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Apr 19 2011

guida intergalattica per attivisti, quarto episodio bis

Succede così, che ci sono delle volte che ci ritroviamo intimi a chiacchierare davanti a un gelato e mettiamo in fila i pensieri gli impegni le paranoie, per partire poi il giorno dopo un po’ più sereni un po’ più leggeri. E così quel giovedì 14 sono andata via a piedi sotto una pioggerellina sottile mentre il mio socio si regalava ancora una mezz’ora di gioventù. Avevamo parlato di Vik e del suo sequestro. Io immaginavo un’altra snervante attesa come quella di molti anni fa, che ci aveva fatti trepidare per la Sgrena.

Ma è prestissimo venerdì e dobbiamo partire per Roma. Mi sveglio e subito leggo il messaggio della Ire che mi fa capire quello che nessuno si aspettava. Mi viene una specie di velocissimo capogiro. Apro il computer, non voglio vedere i video e soprattutto non voglio leggere i mille coccodrilli che già affollano le pagine di siti internet e facebook. Come mio solito mi aggrappo alle cose materiali faccio la valigia preparo le cose faccio disfo e rifaccio cercando di non perdere il centro cercando di non farmi prendere dall’incredulità dallo sconforto cercando di stare dentro la stronzissima tabella di marcia ma ecco proprio quando penso di avercela fatta Francis mi chiama e mi chiede un’ora in più, che lui proprio non ci sta dentro. Non ci diciamo niente. Ci incontriamo al solito posto infame carichiamo e cantiamo De Andrè come due adolescenti brufolosi e depressi fino a quando non ci rendiamo conto che già abbiamo superato l’appennino e siamo inevitabilmente inesorabilmente verso sud.
Cominciamo a respirare.
Arriviamo a Roma che già siamo forse un po’ più leggeri anche perchè sappiamo che ci accoglieranno compagne e compagni che con noi condividono l’incredulità la rabbia lo sconforto.
Roma ci rapisce. Montiamo, salutiamo, abbracciamo, riconosciamo i volti, ci raccontiamo. Quelli che erano con me in Tunisia mi sembrano fratelli di incredibili avventure con cui mi accorgo di avere un’insperata intimità. Esc è bello e tutti sono efficienti. Ci mettiamo pochissimo a preparare le nostre quattro cose e già siamo in marcia verso il Sans Papiers dove radiosonar ci farà la nostra terza intervista. Siamo a Roma, dove tutto è cominciato, e di nuovo ci afferra l’entusiasmo per quest’avventura incredibile nella quale ci siamo lanciati, di nuovo ci diciamo quanto siamo privilegiati nel poter girare tra tutti questi spazi e conoscere un pochino delle loro incredibili realtà, ascoltare i racconti e le storie le lotte gli entusiasmi i problemi. Attorno a noi la sera è mite, il barista di Porta Maggiore ci fa assaggiare un liquore impronunciabile e ne decanta doti e virtù suscitando il nostro stupore. Noi, meridionali più o meno felicemente emigrati nella ex rossa Bologna, finiamo con lo stupirci quando un barista oltre allo scontrino ci regala un sorriso e due parole, e appena usciti ci affolliamo di commenti su quanto la gente qui sia aperta disponibile o semplicemente umana.
Al Sans Papiers mi pare di essere a casa e questa sensazione me la porterò addosso per tutto il mio soggiorno romano. Facciamo l’intervista   e ci sentiamo proprio dei supereroi, io personalmente sono proprio contenta di averci un socio che sa dire così bene le cose che invece io non mi so cavare dalla bocca, ci passiamo la palla come due veri professionisti dell’intervista, e intanto attorno il calore e i sorrisi dei compagni della radio che già promettono di occupare le prime file per fare il tifo durante lo spettacolo.

Cazzo, lo spettacolo! E’ proprio ora che corriamo indietro a Esc, in quella via dei Volsci finalmente risignificata. C’è Rapa, che tre settimane fa praticamente non conoscevo, e che adesso mi abbraccio a lungo e ripetutamente, e c’è pure un ragazzo simpaticissimo con cui ero andato in Tunisia che mi parla per mezz’ora e poi mi dice “oh, allora rimani a vedere lo spettacolo stasera?” e io rido tanto che quasi non riesco a spiegargli che lo spettacolo lo farò proprio io. C’è Sacco che è l’alterego di Francis a Esc, c’è la Vane che mi porterà poi in motorino fino al superstudentatoccupato, ci sono un sacco di facce che conosco e che sono felice felicissima di rivedere. Sono così agitata che non riesco nemmeno a cenare con gli altri, e finisce pure che per uno strano incidente rimango chiusa in bagno nell’ilarità generale. La sala si riempie come non pensavo si sarebbe riempita mai, c’è il sans papiers in delegazione d’onore, ci sono amici che non vedevo da anni, ci sono nuovi allievi e persone ritrovate grazie alla tenacia, ma ci sono anche Fabietto Lontra e Jim, come a dirmi che anche questo pezzo fa parte di me, della storia che mi sto scrivendo, e forse un pochino anche di loro. Ci sono poi persone che non conosco e che semplicemente erano in piazza il 14 dicembre e io mi sento onorata nel poter fare lo spettacolo per loro.
Siamo sul palco, Rapa dice poche commosse parole per Vik e io mi sento proprio come se le stesse dicendo anche per me e per Francis, per questo viaggio silenzioso e per la nostra incredulità. Lo spettacolo va come un concerto rock. Non ci posso credere, a tutti questi applausi, e Francis nemmeno ci può credere, ci guardiamo ci abbracciamo c’abbiamo due sorrisi che straripano dalle facce e il resto della sera sono chiacchiere e abbracci e la folle corsa in motorino con Vanessa verso la mia stanzetta al Point-Break, un miracolo di occupazione e cocciutaggine nel quale mi sveglio poche ore dopo e faccio colazione nel giardinetto, tra le spezie appena piantate. Tante troppe storie ho raccolto e custodisco e non riesco a rimetterle in fila, anche perchè già Francis mi è venuto a prendere, già salutiamo con un po’ di tristezza, già siamo di nuovo in viaggio verso L’Aquila.
La nostra auto-pensatoio è piena delle sensazioni dei pensieri delle riflessioni che ci scambiamo e pure di qualche paranoia che nonostante l’energia che ci ha regalato Roma viene fuori e ci fa rosicare un pochettino. Proviamo a dirci le cose proviamo a essere onesti un poco ci specchiamo l’una nell’altro con umiltà con incertezza con curiosità e attenzione nell’esplorare le differenze. Siamo così presi dentro una delle nostre sedute di autocoscienzateatralpersonale che quasi non ci rendiamo conto di essere arrivati a L’Aquila. Ma la devastazione, le macerie, i ponteggi abbandonati ci riportano coi piedi per terra anzi sotto-terra.
Arriviamo alle Casematte e i compagni ci accolgono con la loro schietta allegria da stato d’emergenza, ci guidano nella loro tana guadagnata coi denti e con le unghie, ci introducono nel mondo del terremoto permanente  ma io non reggo il colpo. Mi sembra che Francis sia riuscito in qualche modo ad ammortizzare la botta invece io in mezzo a tutte queste macerie mi sento sprofondare e mi torna un po’ di buonumore solo quando mi metto a dare una mano per l’allestimento del tendone.
Fa freddo, fa un freddo porco e maledetto e faccio lo spettacolo con il giubbino che ho preso a prestito al Tettafreeshop, una delle innumerevoli strutture di solidarietà che gli Aquilani hanno messo in piedi in questi due anni di terremoto perpetuo.
Ed è difficile fare lo spettacolo in questo tendone, è maledettamente difficile perchè mi sento incazzata e scorata e soprattutto inutile ma poi quando ho finito vedo i sorrisi sento i commenti entusiasti e allora penso che forse anche il nostro spettacolo ha portato un mattoncino di utilità a questa casa in difficile costruzione.
Dormo nell’alcova del sonno e la mattina dopo mi improvviso cuoca per ringraziare e anche di nuovo per non cadere nello sconforto di questa terra così squarciata.
Salutiamo abbracciando chi rimane a lottare e dobbiamo tornare a Roma, eh già, perchè Superfrancis nell’entusiasmo romano si è dimenticato un pezzo di microfono là e bisogna assolutamente recuperarlo. All’inizio siamo un po’ scazzati per questo incidente ma poi ci rendiamo conto che ripassare da Roma ci fa proprio bene, andiamo al teatro occupato e di nuovo abbracciamo parliamo ascoltiamo ma quanto cazzo si abbracciano questi romani io sono sconvolta il mio pudore viene seriamente messo alla prova mi sento tutta un friccico in mezzo agli abbracci romani.

Ripartiamo cantando Rino Gaetano e promettendoci nuovi viaggi nuove avventure, il pensatoio carico di questi quattro giorni viaggia verso nord e ci porta a cena a Chianciano dove divoriamo carne rossa che ci fa ridere e ripartire con la voglia di andare a ballare e forse anche di non chiudere questa lunga turnè in maniera tanto repentina.
Ma già vediamo la Basilica di San Luca, la nostra casa scelta e un po’ anche capitata, già siamo alle domande di prassi, a che ora ti svegli? io presto e tu? mi dispiace di lasciare Francis così di colpo mi dispiace che il viaggio non ci abbia regalato una decompressione migliore mi dispiace che sia trascorso questo nostro tempo.

E già apro un’altra porta segreta, già questa notte bolognese mi accoglie, i miei piedi percorrono la città, mattonella dopo mattonella, e sono felice nel non vedere le rovine nel non toccare le macerie, sono felice di questo silenzio, sono grata per queste ultime ore prima del sonno. Sento il corpo che si rilassa e mi tocco le braccia la pancia le gambe per riconoscermi, ascolto musica che non ricordavo, apro dopo anninteri le straordinarie avventure di Pentothal, respiro, sempre più lenta, sempre più sazia, sempre più grata.

Questa mattina mi sono svegliata, ho sorriso per qualche secondo, e poi ho dormito di nuovo.

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