Archive for Luglio, 2010

Lug 27 2010

gioco all’opossum con la vita

Published by lucilla under casa, solitudine

Estate bolognese che mi pare un’estate persa. Molte cose potrei fare per il mio futuro immediato tipo smetterla di pensare a un possibile bicchiere di whisky che tanto al punto di disfacimento interiore in cui sono un bicchiere di whisky non potrebbe farmi stare molto meglio. Se la smettessi di pensare al superalcoolico forse potrei decidere a produrre due o tremila progetti di quelli che servono esclusivamente per tirar soldi a scapito di poveri adolescenti che saranno costretti da genitori e professori ad ascoltarsi la sottoscritta che blatera di altre infelici adolescenze e che prova a motivarli alla lettura o forse alla vita stessa senza peraltro esserne convinta lei per prima e dunque siamo punto e a capo.
Allora forse potrei smetterla di scrivere progetti suicidi e mettere una volta per tutte un punto dare una svolta intraprendere una strada nuova dunque vediamo un po’ che cosa potrei fare?

Sarebbe bello adesso aver scritto gli ultimi anni su una lavagna di quelle nere che avevamo a scuola e poi avere un cancellino, me li ricordo i cancellini, ma uno di quelli puliti nuovinuovi, quelli a spirale che sembravano una girella motta, e usare perbenino il cancellino, da sinistra a destra dall’alto verso il basso meticolosamente cancellare tutto con quel rumore vellutato e quella polvere di gesso che si alza tutt’intorno e fa un odore antico, l’odore dei miei primi diciott’anni di vita.

Mi sembra che gioco all’opossum con la vita. Quando si avvicina io zacchete casco a terra come morta. Oggi mi sembra che pure questo blog non abbia più senso e voglio chiudere tutto e partire per sempre e vivere soltanto ascoltando quello che viene giorno per giorno senza più progettare senza più investire senza più. Che tanto è inutile.

Quando ci ho questo umore imbecille mi do proprio fastidio.

One response so far

Lug 25 2010

secondo me devo togliere moltheni dalla playlist

Published by lucilla under carla vitantonio, amici

In questa estate sembra che tutti i miei amici attorno a me

stiano camminando

come me

alla ricerca di dove sono finiti

dove siamo finiti

che non ci troviamo, non ci troviamo più

e sembra che tra come volevamo essere e come ci siamo trovati ad essere

ci sia non un abisso, no, non un abisso

ma proprio

un salto dimensionale, che uno davvero, l’unica cosa che può dirsi è

non fatevi prendere dal panico

e non è che volevamo essere meglio e siamo peggio

non è che volevamo volare e strisciamo

ma ci sono stati tutti gli aggiustamenti, le perdite

tutte le volte che si è rotto il motorino proprio a metà della salita

e allora che fai, torni indietro o prosegui a piedi? E del motorino, del motorino che ne fai?Lo lasci là, lo porti con te o lo rispedisci a casa con la prima nave, proprio come alcuni di noi fecero partendo per l’erasmus decine di anni luce fa?
E tutte le volte che pensi che l’amore è complicato solo fino a quando non si concretizza, che maledetti tutti i romanzi che abbiamo letto, maledette tutte le volte che abbiamo pensato che i problemi, le paranoie e tutto il resto, fossero prima delle convivenza, che una volta aperta la porta del nido d’amore, una volta steso il tappeto di rose, il libro si sarebbe chiuso e il resto della vita sarebbe stato un leggere e ripetere la frase “ e vissero felici e contenti”

maledetti i romanzi, i film, le storie a lieto fine

e quella volta che abbiamo pensato che con la laurea le tribolazioni sarebbero finite e sarebbe cominciata la vita, la vita vera.

E camminiamo e camminiamo e ogni tanto quando meno ce lo aspettiamo ci ritroviamo, noi. Che siamo la nostra famiglia. E siamo tutti sparsi, siamo tutti sparpagliati. Ognuno a strappare coi denti il suo pezzo di carne. Qualcuno felice, qualcuno meno. Che quando uno è felice magari un altro è triste. Che uno ha scoperto che è un attore spettacolare. E un altro ha scoperto che dietro la porta cui ha bussato per anni interi non c’era quello che sperava. Uno parla. Uno ascolta. Molti parlano molti ascoltano. Che se tutto va male uagliù fra quindici anni ci facciamo la nostra piccola comune e vaffanculo. Che qualcuno non c’è e manca. Che i figli li ha avuti chi non ce lo aspettavamo proprio, che li avesse.
Che non puoi mai dire che è finita.

E così l’altra notte dormivo sul divano del Cois e avevamo parlato fino alle tremmezza bevendo il suo whiskey migliore e non avevamo sonno e avevamo ancora molte cose da dire da ascoltare molti specchi dentro i quali guardarci e non avevamo sonno ma a un certo punto ci siamo detti lo stesso buonanotte perchè ormai siamo grandi e il giorno dopo avremmo dovuto ognuno fare le sue cose. Ero su quel divano e mi veniva da piangere perchè mi sentivo a casa, e non mi ricordavo non me lo aspettavo, di potermi sentire a casa su quel divano dove le gatte più brutte del mondo hanno trascorso l’intera nottata a tirarmi la treccia. E mi sentivo a casa e avevo il peso di una settimana terribile, terribile, una settimana passata a guardare da fuori scenari di un orribile futuro possibile, ed ero esausta e non potevo dormire. Che cosa ho davanti a me in questa estate di sole troppo lontano perchè io possa sentirne il caldo. Dove finirò dove comincerò di nuovo dove mi fermerò.

 

“l’altra notte mentre uscivo fuori dalla discoteca

mi è passata a quattro metri la mia vita

camminava col bicchiere e un vestito nero

mi ha guardato ma non mi ha cagato”

 

One response so far

Lug 23 2010

pointless

Last night I dreamt in English. It happens really, really rarely, and I can’t help. People come into my dreams and speak a language that I can’t even unterstand sufficiently. They’re taking the piss.
Okay okay. My private life is falling apart like one of the old houses behind Parkington Street. I’m walking through these derelicted rooms and I don’t find one single thing I recogniza. This kitchen is not my kitchen, this bed is not my bed, and these things on the table, letters, memories, rags of notebooks, are not my things.

Therefore this might not be my house. This private life falling apart maybe is not my private life, and I crashed, just by accident, into the private life of someone else. This is not me, I’m sorry.
I don’t want these memories, don’t care of all this objects.

I don’t know what I’m gonna do tomorrow, but I feel like everything I’ve been trying to built is totally pointless, and it’s fair enough, really, it’s fair enough. But why should I go on building? I want a drink.

I just want some more drinks.

No responses yet

Lug 17 2010

ho fatto un altro errore

Dunque ieri sera mentre tornavo da una delle mie interminabili riunioni, di quelle che potenzialmente ti cambiano la vita ma nella prassi ti procurano un paio di chili di confusione, ho fatto un altro errore. Ho acceso la radio e ho sentito Zapping, su radio uno, e il suo conduttore Dottor Forbice.
Ora dico io. Questo Forbice non ha mai ispirato le mie simpatie, ma ieri ha proprio passato il limite. Si sta parlando di finanziamenti ai partiti e uno dei suoi ospiti cita l’esempio di Di Pietro e dello scandalo che lo ha visto protagonista per un finanziamento non trasparente. Forbice sospira e dice “e di queste cose nessuno parla eh!”

Ora, dottor Forbice, le spiego una cosa. Questo tipo di commento è un commento adatto a un vecchietto che si prende una birra nel bar centrale di Casacalenda o di Monteveglio. Io lo posso capire. E’ proprio un commento da bar. Anzi, se vogliamo essere clementi potrei dire che anche un impiegato medio potrebbe prodursi in un enunciato tanto ricco di qualunquismo.

Ma dottor Forbice, le ricordo che, nel momento stesso in cui lei si produce in questo concentrato di banalità, sta parlando alle ore otto e trenta di venerdi’ ai microfoni della prima rete radiofonica pubblica italiana, quindi qualcuno che parla di queste cose, dottor Forbice, c’è, ed è lei, che per sua e mia sfortuna non è un singolo e privato cittadino ma, nel momento stesso in cui si accende la lucina “on air”, è un personaggio pubblico, e dovrebbe fare un pochino di attenzione a quello che dice, dottor Forbice, perchè un commento così, oltre a non fare onore all’università che, suppongo -dal momento che tutti la chiamano dottore- le abbia dato la laurea, non fa onore alla rai e non fa onore nemmeno a lei. Dottor Forbice, un commento così oltre che essere reso falso nell’atto stesso in cui è enunciato è anche manipolatorio e populista. E non credo, visto che lei è un giornalista colto ed esperto, che ci sia bisogno di spiegarle perchè lei ha parlato da manipolatore e da populista.

Allora dottor Forbice io la inviterei gentilmente, nel momento in cui mio malgrado lei è un personaggio pubblico, a pensarci su una o due volte, prima di dire una stronzata del genere, perchè mi avvelena la serata, come se non fosse bastato il pomeriggio avvelenato dall’ascolto di quell’altra di cui ho già detto su radio due.

Sul resto del suo programma non mi pronuncio perchè sono troppo arrabbiata e anche perchè io per guadagnarmi il pane, al contrario di lei che si può accontentare di fare commenti qualunquisti su radiouno, devo smarchettare davanti a un pubblico al prezzo di centocinquanta euri a nero, e questo è tutto quello che guadagnerò a luglio, ha capito.
Ha provato a unirsi alla dottoressa Pollastrella nella terapia del sesso che consiglio alcuni post fa?
Sono sicura che le farebbe bene.

No responses yet

Lug 11 2010

una estate (parte prima)

Published by lucilla under viaggi, carla vitantonio, famiglia


Quando ero piccola d’estate andavamo a mare a Lido Adriano. Lido Adriano stava sulla riviera romagnola ed era uno di quei posti dove i borghesi bene portavano le famiglie negli anni ottanta mentre, dietro la barriera del lungomare di lucine, quelli che venivano dall’Emilia paranoica di Tondelli e Ferretti cercavano l’eroina a poco prezzo. Ma la storia dell’eroina l’ho scoperta solo molti anni più tardi, quando mi sono persa dentro i racconti di Tondelli e delle sue autostrade incrociate.

Per me Lido Adriano era una cosa fantastica. Ci trasferivamo, letteralmente, alla fine della scuola. Partivamo la mattina presto, di sabato o di domenica, alla metà di giugno. Io non ho mai capito come facesse mio padre a farci entrare tante cose e tante persone, nella sua argenta, fatto sta che eravamo stipatissimi e facevamo vere e proprie carovane, con i nonni nel 131 dietro di noi e a volte anche gli zii nell’alfetta. Le macchine erano cariche all’inverosimile di canotti e conserve di pomodori e olio e provviste che ci sarebbero bastate tutta l’estate, perchè si sa, al mare le cose costano molto di più, allora mia madre portava tutto persino i pannolini per mia sorella Erika, era un vero e proprio trasloco che avveniva ogni anno e in ogni caso in macchina c’erano sempre molte più cose e persone di quante non avrebbero potuto starcene. Io trascorrevo la notte prima quasi insonne, che non vedevo l’ora di arrivare a Lido Adriano e farmi un bagno e ritrovare gli amici dell’anno prima. Partivamo sempre troppo tardi rispetto alla tabella di marcia di mio padre. Lui diceva che era colpa di mia madre. Lei ribadiva che era colpa delle bambine (cioè noi), che eravamo tre e doveva prepararci una dopo l’altra mentre noi facevamo casino. Ma alla fine partivamo e il viaggio in macchina aveva delle regole precisissime alle quali ottemperavamo scrupolosamente. Erano previste due fermate in autogrill, una all’altezza di Pescara e una prima di uscire a Ravenna. L’autogrill era una specie di zona franca in cui potevamo fare tutto quello che di solito era categoricamente proibito tipo mangiare i cipster, che costavano tantissimo ma erano favolosi, favolosi, e in via del tutto eccezionale mio padre ce li comprava. A volte ci comprava anche il gelato, io mi prendevo il cornetto algida, che prima c’erano solo due cornetti, mica come adesso, c’erano solo il gran rico all’amarena, che era il preferito di mia mamma, e il cornetto algida, coi croccantini e tutto, e il cono che puntualmente si spezzava a metà e il cioccolato fondente che stava sul fondo ti si squagliava sulle mani prima che tu potessi fare qualcosa per arginare la tragica colata. Mia sorella Rossella prendeva il cucciolone. Anche mio padre voleva il cucciolone. Erika era ancora piccola. Se c’era mio nonno lui voleva la coppa del nonno. Io ero convinta che la coppa del nonno potessero prendersela solo i nonni, per questo si chiamava così. Poi facevamo la fila al bagno e i bagni erano sempre uno schifo, stipati e puzzolenti, mia madre ordinava di non sedersi assolutamente e fare la pipì era veramente un’acrobazia che richiedeva una concentrazione non indifferente. Ma una dopo l’altra ci cimentavamo in questa insolita arte circense e ci rimettevamo in macchina. Un caldo che non te ne dico niente, l’aria condizionata non sapevamo manco cosa fosse, mio padre appiccicava sui finestrini una specie di tendina con la ventosa che serviva a farci un po’ di ombra ma puntualmente si scollava e mi cascava sulla testa proprio mentre prendevo sonno. Se non dormivamo mio padre metteva della musica. Avevamo quattro cassette ovvero: le quattro stagioni di Vivaldi, che mio padre metteva e accompagnava con un commento fuori onda tipo “e queste sono le foglie che cadono in autunno, questo è un povero uccellino che non è riuscito a migrare e sta morendo coperto dalla neve, questa è la prima gemma di primavera” e cose del genere e guai a lui se provava a improvvisare, sapevamo tutto a memoria e il commento fuori onda doveva essere sempre esattamente lo stesso. Le altre cassette erano gli Intillimani, che io cantavo inventandomi le parole, Adriano Celentano e Lucio Dalla. A me piaceva soprattutto “ma come fanno i marinai” anche se diceva una parolaccia, cantavo tutto e pudicamente mi censuravo nella parte in cui avrei dovuto dire “sotto la luna puttana”. I miei apprezzavano la mia autocensura.
Se non c’eran le cassette o se le avevamo ascoltate già troppe volte o se la radio era troppo calda e la cassetta cominciava ad andare al rallentatore allora cominciavamo i giochi. I giochi erano assolutamente giochi a scopo didattico che servivano a non farci dimenticare tutto quello che avevamo imparato a scuola. Sostanzialmente mio padre faceva delle domande e i passeggeri dovevano rispondere, adulti e bambini insieme, nella stessa gara, senza pietà. I quiz potevano avere diversi oggetti ovvero:

  • le targhe delle città

  • gli affluenti del Po

  • le provincie di una regione

  • i fiumi di una regione

  • un certo numero di parole che contenessero una tal consonante o vocale

  • un certo numero di parole che facessero rima con cose improbabili

  • i re di Roma e domande di storia collegate all’impero romano e in particolare alle guerre Puniche che erano il punto forte di mio padre

Quando eravamo tutti troppo cotti dalla stanchezza, dal caldo e dalle risate (rimane famosa la risposta che mia sorella Rossella detta Fuego diede alla domanda “una parola con tre f” “fraffo”) cominciavano gli indovinelli in dialetto. Non importa quante volte mio padre facesse gli stessi indovinelli. Noi non indovinavamo mai. Per esempio per interi anni non sono riuscita a indovinare “e gavt quant’a nu gall e te’ la pedata d’nu cavall”.

Dopo gli indovinelli ci provavamo negli scioglilingua tipo ienn menenn melun cuglienn, e lì mia madre scoppiava in quella risata a cascatella, incontenibile, e diceva che le scappava la pipì.

E così ci passavano anche le code in autostrada, le gomme bucate, e i kilometri che non finivano mai.

A un certo punto arrivavamo a Lido Adriano e si sentiva un odore di smog e di mare che era bellissimo, bellissimo, ed era commovente che il bar sotto casa era sempre lì e aveva anche un videogioco nuovo, e la casa, la casa era sempre lì, con quel cortile di brecciolato e quei garage marroni mezzo arrugginiti e la porta dell’ascensore che quando si chiudeva faceva “parumpum”.

Continua…

One response so far

Lug 11 2010

shakespeare non è stato molto chiaro

Published by lucilla under casa, morte, solitudine, carla vitantonio


Altro che sogno di una notte di mezza estate. A me in questa notte di mezza estate mi pare di delirare, mi pare di essere improvvisamente catapultata nell’odore della casa di Bernarda Alba, eppure non c’è nessuna Bernarda fuori di me a impedirmi il desiderio.
Non sono ubriaca, droga non so nemmeno che odore abbia da molti troppi anni, e manco una canna mi sono girata chè sono troppo pigra. Fumerò una sigaretta inutile mentre tutta la notte complotta contro di me e mi sento quest’ultimo strascico di gioventù che si sta sprecando. Ogni notte ogni folata di vento dovrei utilizzare non dovrei fermarmi per dormire neanche un momento, e invece mi trascino dentro questa vita che, alla fine, non è per niente come me l’aspettavo.

Tutti i vitantonio dormono dislocati nella casa, dal più vecchio al più piccolo, cercando di digerire la digestione di un pasto slow food molto slow e poco food, terrorizzati dall’eventualità di una mia iraconda reazione ai loro insoddisfatti commenti e perciò muti. Forse Bernarda Alba sono proprio io e finirà che diventerò così, arida, secca, così secca da non capire che c’era un altro futuro possibile, c’era un’alternativa all’essere questo ramo morto che sto diventando.

Sono insoddisfatta, sono insoddisfatta. Desidero, desidero ancora, e non riesco ad avvicinarmi non riesco ad avere.

La casa è muta e i respiri dei vitantonio si perdono nel bisbigliare dei grilli che, loro si, mi sembrano soddisfattissimi, mentre io mi lamento tra me e me di tutto quello che non ho e poi mi faccio pure ridere, e cerco di mettere le priorità, cerco di fissare uno straccio di struttura. Ho bisogno di spazio, ho bisogno di solitudine, ho bisogno di persone. Ho bisogno di carne, ho bisogno di trovare un senso alla parola casa, ho bisogno di sentirmi a casa dentro di me.

E’ notte e non me ne faccio niente di tutti questi grilli non voglio dormire non voglio riposare non mi interessa svegliarmi la mattina con la sensazione di aver dormito abbastanza non m’interessa l’alimentazione equilibrata forse non mi interessa neanche la stronzissima struttura mi interessa la vita mi interessa ascoltare voci, i corpi, i corpi mi interessano, gli odori anche la puzza della città la nevrosi l’adrenalina che non riesci a dormire per giorni e sei sempre sul filo lo sfinimento, mi interessa, lo sfinimento. Non me ne faccio niente del riposo della calma della quiete io nella quiete muoio e adesso mi sento che sto morendo mentre invece, con molta semplicità, tutti attorno a me si limitano a dormire.

No responses yet

Lug 07 2010

vediamo se mi censurano


Occhei occhei. Qui c’è qualcosa che non quadra.
Il sindaco de L’Aquila si prende le manganellate cercando di arrivare a palazzo Madama.
Il compagno Fini si lamenta che la libertà di stampa sia in pericolo.
Il presidente del consiglio ha i reumatismi alla mano sinistra.
Tutti i giornali, quotidiani, tg etc parlano dei reumatismi alla mano sinistra del presidente del consiglio.

La dottoressa Pollastrella tiene tutti i giorni e dico tutti i giorni una rubrica di ben ventotto minuti sulla radio pubblica. Rubrica che mi fa venire le carie ai pochi denti sani in genere, ma il mercoledì, il mercoledì veramente rimpiango di non aver mai preso dell’eroina via endovenosa.
Insomma questa  Pollastrella fa una rubrica in cui sostanzialmente rimpiange il proibizionismo e fa delle tirate, ma delle tirate che se un adolescente la sente io ci scommetto che la prima cosa che fa è andarsi a fare una pera. Io per esempio oggi, dopo aver ascoltato la trasmissione della signora Pollastrella, volevo veramente imbattermi casualmente in un rave e calarmi quelle cinque pasticche innaffiate di superalcoolico. Ma come è possibile che alla rai permettano che si faccia una trasmissione del genere?Io mi domando e dico. La signora Pollastrella può fare il cavolo che le pare, se vuole può anche chiudere i figli a chiave in camera sperando che nessuno spacciatore infili loro la bustina sotto la finestra. La Pollastrella è liberissima di pensare quello che vuole. Ma la rai non è libera di sfracassarmi le gonadi all’una di pomeriggio con i deliri della pollastrella e di tutti gli esponenti della nostra santa chiesa romana apostolica pedofila.
Signora Pollastrella le consiglio un libro, il libro si chiama “lo strappacuore” e l’ha scritto un certo Boris Vian, uno di quelli che lei farebbe scomunicare, se fossero ancora in vita. Ebbene secondo me quel libro un pochino parla di lei. Con la differenza che la protagonista è molto più simpatica di lei e, almeno una volta nella sua vita, ha praticato del sesso.

Oh mi scusi signora Pollastrella, dimenticavo che proprio oggi lei ci ha raccomandato di non eccedere col sesso, che poi -se facciamo troppo sesso ora che siamo giovani- quando avremo cinquant’anni ne porteremo le conseguenze. Ma quali conseguenze signora Pollastrella me lo spieghi un po’ lei, quali conseguenze? Forse se facciamo troppo sesso non avremo le energie per soffocare i nostri figli fino a portarli al suicidio da overdose come consiglia invece lei? Signora Pollastrella, lo dicono persino le riviste che legge lei, ma se le è sfuggito glie lo rivelo io, il segreto: fare sesso fa stare bene, fa parte di quelle azioni che ci danno in cambio una piccola cosina di cui forse lei non ha mai sentito parlare, la cosina si chiama felicità. E visto che lei oggi si chiedeva disperatamente qual è la cosa giusta, cosa bisogna fare per evitare che i figli eccedano in azioni peccaminose come appunto fare sesso, bene, io le do una risposta. La risposta è chiudere la sua stramaledetta rubrica, recuperare un briciolo di umiltà, magari farsi un amante e per ventotto minuti al giorno, invece di blaterare stronzate di cui i suoi figli probabilmente si vergognano, fare del sano ed edificante sesso. Vedrà che gioia ne trarrà tutta la sua famiglia. Io, sicuramente, ne avrò immenso beneficio. Anzi amiche e amici io propongo che per aiutare la signora Pollastrella a fare il suo coming out ci dedichiamo tutti al sesso, da soli o in compagnia, ogni giorno dall’una all’unemmezza di pomeriggio. Così, per solidarietà.

3 responses so far

Lug 04 2010

speriamo che sia il programma fastwash delicate

Non ci posso proprio credere che una settimana fa ero in un parco di Old Street a cantare a piedi nudi e adesso sono qui con questo buio inodore che mi si staglia davanti, oltre la porta dello studio del mio fidanzato che non c’è e chissà quando tornerà.
Me ne sto in questa casa e ho fatto di tutto per starci il meno possibile, non che la casa sia brutta non che ci siano i mostri no, non che questo buio mi spaventi. Perchè a me il buio non mi ha spaventata mai. Però questa casa è così improvvisamente densa di mancanze che io non ce la faccio e allora sono fuggita in giro per la penisola fino a quando ho potuto.
Venerdì vincitrice morale di un festival piuttosto bizzarro, mi sono portata via poca gloria e niente soldi. Per fortuna che Nathan è comparso e mi ha fatto da crocerossino per tutta la giornata. Ero uno straccio. Come sempre in questi momenti di grande sofferenza e confusione mi gonfio come un palloncino pieno di inspiegabilità, e mi fanno male i denti. Un male leggero e costante, come un sottofondo di rabbia inespressa.
Ma già sabato mattina ho deciso di dedicarmi all’amore e non al lavoro, che mi pare di aver capito che il lavoro quest’estate non mi darà grosse soddisfazioni. E allora sono letteralmente scappata a chiedere asilo politico ed emotivo all’Alice che mi ha accolta nella grande casa sotto Firenze, una casa piena di gioia, di galline, di persone e di colori che m’hanno rinfrancata. Alice mi ha regalato alcune perle di zootecnica e di botanica, m’ha spiegato il motivo assolutamente razionale per cui è convinta di essere la madre di tutte le sue oche, mi ha deliziata scorrazzandomi in automobile e proponendomi spericolatezze di cui mai l’avrei ritenuta capace. E poi c’era anche Vanessa che chissà quanti anni erano che non la vedevo, quanti anni che non ci parlavo, ma la magia è scattata così come a volte mi accade coi vecchi amici, e Vane ci ha illuminate a riguardo delle immense declinazioni possibili nella parola coppia. E loro, e gli altri splendidi abitanti della casa, e Nathan che è tornato in serata dopo che io e Alice avevamo intrepidamente montato un nuovo barbecue, m’hanno ascoltata e m’hanno parlato, semplicemente m’hanno accolta e mi sono sentita che un pronto soccorso così era proprio ciò di cui avevo bisogno.
E anche oggi solo con amici stretti sono stata, solo in parole senza doppi sensi, solo in situazioni dove non temevo.
Consolazione, accoglienza, sole, di questo ha bisogno la mia paura per dormire.
Il mio fantasma è molto più grande di me.
Niente mi appartiene se non vestiti che mi vanno troppo grandi o troppo piccoli, e le scarpe improvvisamente sono tutte rotte, e non è una metafora. Provo a immergermi in una compulsiva lettura dei quotidiani meno attaccati dalla censura, ma mi perdo nei coccodrilli di Pietro Tarricone e nel necrologio della libertà di stampa. Mi sconsolo presto, prestissimo, non riesco ad arrivare alla pagina della cultura. Tanto meglio, mi par di capire. Ma da qualche parte devo cominciare. Da qualche parte devo ri-cominciare, e non so da dove. Allora mi attacco agli amici e domando avidamente racconti di questo anno di vita loro che ho perso.Eppure non mi basta.
Sono di nuovo nella lavatrice, e non ho idea di che lavaggio sia in corso.

No responses yet

Lug 03 2010

lament

I want my window of happiness
I know it’s crazy it’s stupid it’s dangerous
BUT
I want the bloody window.
Wherever it is

And
on the other hand
I can’t move a single finger to reach it.

2 responses so far