Archive for Agosto, 2010

Ago 30 2010

cammino in un quadro di Dalì

Published by lucilla under viaggi, carla vitantonio, tour

e questi giorni trascorsi si sono dilatati all’inverosimile, estranei sono diventati fratelli nel giro di poche ore, il paese -che all’inzio pareva piccolissimo- si è progressivamente espanso sotto i miei piedi fino a diventare un universo infinito.

Senza nemmeno rendermene conto mi sono svegliata e non avevo più addosso l’angoscia piombo che mi aveva soffocata fino alla sera prima. E così, semplicemente, ho vissuto per tre giorni e mezzo, improvvisamente di nuovo come mi ricordavo di poter essere, Carlarella.

Ho ricordato con una nostalgia dolce e densa eppure ero concentratissima nello stare tutta dentro le mie ore, io di oggi e io di cinque anni fa, ho intensissimamente vissuto eppure ero collegata alla me che temevo di aver perso.

Sono ancora io.
Mi rimangono adesso alcuni gesti segreti, un certo tono di voce dello Zio, e la sensazione di essermi ripresa qualcosa che mi era stato tolto non so nemmeno io come.

E, ovviamente, un down che metà basta, mescolato a una musica irresistibile.
Comincia proprio oggi la mia estate.

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Ago 27 2010

camere a sud

Published by lucilla under viaggi, carla vitantonio, lavoro, tour

Infine sono partita in cerca di un sud possibile. Pochi soldi, pochi davvero me ne danno per queste repliche, ma il viaggio è pago e ne approfitto per vedere i resti dei pranzi domenicali della mia famiglia, nipoti col muso sporco di marmellate biologiche e sorelle che mi chiuderebbero volentieri a chiave nell’ultima delle madie in cantina.
Da Bologna sono partita di fretta, valigie chiuse e paura, troppa roba inutile in auto, sensazione di non sapere dove mettermi, verso il viaggio delle promesse non mantenute.
Prima tappa Firenze, per una notte con persone che non possono e non vogliono tradirmi, una passeggiata tra le oche e l’intimo racconto con l’amica dei progetti (suoi) delle fughe (mie) delle paure (di entrambe). Fichi non troppo maturi come piacciono a me e nessuno che mi dice di non prenderli che non sono pronti. Riparto nel silenzio di una casa ancora addormentata e mi fermo a Petriolo. L’unico uomo del mondo mi aveva promesso anni addietro di portarmici, alle pozze sulfuree nell’appennino toscano, ma poi le cose sono andate in altro modo e a Petriolo ci sono arrivata sola, ieri, in mezzo a famiglie che si cospargevano di fanghi odorosi come scoregge e uomini obesi che nuotavano placidi come trichechi nel fiumiciattolo. Non ho parlato con nessuno. Mi sono spalmata anche io e ho aspettato che il sole seccasse l’argilla. Mi ero illusa che mi portasse via almeno uno strato di pelle, quello più doloroso. E invece la pelle è rimasta, tutta. Con essa mi sono rimessa in viaggio fino a Capalbio, altra promessa mai mantenuta. Due parole, due, le scambio coll’autista della navetta, che mi riversa addosso la sua insoddisfazione di giovane apprendista licenziato troppo presto, io guardo la bistecchiera umana di fronte a noi e sorrido, spero che, almeno lui, abbia un buon ricordo di quest’estemporanea ascoltatrice. Mi assopisco sulla spiaggia in mezzo a gruppi di accaniti e pelosi giocatori di scopa. Mi sveglio e, a dispetto di tutte le mie aspettative, sono uguale a com’ero prima di dormire. Ricordo tutto. Nuoto un pochino. Bevo. Devo perfezionare la tecnica, lo so, è solo questione di esercizio e costanza. Provo un paio di telefonate. Parlare io, così, implorare ascolto, non voglio, non sono pronta. E d’altra parte si sa, amici e parenti non sono veggenti ma solo pettegoli. Forse sono io, che ancora una volta non ho provato i numeri giusti.
Mi rimetto ancora in viaggio dopo essermi lentamente rivestita di fronte a due pelosi laziali dall’erezione che emerge dai costumi tremendamente alla moda cafona.

Ancora troppi chilometri davanti a me, e ogni camion che incrocio mi fa i fari e cenno di accostare alla prossima piazzola di sosta. Mi piacerebbe, una di queste volte, accettare l’invito del poveraccio di turno e metterlo implacabilmente di fronte alla tragedia della sua eiaculazione precoce. Potrei poi dileggiarlo rimettendomi in auto e lasciarlo lì, pantaloni calati, a vedersela con la crisi della sua virilità.
Ma adesso non ho tempo, proseguo attraverso il lazio, il grande raccordo anulare è un rally al quale volentieri mi sottrarrei, concentro il cervello e focalizzo entrambi i bulbi oculari, tempo venti minuti e sono fuori, verso Casino San Vittore e qui leggo le indicazioni per la maledetta terra natia. No che non mi fermo, devo andare più giù, ma mi prende un incontrollabile struggimento, come se davvero io, questo relitto legnoso che sono, avessi qualcosa a che fare con quella terra, con quella gente, qualcosa che va al di là di me e della mia volontà, qualcosa che chiama e che mi fa struggere come un imbecille cantore napoletano. Per fortuna già sono a Caserta Capua Napoli e poi, in men che non si dica, esco a Baiano e mi trovo a Quadrelle.

Quadrelle, chi mai pensava che avrei fatto una tournee a Quadrelle. Un tipo prova a dirmi in dialetto che gli piace molto Bologna e che spera vivamente che io capisca il suo dialetto perchè lui con l’Italiano ecco, proprio non ce la fa. Il pizzaiolo mi guarda come se fossi un’aliena quando gli dico che sono allergica al formaggio. La pizza costa tre euro e cinquanta. La filodrammatica locale prova sul palco centrale in attesa del debutto di domani. Io vengo accolta come una vera star nonostante la mia incipiente obesità.

Io sono la rivincita del karma sul genere umano

E la signora del bar ha accettato di farmi un caffè americano solo perchè sono forestiera.

Bontà sua. Forestiera a me stessa, mai abbastanza.

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Ago 22 2010

ufficio relazioni internazionali


Qui sono tutti in vacanza. Ne approfitto per dimenarmi come un’imbecille tra siti internet poco aggiornati e improbabili annunci lavorativi impolverati come l’ultimo dei miei cassetti. Per lo meno mi sembra di fare qualcosa di utile, sto attivamente cercando di riqualificarmi, di riposizionarmi, di ricollocarmi ovvero di trovarmi uno straccio di dignitoso buco in questa città (in questo paese, in questo pianeta?) ed abdicare definitivamente in favore di chi ha più grugno di me. Io ho già dato, mi pare, e mi trovo con un bel pugno di merda che si capisce facilmente quante mosche attragga.

E’ ora di un pochino di sana egoista felicità, e se le strade tentate in passato non hanno funzionato non è colpa delle strade, ma è stata forse colpa mia.
Mi rimbocco le maniche. Anzi, le strappo, che faccio prima.
Bisogna cominciare dall’inizio, ecco cosa bisogna, a patto di trovarlo, l’inizio.
E guardare a pezzettini piccoli piccoli che altrimenti vengono le vertigini.
Le vertigini.

Dovrei forse cominciare con uno studio approfondito del dizionario.

Trovare nuove parole.
Se trovassi parole nuove forse troverei nuove soluzioni.
O quantomeno nuove domande.

Bisogna fare delle liste.
Rinchiudersi nella piccola certezza di un elenco.
Rivalutare l’importanza di quelle pagine scritte mettendo un punto dopo l’altro.

Voglio un elenco puntato per la mia vita

voglio una giornata che passi dalla a alla c facendo una sosta intermedia nella b

voglio che sia possibile la logica della sequenza lineare uno due e tre

voglio i numeri semplici

una lista chiara ed efficace, voglio

e pennarelli colorati per cancellare le cose già fatte

e sospiri di sollievo quando chiuderò il tappo del succitato pennarello

voglio che le cose dentro di me comincino a sistemarsi una dopo l’altra e la smettano di affastellarsi come gli inquilini di una casa in fiamme dall’unica finestra ancora agibile

voglio che cessi lo stato di emergenza
voglio che finalmente il presidente della repubblica proclami che le cose hanno ripreso il loro corso regolare e dopo anni trentuno finalmente il territorio gode di uno stato di pace e democrazia, che le lunghe e complesse operazioni di pace hanno portato al risultato tanto anelato e la popolazione può recarsi ad elezioni democraticamente elette ed esprimere civilmente la propria preferenza.
Voglio che la smettano di costruire bombe dentro di me.
Che la smettano di tirarsele addosso in una guerra civile infinita.

Voglio una bandiera della pace nel mio cervello, una di quelle che penzolavano trionfanti dieci anni fa dai nostri balconi di studenti speranzosi.
Questo voglio

e il giorno dopo la firma degli accordi di pace forse potrò pure cominciare a occuparmi delle relazioni internazionali con il vicinato.

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Ago 17 2010

ovvietà

Published by lucilla under blog, viaggi, carla vitantonio

Non ho le energie, non ho il tempo.
Ho in arretrato un diario del viaggio in Croazia, che vorrebbe dire mettersi là a scrivere degli otto giorni di viaggio con l’unico uomo del mondo, dettagliando la gita abbastanza da renderla interessante ma avendo l’accortezza di tacere tutti gli innumerevoli cambiamenti di stato, tutte le variazioni nella relazione e nell’umore, tutti i passaggi. A questa prospettiva allegramente rispondo no grazie, non ho voglia, in viaggio se è viaggio fuori non m’interessa, e adesso è tutto troppo in bilico e troppo delicato per parlare del viaggio dentro. No, grazie.

Ci sarebbe poi la settimana trascorsa in Sardegna facendo una volta tanto la vita dell’attrice, conducendo il mio bel laboratorio e facendo pure un paio di dignitosi spettacoli. Ci sarebbe da dire degli incontri, delle persone, degli sguardi, ci sarebbe da dire della mensa dei ritardi delle sigarette e delle risate. Anche degli stress ci sarebbe da dire, e del panino al tonno che mi hanno preparato il giorno della mia partenza che mi ha fatto uscire due lacrime sulla seggiola in aeroporto. Ci sarebbe da dire della difficoltà di guadagnare onestamente, di come sia facile buttare nel cesso una giornata di lavoro. Degli allievi ci sarebbe molto da dire, di come gli allievi sono sempre allievi e le dinamiche sono sempre le stesse eppure ognuno è convinto di essere unico. Così come io, quando ero allieva, lo ero.

Ci sarebbe da dire del ritorno dell’angoscia della casa di questo silenzio di questa asfissia e di tutte le decisioni che ne sono scaturite, delle sorprese, delle paure, di come mi senta che la mia vita si è improvvisamente resa autonoma da me, di come io stia a guardare, ad ascoltarmi, cercando di capire ciò che è bene, di come cerchi una volta tanto di mettere davanti a tutto me, me sola, e nulla e nessun altro. Di tutte le porte che sento chiuse, dei tentativi, della rabbia delle lacrime dell’incertezza.

Ci sarebbe da dire di quello che succederà a settembre. Di come mi manchi Londra. Di come mi sento che è tutto rovinato, e che non è vero che tutti possono fare tutto.

Di questo e di molto altro ci sarebbe da dire. Delle moltissime cose belle, e anche di quelle tristi, brutte, laceranti.

Infine ci sarebbe da dire di come vorrei cambiare questo sito e non ho tempo nè capacità.

Però adesso sto partendo per Cortina, e ci sarebbe anche da dire perchè e come ci sto andando, ma rischio già di perdere il treno e poi scusate, per i sei lettori al giorno che capitano su questo sito per sbaglio invece di andare su quelli di donne di successo che usano la loro vita privata per far soldi o su quello del grillo blaterante o su quello di vattelappesca ecco, per quei sei lettori, adesso non vale proprio la pena di perdere il treno.

Spero che i miei sei lettori (uno in più di Manzoni, non so se mi spiego) possano capire.
Ma ritornerò.
La vitantonia non si ammazza così facilmente.

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