il computer personalizzate e i porta cartaigienica.
Ma Chiang Mai e’ davvero solo un attimo, gia’ mi ritrovo su un altro aereo gia’ mi ritrovo lungo un viaggio noioso e lunghissimo verso sud, auto aereo aereo barca barchetta e finalmente Ko Phi Phi. E qui mi fermerei perche’ e’ cominciato un capitolo diversissimo, che pare di stare in un film degli anni ottanta ma ho le mani stanche da questa tastiera vetusta e voglio andare a fare un bagno adesso.

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Mar 25 2010

leaving bangkok

Gia’ sono trascorsi questi giorni nella capitale, difficilissimo resistere all’afa’ all’inquinamento, al rumore, e infatti sono caduta vittima iperoccidentale dello sbalzo di temperatura, febbre alta raffreddore stomaco in fiamme ma per fortuna fino ad ora Montezuma non si e’ preso la briga di visitarmi. Hai voglia a dire che sei un turista alternativo, che non sei un turista ma sei un viaggiatore, arrivi qui e il tuo corpo non resiste, ti spiaccichi come una patella e invochi la mamma.
Insomma malata sono malata ma stoicamente resisto e mi sono vista tutto il vedibile in due giorni, preso il battello sul fiume, cavalcato lo skytrain insieme ai ricchi borghesi che si detergevano il sudore con verdi foglietti assorbenti (pare che il sudore sia proprio una cosa disdicevole, tra i thai bene), visitato il palazzo reale e porto i miei omaggi a tutti i rispettabilissimi buddha e bodhisattva. Appena giunta al primo tempio ho trovato il mio protettore, un piccolo monaco vestito d’arancione che avra’ avuto quattordici anni e per un’offerta m’ha dato un amuleto fatto apposta da lui. Direi che sono a posto, il buddha anche in questo viaggio mi protegge. E nello stesso tempio come non ti troviamo la gatta che ha appena partorito sotto la statua di Shiakiamuny?Si ‘ voluta mettere sotto i migliori auspici, la gatta scheletrica, e noi l’abbiamo rispettata e abbiamo proseguito in mezzo a orde di manifestanti che in questi giorni occupano la citta’: vestiti di rosso, manifesti che sembrano disegnati da un pronipote del compagno Majakowski e la scritta vogliamo una Thailandia demcratica. Cosa che, a conti fatti, tra telecamere e poliziotti di vario genere, bardati in pelle integrale con 40 gradi all’ombra, onestamente m’appare un po’ difficile. Ci siamo fermati a onorare lo spirito della citta’ in mezzo a signore vestite d’oro che cantavano la loro gratitudine. Abbiamo mangiato ottimo riso al granchio con leggero retrogusto di colera in mezzo agli studenti dell’universita’ buddista, ci siamo ritrovati in casa della gente in un quartiere di palafitte dove le persone non hanno nemmeno idea che a pochi km possa esistere un albergo con due piscine e l’aria condizionata tanto forte da farti venire il torcicollo, e pero’ c’hanno il televisore ultrapiatto per guardarsi il calcio internazionale.
Ci siamo persi nel mercato degli amuleti dove l’uudm ha trovato il suo, e incurante del peso l’ha comprato e lo portera’ con se’ in questo trekking che ci aspetta a partire da oggi. Ognuno con la sua zavorra, io la febbre, lui tre etti di amuleto indu’.

Ma per me Bangkok e’ stata ed e’ soprattutto chinatown, fatiscente, mescolata, aggressiva, luminosa e improvvisamente cupa, vicoli sporchi, cinema degli anni cinquanta, grattacieli e abitazioni vecchie di due secoli protette da icone taoiste. Questo volevo vedere e questo e’ un po’ per me il risarcimento per aver dovuto rinunciare a Macao, perche’ io Macao cosi’ me la immagino, caotica colorata odorosa. E i cinesi, chi l’avrebbe mai detto, si vede che sono cinesi e non sono thai, e sono cosi’ diversi, sono cosi’ loro! Chinatown e ci sarei rimasta una settimana cercando di capire le direzioni del commercio dell’oro e delle spezie, chinatown e i tuk tuk che ti scorrazzano ovunque previa oculata contrattazione, chinatown e il cortile dove le signore fanno aerobica protette dall’altare del buddha, chinatown e i templi popolati, chinatown e i sorrisi e le strade affollate e i dolci e le pinne di pescecane in vendita a ogni angolo.

Ma ecco gia’ sono passati questi giorni, lussuosissimamente ci stiamo trattando, da qui a poco arrivera’ una guida tutta per noi che ci portera’ gentilmente in giro per i tre templi maggiori e ci carichera’ poi sul treno verso il nord. Meno male, meno male che abbiamo fatto il viaggio di lusso, che io non lo so proprio se cel’avrei fatta a issarmi autonomamente su un treno, con questa fiacca e questa temperatura.

Il viaggio dentro e il viaggio fuori, mi arpiono e mi arrocco, vedo burroni e vedo fiumi vedo distanze ma in genere preferisco guardare da lontano e al massimo bagnarmi i piedi senza immergermi, che ancora non mi sento pronta. Ecco me ne vado c’e’ una guida che con l’occhio un po’ perso si aggira nella hall alla ricerca di madame vitantonio.

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Mar 23 2010

Bangkok

Il miracolo del fuso orario ci ha catapultati a Bangkok che erano le cinque del mattino. Il mio unico desiderio era un cucchiaio di citrosodina concentrata e invece ho trovato moltissimi soldati, tanto giovani e smilzi quanto bene armati, e telecamere e registrazioni e gentili ma inflessibili ufficiali di dogana che ti invitano a guardare fisso in camera, ti stanno riprendendo. E cosi’ subito ho avuto un assaggio di cosa voglia dire aver subito qualcosa come diciotto colpi di stato militari negli ultimi cinquant’anni. Ma il re placido regna sul Siam e tanto basta. La guida che asseriva di chiamarsi Dario sventolava il mio nome e io mi sentivo proprio su un pianeta parallelo. Ci ha scaricati in albergo dopo mezz’ora di tragitto, ibernati in un pickup superairconditioned, mentre fuori 35 gradi si adoperavano in un tentativo di sciogliere interi km di baraccopoli.

Dunque e’ vero, questi tailandesi sembrano avere un grande senso della cortesia e dell’ospitalita’ cosa che non mi dispiace affatto, mentre mi giro intorno e scopro che in albergo ci sono due piscine, un garden restaurant e varie amenita’ che mai avrei potuto permettermi. Ecco cosa vuol dire avere cinquemila euro e non sapere come usarli. Spero per lo meno di avere il tempo di fare una sguazzata in piscina, cosi’, tanto per approfittare del comfort.
Ma gia’ mi scontro con insormontabili barriere culturali, io impanicata domando un’informazione, il mio interlocutore non mi capisce ma pur di compiacermi dice sisi, il rischio e’ che mi trovi persa nel mezzo della megalopoli alle sei di mattina senza la piu’ pallida idea di cosa fare.Ma per il mio interlocutore cio’ che pare essere piu’ importante e’ il fatto che io mi senta tranquillizzata. Il risultato e’ opposto. Sono pero’ troppo stanca per mettermi a disquisire sulla questione, il jetleg mi pesa sugli occhi peggio di una sbronza e crollo senza troppo resitere sul letto a quattro piazze ricoperto d’oro.
A quanto di capire questa sara’ un pochino una vacanza da colonialista. Eppero’, com’era pure un po’ in Africa, pare che non ci siano molte alternative tra lo squallore e il lusso, dunque viva il lusso, una volta tanto, in fondo ho trentun’anni e un lunghissimo trascorso da turista responsabile. Per sentirmi un po’ piu’ a mio agio con la mia coscienza veteroambientalista spengo l’aria condizionata in stanza e mi lavo con l’acqua fredda. Del resto qui e’ estate, estate vera, afosa, piena, immobile, quello che volevo.
Se l’uudm riesce a riemergere in tempo utile dal sonno pesantissimo che l’ha avvolto magari mi faccio un giretto per la citta’affittando una bicicletta. Dopo Londra cosa potrebbe spaventarmi?

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Mar 22 2010

fco

Published by lucilla under tailandia

e cosi’e’ stato tutto troppo veloce tutto troppo concitato, e adesso mi trovo all’impiedi in questa surreale postazioneinternet ciucciasoldi all’aeroporto di fiumicino, che ci ho messo quattro ore di acuta osservazione del biglietto elettronico per capire che fco stave per fiumicino, e intanto il tempo corre e io sto partendo per la tailandia, ogni viaggio fuori e’ un viaggio dentro e ho l’impressione che di viaggi dentro questa volta ce ne siano piu’ di uno,dunque mi nascondo dietro la voluminosissima e noiosa guida che abbiamo comprato, me ne sto un po’ in disparte da me, ecco mancano pochi secondi devo premere invio e poi parto zacchete

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Mar 19 2010

Apnea

In tutto questo triccheballacche ho finito col mettermi in apnea e arrivederci al sette aprile. Che poi, che caso, proprio il sette aprile, ma questo è un altro discorso. Mi sono messa dunque in apnea ieri l’altro e nuoto in questo caos che quale caos calmo quale calmo, caos caotico e in totale movimento ma io controcorrente occhi sbarrati vado implacabile dentro il caos per niente calma manco io.

E’ tutto un affaccendarsi di cose che succedono e queste ultime settimane sono trascorse nel sole, pur se solo nel finto sole di Londra, ma sono passate meglio di tutto il resto, e domani ci ho lo spettacolo di fine trimestre che poi è pure un esame e lo so come andrà, andrà come è andato tutto questo trimestre sarà duro difficile e fondamentalmente insoddisfacente nonostante tutti mi diranno che va bene così. Perchè in questa scuola allucinevole le cose che fai sono sempre lo specchio di quelle che hai fatto prima, non si scappa non ti puoi mascherare non puoi fingere non puoi inventare non puoi nemmeno nicchiare. E allora io sono pronta. E sono pronta anche a volare subito dopo verso l’Italia, con l’unica birra -che avrò bevuto in fretta coi compagni- ancora sul groppone, e la valigia piena di cosa non so, perchè come al solito non lo so, di cosa si riempie la valigia, io ci provo sempre a fare liste listone e listarelle ma mi perdo alla voce numero quattro  e allora finisce che desisto, desisto sì che tanto è inutile, la valigia si fa da sè e ormai alla veneranda età di anni trentuno non ci ho manco più il beneficio della droga, la valigia lucidamente mi tradisce e si fa alle mie spalle mentre io cerco di rimanere in piedi sulle mie gambe e mi domando se non sia il caso di depilarmi quei quattro peli che mi son venuti sul labbro altrimenti chiamati baffi.

Parto dunque per Bologna che però non sarà affatto Bologna poichè subito mi muovo e mi lascio solo il tempo di caricare manichino e costumi sulla mia automobilina che speriamo parta e speriamo soprattutto che io mi ricordi come si guida a destra. Me ne vado immediatamente a fare l’attrice solista come ai vecchi tempi, me ne vado fino a Imperia così, d’un botto, e mi pare impossibile che siano passati cinque mesi, cinque mesi dall’ultimo spettacolo, altro che apnea questo è un tentativo di soffocamento, sono così felice che mi viene quasi da piangere e non è una metafora ho proprio i muscoletti ai lati degli occhi tutti contratti mannaggia a me. Ma ancora questo è solo l’inizio solo l’inizio perchè tempo giorni due e sarò in volo nientepopodimendocchè per la Tailandia che non so se mi spiego, Asia, altra parte del mondo, 35 gradi, buddini nascosti nelle foreste e persino gli elefanti. Tailandia che in italiano non so se si scrive con o senza la h ma me ne frego, Tailandia che chi mai avrebbe pensato che un giorno sarei andata in Tailandia e se penso a come ci sono arrivata, a scegliere proprio questo paese e non un altro qualsiasi paese del mondo, mi sembra una cosa troppo assurda e complessa per essere raccontata.

Tailandia e penso che l’unica e l’ultima volta che sono andata così lontano è stato per andare in Mozambico, e poi me l’hanno rubato il Mozambico o almeno ci hanno provato, a rubarmelo, perchè proprio quando sembrava che il colpaccio fosse loro riuscito (e chi sono loro lo so bene io e non c’è bisogno di scriverlo) ecco che il Mozambico è tornato da me sotto mentite spoglie e mi ha permesso di andare in Tailandia. E’ stato proprio così. E’ grazie al Mozambico che esisterà per me la Tailandia, per tutta la storia del premio e del cts e insomma non ho tempo adesso per ripetere la tarantella.
Il Mozambico e gli sbattimenti e la tristezza e la separazione e le bugie e la malaria e gli alberi altialti e la puzza l’umido il Mozambico e non so perchè oggi mi vengono in mente solo le cose difficili del Mozambico. Il Mozambico mi porta in Tailandia e ci vado col mio uomo e lo so che sarà difficile, lo so che ogni viaggio fuori è un viaggio dentro e se si va in due i viaggi sono molteplici perchè quando si è in due non vale la regola che uno più uno fa due ma uno più uno può fare anche trecentomila, trecentomila viaggi che chissà dove ci porteranno, e può fare anche zero ma nel mio caso non fa zero uno più uno perchè i biglietti già ci sono e tutto è pago una volta tanto nella mia vita.

Allora per questo viaggio incasinatissimo che finirà il settaprile quando sbarcherò di nuovo a Londra io mi auguro solo di avere il mio tempo solo di avere il sufficiente rispetto di me per ascoltare i viaggi che mi nascono dentro mi auguro di essere sufficientemente umile e aperta mi auguro di essere   sufficientemente onesta.
Infine mi auguro che non mi vengano le mestruazioni nel mezzo della giungla, ma se dovessero venirmi le accoglierei, come al solito, come la mensile benedizione che mi ricorda che io si, c’ho ancora un legame con la vita. Certo la benedizione potrebbe arrivarmi domani, sarebbe molto più comodo.

Allora mi tuffo siamo pronti? Uno, due e tre.

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Mar 17 2010

quel venticello friccicarello

La vita dovrebbe essere tutta così, come la settimana prima delle vacanze. Il sole splende su Londra, splende così deciso che riesce ad essere quasi caldo. Dimentico sventure personali, metto da parte crucci sociologici e drammi politici, lascio in sospeso progetti di vendetta generazionale, pedalo pedalo e canto, nonostante la salita, che appare, inutile dirlo, quasi meno salita del solito, o forse sono io che finalmente sono un po’ più allenata, fatto sta che arrivare a scuola è davvero un attimo.
Si respira un’aria, a scuola, un’aria piccantina, si sente l’odore dei costumi e degli oggetti di scena, si percepiscono le tensioni e le paure, pure gli scazzi. Ogni tanto una parola di scusa e una rassicurazione. “Non ti preoccupare, è il processo”. Questa è la giustificazione universale di tutti i piccoli screzi che avvengono durante la messinscena. E’ il processo. Che vuol dire che non ci puoi fare niente, che questi sono i compagni che i maestri ti hanno dato, che non li puoi cambiare, che non ti puoi appellare a nessuna autorità superiore, che devi stare con loro e con quello che create insieme, e non è facile e a volte non è nemmeno bello, che ci sono alcuni compagni che, diciamolo, uno si domanda che cosa ci stanno a fare, alla scuola di mimo, eppure ci sono anche loro, e le incomprensioni e le tensioni e ogni tanto qualcuno (soprattutto qualcuna, ammettiamolo) dei più sensibili o giovani si fa scappare pure la lacrimuccia. Io, per quanto mi riguarda, sono una bestia. La settimana prima dello spettacolo viene fuori davvero l’animale, feroce, affamato, implacabile, mi muovo per linee rette, elimino le parole di cortesia e di gentilezza, vado diretta con un occhio all’orologio, le persone smettono di interessarmi e mi interessano solo gli attori. Sono persino insofferente con i più lenti, con quelli che si ostinano a rimanere legati al quotidiano, a chiedere scusa se sbagliano invece di risparmiare tempo e usarlo per correggersi. E lo so, che sono così, la bestia, appunto, difficile, a volte aggressiva, focalizzata totalmente sulla creazione, totalmente immersa nel processo. Non c’è più tempo per la diplomazia e io finalmente mi sento libera, il personaggio esce fuori prende vita si anima velocissimo corposo concreto e io, la bestia, lo difendo a morsi.
Ma tutto è leggero. I più esperti dei miei colleghi mi capiscono e finiscono persino per giustificarmi  (è nel processo, è una vera attrice) come se gli altri non fossero veri attori. A me sembra soltanto che alcuni siano incapaci di abbandonarsi a quello che succede.
Eppure tutto magicamente, come si era creato, si interrompe, sono già le due, il sole è alto, ci trasformiamo in esseri umani, i muscoli si nascondono sotto vestiti da lavoro,montiamo su autobus e biciclette, ci prendiamo in giro, gridiamo e scherziamo in tante troppe lingue, ci diamo appuntamento a domani. E il resto della giornata è davanti a noi, davanti a me.
Le ore che trascorro cercando di guadagnare abbastanza, eppure in questa settimana anche i bambini sembrano un pochino più sopportabili, e il pensiero che per un mese non li vedrò angoscia il mio portafogli ma solleva immensamente me.
Penso a domani a dopodomani eppure sono completamente immersa in questa giornata. Sono dove sono e dove sarò. Che poi lo so, lo spettacolo sarà bello e le vacanze saranno bellissime ma questo strano sapore frizzantino sarà sparito, il sapore dell’attesa, è finisce che un po’ persino mi dispiace.

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Mar 14 2010

ho la schiena spezzata, e non è un luogo comune

Published by lucilla under corpo, radio, carla vitantonio

Ebbene si. Avrei dovuto immaginarlo, me lo avevano detto in tanti e probabilmente io stessa devo, in passato, averlo detto a qualcuno dei miei allievi. Eppure fino a quando non è successo il patatrac non avevo idea di cosa significasse davvero la frase “il corpo non è eterno”. Il corpo è un materiale altamente deperibile. Altissimamente, direi, E spesse volte uno fa dei danni ma è troppo piccolo troppo incosciente c’è troppa vita intorno e non se ne accorge. E se se ne accorge pensa di essere immortale. E’vero. Uno quando è giovane pensa di essere immortale e che il proprio corpo non scadrà mai. Si considera una specie di cartone di latte a lunghissima conservazione.
Come quando mia mamma mi da le bottiglie di salsa fatte dalla mia nonna e io le metto in cantina e penso che sono sotto vuoto, che ci possono stare in eterno, in cantina, anche se mia mamma mi dice che si devono consumare entro un anno io non le credo e succede che le tengo in cantina per anni e anni e anni.Poi un giorno mi serve la salsa per fare il sugo, prendo la bottiglia che mia madre mi ha dato decadi fa e scopro con sommo stupore che mia madre anche questa volta aveva ragione, che la salsa è andata a male.
La settimana scorsa il mio corpo chiuso in cantina da non so quanti anni ha cominciato a dare preoccupanti segni di cedimento e io, credendomi saggia, credendo di prendere in contropiede l’avversario, mi sono detta occhei adesso vado dall’osteopata che mi rimetterà a posto questi piccoli squilibri mi farà passare questi piccoli dolorini e mi dirà ci vediamo tra cinque anni per un altro controllino.
E così ho fatto. Sono andata dall’osteopata. Che gentilmente ha fatto bene il suo lavoro ovvero ha aperto la bottiglia di salsa andata a male. E ho scoperto di essere tutta storta e dolorante sempre più dolorante, ho scoperto di essere financo grave, direi. Il bravo osteopata mi ha tutta manipolata per riportare alla luce i quattordicimila squilibri ossei muscolari e posturali che avevo costruito in trentun’anni di oculata autodemolizione e il risultato è che sono tutta rotta.Schiena a pezzi, gambe doloranti, braccia che non me le sento, mal di testa. Il tutto dura da quattro giorni e lui, l’osteopata, mi aveva avvisata. Mi aveva detto hai aspettato troppo, adesso sarà ben doloroso. Infatti lo è. Non ce la faccio nemmeno a chinarmi per prendere lo yogurt nel reparto latticini.
Fra qualche giorno lo rivedrò e mi darà gli esercizietti che, come una brava nonnina, dovrò fare tutti i giorni sperando di rinforzare la mia muscolatura e migliorare la postura. Mi sento un serpentello raggrinzito.

Tutto questo non per lamentarmi. (Ma perchè no, poi, in fondo, questo è il mio blog e mi lamento quanto mi pare). Ma insomma, tutto questo papiello non solo per lamentarmi ma per giustificare a me stessa e agli eventuali lettori la noia che permea le mie pagine nell’ultimo periodo. Sono un po’ così: impegnata a resistere al dolore. Uffa.

Ma intanto oggi ho voluto far valere i miei diritti e doveri di maestra di radioracconto su radiokairòs e mi sono connessa in streaming durante la trasmissione dei miei amati dadallievi. Trasmissione che si chiama oscillazioni in frequenza, ci ha un blog e va in onda la domenica alle 1930.
Ho  però fatto un errore: invece di starmene connessa in silenzio e di prendere scrupolosamente appunti per poi mandare ai dadallievi una mail ricca di consigli e annotazioni, ho chiamato in radio avvisando che oggi la maestra li avrebbe ascoltati.Tragedia!!!!!!! I dadallievi mi si sono impanicati. Oltre agli errori e strafalcioni tecnici che probabilmente avrebbero commesso comunque si sono profusi in una serie di inciampicamenti carpiati degna di un apprendista tuffatore.
Il problema vero è che io, invece di indignarmi e incazzarmi, mi sono commossa, ecco cosa mi sono. Mi sono commossa e mi è venuta la lagrimuccia nel sentire la vocina stupita al telefono della dadallieva, mi sono commossa nel sentirli incespicare, nell’immaginarli impanicatissimi a cercare i tasti giusti sul mixer, a bestemmiare perchè con tutti i casini che già ci sono ci mancava solo di sapere che la maestra è in linea e ascolta puntigliosamente. Mi sono commossa, proprio come una vecchiarella.
Insomma alla fine di questa domenica facendo i conti con la schiena rotta e l’incontinenza emozionale penso che dovrei rivedere un momento la percezione che ho della mia età. Benvenuta nonna Lucilla.

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Mar 13 2010

mi devo sedare

Published by lucilla under londra, solitudine, carla vitantonio

a volte, come oggi, mi sento che mi devo sedare. Mi sento che questa stanza questo computer queste parole non bastano, mi sento che ci ho dentro una specie di vitalità troppo viva, una specie di eccesso di vita ecco, una cosa incontrollabile che chissà dove mi porterebbe se la ascoltassi fino in fondo, una vitalità in fondo anche un po’ morta, o meglio mortifera, e allora non so dove sbattere la testa, direbbe la mia mamma, che ha sempre voglia di sbatterla da qualche parte. Io non so dove scaricare non so dove esplodere mi sento come quando da piccoli ti insegnano che non si fanno le scoregge in pubblico e tu hai una grande scoreggia che sta per esplodere e non sai dove andare non sai cosa fare allora cerchi per lo meno di allontanarti il più possibile cerchi di arginare i danni perchè quando la grande scoreggia deflagrerà saranno davvero cazzi amari.

Ma io al momento non ho una grande scoreggia dentro di me, ho un eccesso di vitalità mortifera ho desiderio di mettermi in pericolo di andare in fondo alle situazioni di cercare gli angoli bui anche nelle strade più illuminate ho voglia di stravolgere tutto. Mi sento tutto un friccichio mi sento tutto uno sformicolamento mi sento il pepe al culo mi sento che gli occhi vanno veloci le orecchie captano zipzap mi sento un insetto mi sento un piccolo animaletto cacciatore.

E allora quando mi sento così finisce che mi devo sedare perchè in questo momento non ci ho la capacità di trasformare il friccico malefico in una cosa un po’ più sensata che ne so in uno spettacolo in una poesia in una canzone.  Mi sento imbavagliata mi sento. Quello che posso fare è mangiarmi un chilo di biscotti al caramello così lo zuccherò ottunderà i sensi e sarò così piena che tutte le energie saranno impegnate nel resistere a una gigantesca digestione oppure l’alternativa è tuffarmi in un mare di birra e amen. Come per esempio stasera, che lo so che finirà così che mi tirerò questa bella martellata in testa perchè sennò non mi reggo sennò tutta questa vitalità mortifera che non sa dove andare finisce che mi mette nei casini.

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Mar 05 2010

voglio solo pedalare

Il primo tratto è piano e deserto, così che faccio in tempo ad abituarmi alla pesantezza e al freddo che si appiccica immediatamente alle guance. Ma il sole splende e la catena è finalmente ingrassata, mi stupisco quasi di quanto improvvisamente il mio cavallo d’acciaio sia diventato docile e veloce. Destra sinistra destra sinistra, e prestissimo incomincia la salita. Il cappello mi scende quasi sugli occhi ma quel pezzettino d’orecchie che rimane fuori si è immediatamente congelato, spingo con le cosce in vista del primo semaforo. L’ipod mi rimanda canzoni a casaccio che come ogni giorno interpreto come presagi e ammonimenti per la nuova giornata. A tratti canticchio, mormoro, borbotto, anticipo, le cosce si scaldano e le mani si stringono attorno al manubrio, la schiena si piega, destra sinistra destra sinistra, al semaforo ho già il fiatone ma un pezzetto di discesa mi aspetta e me lo prendo appoggiando il ginocchio all’interno della canna, rilasso le braccia drizzo la schiena, questo è il pezzo che dedico ogni giorno alle innumerevoli discese dai cavalcavia di Padaniacity, e d’improvviso mi trovo catapultata in altri luoghi e altri tempi, ritrovo gli odori delle pedalate mattutine fatte con addosso ancora l’odore di tutte le cose proibite che popolavano le mie notti, pedalate un po’ cieche un po’ stanche e un po’ già proiettate verso quello che sarebbe successo alla fine delle otto ore di lavoro, pedalate spinte verso le chiacchierate con le colleghe nelle pause sigarette, i pettegolezzi i resoconti le interpretazioni i secondo me lascia stare i credo che dovresti cambiare strategia i panini al prosciutto della signora Lucia, e Titti e Piera coi loro sorrisi diversissimi, le idee brillanti che a volte diventavano progetti e molto più spesso svanivano nelle nuvolette di fumo che producevamo nel giardino sul retro.
Ma ecco d’improvviso mi rendo conto che sono a Londra e sto pedalando alla mia sinistra già la curva di Endymion road mi attende terrifica piego un pochino e immediatamente prendo vantaggio dalla discesa appena terminata e ricomincio a spingere sui pedali, lo so che questo è il tratto più lungo e più duro, è il perpetuo inverno delle mie pedalate mattutine, il quotidiano test della motivazione. Inspiro con il naso, espiro con la bocca, la schiena è sudata e appiccicaata ai mille strati di maglie e magliette mentre i piedi e le mani sono quasi congelati ma le cosce spingono bruciano i polpacci si tendono gli addominali si schiacciano contro l’ombelico e io vado, vado, lenta ma inesorabile, una pedalata è un intero viaggio nel passato e tra una falcata e l’altra ci sono intere dimensioni di ricordi, il Cois e la mia paura delle biciclette dodici anni fa, Alice e le nostre pedalate verso il corso successivo alla ricerca di un arcobaleno che rendesse  più leggero il nostro accanimento da studentesse povere, Ale Ceci Ema Sonia e le pedalate fino al cinema Excelsior partendo da Monte Change, le bici prese a prestito da altri appartamenti e i lucchetti che erano sempre troppo pochi allora leghiamole insieme, e le montagne di biciclette che formavamo in quel modo, e i mi presti il badge che l’ho dimenticato? così ci facevano lo sconto.
Pedalo pedalo e so che alle strisce pedonali avrò fatto un terzo di questa salita ma quello che viene dopo è ancora duro ancora duro io vado vado sono stanca i pedoni mi sembrano velocissimi e le automobili invidiose di una dedizione che non capiscono e non conoscono provano a stringerti contro il marciapiede ogni tanto un autista particolarmente dispettoso ti spinge con la fiancata sul manubrio e tu tentenni a volte ti devi fermare.
Ma è un attimo.
Riprendo immediatamente e supero la maledetta rotonda che non so mai dove guardare. E tutte le rotonde di Padaniacity mi tornano alla mente e la Ceci con le sue strategie di ingiuria progressiva, legittima e femminista, ma è solo un veloce momento la Ceci adesso è in Spagna e chissà se ci va anche lei, in bici, chissà se le vengono in mente tutte queste cose ogni mattina, io intanto guardo la cima che è qui davanti a me ma gli ultimi venti metri sono ripidissimi r i p i d i s s i m i.
E improvvisa l’ultima pedalata va a vuoto mi rendo conto così che anche questa mattina il mio test della motivazione è stato superato, quello che c’è dopo   è ordinaria amministrazione per una ciclista incallita come me, eppure lo so, è più di metà strada ancora ma a me pare poco quello che rimane perchè dietro di me c’è la parte più dura e allora yuppieee mi lancio giù per la discesa respiro affanno soffio e canticchio piego all’incrocio lancio la mano a indicare la direzione inveisco ma soprattutto prendo velocità.

Alla fine della pedalata c’è il mio giorno.

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Mar 02 2010

a trentun’anni uno capisce quali sono i miracoli

e così seconda giornata di fila in cui mi sveglio con il sole. Lo so a un lettore sito in terra italica questo può sembrare uno di quegli effetti speciali un po’ melodrammatici alla vitantonio ma invece si tratta proprio di un miracolo, si tratta, e per l’occasione ritorno all’italiano temporaneamente, faccio un po’ qui e un po’ lì a seconda di quello che devo dire.
Questa città è immensa, dispersiva, caotica, e all’inizio proprio questo mi ha affascinato, a Londra trovi tutto e ne trovi in quantità, ma dopo un poco in questo tutto finisce che ti perdi, in mezzo a queste quantità gigantesche si nascondono innumerevoli vicoli ciechi e buchi neri, che ti divorano quando meno te lo aspetti e perdi il senso di quello che stavi facendo. Vivo con pochissimo tempo, e proprio perchè ho pochissimo tempo ho moltissimi tempi morti. Mi distraggo in continuazione da me, mi distraggo dalla distrazione e ancora e ancora, mi rincorro ma spesso sono sull’autobus successivo, e quando finalmente mi sembra di essere un tantino in anticipo zacchete. Mi cade la catena dalla bicicletta.

In questo caos rumorosissimo mi rendo conto che ho perso pezzi, che per due mesi non ho raccontato che minuscoli particolari di ciò che accadeva, panorami laterali e poco impegnativi, descrizioni di nature già morte. Oggi invece è la seconda volta di seguito che mi sveglio e c’è il sole, un sole che mi fa sentire una nostalgia dell’Italia che manco me lo immaginavo, e ho voglia di essere presente di stare nelle cose ho voglia di vivermi questi mesi che rimangono con pienezza.

Ieri persino il nobilissimo bambino indoinglese era di buonumore,  tutta la città era di buonumore, e ci credo, vedevamo la luce, vedevamo. Mi è parsa così financo sopportabile la mia insopportabile (per natura, davvero) coinquilina, una nuova, di cui non ho mai avuto modo di scrivere nè di parlare. Eppure vive qui da due mesi ma io ero troppo concentrata nella resistenza passiva.
Una coinquilina di quelle che si meritano un post a parte e che forse nei giorni venturi lo riceverà, tanto ne combina diverse al giorno e prima o poi dovrò dedicarle una riflessione personalizzata.

Ma adesso ecco già sono le otto e mezza e mi cucino il famoso porridge alla vitantonio prima di mettermi in bicicletta sotto questo singolare sole inglese, sicuramente polite e well behaved, ma con una forte personalità, si vede.

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