Archive for Giugno, 2010

Giu 30 2010

le rose non sembrano aver sentito la mia mancanza

Non sembrano proprio aver sentito la mia mancanza, le rose. Sono rigogliose come non mai e hanno fiori meravigliosi, profumati e fieri, intoccabili. Se la vedono bene persino coi sempiterni pidocchi e financo il pesco sta pescando che più non si può, avrà venti o trenta frutti e fino all’anno scorso ne faceva uno solo.

Ed e’ stato tutto così veloce e tremendo e adesso mi trovo in questa casa in campagna e non ho assolutamente idea di dove sono, e mi domando che cosa ci sto facendo qui, e lo so che  una domanda terribile ma non ho la più pallida idea di dove mi trovi, di dove stia andando, non ho la più pallida idea, non ho, e mi sembra che mi sono completamente persa, che ho tutti questi oggetti attorno a me tutti questi vestiti che cosa cazzo me ne faccio dei vestiti che cosa me ne faccio di queste cose se mi sono completamente persa

Sono frammentata sono implosa e ieri il viaggio è durato pochissimo, il tempo di un pisolino, e qui pare che veramente io non me ne sia andata mai e invece me ne sono andata, eccome se me ne sono andata, me ne sono andata e non sono più com’ero prima di partire e però non lo so come sono e forse il senso di tutte queste “e ” che uso è che cerco una connessione possibile tra le cose cerco un nesso magari un poò acrobatico ma ecco un nesso almeno un nesso invece sono qui che di nessi non ne vedo manco uno e quello che vorrei non cel’ho e forse la verità è che non lo so cosa vorrei e si lo so vorrei piangere e non ci riesco vorrei avere delle persone vorrei andare a prendere un caffè con le mie amiche vorrei un gattino che ne so vorrei disperarmi fino a quando non mi resta che reagire e invece adesso mi metto come se non fosse successo nulla a fare lo spettacolo nuovo cosi’, tac, perfettamente efficiente proprio come tanti anni fa dicevo di me.

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Giu 29 2010

la lingua giusta dell’addio/the right language for farewell

And I find myself walking in this unexpected peace, one o’clock in the morning and the last evening is gone, and it’s gone forever, and I don’t know how many other last evenings I’ll have to join during the forthcoming years, but what’s the meaning of writing in English if already I’m half gone?

un piede di qua e un piede di là, barcollo in questa assenza bagnata
la notte è calda e meriterebbe uno dei miei exploit più naif, potrei forse danzare davanti alla vecchia volpe che è l’unica spettatrice dei miei ultimi passi notturni, invece continuo a camminare, lentissima, una gamba davanti all’altra, un piede dopo l’altro, sento il fruscio del vestito che si mescola con la musica che mi ostino ad ascoltare perchè questa pace così repentina non la voglio sentire, attorno a me. Non voglio ascoltare non voglio guardare, il profumo dei fiori di questa stradina non lo voglio sentire più, perchè tutto è già mancanza, tutto è già una storia d’amore finita male dal principio, che lo sapevo, lo sapevo che non era per sempre, che manco nella pubblicità dei diamanti, voglio dire, no che non era per sempre, nella mia vita per sempre non c’è mai stato niente figuriamoci poi quando sono proprio io a decidere la lunghezza delle cose. Sono diventata la parca di me stessa. Per evitare che sia qualcun altro a tagliarmi i fili dell’esistenza arrivo io, per prima, implacabile come uno dei lugubri corvi della regina che mi hanno fatto compagnia in tutti questi pomeriggi londinesi mentre aspettavo il nobile indoinglese che usciva dalla sua costosissima scuola privata davanti alla cattedrale di St Paul.
E così avevo deciso mi do un anno, un anno a Londra, poi rientro poi basta sarà una parentesi, così mi ero detta, una parentesi una specie di regalo. Non avevo pensato a quante rivoluzioni ho fatto in questi mesi, ogni mattina sulla bicicletta più pesante del mondo a tagliare lo smog e l’indifferenza dei negozianti turchi affacciati dalle loro botteghe su Green Lanes. Non ci credevo davvero, che ogni pedalata fosse una piccola impercettibile rivoluzione, e invece era proprio così, e ogni rivoluzione si porta morti e feriti e a volte sono morti e feriti che non c’entravano niente sono pezzi che cadono solo perchè non hanno tenuto il ritmo sono le così dette vittime civili sono quelle che in fin dei conti non ci stavano capendo un emerito niente, della rivoluzione, e forse per loro, in fondo, non avrebbe poi fatto una gran differenza vivere senza la rivoluzione ecco questo penso

che dentro e fuori di me ci sono decine e decine di queste vittime civili e io sentitamente porgo le scuse di stato ma di più non posso fare perchè la rivoluzione esige i suoi morti, hanno voglia a venirmelo a raccontare i portoghesi, che la rivoluzione dei garofani ha fatto un morto solo, non è vero, ne sono morti molti molti di più prima e dopo silenziosamente sono morti anche solo perchè non sapevano accettare

Adesso improvvisamente mi gira attorno una zanzara, la prima zanzara che io abbia mai visto a Londra e mi domando che cosa ci fa, la zanzara, sveglia a quest’ora, mentre io scrivo innumerevoli testamenti e una parte di me, una parte piuttosto grossa, vorrebbe buttare la valigia e tutto il suo contenuto una grossa parte di me se ne frega della valigia dei vestiti del computer una parte di me vorrebbe andare via e lasciare tutto qui perchè la marea di oggetti che mi trascino pesantemente è una marea di nulla, un nulla denso e inutile che non contiene in sè nessuna delle cose delle persone che ho trovato qui, e mi viene una rabbia tale che vorrei prenderla a calci, la valigia piena di nulla insaccato stipato chiuso faticosamente un nulla ingombrante non c’è che dire un nulla che pesa almeno due decine di chili.

Che me ne faccio, delle cose, se sento che non lo so, dove voglio metterle? Che me ne faccio di questi vestiti se non so quando indossarli?Perchè ho tutti questi oggetti assolutamente privi di senso e non riesco invece a trovare uno straccio di contenuto e tutto è cazzo mi vengono le parole in inglese questa è la verità mi vengono le parole in inglese e stavo per dire meaningless e non mi viene, non mi viene il sinonimo in italiano, e però da un lato mi vengono le maledette parole in inglese ma dall’altro il mio inglese è oscuro e in parte incomprensibile dunque tanto vale tornare in un posto dove almeno ho l’illusione che si parli la mia stessa lingua, NO? tanto vale. Ecco cosa dico. Dico che tanto vale. E invece non vale tanto non vale uguale non vale e basta.

Mancano poche pochissime ore a questo ritorno che mi porta verso un ignoto ancora più profondo di quello che lascio.
Troppe poche ore mancano a troppe persone non ho detto addio e quelli che mi hanno salutata tutti mi hanno chiesto quando ritorno, eh, quando ritorno? E io non lo so, se ritorno, se ritornerò mai, perchè in verità io non sono mai tornata da nessuna parte, sono sempre andata in luoghi nuovi e non lo so, se questa volta ritorno

mi si chiudono gli occhi e dovrei dormire ma una volta che avrò deciso di farlo ecco sarà terminata anche quest’ultima notte di interrogativi esistenziali che manco nel peggior bignami di filosofia

allora lo faccio chiudo questo post spengo il computer mi lavo persino i denti e mi metto a dormire a dormire che tanto una dormita vale l’altra e forse domani non mi sembrera’ poi tanto terribile.

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Giu 28 2010

la verità

è fottutamente difficile e doloroso ecco cos’è. Ho un pezzo del mio cuore che si è nascosto in questa città e non riesco a ritrovarlo per riprendermelo e portarlo a casa. Sono arrivata, ho fatto tutti i casini che avrei potuto fare più qualcuno che non avevo preventivato, ho attraversato tutte le fasi del manuale del migrante e adesso ho una valigia gigantesca piena di cose di cui fondamentalmente non me ne frega niente, ecco, ma pesa pesa la stronzissima valigia e non lo so nemmeno io perchè mi sono intestardita a riportarmi indietro tutti questi inutili vuoti pesanti oggetti. Che cosa me ne faccio.
Adesso sono qui nella stanza che ho amato che ho odiato, che avrei voluto condividere col mio uomo e invece non cel’ho fatta così come evidentemente non cel’ho fatta a condividere sufficientemente quest’anno, me ne sto qua e c’è una stranissima puzza di gomma che non so manco cosa sia e ho cose cose cose su cose cose sparse dappertutto e ho cercato di lasciare questo e quello ma comunque trattengo troppo con me, troppo trattengo e intanto quello che dovrei riportare a casa quello non lo ritrovo.

L’ho perso.

Sanguino.Perdo pezzi di me che dovrei tenere ben stretti. Sanguino e mi sento come se camminando stessi lasciando una tremenda scia di sangue e organi e pezzi di carne viva che sono io.
Ed è una sensazione che si, ricordo, lontanissima, ma pensavo mai più l’avrei provata. Questo distacco che pensavo festoso che avevo programmato felice si trasforma in un circo di piccole tragedie di innumerevoli numeri riusciti male.
Ho dentro di me trapezisti che si rompono gambe, giocolieri che mancano la clava, leoni che si bruciano la pelliccia, e poichè mi sembra di non essere in grado di vivermi le cose nella loro densità dolorosa mi rifugio dentro questa immaginaria combriccola grottesca che, comunque, continua lo spettacolo fino alla fine.

Non lo so, non lo so cosa sia successo in queste ultime due settimane ma a un certo punto mi sono resa conto che non era vero, non era vero che non mi fossi lasciata toccare, non era vero che fossi incolume, non era vero nemmeno un po’, perchè questa città-macelleria mi ha riempito le narici per un anno e mi ha irreparabilmente cambiata e adesso ecco, adesso non lo so cosa voglio, che uno dice vabbè quello anche prima, si lo so anche prima ma adesso in più c’è che sento che non voglio più quello che volevo prima e mi sento che nonostante la sofferenza e la solitudine questo anno difficilissimo mi ha dato qualcosa di indescrivibile e di prezioso e cioè mi ha fatto vedere sulla mia pellaccia di mulo testardo quale sono che ce la posso fare anche da sola, in qualche modo. Che a uno può sembrare scontato ma invece per me non è scontato per niente e allora con questo ritorno e lo so che sarà dolorosissimo lo so.

E dunque ieri abbiamo concluso questo anno di scuola con uno spettacolo allucinante, la gente all’impiedi in platea e sui palchetti batteva le mani come impazzita e noi grondavamo sudore misto a trucchi e i miei baffi finti bruciavano non più neè meno del naso posticcio di uno e della parrucca dell’altro, e ho guardato i miei maestri e volevo piangere, ecco cosa volevo fare, volevo piangere e che loro mi vedessero piangere di gratitudine e di rabbia e di amore prima che fossimo tutti troppo ubriachi. Invece non ho pianto ma ho ballato con tutti e con tutte anche con quelli con cui non ho mai avuto uno straccio di relazione ho ballato e poi a un certo punto ho cantato. Non avevo mai cantato per i compagni di quest’anno mi ero tenuta il mio segreto ben stretto invece ieri sera in un parco a piedi scalzi ho cantato e i compagni e le compagne hanno ballato mentre cantavo per loro.

Fino a che non è arrivata la polizia. Che erano le tre ed eravamo pur sempre nel centro di Londra, non era polite. Abbiamo riso mentre tutto il parco popolato da sconosciuti si rammaricava che dovessimo lasciare la piazza e ci ringraziava per la nostra musica.

Tant’è. Volevo venire a Londra, poi ci sono venuta e sono stata bene e sono stata male e ho perso moltissime cose moltissime e non le avrò mai più ma altre ne ho guadagnate. Poi me ne volevo andare. Ma mi ero imposta di restare. Mo me ne devo andare. E volentieri resterei. Quanto so’ rincoglionita mioddio quanto.

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Giu 23 2010

e io pago

Che mi sa tanto di essere uno di quei fortunati esseri umani che pagano tuttotutto ma proprio tutto. Arrivo sempre quando sono finiti i saldi, quando i prodotti in promozione sono gia’ stati venduti, e pago il prezzo pieno senza poter fiatare.

La felicita’ che conosco si porta sempre una risacca profonda come quelle dell’oceano che mi ricordo io, decine e decine di metri di terra che compaiono e scomapiono quattro volte al giorno in poco pochissimo tempo. C’era l’alta marea solo un attimo fa, i miei pesci sguazzavano che era una meraviglia, era tutto un fiorire di rigogliosita’ e simili metafore faunistiche, e poi zacchete arriva la marea bassa. I pesci si sono fatti prendere un po’ dal panico. Come al solito qualcuno si e’ salvato e qualcun altro no. Boccheggiamo, io pesci stelle marine alghe e quant’altro, senza sapere se sia meglio spostarsi la’ dove c’e’ ancora un po’ di acqua o aspettare che l’acqua ritorni qua dove stiamo crepando noi.
Certo, in queste situazioni un po’ estreme come la vita e la morte tali considerazioni filosofiche rischiano di apparire un tantino inopportune. Cionondimeno (ma chissa’ dove l’ ho pescata sta parola) io e i miei pescetti siamo ancora qui che discettiamo. Intanto qualcuno gia’ stira le zampe.

Tutto stravolto, tutto stravolto. Tutto messo in discussione tutto rivoltato come il peggiore dei miei calzini bucati.
Lo so me lo dovevo aspettare, sono stata in questo posto un anno, e’ stata una delle cose piu’ importanti della mia vita, mi e’ successo di tutto e il suo contrario, sono stata sola come mai nei passati dieci anni, e adesso tie’, pensavo che un colpo di spugna e via, tutto sarebbe stato come prima. Ahime’ in questo libro non e’ cosi’, ho sbagliato collana.

Ma intanto sono le cinque e dieci e gia’ devo correre alla nursery a pescare il moccioso per consegnarlo alla legittima genitrice sano salvo e nobile come lei l’ha lasciato questa mattina. I sogni si sono dissolti con la marea e mi rimane un generale disappunto unito all’irresistibile voglia di un massaggio.

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Giu 22 2010

amletica

And what if i wake up and I don’t know In which language I should talk to the sleepy woman looking at my from the window of the mirror?
What if, once more, I don’t know if I’m here, or there, or simply nowhere because I’m not able to choose as a grown up should do?

Lost in useless translations between me and the huge parliament of all my secret voices. Don’t want to stay, don’t want to go.

What if I wake up and understand that yes, I’ve betted, yes I’ve finally betted really hard, butI didn’t even look at the number? What if I suddenly understand that the point it’s not only betting?

And I write in this ridiculous English, un-connected, dis-connected, un-connectable, ’cause it’s the only way I have now. If I don’t find the words it’s not the world that’s complicated, it’s my vocabulary that’s incredibly poor and silly.

It’s half past twelve and I should be nice and dreaming instead of rolling once more the last joint, here, starring at this useless machine that reflects me much better than a mirror.

Instead, because I’m what I am, I look for the lighter, and smile in this bed of  sub-amletic questions.

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Giu 21 2010

Britsol, e sono felice

Non lo so cosa capita, che a un certo punto finalmente arriva quello che pensi di meritarti, o che lo pensi così fortemente che poi arriva, o che arriva per caso, o che non arriva ma tu sei così convinta che ti sembra che arrivi.

Ho deciso per questo mio ultimo fine settimana libero di andare a Bristol, e ho fatto bene. La vita è bella e facile ed emozionante se ti senti giovane, bella e affacciata alla finestra della felicità. Così mi sono sentita io in questa breve gita fuori porta. E improvvisamente una folata di quella vita che tanto mi mancava mi ha travolta. Ero affacciata alla finestra della felicità, erano le dieci e mezza di sera e mezza luna spaccata si stagliava orgogliosamente su un cielo turchese. Il giorno non aveva alcuna intenzione di finire. Così ho decretato che no, non sarebbe finito. I miei ospiti mi trattavano come la regina della festa. E forse questo ero, la regina di una festa durata poco più di ventiquattr’ore.

E sono felice e sono triste nell’ammettere che tutto è perfetto se non c’è il lieto fine, sono felice e sono triste nel ripetermi che è importante è bello sapere andare via prima che la festa volga al termine. Che alla fine, quante ne vedo, ogni giorno, di situazioni che non aspettano altro che degenerare, di bellezze che si disfano?quante ne vedo di alchimie fallite, di amicizie che degenerano, di magie che diventano malintesi? E mi interessa crearne altre, di situazioni così?
Francamente no. Non m’interessa. Ho amato passeggiare nel parco guardando le volpi e le lanterne cinesi di notte. Ho amato bere latte da un calice mentre facevo il bagno nella vasca più miracolosa della storia, ho amato le case georgiane e il sidro sorseggiato sul belvedere. Mi sono finta giovane bohemienne giusto il tempo necessario per crederci un pochino anche io. Ho ascoltato di tutto, parlato quasi di niente.
Sono stata onesta.
Non ho avuto paura di dire che era bello. E nuova bellezza è tornata verso di me. Dondolavo affacciata alla finestra della felicità e mi domandavo se la felicità fosse dentro o fosse fuori.

Le persone sanno essere perfette se hanno davanti a loro una fine così vicina. Così abbiamo giocato alla felicità fingendo che tutto fosse infinito. Perchè sapevamo che era, invece, finitissimo.
E in tutto questo, improvvisamente mi rendo conto di quanto tempo è trascorso, di quanta sofferenza non ho potuto condividere con alcuno in questi lunghissimi mesi, di quante albe mi sono vietata per paura di vedere che ancora sapevo guardare l’alba. Improvvisamente mi accorgo che a un certo punto quello che ogni volta che faccio “OTTO” blatero sul palcoscenico ha smesso di essere vero, e non so nemmeno come sia successo.

“Desidero, desidero, desidero. Desidero e prendo. Succhio, trattengo, ingoio. Metabolizzo, sniffo mi nutro gioisco esplodo grido. Non appassisco, non ammuffisco, non ingrasso non faccio diete non mi trattengo non mi reprimo. Se c’è il sole vedo il sole se c’è la pioggia vedo il sole e nella vostra nebbia io ci vedo il sole. E quando voi la notte dormite dopo aver spento il riscaldamento controllato la caldaia i termosifoni le fontane dato la pappa ai pesciolini ai gatti rimboccato le coperte ai pupi io vedo il sole.
E lo so, lo so, bevo troppo, fumo troppo, mi drogo, non ho la lucidità necessaria, forse sto anche invecchiando, non ragiono, non ragiono abbastanza, mi lascio andare a tratti mi riprendo salto poi cado salto ancora cado ancora ancora e poi chissà chissà a tratti troppo spesso scopro l’ansia di un domani che non conosco e non immagino e vorrei persone mani carezze vorrei una giornata di sole e poco vento vorrei ballare vorrei non dovere e solo volere vorrei volere e potere sempre sempre sempre…”

ecco tutto questo a un certo punto ha smesso di essere vero ha smesso di essere mio ha smesso di essere, a un certo punto mi sono semplicemente chiusa al mondo chiusa a me perchè avevo solo una fottutissima paura che io com’ero con tutta questa cosa che è sofferenza si ma è anche bellezza ecco avevo paura che io così non lo meritassi un posto non lo meritassi da nessuna parte

e chi mel’ha messa in testa quest’idea? ma a un certo punto di nuovo ho cominciato a cercare di essere come non ero ho cercato di nascondere di nascondermi e il risultato e che per lunghissimo tempo ho perso la finestra della felicità. E così nessuna finestra più si apriva e io non ero più io e niente aveva più il sapore della verità.

Finisce che quando la ritrovi, finalmente, la finestra della felicità, capisci che è proprio così, che l’intensità è intensa sempre, e che c’è un prezzo che si paga a essere onesti e io questo prezzo di nuovo sono pronta a pagarlo tutto, perchè mi sembra l’unica cosa che valga la pena. Allora non lo so tutto questo quanto dura non lo so quando improvvisa l’intensità gioiosa si trasformerà in mancanza in sofferenza in atrocità ma io sono qui ecco sono forse pronta per partire di nuovo e di nuovo mi sembra che si, quello che vivo è più importante di quello che ricordo.
E questo è il miracolo che mi ha regalato Bristol, dieci giorni prima dell’aereo che mi riporterà  a casa.

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Giu 16 2010

inspirare espirare inspirare espirare

Published by lucilla under sogni, carla vitantonio, lavoro, tour, teatro

eccomi ancora una volta incasinaterrima che non so cosa fare prima e sotto quale palude cacciare la capoccia malefica
orbene avevo fatto tutto perbenino mi ero comprata un biglietto di ritorno dignitoso che mi metteva in condizioni di fare tutto come una brava borghese di salutare la città le persone di fare qualche giro di godermi gli ultimi giorni dopo la fine della scuola etc avevo fatto tutto perbenino e lentamente stavo entrando nell’ottica

stavo quasi cominciando a divertirmi

mi ero detta adesso te la do io la vitaccia me ne frego mi era venuto un friccico ero tutta di nuovo una farfallina sfrillucccicante ma con qualche anno sulle spalle mi facevo musei su musei pub su pub mescolavo insomma una certa dose di cultura all’alcool e alla droga leggerissima quasi inesistente facevo i cocktail facevo mi sentivo proprio una brava borghese radicalchic mi sentivo

ecco a questo punto mi accendo una cannetta sperando di calmarmi, così, dicono che funzioni, sai mai

e poi tutto d’un tratto cosa si affaccia cosa si affaccia? si affaccia la possibilità di fare un altro danno irreparabile irreparabile ovvero: uno spettacolo nuovo 

il danno più grande che una come me possa fare
ebbene sto per farlo
STO PER FARLO

so’ tutta n’adrenalina, ecco che so’

improvvisamente ho molte cose da dire di nuovo e non so come dirle e ho voglia e paura e sono tutta mescolata dentro e fuori e mi devo calmare devo prendere appunti devo respirare ecco cosa devo fare inspirare espirare devo crederci e non crederci troppo devo darmi la possibilità.

Il 2 luglio debutto con un estratto dal mio spettacolo nuovo, e sarà una sorpresa. Soprattutto per me.

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Giu 11 2010

muble muble

Voglio stare dentro l’intervallo della Rai di quando ero piccola. Con tutte le pecorelle immobili in un incredibile paesaggio abbruzzese che poi non era molto diverso dal paesaggio molisano che vedevo fuori dalla mia finestra e che odiavo, odiavo, perchè fuori dalla mia finestra altro che pecore avrei voluto vedere, grattacieli, metropolitane, cinema e consumismo.

Odiavo le maledette pecore molisane e la quiete e la gallina che tornata in su la via ripete il suo verso e la siepe che dall’ultimo orizzonte il guardo esclude. Leggevo cioè e le lettere delle mie coetanee che andavano al cinema in metropolitana e io in metropolitana non ci ero mai andata e invidiavo tantissimo mia sorella che una volta era andata a Milano da uno  specialista della crescita (perchè i miei erano convinti che non crescesse abbastanza, e col tempo hanno dovuto ricredersi) ed era andata sulla metropolitana che l’aveva fatta sbucare proprio davanti al duomo, davanti al duomo di Milano quello delle foto! (quello la cui miniatura hanno spiaccicato sulla faccia dell’attualo presidento del paeso)

E allora che faccio? ci ho sedici anni e ci ho una storia con uno che mi piace tantissimo, mi piace tantissimo davvero e nella mia ingenuità adolescenziale di una che non ha ancora esperito la potenziale meschinità del maschio penso pure che me lo voglio sposare e stare con lui in campagna in mezzo alle pecore. Mi piace molto questo tipo che ci ha la cinquecento e mi canta le canzoni degli uddue accompagnandosi con la chitarra e mi chiama ca e io l’ho conosciuto già da diversi mesi e vorrei tanto diventare la sua fidanzata; è dall’estate che facciamo il tiremmolla abbiamo anche trascorso parte delle vacanze insieme poi è ricominciata la scuola e lui a scuola non ci va, no, perchè va già all’università, e mi viene a prendere con la cinquina davanti al cancello del liceo e io quando vedo la cinquina bianca e lui affacciato dal tettuccio mi squaglio, ecco che faccio, mi squaglio, e vorrei stare tutto il tempo con lui
MA
poichè questo non è il blog di Shakespeare e nemmeno quello di Checov c’è un problema, che non è che le nostre famiglie si odiano, che non è che lui deve partire per la guerra, che non è che c’è uno Iago nascosto da qualche parte nè un gabbiano che gli caga sulla camicia NO, il problema è molto banalmente che a lui piaccio io ma gli piace pure un’altra.
Ebbene si lettori e lettrici avete letto proprio bene questo tipo di cui ero follemente innamorata da adolescente aveva anni credo ventuno e ancora si dibatteva in dilemmi preadolescenziali tipo mi piacciono quattro ragazze penninchiostrecalamaio chi butteresti nel pozzo? chi nelle spine? chi nel letto dell’amore? e lei certamente ti risponderà così…
Insomma il ragazzo un pochino intrappolato in dilemmi ormonali mi vuole e non mi vuole o meglio non vuole solo me e allora per alcuni mesi finisce che, come si suol dire, ci frequentiamo. Ci abbiamo una storia. E però io arrivato novembre sono stufa perchè lo vorrei tutto per me. Questa è la verità. Ed è il grande intoppo nel quale è inciampato il mio comunismo interiore.
Allora un giorno non gli dico niente e sparisco. Ebbene sparisco e vado a Milano, che non ci ero mai andata, e vado a vedere il duomo proprio quello della pubblicità proprio quello che mia sorella aveva visto anni prima uscendo dalla metropolitana e io non l’avevo visto mai. Vado a Milano e Milano è bellissima. Ci sono tutte quelle cose che non ho visto mai e che ho sempre desiderato. I palazzi sono altissimi e la gente è tanta e incontrare qualcuno che conosci è davvero davvero difficile e le persone mi sembrano civili, ecco come mi sembrano,  mi sembra che se attraversi la strada sulle strisce si fermano, mi sembra che non urlano, mi sembra che ci sono gli autobus e addirittura i tram tutti arancioni ed è bellissima Milano ecco com’è, e c’è quella nebbiolina c’è quel grigio che mi fa finalmente sentire la protagonista di uno dei fotoromanzi che leggo su cioè. A Milano c’è tutto a Milano le persone non ti guardano se sei vestita diversa e spesso sono vestite ancora più diverse di te. Il diverso è uguale a Milano e ci sono gli artisti di strada che io non li avevo mai visti e le persone si siedono sulle scale del duomo e passeggiano e io penso che da grande vorrò per sempre vivere a Milano ecco dove vorrò vivere. Penso che me ne frego della profondissima quiete ove per poco il cor non si spaura. Voglio stare nell’uggia affollatissima di una città dove esiste la Rinascente.
Vado a Milano e sono giorni segreti il cui contenuto è ancora uno dei miei segreti più teneri e ho sedici anni e come al solito mentre sono lì, a sedici anni in mezzo all’uggia milanese, non penso ai pericoli potenziali che corro, penso solo che Milano è bellissima e che mi sento una sfigata a essere nata nella provincia di Crampobasso e che ci credo, se una nasce nella provincia crampobassana tutto quello che si merita è un innamorato che non sa se essere innamorato di lei o di un’altra.
Ma ho sedici anni e quelli sono i primi giorni milanesi della mia vita e mi sembra tutto magico e ovattato, e Milano mi sembra il mio risarcimento e il mio riscatto possibile. Di colpo la mia vita è piena di sogni realizzabili e mi rendo conto che avere sedici anni vuol dire che tra due anni potrò andare dove vorrò io e quindi forse addirittura a Milano a riscattarmi a prendermi quella vita che mi spetta altro che fidanzato in cinquina che mi canta gli uddue. Milano è la città della moda della musica della vita forse chissà anche del teatro perchè no, Milano è Milano voglio vivere per sempre in questo mondo di metropolitane e il sabato andare alla fiera di Senigallia sul Naviglio e sentire i ragazzi che parlano con quell’accento così esotico. Pochi giorni milanesi mi fanno fiorire dentro una voglia di vivere che mi rivolta tutta la tenera panzetta intestini compresi mi fa vibrare di sognabilità mi fa emozionare mi fa sentire che c’ho diritto anche io a prendermi la mia vita in mano che la vita non è solo quella classe schifosa marcia all’uscita dalla quale mi aspetta solo un fidanzato che è mezzo mio e mezzo di un’altra.

Poi dopo qualche giorno devo tornare a casa.
Allora torno a casa e mi porto dentro questa Milano che manco in un manifesto futurista, mi porto dentro l’esaltazione della macchina, la brillantezza della tecnologia, la velocità della metropolitana che passa alle ore comandate.
Torno a casa e tutto è come prima.
Il fidanzato a metà vistami sparire così d’improvviso si sente stanco e perduto. Mi dice che se voglio umilmente mi porge anche l’altra sua metà, quella che sempre mi aveva negato perchè avrebbe voluto darla all’altra. Io ci penso un po’, ma non troppo. E me la prendo.
Così diventa il mio fidanzato.
Poi dopo un annetto scarso lo lascio e succedono altre cose che stanno su una puntata di cioè che ho perso.

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