Archive for Settembre, 2010

Set 30 2010

dovevo cavalcare l’onda

Published by lucilla under viaggi, carla vitantonio

Lo so, dopo il fortunatissimo post sulla situazione dei provini in Italia avrei dovuto mettere giù (e ne avrei a badilate) un altro post-denuncia sul mondo del teatro o su qualsiasi altra cosa. Me lo hanno detto tutti i miei amichetti più stretti. Ma fino a quando non avrò un ufficio stampa decente che si occupi della mia promozione mediatica, nonchè un ufficio vendite che si preoccupi della circuitazione, e un/una massaggiatore/trice che si occupi di me ecco, rimango una (pur sempre trina nelle mie aspirazioni teocratiche ma questo è un altro discorso) e messa discretamente male. Non c’ho tempo da dedicare alla notorietà e agli scandali.

Ho trascorso gli ultimi venti giorni occupandomi della seconda edizione del premio Movimenti, quello che ho vinto l’anno scorso; ebbene sì, sono stata convocata nella giuria. Posso assicurare che è molto più divertente partecipare ai concorsi che valutare gli elaborati che arrivano. Una sudata che uno manco s’immagina. La gente mica manda un racconto solo? no! Ci sono persone che ne mandano tre, quattro, e io dico beati voi che cagate racconti a questa velocità, io per produrne uno posso metterci pure un anno, e la mia amica Mara lo sa, che è esattamente un anno che me ne ha chiesto uno e glie l’ho mandato ieri l’altro, non per tirarmela no ma perchè è fatica, sudore, ogni parolina un pezzo della mia già provata animella che si stacca e si contorce perchè non trova la sua migliore forma e allora vorrebbe assai spesso rimanere altezzosamente pura potenza mentre io tiè, incasello, sostantivizzo, stacco pezzi di nuvola e ci trovo molto spesso dietro un emerito niente.

Comunque anche questa esperienza è andata e oggi stesso partirò per Roma per manifestarmi come una piccola e obesa Venere botticelliana sabato due ottobre al festival delle letterature di viaggio , dove ci sarà la premiazione e nientepopodimenocchè un brunch al quale si servirà lo stesso Enrico Brizzi che pare essere l’ospite di eccezione del pranzo. Certo, il fatto che ci fossi anche io lo potevano pure nominare, visto che ormai sono una star della blogosfera e pure dalla Svizzera si sono scomodati per rispondere al mio accorato appello. Però evidentemente hanno avuto altro da fare, qualcuno ha telefonato proprio nel momento in cui stavano aggiornando il sito con il mio nome, insomma sono sicura che si è trattato di un disguido e questo mi permetterà di fare una meravigliosa apparizione a sorpresa con tanto di letto di petali di rose e musica dal vivo.
Ho il problema del vestito, perchè la mia situazione economica non mi ha permesso di occuparmi a dovere di questo dettaglio. Ma nella peggiore delle ipotesi posso sempre spogliarmi. Sono sicura che la mia cicatrice a forma di sorriso sortirà un certo effetto.

In poche parole, nonostante la situazione evidentemente avversa rimango ottimista e porto con me un pacchetto di preservativi, sai mai che i giardini del festival non nascondano fauni e centauri che vogliano dedicarsi al risveglio dei sensi della Vitantonio (sensi che stanno mostrando una certa attitudine alla narcolessia).

Ore noveccinquanta.
La notte se ne è andata,
la valigia è pronta,
il monolocale minaccia l’implosione,
la nursery sotto casa si riempie di mocciosi proveniente dalla borghesiabenebolognese che io, se solo avessi una-canna-una, introdurrei volentieri all’uso di sostanze stupefacenti,
provini non ne no passato manco uno,
sol dell’avvenir non ne vedo ma sono sicura sorgeranno,
mi faccio un ciofè di quelli che piacciono a me,
sogno viaggi al sud di me e definitive rinunce alla responsabilità,

abracalà abracaqua
prendo il treno e arrivo là

puff

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Set 25 2010

un venerdì un po’ casual

Published by lucilla under casa, radio, bologna

La bufera teatrale impazza sul mio blog.Io non so se esserne lusingata o preoccupata. Il mio ex fidanzato decide che in maniera definitiva egli, nella mia vita, è un ex. Soffro, mi dispero, strepito, reclamo amore che mai più arriverà. Medito una sbronza solitaria. Pianifco ricoveri. Programmo definitivi ritorni all’odiato nido materno. Ma poi vado in rado alle oreventi e mi rimangio tutto. In onda c’è Casual Friday. La mia ancora di salvezza per questo venerdì di disamore. Sembra tutto improvvisato. Invece i casualini, con ordine e precisione e meticolosa cura, hanno preparato tutto.Ognuno sa bene quello che deve fare, in questo modo nessuno pesta i piedi a nessun altro e c’è persino spazio per la specialissima ospite zia vitantonia, che all’uopo pubblicizza il suo nuovo stato di zitella. Fatevi sotto compagne e compagni, l’occasione è più unica che rara. I casualini sono uno splendore. Mentre i pezzi vanno mordicchiano pizzette che volentieri condividono con la sottoscritta. Io offro l’ultima bottiglia di prosecco riserva vitantonio, crepi l’avarizia.
Faccio persino, a sorpresa, un paio di interventi scoop grazie a Zioivan e a Tatodijjei, il superregista che io mi dico anche io lo voglio, un regista così.  Giovanni mette le musiche, Alberto si emoziona parlando di Patt Smith, la Sere compulsivamente, un ditino alla volta, digita surreali risposte alla surreale chat. La Madame non sa bene quali consigli dare.
Mi sento bene qui. Questo è il mio posto adesso.
Forse non ho niente, forse ho sbagliato tutto. Forse domani cambio mestiere. Forse non capisco nulla di musica. Forse ingrasserò.Forse non amerò mai più nessuno come ho amato l’unico uomo del mondo. Forse lo Shamano non si ricorda più che odore ho. Forse non farà mai più provini non farò mai più teatro.

Forse finirà tutto il un bel tso e mamma e papà in lacrime verranno a riprendere la loro bambina.
Forse mi farò finalmente quel grosso tatuaggio che sognavo a diciott’anni, che mi circondava il collo e il seno come un serpente di cui non ci si può fidare. Forse farò la telefonista perchè il mondo è quello che è.

Forse domani mangerò finalmente cose sane e non berrò tre bicchieri di rum. Forse incontrerò prima o poi un uomo che meriterà che io lo ami più di quanto abbia amato l’unico uomo del mondo.

Forse no

ma questo venerdì un po’ casual mi ha fatto ritrovare un posto, in questa città, e sono sollevata.

Ovviamente poi sono successe un sacco di cose inenarrabili di quelle che farebbero rosicare i miei fans. ;)

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Set 23 2010

vita da attricette, parte seconda

Ieri pomeriggio, dopo l’ennesimo umiliante provino-beffa, ho pubblicato un post piuttosto incazzato che ha scatenato una piccola querelle. A questa querelle si è unito nientepopodimenocchè il direttore della struttura dove avevo fatto il provino, Corrado D’Elia. Non so davvero come abbia fatto ad arrivare al mio sito, ma tant’è.
E a dirla tutta io glie ne sono anche grata, perchè è il primo regista che almeno si degni di darmi una risposta e perchè insomma, non è detto che uno alle dieci di sera c’abbia voglia di mettersi a rispondere a una Cassandra scatenata, ostinata e contraria come io sono. Potete leggere la risposta di Corrado D’Elia  in calce al post di ieri.

Poichè egli mi ha risposto pubblicamente io altrettanto pubblicamente lo ringrazio. Epperò non basta. Ho pensato molto e ho deciso di scrivere qualche riga in più, che motivasse quella che alcuni hanno inteso come una rabbia esagerata, immotivata, fuori luogo. (A questi potrei dire amici, mettetevi al posto mio e poi parlate)

Ma insomma, ecco la mia risposta a Corrado D’Elia.

 

Gentile Diretùr,

intanto, e prima di tutto, grazie per avermi risposto.

A molti ho fatto domande nel corso di questi 12 anni di incerta carriera e pochissimi mi hanno risposto.

Mi rimangono però degli interrogativi:

scrivo su questo blog da anni e non mi caga mai nessuno. E’ stupefacente (non crede?) che nel giro di poche ore dalla mia chiamiamola pure lettera aperta lei abbia saputo della sua pubblicazione, l’abbia letta e abbia risposto. Misteri della grande ragnatela?


E poi, lei crede davvero che in sei minuti, dopo un’attesa di un’ora e quaranta e con le due esaminatrici che le dicono in continuazione di essere veloce e di sbrigarsi, un’attrice possa rendere bene, possa fare il suo pezzo non dico al meglio, ma in maniera dignitosa? Alcune, forse. Io no. E sinceramente non ho mai pensato che questo fosse uno dei requisiti necessari per fare dignitosamente il mio mestiere.


Ancora, gentilissimo Diretùr, se lei volesse davvero vedermi lavorare io ci verrei volentieri, così come sono venuta al suo provino, investendo tempo e soprattutto denaro, perché vede, forse per lei cinquanta euro non sono nulla, ma per me sono eccome, dal momento che questa è la mia vita, non so mai come arriverò alla fine del mese anzi non so nemmeno come arrivare a metà, eppure se lei desse un occhio al mio cv potrebbe vedere che non sono certamente l’ultima delle squinzie ignoranti e presuntuose che popolano questo puzzolente pianeta.

Una delle tante differenze tra lei e me, caro Diretùr, è che -sebbene ci svegliamo tutti e due alle cinquemmezza e tutti e due ci dedichiamo a cose dure e a volte difficili- lei va a preparare la conferenza stampa, io mi sbatto come una mosca nel barattolo delle audizioni fasulle, dei provini beffa, delle agenzie truffaldine, degli spazi che non ti cagano se non hai una raccomandazione, dei registi che non ti vogliono perché hai troppo carattere, dei concorsi che quando li fai sai già chi vincerà e ovviamente non sei tu, dello stronzissimo progetto movin’up che dovrebbe promuovere la mobilità e invece promuove l’ulcera, delle marchette fatte perché c’è il dentista da pagare, delle stagioni chiuse senza essere state mai aperte, di tutto quel sottobosco di attività di “socializzazione” più o meno pulite che costituiscono oggi troppo spesso la chiave di una carriera teatrale riuscita.


Se ha voglia e tempo, Diretùr, si guardi il trailer di uno dei miei spettacoli. Lo spettacolo si chiama OTTO perché quando l’ho scritto le cose stavano come glie le descrivo da otto anni. Ma oggi, per lo stesso motivo, potrebbe chiamarsi DODICI.


Vede, Diretùr, io ci metto la faccia, come sempre. E pago, come sempre.
E allora davvero la ringrazio per la sua risposta, utile a me e a molti che sono nella mia condizione. Forse lei non si merita di morire di diarrea. Non so se posso dire lo stesso per le sue assistenti ma insomma questi sono dettagli.

La ringrazio perché quello di ieri non è stato il primo e purtroppo non sarà l’ultimo dei frustranti e umilianti provini lampo ai quali sarò costretta a sottopormi e lei è l’unico che quanto meno si sia degnato di motivare la prassi.

Però la questione è e rimane la stessa.

Io non esigo né chiedo che sia lei a risolvere i miei problemi di sopravvivenza.
Ma dopo anni così, vede, è facile, è quasi normale, che la rabbia prenda il sopravvento. E io sono molto molto arrabbiata.

 

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Set 22 2010

vita da attricette

questa mattina mi sono svegliata ore cinquettrenta per andare a fare una di quelle cose più uniche che rare nella vita d’attricetta di provincia ovvero un provino. Mi sopnop preparata benbene ho financo fatto lo shampoo e studiatassai monologhi due, scelti con cura, uno tragico l’altro tra il surreale e il comico insomma ho fatto le cose perbenino perchè si trattava di una cosa seria ovvero il casting nientepopodimenocchè di Romeo e Giulietta fatto da Teatri possibili di Milano, nello specifico Teatro Libero. Questi sono famosassai anche per la figura del loro diretùr ovvero Corrado D’Elia che pare essere un talento davvero, vince premi su premi, con la stessa facilità con cui io vinco multe in ztl a Bologna.

Allora ho anche la bici rotta prendo la circolaretrentadue e un treno puzzolentissimo ma arrivo anche un pochino in anticipo per la mia convocazione che era alle ore dodici. Inutile dire che le addette al casting, che non si sono manco presentata, per inciso, sono tremendamente in ritardo e io entro nella stanzona alle tredici e ventinove.

Bene. Tra presentazioni e monologhi, che mi vengono troncati brutalmente roba che manco in uno di quei film degli anni ottanta, il mio provino dura sei minuti e alle tredici e trentacinque sono fuori.

Ho speso quaranteppassa euri di viaggio, tre euri di colazione, sono digiuna e incazzata e mi domando ancora una volta come si possa decidere se un’attrice lavora bene o meno dopo un provino di minutisei.
Adesso, può darsi anche che questi del Teatro Libero mi piglino a fare la balia o il balcone o il cavallo di Romeo, anche se dubito sinceramente, per una serie di motivi che non mi metto nemmeno ad elencare, ma insomma può darsi anche che mi piglino ma io mi stupirei proprio se succedesse, e indipendentemente dal fatto che succeda o meno che casting può venire fuori da provini di sei minuti?

E poi soprattutto che cazzo di rispetto per le persone, non dico per la professionalità, è questo? una bella bomba, ecco cosa ci vorrebbe, una bella bomba e una pernacchia sulle macerie, su tutti questi che ti fanno svegliare alle cinquemmezza e non si degnano manco di farti un provino serio, un provino decente. Ma secondo voi io non ho niente di meglio da fare?

Sapete che vi dico?andatevene a fanculo voi, Romeo, Giulietta e i sei minuti di provino. Io spero che il vostro palazzo venga inghiottito da un buco nero e che un’astronave di alieni giustizieri del teatro atterri proprio sopra di voi annientandovi.
Non si può lavorare così, non si può non si può non si può.

Adesso non mi voglio lamentare, perchè a me le cose mi vanno fin troppo bene rispetto alla media delle persone che conosco, ma io a queste condizioni non ci sto più, penso di meritarmi un tantino di più, se non altro per la serietà, per non parlare della stronzissima esperienza e della tecnica e dello studio che ti viene da dire ma vaffanculo

e allora lo dico di nuovo, andatevene a fanculo, io alle cinquemmezza per voi non mi alzo più, spero che crepiate di diarrea e altro che sei minuti, altro che sei minuti. Stronzi.

E adesso venitemi a dire che sono esagerata, eh, venitemelo a dire. Prego siete benvenuti però prima mi pagate l’affitto o per lo meno il viaggio per il quale ho provveduto di tasca mia, se non sbaglio.

Stronzi. Ve lo dico per sei minuti, se non state attenti. Altro che provino.

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Set 13 2010

mi accontento di poco

In preda alla melanconia settembrina mi trascino attraverso i miei trentametriquadri senza sapere bene dove appoggiare le mie pene per liberarmi le mani. Mi sovvengono le parole di uno che incontrai per caso molto tempo fa, e per caso trascorsi alcune decine di ore con lui in un posto dove credo mai più tornerò. Quest’uno, in una giornata estiva stranamente grigioblu, osservando con una certa compassione la mia meteoropatia, mi consigliava di mettermi al computer e cercare di chiudere qualche faccenda, raggiungere un obiettivo, portarmi avanti con la vita. Quel giorno lontano se non sbaglio feci proprio così e, ignorando il mio ospite, per orintere mi rintanai con entrambi gli occhi dentro il piccì cercando di cavarne fuori qualche cosa di sensato. Forse ci riuscii, ma ora non ricordo. Ciò nonostante oggi proprio questo ho fatto, mi sono piazzata di fronte allo schermo del vetusto amico e compare e ho provato, come si direbbe, a quagliare. Alle undicevventicinque l’unica cosa quagliata sembra essere il mio cervello eppure lo so che domani mi sveglierò e potrò tirare alcune felici righette sulla lunga lista di cose “da fare tutte, ma una alla volta” che campeggia nella mia inutile agenda.

A un certo punto, non ricordo bene per quale motivo, sono uscita di casa a fare una commissione qualsiasi, e mi sono resa conto che ero in centro storico, a Bologna, ero uscita di casa a piedi e a piedi mi apprestavo a ritornarci, i portici stavano immobili sopra il mio ciabattare e il 13 mi sfrecciava a pericolosa velocità a pochi metri. Questa improvvisa consapevolezza, lo ammetto, è bastata a farmi chiudere meteoropatia e varie nostalgie nell’ultimo cassetto della cassettiera in bagno. Ho sorriso e mi sono detta che in fondo non è poi così male. Non è per niente male.
Certo rimane il fatto che la città ancora non m’appartiene e che mi trovo, di sera, a non sapere dove andare a fare le così dette amicizie. Ma rimango fiduciosa. E nel frattempo ho molti film da vedere e una serie di decisioni fondamentali da prendere, che voglio dire, mica bruscolini.

Intanto mi vengono i dubbi esistenziali. Ripartono i miei corsi e non sono pronta per nulla. Cioè, non che non sappia cosa dire. Che cose da dire ne ho sempre. Ma mi viene da pensare a che pro? Chi me lo fa fare?I soldi?Il bisogno di condividere le (pochissime) scoperte di questi anni di lavoro su una cosa che non so manco come definire?
Di che si occupa Carla Vitantonio? Io spero sinceramente che nessuno mi faccia mai più questa domanda perchè non saprei proprio cosa rispondere. Adesso pago un ghost writer che mi faccia un abstract e io lo imparerò a memoria con uno di quei metodi di memorizzazione veloce e lo sciorinerò ogni volta che se ne presenterà l’occasione.
Di cosa si occupa Carla Vitantonio? ella è esperta di sacro nulladiscettare e da anni prova a introdurre novizi all’arte dell’introspezione attraverso la parola pur sapendo si tratti di un controsenso che trova le sue radici nella stessa natura umana e forse proprio per questo dopo anni undici di disonorata carriera ancora non accenna a mollare. Oddio, accennare accenna, ma per ora accenna solo.

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Set 11 2010

La rete

E così la zia se ne è andata a Roma, toccata e fuga, per fare uno di quei provini per il cinema che manco i cani. Ma per fortuna oltre al provino ho avuto (io, cioè la zia vitantonia) la bella idea di ritrovarmi con alcuni dei vecchi amici dell’università, amici di quelli che come ti incontri ti abbracci ed è subito come se non fosse passato neanche un minuto dall’ultima nottata insonne trascorsa a Padaniacity. E invece ne sono trascorsi eccome, di anni, e si vede perchè le canzoni che mettono alla discoteca non le sappiamo più a memoria e andiamo sempre un po’ fuori tempo se proviamo a ballare e poi finisce che balliamo il foxtrott e suonami questo swing amico.

Ci siamo trovati al Pigneto che è uno di quei quartieri romani che adesso vanno molto di moda e i giovani si riuniscono per far nulla, anche noi nulla facevamo se non raccontarci dei milioni di inversioni di rotta, dei continui aggiustamenti che la strada ci propone, di come proviamo a esserci, onestamente e completamente, eppure adeguandoci perchè porca troia magna’ bisogna magna’ e tutto il resto.
Gli amici mi hanno accolta sostenuta consolata ascoltata e anche io ho ascoltato e abbiamo parlato bevendo menabrea al Pigneto e poi ci siamo trasferiti in un posto dimmerda che si chiama Alpheus a vedere la finale di questo meghevento che si chiama Martelive ed è proprio una merda lasciatemelo dire. Una roba commercialissima dove il senso della serata è fare la fila per entrare nel cancello poi fare la fila per comprare il biglietto, indi fare la fila per entrare in sala ed eventualmente fare la fila per bere un bicchiere di ghiaccio macchiato al jackdaniels.
Nella salagrande c’era un gruppo che pare si chiami Nouvel Vague che sono sostanzialmente due tipe che fanno cover orecchiabili e sono convinte che basti strusciarsi su un palo per saper fare la lap dance, essere intonate per fare della buona musica, muovere il culo per essere ballerine e mostrare la mutanda per vincere il martelive. Eh certo forse quest’ultima affermazione sarà anche vera, non so se vinceranno il martelive ma i giovani andavano in visibilio per le loro mutande e io mi annojavo mi annojavo e quasi quasi me ne stavo andando quand’ecco, nel corridoio, uno sfigatissimo diggei di anni quaranta metteva musica la musica degli anni suoi e quindi probabilmente anche la musica degli anni miei e dei miei compagnucci e dunque io e l’amico Fabiet ci mettiamo a improvvisare un flash mob cominciando a dimenarci a suon di clash nel corridoio. Tempo dieci minuti il flash mob riesce e raccogliamo tutti i trentenni annoiati e quelli che non riuscivano a vedere le mutande in sala grande a causa della troppa folla e il corridoio ti diventa una ballroom  mentre noi ti balliamo che manco pulpfiction. Balliamo sudando come degli scalmanati come gli scalmanati che eravamo fino alle treemmezzo io vedo anche una ragazza davvero nientemale ma poi mi dico valà non ci ho la forza, ci faccio un ballo o due ci sorridiamo e poi ognuna se ne va per i fatti suoi io chiudo la serata ballando abbracciata con Simo e il Fabiet mentre il diggei suona boys don’t cry. E noi non piangiamo. Nemmeno io piango, non mi viene proprio da piangere.

A casa del Fabiet mi commuovo vedendo l’affetto con cui m’ha già preparato il lettino, come due veri adulti siamo, mica ci buttiamo sul divano come ai tempi dell’università, no, prepariamo il lettino agli amici in visita e la mattina colazione in terrazza a base di nutella.
Roma è una meraviglia con questi amici così che immediatamente reagiscono all’allarme rosso da me lanciato ricreando quella rete incredibile di sostegno e cazzate che poi alla fine mica è importante capire, mica è importante, alla fine è importante esserci e noi ci siamo in un modo o in un altro.

Ma già è finita la mia vacanza romana già sono di nuovo qui in quel di Bulagna già questa città chiama disperatamente il nome di quello che era l’unico uomo del mondo per me già mi sento che è tutto troppo vuoto senza di lui. Se ne è andata l’energia dei giorni avellinesi la gioia che quelle persone nuove mi avevano dato si è dissolta nelle amarezze di un trasloco fatto nella solitudine rimane un autunno incerto rimango io che mi arrabatto per pagare l’affitto rimane tutto quello che non so e che non saprò mai rimane soprattutto il subdolo senso di colpa rimane il timore di essere stata io a non essere capace questo rimane mentre ciuccio caffè solubile dal mio contenitore starbucks comprato a Bristol.

Rimane che c’è un punto nell’amore dal quale non si può tornare indietro, anche nell’amore sì c’è un punto al quale non si dovrebbe arrivare mai e se ci arrivi se ci arrivi allora rimani sola nell’incerto autunno bolognese e tutto quello che aveva un senso perchè c’era lui ecco sembra che il senso non ce l’ha più.

Allora di nuovo mi rifugio nelle braccia degli amici che anche qua per fortuna ci sono e mi preparo a un sabato di festa mi preparo al secondo finesettimana da residente in centrostorico mi preparo. Guardo il soffitto rosso e respiro.

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Set 08 2010

il mio incubo ricorrente si chiama roma

Published by lucilla under viaggi, carla vitantonio, lavoro

Quattro anni fa cominciò tutto così, con questa faccenda di andare a Roma. L’avevo preparata benissimo, con garbo delicatezza e decisione. Lasciavo tutto, Padaniacity e tutto quello che significava, i compagni gli amici la roba e tutto il resto lasciavo persino un lavoro di quelli conpossibilitàdicarriera che a volte ancora oggi, quando ci penso, un po’ mi pento.
Epperò proprio avevo deciso di andare, avevo deciso. Mi sentivo giovanissima improvvisamente, indossavo un vestito verde che ho buttato la settimana scorsa, e gli stivali marroni che avevo comprato all’outlet di nonsocchè.
Tutto così cominciò, sul treno per Roma, che era ottobre.
Ci andavo spessissimo, a Roma, e quell’ottobre ci andai volte tre, una volta dopo l’altra, per fare cose, chiudere aprire informarmi sondare il terreno. Mi sembrava bellissima, Roma.

Non ci sono mai arrivata. E la storia la sappiamo tutti, la sappiamo in troppi.

Un amico che al contrario di me ci è approdato, alla capitale, per rimanerci, proprio qualche giorno fa mi ha detto beh, sarebbe forse il momento di ripensarci e riprovare. Ma non vorrei avere un altro incidente di percorso sul treno.
E per questo la scorsa notte, mentre vegliavo un’amica in ospedale e non riuscivo a dormire in quell’innaturale silenzio fatto dagli impercettibili ronzii delle macchine, mi veniva in mente con angoscia l’idea che domani avrei dovuto di nuovo prendere il treno per Roma, proprio come quattro anni fa.

Ero là, stesa sulla poltrona, la mia amica dormiva di un sonno fragile e disturbato, io cercavo di scomparire nella crema delle pareti e mi tornava come piombo il pensiero del treno per Roma che avrei preso e di tutto il resto. Che lo so che è una stupidaggine, lo so. Ma a me mi fa stare ancora un po’ male.
E bevo mille caffè e fumo sigarette come mai ho fumato, e mi riempio le giornate e le nottate mi riempio la testa mi riempio polmonistomaco. Mi riempio che nei vuoti si annida l’angoscia di questi quattro anni ai quali adesso non riesco a dare senso, e tutto è confuso tutto sembra sbagliato a volte addirittura tutto sembra inutile.

Prima che io parta per Roma, prima che io parta per Roma, prima che io parta per Roma.

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Set 05 2010

considerazioni molto prima della prossima alba

Published by lucilla under coppia, solitudine, carla vitantonio

che uno non dovrebbe promettere mai
perchè fino a quando le cose vanno bene
fino a quando le cose vanno
le promesse se ne stanno là, nascostacquattate
come se tutto fosse normale
e poi quando le cose, maledette, se ne vanno per i fatti loro,
quando le cose si ribellano
allora le promesse
tutte le promesse non mantenute
escono fuori come un piccolo esercito di sconfitti
di proletari affamati
a reclamare il loro pane ammuffito
non per mangiarlo, no
ma semplicemente per la voracità di reclamare
di avere il diritto a distruggere ancora di più

siamo alla fine di una di quelle manifestazioni in cui tutti rompono tutto
e ci sono mortadelle che giacciono a terra in mezzo ad auto bruciate
una scarpa all’angolo della strada
insieme a molto sangue
e il fumo dei lacrimogeni, come quella volta a Genova
che le soluzioni sono due, o scappi, o bruci tutto anche tu

io scappo
tu bruci

che alla fine forse sono stata proprio io
a non essere in grado
che questa è la maledetta ora del tutto è colpa mia
che non sono più lucida nè ubriaca
che

le promesse uno non dovrebbe mai farle
perchè adesso, in quest’ora che non sta da nessuna parte,
in questo ibrido della giornata
le promesse come fantasmi vengono fuori
e me le ricordo tutte, tutte,
le tue, le mie
mentre poco lontano da questo deserto
ancora mi bruciano le ferite di quell’ultima gigantesca voragine

e ci sono dei momenti in cui mi dico che cambierei tutto, tutto, pur di tornare a quella notte che era aprile e tutto eri tu, e rifarei tutto tutto daccapo, mettendo da parte me e quello che volevo e tutto il resto
ma poi mi dico, tu avresti voluto?

tutto irrimediabilmente perso
tutto bruciato
tutto rotto
tutto inafferrabile
ti ricordi come cantavamo?
I will be by your side
even when you’re down and out

non ce l’ho fatta, non ce l’ho fatta
a tenerti

 ma sono stanco
stanco di queste menate
stanco di questo modo che avete
di dare carta bianca
stanco di queste scale
che c’è chi scende
e c’è chi sale
e non c’è cosa che possa dirti
senza apparire banale
non c’è gesto che mi sia consentito fare
ora che il tuo amore è morto
ma vorrei riuscire a ricordarmi come ti chiami
potrebbe aiutarmi a ricordare come mi chiamo io
e non riesco a parlarti
e faccio fatica a rincorrerti
dover spiegare, spiegare, spiegare
cercando di essere convincente
dover recitare, ahi
facendo lo slalom tra il già detto,
l’indicibile
e la sciocchezza

uff, come sono stanco,
come sono stanco di tutte queste menate….

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Set 03 2010

thelma & thelma

Published by lucilla under viaggi, carla vitantonio, bologna, amici, tour

viaggio allucinante, lungo, caldofreddocaldo, pioggia poi sole, mare in burrasca camion famiglie che un tempo erano felici, ex turisti depressi, mal di gola pizza acidità

viaggio d’ansia, telefonate contatti rabbia delusione incomprensione di nuovo quel senso di impotenza di perdita ineluttabile di nuovo quella mancanza incolmabile quel senso di aver mancato l’unico l’unico treno che fosse veramente per me

viaggio

che non mi capisco e non vedo l’ora che finisca

che l’amore dove sta

che penso ai giorni passati al Gibbo a Sandra a Boris e a Simo, che penso anche allo Shamano e a quanto sono fortunata ad aver incontrato queste persone, a quanto è stato intenso pieno eppure finito, finito, che rido ancora un pochino, che mi ricordo odori segreti e un letto in mezzo alla stanza, e Posillipo e il Morandini nel pieno della notte, noi affamati di film davanti alle pagine del dizionario che era come mangiarseli tutti, che penso a Secondigliano alla gita a quanto Boris sia quell’amico che non esiste più e per questo gli voglio ancora più bene

che mi torna nella mente lo Zio e mi fa ridere il pensiero di lui e di tutto il bene che siamo riusciti a darci e mi commuove il modo in cui siamo riusciti a lasciarci

viaggio

e poi arrivo qua a Bologna e penso questa dove dormirò stanotte è la casa della disfatta della solitudine della perdita

invece arrivo qui
e sono spiaccicata nel centro e c’è un’incredibile sconosciuta vita, gente che beve al baretto all’angolo, qualcuno fuma una canna alcuni ragazzi portano i baffi e i calzoncini corti, e io apro il portone di questa piccola casa piccola casa M I A

ed è bellissimo, cazzo, è bellissimo essere qui

è semplicemente, incredibilmente bellissimo

e ho voglia di ricominciare ancora di vivere di

ho voglia di stare in mezzo a questa bellezza di fine estate.

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Set 03 2010

ho un cugino fascista

che vabbè, non mi ci parlo, così ho risolto il problema.
E poi la vita se ne va dove cazzo vuole lei.
E io dietro a correre come una disperata

ore zerozereccinquanta
che ci faccio qui
ascoltando complilescion
insensate
nella paura di un ritorno
a una citta’ che non è la casa
che non è la tana
che non è niente
la casa è dove sta il mio cuore, diceva qualcuno

il mio cuore non sta da nessuna parte
in questo momento divido gli uomini in tre categorie:
gli amici, gli imbecilli e quelli che mi fanno innamorare
che sono stati pochi
e spero siano finiti

ci vuole della droga pesante, ecco quello che ci vuole
invece avevo solo un bicchiere di grappa, che è maledettamente finito
e allora me ne dovrei andare a letto, ecco cosa dovrei fare
andarmene a letto sperando in un mattino di luce
pensare al radioso futuro che m’aspetta

voglio fare un grosso polpettone di tutto e darlo a questi cuccioli di cane famelici
che popolano la casa dei miei genitori
eppure
da qualche parte dentro di me
sono felice
perchè mi sento onesta
leale
perchè mi sento che fino alla fine
fino alla fine
ci ho messo tutto quello che potevo

maledetta vitantonia
in fondo
ce lo sto mettendo ancora
tutto quello che posso

non sono come tu mi vuoi
ma sono come mi volevi
e soprattutto
sono

provoco microscandali svestendomi quando uno non se lo aspetta
il vestito giallo cade ai piedi della porta ed è solo un attimo
sono già scomparsa
in fin dei conti
la felicità è fatta di questi attimi di generosità
da altrui concessi

sono solo una trentunenne un po’ stravolta
nè più nè meno
sono la banalità di una garzantina di filosofia
di un dizionario d’inglese ammuffito
presente in ogni casa benborghese
sono il volume sette dell’enciclopedia scoprire
sono il come da copione
l’appendice
il cinepanettone
l’italiano substandard
la provinante scartata di amici di mariadefilippi
e per questo mi merito anche un cugino fascista.

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