Archive for Novembre, 2010

Nov 30 2010

il freddo più caldo che c’è

Va che stamattina sono in ritardo su tutto e avrei mille scadenze e bandi e menate insomma mille legittimi impedimenti, va che mi dico che in fondo questa è la manifestazione degli studenti e forse dovrei farmi da parte ed evitare di fare la figura della vecchia zia, va che ci penso e ci ripenso ma alla fine vado perchè è importante, perchè ci voglio essere, e perchè so che oggi ci sarà gente giovane e allora nella peggiore delle ipotesi io, che un poco di esperienza di cariche e corse all’impazzata cel’ho, magari viene fuori che sono utile.

Va che siamo tantissimi e all’inizio non si capisce quanti e ci sono delle pischellette forse delle superiori con la borsetta e non proprio esattamente equipaggiate da manifestazione, ci sono gli universitari ci sono pure dei nanetti che mi viene da dire oddio, forse è un po’ presto per prendersele, a quell’età, ma poi un compagno mi dice ridendo mazz’e panelle fann’i figli belle e allora rido anche io. All’inizio non so bene come andrà la manifestazione non mi è molto chiaro l’obiettivo ma poi capisco, andiamo dritti dritti verso l’autostrada con tutta l’intenzione di occuparla e camminiamo in fretta, per tratti interi corriamo per paura che ci fermino prima di raggiungere il casello invece pocapoca polizia le gambe si scaldano i piedi bruciano e quasi ci dimentichiamo che ieri l’altro nevicava e che fuori da questa nuvola di rivoluzione c’è il freddo gelido di Bologna.
Va che è trenta novembre e presto cominciano ad arrivare le notizie dalle altre città e io mi commuovo quando sento al telefono i compagni della mia vita che da Padova mi dicono abbiamo occupato la stazione. Mi viene da piangere e da ridere quando France dice a una ragazza più giovane di tenere come punto di riferimento la mia giacca rossa, quando vedo Stefi e Irene che anche loro travestite da giovani manifestano proprio in testa al corteo. Qualcuno mi dice scusi perchè la mia età nonostante la tenuta da frikkettona si vede e io dico niente non ti preoccupare ma mettiti nel cordone no non è che sia pericoloso ma sai mai, in fin dei conti stiamo per entrare in autostrada.

Ed eccoci finalmente entriamo proprio dal casello e siamo tantissimi, tantissimi che quando facciamo l’anello non riusciamo a vedere la fine del corteo e questa è tutta gente giovane, è tutta gente che a questo gioco sporchissimo non ci sta, non ci sta a farsi dire che deve andare a scuola invece di manifestare, non ci sta a fare lezione mentre in parlamento fanno passare la riforma assassina, questa è gente che resiste, resiste nonostante tutti remino contro e da tanti troppi anni si senta ripetere che questi giovani non hanno ideali.

E secondo me la verità è che gli ideali sono qui tutti in marcia mentre i camionisti, per lo più migranti, sorridono e strombazzano e noi cantiamo e gridiamo e siamo stanchi però continuiamo a marciare, eccoli gli ideali e a me non sembra affatto poco, con questo freddo porco e povero che vorrebbe imbavagliarci e invece ci fa venire solo voglia di correre più forte e invadere tutte le corsie mentre qualcuno dice eh, una passeggiata in autostrada non l’avevo mai fatta.

C’è pure quel ragazzo che non so come si chiama e però mi piace tanto e a un certo punto lui mi vede e io lo vedo ed è bello in qualche modo riconoscersi e con lo sguardo dirsi ci siamo tutti e due, non molliamo nemmeno un attimo.

Così va questa giornata, che dovevo fare un provino e non l’ho fatto, dovevo preparare la lezione e non l’ho preparata, dovevo fare l’adulta che lavora produce e sopravvive e invece ho scelto di andarmi a scaldare correndo sulle corsie dell’autostrada insieme a chi come me non si rassegna, chi come me non ci crede, che la vita possibile sia solo una corsa all’impazzata verso l’ultimo prodotto in saldo disponibile, chi non ci sta a dover pagare la cultura come si pagherebbe un etto di bistecca di manzo o di broccoli, ho preso la mia decisione oggi, fatto la mia scelta, e fa caldo e sono sudata e ho male alle anche e al bacino ma sono felice.
Mi chiamano Flavia e Alberto dalla radio e faccio una microdiretta in cui questo voglio far passare, la gioia di esserci e di sapere che non sono io che sono pazza, e se sono pazza bene ci sono almeno altre diecimila persone pazze come me, tutte qui attorno a me, che marciano e manifestano e si riprendono i loro diritti, anche il diritto ad essere pazze.

Non ci riusciranno, a farci passare per imbecilli che non hanno voglia di fare un cazzo. Potranno minimizzare, oscurare, potranno tagliare le notizie e descriverci come degli squilibrati, ma noi oggi eravamo là, in autostrada, e il calore che abbiamo sentito sotto la pioggia del maledetto trenta novembre nessuno ce lo può togliere.
Noi, che di vita bruciamo.
Noi che non abbiamo paura.
Noi che ci apparteniamo.
Noi che se non ce li danno, i nostri diritti, ce li prendiamo occupando stazioni, teatri, autostrade e centri cittadini.
Noi che oggi eravamo gli unici ad avere caldo.
Noi che ancora abbiamo voglia di cantare.

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Nov 20 2010

voglio un mondo senza cucine

Sono stremata, affranta, sporca e affamata. Tutto è cominciato quando ho coronato il mio piccolo sogno borghese di neoadulta firmando un contratto d’affitto. Mi è costato moltissimo. A parte i termini strettamente economici, che quello direi quasi che è il meno, ma proprio in termini psicologici, di ansia, paura, sindrome di peterpan e via discorrendo. Non avrei mai immaginato che mettere qualche firma mi potesse creare tanti problemi. Eh gia’ che ne ho messe, nella mia vita, di firme.
Però questa era diversa, era diversa si, perchè mi impegnavo a un minimo di stanzialità, ma non solo, mi impegnavo, e mi impegno, a guadagnare un tot di euri al mese per assolvere al gravoso compito del bonifico mensile. Mi ipoteco alcune ore giornaliere, insomma si si si , sono diventata adulta e ho finalmente, un po’ anche mio malgrado, accettato alcune delle regole di questo mondo che a volte mi va stretto e altre mi va largo e insomma non mi va bene mai. O forse sono io che non vado bene a lui.

Ma il contratto d’affitto non era il male maggiore, no!!! io lo pensavo, ed ero ingenua. Ho già capito che quando uno diventa adulto, o nel mio caso una, l’adultità si scarica in tutta la sua obesità sulla poveraccia e bisogna essere forti e carenati.Cosa che evidentemente io non sono ancora abbastanza.
Allora.
Ci sono le utenze.
Che uno si deve intestare tutto e ti misurano pure la quantità di gas che emetti via scoreggia. E poi mica è facile, devi provare che tu sei tu e tutte queste menate che ti fanno credere di essere in un libro di Kafka. Poi devi fare il tagliandino dell’automobile. E anche lì non te ne dico niente. Sei fortunata se al terzo tentativo riesci a beccare l’ufficio giusto nell’orario giusto e ad aver fotocopiato i documenti nel verso giusto e blabla. Ma diciamo che cel’hai fatta, anche se nel mio caso non è propriamente così perchè le pratiche sono ancora tutte in corso, diciamo che tu cel’abbia fatta. Sei adulta, hai un contratto d’affitto regolarmente intestato, le bollette e l’automobile parcheggiata da regolare residente, sei felice, tiri un sospiro di sollievo, chiami l’amministratore per far cambiare il nome sul campanello e pensi che adesso, finalmente, potrai pensare a come mettere un pochino a posto la casa, o meglio, la caverna, il buco, l’alcova se vogliamo essere romantici.
Eh si, perchè la casa, francamente, cade abbastanza a pezzi.
Con l’elettricista ce la fai. L’elettricista è un signore simpatico e chiacchierone, che non è propriamente come dicono i giornaletti porno, oddio, forse quarantanni fa lo era ma adesso diciamo piuttosto che è un piacevole animalista che si appassiona ai miei racconti radiofonici e si offre di montarmi le mensole forse un giorno se avra’ tempo. Anche il suo collega, meno ciarliero e un po’ più ingombrante, apprezza la radio sintonizzata su 10585 e fischietta la sigla del cavo.
Certo, anche lui, gran poco a che vedere coi prestanti maschioni dei giornaletti porno.

Arrivano poi gli idraulici. Ecco, gli idraulici sono due giovinotti che loro si, sono proprio come quelli del porno, grossi muscolosi giovani e prestanti, entrano fumando una cicca e ti dicono dammi del tu. Tu glie lo dai, il tu, e te li guardi un pochino mentre smanettano col bidet. Certo, sul bidet non hai mai fatto sesso, in tre poi, chissà come si fa…e il getto dell’acqua potrebbe essere piacevole. Ma è un pensiero che dura un attimo. L’idraulico numero uno affonda le zampe nella vaschetta del cesso e ti rivela che è solo un problema di galleggiante. Tornerà lunedì, non temere. In men che non si dica i giovanotti sono fuori e il tuo sogno erotico si è infranto contro il piatto doccia.

Infine, tocca ai tecnici della cucina.
I tecnici della cucina ormai sono il mio incubo. Secondo me sono i peggiori. Dovrebbero inserire nel codice penale una categoria appositamente per loro. Sono dei criminali. Io li odio tutti, indiscriminatamente, e spero che l’umanità possa vivere un giorno senza cibo e senza cucina di modo che questi si estinguano.
I tecnici della cucina sono il male più pernicioso che possa capitare a una neoadulta.

Sono infidi, laidi, mentitori e ritardatari. Ti lasciano per giorni e giorni senza acqua corrente. Ti fanno perdere intere giornate di lavoro. Ti smontano tutto e ti lasciano con la casa scoperchiata con la promessa di arrivare il giorno dopo e poi spariscono per giorni interi. Si fumano le canne e non offrono. Mentono. Si inventano balle per coprire i madornali ritardi che probabilmente hanno fatto perchè troppo stonati dai cannoni. I tecnici della cucina sono il male assoluto. Sono i cattivi. I tecnici della cucina sono un virus letale e io spero di non dovere avere a che fare con loro mai, mai più.

Intanto, eccomi qui a gelare dal freddo e senz’acqua corrente, con la prospettiva di un fine settimana orribile trascorso in cerca di cessi dove lavarmi almeno i denti, e loro chissà dove sono, chissà che fanno, loro, che mi hanno lasciata qui promettendomi che oggi pomeriggio avrei avuto la mia cucina nuova a posto. Che la madonnina delle cucine li maledica, i tecnici malefici, che li stramaledica e intanto li maledico io.
Maledetti tecnici della cucina, maledetta me che ancora c’ho questo brutto vizio di mangiare. Maledetta, soprattutto, l’età adulta.

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Nov 15 2010

a volte non avere la tivvù è proprio meglio

La storia un pochino serendipica è questa: mi si rompono i fornelli dunque chiedo ospitalità a vari amici nelle loro cucine per preparare le mie cosine salubri e non ridurmi a piadine come invece suggerisce qualcuno. In una di queste case trovo un televisore, oggetto che non vedevo oramai da un anno e mezzo, e decido di accenderlo. Orbene mi sorprende la pubblicità di tale detersivo nominato “rio casamia”.
Non so se qualcuno l’ha già vista. Ma se qualcuno l’ha già vista mi domando allora perchè nessuno dica niente.
Immagino che questi geniacci dei supercreativi che hanno fatto la pubblicità volessero fare una cosa alla bolliwood, insomma, richiamare il nuovo cinema indiano e i musicalacci che vanno tanto di moda adesso, perchè c’è tutto un balletto di donne indiane vestite in sari che si passano questo detersivo e cantano le sue virtù.

In mezzo, un uomo indiano che si pavoneggia e si dedica ad attività non meglio specificate.
Ogni tanto poi la telecamera indugia sull’immagine di una donna bianca che non si capisce se sia stranita, perplessa o semplicemente stanca. Ma comunque non è lei a maneggiare il detersivo (non più, direi)
Per un attimo, lo ammetto, ho pensato oh, vedi che bello, finalmente nelle pubblicità ci sono anche delle donne che visibilmente hanno origine in altri paesi, hanno altre tradizioni e non le rinnegano e blablabla.
Poi una di queste donne apre la bocca e il risultato è una specie di “mamy” in via col vento. Non so se avete presente. La classica caricatura della straniera che parla male l’italiano.

Bene. Vorrei dire che a me una pubblicità così non mi sta bene. Intanto voglio sapere perchè sono le indiane a pulire e non gli indiani. Vorrei sapere perchè il maschio si limita a ballare mentre le femmine hanno tutte in mano il detersivo. Poi voglio anche sapere perchè sono tutte indiane le donne che puliscono e non ce ne sta manco una che sia visibilmente europea. Infine voglio sapere perchè le donne indiane parlano male l’italiano, non commettendo gli errori sintattici che commetterebbe un indiano ma parlando proprio come gli schiavi neri nelle caricature dell’epoca coloniale. Ci manca solo che dicano zi badrone.

Questa non solo è una pubblicità machista, ma è pure discretamente razzista. Non solo ancora una volta mi vuole far credere che è giusto che io stia con il detersivo in mano mentre il mio uomo no, ma mi vuole anche lasciare intendere che ora ci sono gli indiani a pulire.
A me, sinceramente, non mi sta bene nemmeno un po’.
Prima di tutto perchè sono stanca di questo stereotipo di merda che è lo stesso stereotipo che si ripete tacitamente in tutte quelle coppie che sbroccano perchè l’uomo non è in grado di gestire il fatto che la donna voglia una sua realizzazione fuori dalla casa.
E poi perchè sono stanca di questi stronzissimi e subdoli riferimenti a una nuova classe lavoratrice. E soprattutto vorrei dire forse un tantino egocentricamente che io, a dispetto di quelli di rio casamia, ho lavorato per un anno al servizio di una famiglia indiana, e quella che diceva zi badrone (e lo diceva pure male visto il mio arrugginito inglese) ero io, e allora questi creativi che guadagnano in una settimana quello che io guadagno in un mese dovrebbero per lo meno rimettersi al passo coi tempi e non presentarmi alle otto di sera una pubblicità così imbecille. Ecco.

Eccheccazzo.

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Nov 13 2010

una giornata particolare

partita da Padaniacity in tutta fretta ho la macchina che profuma di cavoletti e verdurine che l’Ale m’ha regalato per nutrire me e le mie fisime da salutista di ritorno, due ospiti dell’ultimo momento provano a intrattenermi e fanno davvero del loro meglio anche se io ci ho quel piglio fastidioso e tignoso che mi prende ogni tanto dopo che ho avuto overdose di vita pubblica.
Partita sì, da Padaniacity, che mi pare di essere andata in vacanza, visto amici stretti e strettissimi salutato radio Sherwood e tutto il nuovo ambaradan, fatto chiacchiere più o meno interessanti, postami domande esistenziali sul come ci si dovrebbe approcciare a una persona dopo non averla vista per anni mille, incontrato per sbaglio anche vecchie vecchissime fiamme e per mia disgrazia la fiamma non s’è riaccesa dunque sempre con quest’aria d’asessuata mi sono aggirata tra testosterone al quale ero immune. Mi sono fatta il vaccino contro il desiderio sessuale e non me ne sono manco resa conto. Però bene, che risparmio un sacco di energie.

Partita sì, da Padaniacity verso Bulagna che oggi, a confronto, sembrava quasi calda, Bulagna la tropicale, Bulagna che volevo arrivare assolutamente entro le duemmezza poichè c’era la manifestacja e io assolutamente non volevo mancare. Che era tanto troppo tempo che non manifestavo e dovevo a ogni costo esserci dunque pigiato piedino sull’acceleratore e giunta parcheggiata mi precipito verso il luogo di ritrovo dove c’erano tutti o quasi.

Mi sento un po’ una vecchia zia all’inizio, che non so dove mettermi e non capisco bene ma poi è un attimo e sono di nuovo a mio agio come tanti anni fa eccomi incordata tra conosciuti e sconosciuti che dico gli slogan ecco che sorrido a quelli avanti e a quelli dietro.
Che c’è proprio un po’ di tutto, pezzi di umanità presi da ogni scaffale disponibile, e quando arrivano i  migranti da Rimini ecco, tutti loro attruppati dietro lo striscione, trafelati per il ritardo e il timore di non farcela, felici colorati pure un po’ stanchi io li guardo e mi commuovo lo giuro, mi scendono due lacrime maledette che mi fanno ridere di me.
Cammino incordata con lo zio A e la Cla e AP, i nuovi amici di questo incredibile autunno bolognese, davanti a me Mino e da qualche parte Flavissima che va e viene affaccendata come suo solito, e io sono proprio contenta e un po’ infreddolita, mi fanno sorridere alcuni dei cori, altri mi piacciono e altri ancora un po’ mi imbarazzano ma ci sta tutto, ci sta tutto, anche questo mio parziale disagio anche questa mia temporanea distanza, anche questo mio non cantare “IO ODIO LA LEGA” perchè in fin dei conti io non odio nessuno, nemmeno quelli della lega, che l’odio è un sentimento troppo impegnativo per sprecarlo così, io l’unica persona che credo di aver mai odiato nella mia vita credo sia stata me stessa
ma insomma
guardomi attorno e godo di queste persone attorno a me, che alcune le conosco e altre no, ma siamo tutti qui ed è bello e intenso perchè ora che ho trentun’anni quasi trentadue ora sì lo capisco, il conflitto è vita il conflitto è a volte l’unica via per un confronto possibile e in un momento come questo qua bisogna creare il conflitto e alzare il livello della lotta e lo so che parlo come una vecchia autonoma ma queste parole proprio dalla panza mi vengono, perchè mi pare l’unico modo possibile, perchè se nessuno mi vuole dare i miei diritti allora me li prendo io, in un modo o in un altro.
Io mi appartengo.

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Nov 11 2010

mozziconi a padaniacity

Di nuovo sono in questo Veneto silenzioso e alluvionato, di nuovo mi aggiro tra i grigi corti palazzi dell’arcella, di nuovo mi perdo tra le innumerevoli rotonde e i  nuovissimi cavalcavia luminosi che ti urlano siiii siamo in veneto siamo nel nordest questo è il progresso benvenuti nel mondo della produttività benvenuti sul nuovo cavalcavia che vi porterà direttamente nel futuro mentre a pochi kilometri silenziosamente tremila sfollati se la vedono con mari di acque imbestialite, acque che si ribellano al progresso di cui sopra e forse chissà si ribellano pure, a loro modo, a questa barbara privatizzazione che ci vorrebbe tutti compratori di vita al litro.
Mi dia un litro di vita comodamente imbottigliato in plastica, per cortesia, ne vorrei di quella frizzantina.

Di nuovo sono a Padaniacity ed erano quattro anni quattro che non ci rimanevo tanto a lungo, una settimana intera tra prove, amici e spettacoli in giro in lungo e largo, che mi sento bene mi sento viva mi sento che ho qualcosa da dire. Anche se forse le cose sono in fondo sempre le stesse ma c’è ancora gente che le vuole ascoltare. E allora io le dico ed è stata emozione pura e fortissima di nuovo passare a prendere il vecchio socio e andare insieme fino a Venezia, fare in macchina il ponte della libertà e vedere le luci delle navi e delle isole, camminare tra le scivolosissime strette umide calli e ricordare di qua si va a Santa Marta di qua a campo Santa Margherita di là alle Zattere dove si mangiava quel gelato buonissimo e di qua di qua…ecco di nuovo mi son persa.
Bello perdersi e ritrovarsi a Venezia dopo tanti anni, bello sarà stasera approdare a Rovigo, padrona dei miei giorni mi sento, giorni precari e con poca pochissima struttura senza dubbio ma giorni miei, miei e di nessun altro, tempo libero tempo liberato anche tempo morto a volte ma mio, anche il cadavere del tempo.

Per tanti anni ho fumato diana blu morbide a padaniacity, il pacchetto morbido è il sale della vita. Ci sono molti buoni motivi per fumare il pacchetto morbido eh, i maschi dicono che sia meglio poichè gli spigoli non ti sbattono addosso attraverso le tasche, ma secondo me il motivo vero che dovrebbe convincere ognuno è che nel pacchetto morbido, quando pensi che le cicche siano finite, ce ne sta sempre un’ultima un po’ spiaccicata e rintanata nell’angolo.
Certo, a volte è rotta, ma si può sempre fare l’opera di ri-attaccaggio, eh si.
Amo il pacchetto morbido e lo amai per tanti anni, poi ciclicamente però smetto di fumare ma niente paura, lo so che dopo qualche anno mi torna di nuovo il friccico. Questa volta però ho avuto la brutta soprese. Eh si, che ho cambiato sigarette e me ne fumo un tipo superleggero da vecchia zia. Ma il pacchetto morbido di questa marca non c’è, e un po’ mi manca.
Mi mancava stamane mentre passeggiavo col Korto per i parchi dell’arcella. Molte cose mi mancano molte cose più non torneranno ma molte nuove e inaspettate ne sono arrivate. E allora ecco mi preparo il mio riso con la zucca e mi preparo a un’altra delle avventure di Lucilla.

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Nov 04 2010

io sono io, e non ho bisogno di dire che sono meglio


Proviamo a fare un po’ il punto. Berlusconi dichiara che sia meglio essere dongiovanni piuttosto che omosessuale. Fino a qui, nessuna sorpresa. Non mi sorprende l’omofobia del premier, né mi sorprende quanto tutto il suo discorso sia intriso di luoghi comuni provenienti da quella parte più retrograda, machista e intollerante dell’Italia, né tantomeno mi sorprende il pensiero che egli abbia volontariamente richiamato quel tipo di cultura, sapendo che avrebbe trovato, tra i suoi ascoltatori, molti che la pensavano come lui.
Perchè in fin dei conti il presidente parlava in nome di molti maschi italiani che non vedono l’ora di dirti quanto cel’hanno duro, che non vedono l’ora di mostrarti quanto siano fisicamente superiori a te, che non vedono l’ora di dimostrartelo anche attraverso un tipo di corteggiamento volgare, serrato e privo di qualsiasi dignità, visto che tu non sei un essere umano, no, ma sei l’oggetto che darà loro la possibilità di dimostrare anche oggi che sono dei veri maschi e possono aggiungere una tacca alla loro fottutissima cintura, e la seduzione è una conquista, e loro giocano tutti al loro piccolo risiko, ma non avendoci carrarmatini e bombe si lanciano sull’immenso territorio che è il corpo femminile e lo conquistano a pezzi, a brandelli, con gesti di una guerra che conosciamo fin troppo bene.

Non mi stupisce che il presidente del consiglio abbia voluto fare una battuta sapendo che avrebbe trovato molti a ridere con lui, perchè tutti questi omosessuali che popolano le nostre strade adesso sono un fenomeno lo ammetterete quantomeno singolare, e certo non possiamo mandarli nei campi di concentramento perchè salterebbe subito agli occhi della comunità internazionale, certo non possiamo ghettizzarli più di quanto non abbiamo fatto già ma insomma almeno una battutina glie la dobbiamo concedere, al nostro presidente del consiglio e a tutti quelli, perchè sono molti, che hanno riso con lui.

Ecco forse una delle questioni che più mi crucciano è proprio questa.

IO SO che Berlusconi non è stato l’unico a sorridere della sua battuta, SO che c’è un’intera Italia che ha riso con lui e che si è trovata esattamente, precisamente d’accordo con le sue parole, SO che ci sono molte persone che proprio non riescono a capire cosa ci sia di male negli atteggiamenti sessuali del premier, SO che ci sono moltissimi che sono convinti che essere gay sia una malattia, una disgrazia, una maledizione lanciata da Dio, come potrebbe esserlo nascere senza un occhio o senza un rene. SO che molti, mentre Berlusconi parlava, annuivano dicendo “eh, si, meglio, proprio meglio”.

Questo so e questo mi preoccupa, perchè nonostante l’ondata di indignazione più o meno sincera che ha seguito le parole del premier io so che esse erano, ancora una volta, la descrizione di quello che una buona fetta degli italiani pensa. Questo mi preoccupa.

Mi preoccupa poi forse ancora di più il fatto che molti, in un legittimo tentativo di ribattere, di difendersi, di manifestare il loro dissenso, in un più che legittimo impulso all’affermazione del sacrosanto “NON IN MIO NOME”, abbiano fatto girare degli slogan come “meglio gay che come il presidente del consiglio”.

ORA

a parte che io direi meglio che come il nostro presidente del consiglio tutto, o quasi. Ma poi, amiche e amici che avete coniato questo slogan, non vi rendete conto che esso riporta dentro di sé la stessa discriminazione di quella che avete appena subito? Dire “meglio gay che come B” ha lo stesso valore linguistico del dire “meglio con una gamba sola che come B”, e senza desiderarlo in questo modo voi state affermando che sì, essere gay è davvero una sventura, ma nonostante questa grande sventura è meglio che essere come il presidente del consiglio.

Ebbene, io, nel mio piccolissimo vissuto di essere umano tendenzialmente bisessuale, dico che io a questo gioco non ci sto, dico che questo tipo di slogan io non lo condivido, non lo firmo e non lo diffondo, perchè essere gay non è una disgrazia, non è una sventura, non è una menomazione.

La propria identità sessuale, qualsiasi essa sia, non può essere utilizzata e strumentalizzata per discriminare. L’identità sessuale è un diritto e non esistono identità di lusso ed identità di seconda scelta.

Non ho bisogno di assistere alle nefandezze del presidente del consiglio per poter affermare la mia identità sessuale.

La mia identità sessuale non è un concetto relativo. Non esiste superlativo relativo, non esiste comparativo di maggioranza.
La mia identità sessuale è, e basta, non ho bisogno di paragonarla con nient’altro, non ho bisogno di legittimarla attraverso slogan che mi mettono in relazione con uno che dell’identità sessuale ha fatto un vessillo per imporre un modello di governo machista, sessista, razzista, intollerante, escludente e pure discretamente imbecille.

Non ci sto a condividere questo slogan perchè io non ho niente da condividere col presidente del consiglio e non ho nessuna intenzione di paragonare la mia identità sessuale, che è sacra, pura, gioiosa e incontaminata, con le sue pratiche di corruzione attraverso l’uso del corpo altrui.

Caro presidente, non riuscirai a impormi di paragonarmi con te. Io e te non abbiamo niente da dividere, niente da spartire, niente di niente e io non ho nessuna intenzione di permetterti di avvicinarti a me.

Tu non mi tocchi,
e io non ho bisogno di te per affermare il mio diritto
a essere ciò che voglio.

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Nov 01 2010

lo zen e l’arte di raccogliere le olive

Certo, proprio tutti non c’eravamo, che oramai siamo sparsi in giro per il mondo, ognuno coi suoi lavori improbabili e contratti ipervincolanti con clausole piccolissime scritte in fondo all’ultima paginetta che però se non le assolvi ti trovi nei casini e allora qualche volta diventa difficile prendersi tre giorni e staccare tuttotutto ma proprio tutto. Però ancora una volta lo zoccolo duro di noialtri cel’ha fatta ed entro venerdì notte eravamo tutti là, attorno al camino dell’Alice, travestiti da veri braccianti e pronti per la nuova avventura di quest’autunno ovvero fare la raccolta dell’olive nella casona in campagna dove lei sta sì, ma ancora per poco, visto che il mese prossimoventuro se ne và lì, proprio lì, nella culla del capitalismo, statiunitidamerica, che là il suo cervello vale molto più che qua e sinceramente a parte tutte le pippe ideologiche se il mio cervello fosse valutato qualcosina in dollari senza pensarci troppo su me ne andrei pure io.

Allora ecco eravamo tutti pronti, cani compresi, per la raccolta dell’olive e per questo megasaluto all’Alice che ha financo fatto il biglietto e trovato una casa provvisoria e le hanno mandato un buffo libretto con le istruzioni per l’uso della vita negli Statuniti. Come al solito subito si è ricreata la nuvoletta magica e gli equilibri si sono messi al posto loro insomma ognuno sapeva cosa fare e come farlo ognuno in fondo aveva i guai suoi che aveva lasciato da qualche parte a casa ma lì per quei tre giorni siamo stati i sedici braccianti più rivoluzionari della storia del Chianti, rastrellando olive cantando stornelli anticlericali arrampicandoci sugli alberi, chi più chi meno, mangiando focaccia zuppa d’olio nuovo e finocchiona, che poi raccogliere le olive è bello perchè per pulire un albero ci vorrà un’ora al massimo e poi ti sposti stendi la rete da un’altra parte e si forma un gruppo nuovo di modo che non fai mai a tempo a stancarti delle persone con cui stai chiacchierando e riesci nel giro di una giornata a essere aggiornata sui gossip relativi a ciascuno, se poi sei stata proprio attenta e hai rastrellato con cura magari ti meriti anche un pochino di intimità in più con qualcuno e finisci con l’andare su discorsi veramente personali di quelli che si possono fare o da sbronzi o quando si sta facendo un’attività apparentemente molto impegnativa come appunto la raccolta dell’olive, che non ti devi guardare negli occhi e butti giù macigni fuori dalla bocca come se niente fosse.

Così vengono fuori le storie degli ultimi mesi, non tutte s’intende,  ma abbastanza per riprendere il contatto, abbastanza per aggiornarci, abbastanza per essere presenti. E si capisce pure che nella distanza le relazioni sì, rimangono, ma tutto si modifica in questa fluidità che da sempre ci appartiene, io per esempio mi son resa conto che col Cois ho molta più confidenza nei sogni che davanti al camino, che parrà strano ma è proprio così, mi son resa conto che il Licazzone è un gran giocatore di scopone, che Miotsu è un dormitore immobile e che incredibilmente con l’Ale dopo anni dieci troviamo nuove affinità in questa vita diversissima. Di queste e di molte altre cose mi sono data conto, mi rendo conto che c’è un legame e che c’è pure una distanza, che in questa distanza un po’ solitaria io vivo adesso, e che in fondo non so, adesso, quanto mi cambierebbe stare qui o ad Hanoi o a Maputo, visto che a queste persone sono legata dal magico elastico di un amore che pure, da un certo punto di vista, mi lascia sola e però mi salva.
Della mia solitudine mi sono resa conto, ma forse era solo una delle mille paranoie di questo nuovo autunno che mi circonda. Della pesantezza, di una certa fatica che faccio a volta a stare insieme. Dello spazio interno di cui ho bisogno, mi son resa conto, e anche della mancanza. Si eh, mi sono resa conto di quanto mi manchi avere con i miei amici quella relazione quotidiana fatta di passaggi in macchina e ritorni a casa in bicicletta, di caffè della mattina, di appuntamenti all’ora dello spritz.
Insomma mi sono resa conto e non mi sono resa conto, ho abbracciato guardato ascoltato. Simo stava sull’albero e pettinava le foglioline e ridevamo di stanchezza meditando rivoluzioni possibili, il Corto pure lui, chi lo vedeva nel silenzio dei suoi alberi del piano di sopra, novello barone rampante dallo stivale giallo, e Fabietto anche lui è riuscito ad esserci scimmia compresa, nonostante i cazzi suoi, che come sempre ci accade arrivano proprio quando non ci vorrebbero.

Ho provato a ricordare a memorizzare a fermare, ho promesso rettifiche,  ho tentato aggiustamenti, mi sono presa i tempi miei, ho rotto i coglioni, ho detto vaffanculo quando lo volevo dire, ho provato a mediare e anche mi sono rifiutata di mediare troppo, ho ascoltato più di quanto pensavo e anche detto ma non troppo, che di dire non ho voglia e allora a un certo punto senza paura di giudizio ho detto no, non voglio parlarne, tutto questo ho fatto in tre giornate infinite, tra gli ulivi e poi sotto la pioggia in cerca delle capre, al supermercato con la macchina del Cois che ancora una volta si è dimostrato il più femminista di tutti gli amici e ci ha fatto ridere e bestemmiare sotto la pioggia battente.

Che alla fine un diario dell’accaduto non vuol dire niente. Che qualcuno ha un aereo domani. Che ho una lattina di olio fatto da me medesima e dagli amici miei, l’olio dell’amore e della fine di quest’ottobre così travagliato. Che tutti sempre partiamo, e a un certo punto siamo capaci di ritrovarci. Che è vero, a volte anche in questi giorni ho avuto paura, però mi sembra che in fin dei conti ce l’ho fatta.
Che scopri sempre un pettegolezzo che ti era sfuggito.
Che è vero, la Nina e la Pepe non sono gatte esteticamente impeccabili ma hanno un’anima grande  come i loro stomaci e soprattutto due nomi bellissimi che mi fanno pensare ad Almodovar e a Checov insieme, e poi in fin dei conti i gatti africani sono molto più brutti e a chi non è successo nella vita di mettere su qualche chiletto
Che la casa di Alice e Dome è bella e quando ci siamo noi ancora di più
Che la torta di Vanessa era buonissima anche se non ho potuto mangiarla
Che Mauro m’ha fatto ridere e finalmente anche io ho avuto la mia torta nuziale
Che non si finisce mai di imparare le nuove frontiere del porno
Che anche in mezzo ai fratelli degli ultimi dieci anni c’è ancora qualcuno che riesce ad arrossire
Che siamo diversi
Che forse c’è spazio davvero per tutti
Che lo so, dovrei declinare maschile e femminile, ma so anche che loro lo sanno che io lo so che dovrei
Che la paura dei giorni che verranno e lo scoramento che pure a volte ritorna m’hanno lasciata in pace per giorni interi
Che può fare freddissimo, la notte.
Che giocando a Tokio dopo un certo numero di bicchieri di grappa diventa difficile mentire sull’esito dei dadi
Che c’è sempre chi fa un caff’è al mattino
Che bisogna cominciare a guardare avanti di nuovo, ma con cautela.
Che.

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