Ott 27 2010
brandelli di padaniacity
che era ottobre, e noi giovani promesse della comunicazione avevamo lezione all’ottemmezza, lunedì martedì mercoledì, come buoni soldatini, piccoli piccoli appena sbarcati giù dalla nave della scuola superiore, eppure grandi, i maschi avevano il pizzetto, qualcuno la barba. Il Korto, ricordo, aveva dei capelli ricciricci che gli avvolgevano la testa e sembrava un fumetto.
Parlavamo della politica e del mondo come se ne avessimo davvero capito qualcosa. Forse, da qualche parte nella testa di uno qualsiasi di noi, c’era la ricetta segreta per la rivoluzione. Che però è andata persa in tutti questi anni di colloqui annacquati.
Una nebbia fitta e densa, che si tagliava solo per un secondo quando il naso ci passava in mezzo, e si richiudeva prontissima, quasi a non lasciare la traccia del nostro passaggio. Sigarette economiche, fumavamo, tabacco in quei fogli verdi e gialli o diana blu morbide, che per me erano il meglio, il meglio davvero, le dita rosse di freddo le tiravano fuori faticosamente dal pacchetto e già si liberava l’odoramaro. Mancavano sempre gli accendini.
Uagliù, un accendino? Che l’accendino era un oggetto della collettività, come gli ombrelli, tu ogni tanto lo compravi, spesso lo perdevi, raramente te ne trovavi in tasca uno non tuo, regalo di qualche sbadato o frutto d’incosciente rivendicazione capitalista.
Alice aveva quella maglia andina che andava di moda allora, era piccolapiccola coi capelli rossi, e a lungo non siamo state capaci di trovare un modo per parlarci. Poi, a un certo punto, è arrivato, tutto di botto.
Facevamo lezione nel cuore della città e pretendevamo la pausa caffè, i sampietrini e le colonne ci appartenevano, biciclette sempre troppo poco funzionanti, catenacci arrugginiti che si bloccavano col freddo.
Il caldo non arrivava nemmeno alle dueunquarto quando di fretta e furia raccattavamo penne e appunti e ci precipitavamo in mensa nel timore che chiudesse senza darci il meritato pane quotidiano. Piedi freddi e zuppi, ricordo, e discussioni interminabili sulla legittimità d’Israele e sull’utilità della semiotica così come ci veniva propinata da un tale di cui pure ricordo il nome ma che così, per diletto, mi diverto a non nominare. Ottobre a Padaniacity e già era lontanissima l’estate, già i racconti delle vacanze si erano dissolti nell’appello straordinario che ci aveva visti tutti in qualche modo vincitore, chi più chi meno, ma alla fine eravamo tutti là, che sembrava saremmo stati sempre così, in quell’equilibrio immobile eppure sempre fluido. Che sembrava che nessuno ci avrebbe vinti mai. E il Licazzone voleva fare un cortometraggio sugli ecoterroristi. Il Cois stava sempre dietro a un qualche paio d’occhiali che aveva lasciato da qualche parte, e io m’innervosivo, mi adiravo, masticavo bile aspettandolo per ore e però anche mi veniva da ridere, che lo sapevo che lui era fatto così, e chissà dove li avrebbe trovati, gli occhiali, quella volta. Ancora mi domando perchè non sia passato alle lenti a contatto. Ancora m’adiro per quell’improvvisa espressione vaga e indecifrabile che fa quando è colpevole. Gli altri, ancora mi prendono in giro.
Chi lo sa se Simo era già entrato nelle nostre vite chi se lo ricorda, forse all’inizio non tanto, nè lui nè Paolino, Eppure adesso, se ci penso, mi sembra che tutti quegli anni appartengano a ognuno di noi in uguale misura, come se li avessimo vissuti tutti insieme, appiccicati, che da qualche parte pure Fabietto era già spuntato, lui si, ma senza la sua scimmia e senza i capelli di adesso, che sembrava quasi uno serio, lui.
Tutto insieme e tutto mischiato, così, improvvisamente, in questo ventisei ottobre che vuole finire troppo presto. Che mi sembra che in fondo quella nebbia densa c’abbia permesso di conservare uno straccio di sogno, forse.
