Archive for Giugno, 2011

Giu 30 2011

amami accoltellata alle dueccinquantuno

Alle dueccinquantuno mi sveglio che il telefono suona. Ma dico come cazzo ti viene da suonare, telefonomiovegliardo, alle dueccinquantuno di una notte di tempesta?

Penso Pentothal per un amore telefonico
penso Vitantoniosenior per qualche tragedia
penso financo il Socio per comunicarmi un’ illuminazione dell’ultim’ora
ma invece il telefono proclama numero sconosciuto e quando finalmente esco dal sonno e rispondo nessuno dall’altra parte proferisce alcunchè.
Che ti viene un pochino da incazzarti.
Eh già che sto avendo delle giornate e delle nottate nientemale, che mi sveglio con la schiena come se m’avessero pestata e la casa mi sembra troppo grande o troppo piccola e i sogni sono sempre le peggiori proiezioni delle più grette paranoie.

Pioveva, stanotte, pioveveddiluviava, io volevo solo dormire e non pensare che il ministero degli esteri lo odio, lo odio porca miseria, per la firma che non mette e di conseguenza perchè si tiene nel pugno di ferro suo la mia squallida vitarella, lo odio il ministero degli esteri che non mette la sua stronzissima firma e mi fa stare in quest’angoscia di non sapere che cosa ne sarà di me nei prossimi mesi, io vorrei solo partire solo andare solo darmi la possibilità di guardare con occhi nuovi nuove cose, io lo odio, il ministero degli esteri, e stanotte il cielo greve si riversava sulle strade di Bologna producendo odore d’estate e mare e infanzia ma io mi rigiravo tra le mie lenzuola biancherrosse, finestra socchiusa, una solitudine incazzata, le travi a moltiplicarsi e ridursi in una persecutoria allucinazione, mi rigiravo con la schiena che urlava e pensavo al ministero degli esteri e a come la mia stracazzo di vituncola sia appesa ancora una volta al filo che qualche Parca reciderà, una Parca dal viso sconosciuto, e io là ad aspettare, io che mi stropicciavo tra le mani una lettera indirizzata al mio extutto, lettera scritta un mese fa e ancora in mano mia per paura per terrore per vigliaccheria, mi rigiravo la lettera tra le mani e odiavo il ministero degli esteri e odiavo lui, il mio ex, e avrei voluto che morisse in quel momento fulminato davanti alla mia finestra, e la lettera avrei voluto masticarla digerirla avrei voluto.

Pioveva, mi rigiravo, odiavo e pensavo a due domande, due domande che ieri mi sono arrivate come coltelli e m’hanno ferita perchè non sapevo la risposta e avrei voluto tanto saperla. Due coltelli sottiliappuntiti che sono entrati piano, precisi, profondi, proprio in quel punto molle che non riesco a difendere che non riesco a chiudere. Mi guardavo la ferita che colava sangue mio, mi guardavo il sangue che scendeva e io non morivo, non morivo ma il sangue usciva e mi sembrava di essere Prometeo, cazzo, con questa ferita che più sanguinava e più io ero viva, con questi coltelli avvelenati e il mio sangue rosso caldo nell’odore che mi sgorgava a fiotti e la casa non era più bianca era tutta rossa del mio sangue e delle domande a cui non avevo saputo rispondere e della sofferenza e dell’odio per il ministero degli esteri e per il mio ex maledetto lui nei secoli dei secoli.

Alle dueccinquantuno il telefono ha suonato ed erano solo i coltelli che premevano tra carne e ossa, nessuna voce nessuna comunicazione soltanto un sogno interrotto, sogno di me che improvvisamente mi trovavo ad andare a Berlino perchè il ministero degli esteri non mi aveva firmato la stracazzo di convenzione e io a Berlino non ci voglio andare ma a questo punto a questo punto io vado dovunque, pensavo nel sogno e penso adesso, perchè i coltelli bruciano e fanno male e le domande cui non so rispondere sono sempre troppe e perchè io

io cazzo non sono una di quelle persone che si lasciano col fidanzato
per mettersi con quello successivo che è già alla porta che aspetta

io non ho mai scritto uno spettacolo subito dopo aver finito la turnè di quello prima

io non sono mai ripartita appena dopo essere tornata

io so stare, questo lo so questo l’ho scoperto questo l’ho imparato, so stare nel passaggio so stare nell’unicità io non ho bisogno che una passione sostituisca l’altra io so stare anche nel vuoto so camminare sul filo che c’è in mezzo e so che anche questa è vita anche questa è densità anche questa sono io, il cammino che dal vuoto mi porterà a un nuovo pieno che non so quando nè cosa sarà però so che sarà e io sono fiera, cazzo, sono fiera di essere capace di vivermi i passaggi, anche se a volte i passaggi si chiamano lutti.

 

E però cazzo il ministero degli esteri potrebbe mettere la sua stronzissima firma e liberarmi e farmi partire
e poi anche il mio ex potrebbe scomparire in una dimensione parallela una volta per tutte
e poi tutti questi che non mi dicono se mi fanno fare gli spettacoli oppure no
ecco anche loro potrebbero darsi una mossa
e chi non sa se mi ama oppure no potrebbe decidere,
a me mi va bene qualsiasi cosa,
se non mi ami ci sto dentro il mondo è bello uguale soffrirò ma passerà come tutto passa
e se invece mi ami cazzo
amami
abbi finalmente coraggio
amami
come il temporale che stanotte ha invaso
Bologna la strada la casa le travi il sangue
amami alle dueccinquantuno
io non ho paura.

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Giu 29 2011

che si vede che sono le due e due

L’altra notte in un’improvvisa meravigliosa estate mi trovavo non so bene nemmeno come a parlare con Pentothal, di nuovo faccia contro faccia o forse faccia su faccia di nuovo lunghissimo andare senzadove e proprio gli dicevo perchè vedi, secondo me il punto è che bisogna amare per primi, come nei duelli, bisogna sempre amare per primi, senza aspettare il colpo dell’altro, amare per primi bisogna, senza remore senza paura, amare per primi in ogni momento e non soltanto nella a-volte-banale relazione di coppia, che poi a me diciamolo manco m’interessa, no, amare per primi a un livello più profondo, ogni giorno in ogni minuto dare un senso alle cose e metterci la faccia, la faccia e il cuore per primi, noi (io), che non lo so spiegare diversamente, ma il fatto è che a me mi suona male assai quando mi dicono devi fare le cose per te stessa, eppure forse questo è un modo per dire la stessa cosa, però dentro di me è questo l’unico comandamento l’unica regola della mia vita da quando dormo sotto le mie sei travi rosse, amare per primi e così spiazzare con mossa lesta il nemico chiunque esso sia.
Così gli dicevo, a un Pentothal tutto splendente, mentre mi perdevo nel suono della voce negli occhi e in tutto il resto, mentre ridevo e fingevo scenate di gelosia in un parco in un’ora che non è un’ora decente per passeggiare e mangiare panini alla salsiccia.

E allora mi sono trovata a pensare a questo mio anno trascorso di nuovo nella militanza, a come mi sono ricostruita ripensata a come ogni giorno ho provato a esserci a imparare, ho pensato a quel primo attivo che feci al TPO in un lunedì di gennaio, e non avevo niente da dire e mi sentivo persa e sola e infatti niente dissi, ho pensato a tutti gli attivi di questi mesi ho pensato al mio giovane socio e a questa lunga densissima turnè che m’ha fatto diventare una persona diversa che davvero mi ha messa alla prova, che m’ha chiesto onestà e presenza e lealtà come poche cose nella mia vita, ho pensato a tutte le facce incontrate a tutte le storie ascoltate ho pensato agli scazzi, alle volte in cui mi sono detta che non capivo, che non mi trovavo, che non riuscivo a incontrare dentro di me parole politiche, che mi sentivo come spezzata, come se non ci fosse posto per una come me, ho pensato a quanto ho scavato per trovarlo, il posto, per infilare la mia timida radice in questa terra, ho pensato alla rabbia all’amarezza a quella sera che dopo un attivo presi Glorietta da parte e le dissi che proprio io non sapevo dov’ero, che mi pareva a volte di non parlare la stessa lingua degli altri.
Ho pensato a quello che mi disse lei e a tutte le volte che in questi mesi mi sono ripetuta le sue parole, alla costanza alla tenacia ho pensato, ho pensato a tutti i giorni in cui mi sono detta devo amare per prima, io, ho pensato a una pianta gialla ricevuta oggi e a una mattinata intensa di confronto e passione e densità, ho pensato all’ultima settimana in cui finalmente mi sono presa io la responsabilità di esserci anche se temevo di essere sola, ho pensato a giovedì scorso quando ho avuto il coraggio e l’umiltà di mettermi per la prima volta davvero a disposizione e mi sono sentita in cambio sostenuta e amata e non perchè fossi io, o forse sì, forse anche perchè ero io, ma soprattutto perchè stavamo facendo una cosa insieme, una cosa che era noi ma era pure molto di più, ho pensato alla paura e all’emozione con cui ho mandato la mia prima mail in lista e ho pure pensato a stasera, quando mi sono fatta una riunione di quattro ore e mezzo e mi sembrava di capirci finalmente qualcosa ma soprattutto soprattutto avevo io qualcosa da dire e le persone mi hanno ascoltata e non mi sono sentita per niente una cretina e allora
forse questo posto non è il posto migliore del mondo non è il posto perfetto anzi.
Non lo è sicuramente, perchè se lo fosse non vedo che cosa ci starei a fare, in un posto già perfetto.
Però è sicuramente il luogo dove da un anno ogni giorno mi sono ripensata e ricostruita frammentata e rimessa insieme a furia di spillare birre ascoltare discorsi politici preparare manifestazioni registrare trasmissioni condurre corsi di teatro ballare musica trash cucinare, il luogo dove probabilmente altre diecimila volte penserò di non essere al mio posto e diecimileuno penserò invece di esserlo, che lo so che la strada è sempre inevitabilmente in salita ma del resto nessuno mi aveva detto sarebbe stato diverso.
In ogni caso io ostinata come un mulo continuo a dire che bisogna amare per primi, amare per primi.

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Giu 23 2011

Piccoli esempi di precarietà bestiale

Alcune settimane fa mi chiama Alessandra Marolla, regista che ha inserito nel suo video “PrecariEtà” un pezzettino di OTTO nonchè un’intervista alla sottoscritta me medesima in qualità di attrice precaria. Mi dice tutta contenta che le faranno uno speciale nientepopodimenocchè su radiotre e che il regista vorrebbe inserire un pezzettino dello spettacolo nello speciale. Io dico fichissimo! L’unica cosa, sai, dovrebbe essere citato il mio nome durante la trasmissione, non è che voglio che la rai mi paghi (come invece fanno altre emittenti, per esempio quella svizzera) ogni volta che passo in onda, ma almeno il nome, cazzo, del resto OTTO e sotto licenza creative commons e queste sono le regole. Lei mi dice non c’è problema ti chiamerà il regista in persona.
Cavolo, il regista in persona, penso io, che deve essere proprio uno strafico se fa una puntata sulla precarietà. Allora a un certo punto mi chiama questo regista e ovviamente io stavo facendo tre cose contemporaneamente di cui due volte al reperimento di danaro per l’affitto. Cotesto regista senza troppi preamboli mi dice

Senti, la trasmissione l’ho montata, spazio per il tuo nome non ce ne sta. Piuttosto che metterlo faccio prima a togliere il pezzo del tuo spettacolo dal montato.

Non sto scherzando, mi dice proprio così. Io rimango un pochino contrariata, visto che la radio la faccio anche io e ho imparato che la prima cosa è citare gli autori dei pezzi che si usano, diciamo, la prima cosa è il rispetto ecco, rimango contrariata pure perchè si tratterebbe di precarietà, cazzo, e allora a che gioco giochiamo? mi fai la trasmissione sulla precarietà e mi tratti come una bestia? rimango un pochino contrariata ma non faccio in tempo a ragionare perchè lui mi dice subito

Tutto quello che posso fare è mettere il tuo nome sul sito della trasmissione.

Che cosa avrei dovuto fare? probabilmente se fossi stata un po’ meno vigliacca avrei dovuto dire oh, ma sai che ti dico, vedi dove te ne devi andare, tu e la tua trasmissione sulla precarietà, tu non hai proprio capito un cazzo della precarietà e io a questo gioco non ci sto, non ci sto perchè tu in questo momento stai usando il tuo potere per farmi accettare una condizione a dir poco iniqua, non ci sto perchè quello che fai non solo è ingiusto ma è pure illegale, non ci sto perchè io con questo spettacolo ci mangio, e già è allucinante che tu non mi paghi il passaggio radiofonico, figuriamoci poi se non mi dai nemmeno quello straccio di moneta di scambio che si chiama visibilità, oh, ma siamo matti?

Lo so, avrei dovuto dire tutto questo. E invece non ho avuto il coraggio di farlo. Il risultato è stato che il mio nome in trasmissione non è stato fatto, e sul sito ci sta la fotografia mia, peraltro di un altro spettacolo, che con OTTO non c’entra una cippalippa, ovvero “non vengo dalla luna”, senza nessun tipo di specifica, roba che se uno va sul  sito pensa che la tipa fuori di testa nella foto è Alessandra Marolla,  e invece sono io, cazzo, sono io che stavo facendo uno spettacolo che parla proprio di questo, di quanto sia stanca di essere trattata come una risorsa oggettiva senza che mi venga riconosciuto alcun diritto, di quanto sia esasperata dall’uscire sempre sconfitta dalle stronzissime relazioni di potere, di quanto mi faccia schifo scendere a patti con chi in quel momento è più forte di me, eppure non abbia scelta perchè altrimenti non mangio.

E pure questo post, se qualcuno della rai lo vede, lo so che mi porterà solo grane, perchè io sono una sola, e il mio potere è ridotto alla denuncia sul mio stracazzo di sito o, se sono fortunata, a una manifestazione all’anno in cui posso esprimere la mia sacrosanta rabbia. E tanto per parlare di visibilità, di questa dorata moneta di scambio con la quale mi ci faccio il bidet, il mio sito ha avuto tredici visite dal quello della rai, t r e d i c i, non so se mi spiego, grazie tanto, tredici visite me le guadagno con molta più facilità durante un aperitivo.

Bella menata, eh? Io più ci penso più mi incazzo, e non posso fare niente, se non scrivere la mia rabbia sul mio stronzissimo sito e per questo correre pure il rischio della denuncia perchè chi ha il potere ti può sempre denunciare, anche se ha torto.

E comunque, anche per questo, stasera ho contribuito all’organizzazione di un evento che parla proprio di precarietà. Ci sarà il video di Alessandra, ci sarò io, ci sarò Laura Pasotti e ci saranno i precari e le precarie, ecco. Se siete a Bologna stasera, dalle 20 in poi, al TPO parliamo di noi.

Ma vaffanculo

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Giu 22 2011

stasera ho scoperto l’acqua calda

Certo, avrei potuto scoprirla d’inverno, che almeno sarebbe stata di una qualche utilità, invece no, l’ho scoperta d’estate, inutilità tra le inutilità, ma ci provo anche un certo gusto, a fare le cose inutili, io. Come il fatto che in casa mia non ho un solo bicchiere, non uno che sia uno, sufficientemente capiente per dissetarsi. Cioè, chiaro che ho dei bicchieri. Ho dei calici. Perchè quando sono andata a vivere da sola ho deciso che a me, i bicchieri da tavola, mi facevano tristezza. Mi facevano una tristezza infinita, perchè sono semplicemente brutti. E allora poco importa se per dissetarmi devo riempire quattro o cinque dei miei calici. Essi sono bellissimi, rifulgono nella mia piccola cucina e mi regalano bellezza. Che si fottano i bicchieri da tavola. Io i bicchieri da tavola li odio. I bicchieri da tavola sono meschini e miserabili nella loro utilità. Se non fossero utili non esisterebbero, il loro essere al mondo dipende esclusivamente dalla funzione che hanno. E io mi ribello a questo assioma. Io non esisto perchè servo. Anzi, forse io esisto proprio perchè non servo a un emerito niente. Diciamolo pure, sono una personcina abbastanza inutile. Sfido chiunque ad affermare che io sia mai stata utile a qualcosa o a qualcuno nella vita. Niente, nisba, zero. Un’esistenza felicemente votata all’inutilità. Eppure anche questo ha un senso, perchè sennò tutti i miei amici che, al contrario di me, hanno dato un senso alle loro vite, con chi potrebbero fare le stronzate quando hanno i reflussi di peterpanite? Cazzo, forse servo anche io a qualche cosa. Sono un immenso, obeso, bruttissimo bicchiere da cucina in bicicletta. Che tragedia.

Ma ritorno a me: ho scoperto l’acqua calda. Che però è un concetto molto più difficile da esprimere di quello che pensavo. Sono partita con una piccola inchiesta ovvero: esistono delle coppie felici? La risposta è no. Ovviamente tutti gli accoppiati mi hanno detto che sì, la risposta è si, le coppie felici esistono, basta trovare dei compromessi, compiere degli adattamenti, accondiscendere all’acquisto dei bicchieri da cucina anche se fanno schifo. Ma io mi domando, dove sta la linea di confine tra l’adattamento reciproco, soddisfacente, creativo, e la rinuncia? Non lo so, non lo so. Io ci ho provato seriamente, quando stavo con l’unico uomo di merda. Però evidentemente ho sbagliato qualcosa. Secondo me le coppie felici non esistono, è impossibile. Magari sono felici ogni tanto. Io, sinceramente, le coppie attorno a me mica le vedo tanto felici. E comunque, forse loro saranno anche felici ma la cosa non traspare molto eh. C’è qualche problema di comunicazione con l’esterno, indubbiamente.
Ma a prescindere da questa considerazione di carattere socioantropologico, c’è da aggiungere che sono giunta a una conclusione: io, a meno che non incontri una persona veramente veramente fuori di testa così tanto da essere totalmente onesta e disposta a mettere sul piatto tutto, ogni giorno (come io mi sento), ecco io non sarò mai felice all’interno di una coppia.

L’ho detto, l’ho scritto. Non rimprovero niente a nessuno, ognuno è fatto come è fatto. E io sono fatta così, che odio i bicchieri da cucina, e pur di stare nella bellezza perdo ore per bere da un calice. E non mi voglio cambiare. E quando perdo la testa per qualcuno ci voglio stare dentro fino all’ultimo capello, senza conservare niente, senza risparmiare niente. A me le cose fatte per preservarsi non mi interessano. Se mi fosse interessato preservarmi non sarei qui, adesso. Che cosa vuol dire preservarsi, da chi, da cosa? Per avere meno rughe e la pelle splendida anche a cinquant’anni? Grazie tanto, io preferisco essere spremuta come un limone, inguardabile, ma senza manco un briciolo di rimpianto.
Così sto vivendo questi mesi, amando intensissimamente, senza paura.
E lo so che le persone attorno a me non mi amano quanto le amo io, perchè la maggior parte di loro, invece, in qualche modo si vuole preservare. Forse in vista di un futuro migliore? io lo spero per loro. E non le cambierò. Anche se volessi, non potrei. Quindi non ci provo neppure. Epperò nemmeno voglio porre freni ai miei amori soltanto perchè sono troppo violenti troppo intensi troppo.
No, mi dispiace, questa non è una cosa per me, l’ho lasciata in uno scatolone qualsiasi insieme ai bicchieri da cucina. E lo scatolone, ovviamente, l’ho perso.

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Giu 20 2011

guida intergalattica per attivisti, undicesimo episodio

Le Papaleidi.
Attrice coprotagonista (dice lui), ruolo spalla (dico io), arrivo a casa Papaleo/Elena dopo minitour bresciano che m’ha regalato gioia, fatica, risate, struggimenti commozioni e un paio di lagrime nel vedere come le persone cambiano e a volte succede proprio quello che pensavi non sarebbe successo mai. La strada m’è parsa lunghissima, persino qualche lagrima m’è scesa mentre ascoltavo incazzatissima la musica di un passato in cui avevo molte più speranze e mi veniva voglia di cantare a squarciagola la mia tristezza invece solo mi colavano lagrime silenziose e io assistevo immobile allo scioglimento d’un grumo di cose alle quali nome non so dare. Ma il cammino era troppo lungo pure per la mia tristezza, dopo la prima mezz’ora mi ero dimenticata tutti i miei crucci e bestemmiavo contro gli italiani in vacanza che intasavano l’autostrada.
Mi salvava proprio sull’orlo della strage il Socio, attore protagonista, che m’invitava a pranzo prima della partenza per Rimini.
Con questo degno prologo sul groppone arrivo dunque sui monti Papaleici e subito mi cambia l’umore come se fosse cambiato il vento perchè il Socio, Laire e Nico m’accolgono in tutto il loro splendore e io improvvisamente mi ricordo che la mia vita è meravigliosa, che sono a pranzo coll’amici miei, che stasera farò lo spettacolo mio amatissimo e che un’immensa gialla estate m’aspetta pur giocando ogni tanto a nascondino. Insomma ecco il bello dell’essere lunatica, cambio umore velocissima e non rimpiango. Trascorre il pranzo tra le risate, gli scherzi, la camicia stirata del Socio e i soliti conti sui trenta centesimi,  partiamo. Il protagonista superattivo prende il controllo della lucillomobile e mi conduce fino a Rimini dove ci aspettano i meravigliosi e le meravigliose. Romagna! Si sente il mare che c’arriva nel naso portato dal venticello fresco, noi lavoriamo sodo per montare lo spettacolo e io pure nel mio piccolissimo cerco di darmi da fare, anche se sono un’imbranata e mi si deve dire per filo e per segno tutto ciò che c’è da fare, tanto che a un certo punto mi offro come portatrice ufficiale di birre, e riscuoto un certo successo.
Ascoltiamo Manila io mi piglio tutta la sua forza tutta la sua energia e il suo sole colpisce dritto dentro di me attraverso gli occhi e le parole. Ho proprio voglia di farlo questo spettacolo, che oggi fa la sua ventunesima replica e il mio obiettivo è farlo diventare più anziano del Sociomio.
Poi come al solito succede tutto di corsa, io mi sento proprio ispirata stasera e anche se faccio qualche errore vado dritta negli occhi di quelli che stanno davanti a me mi sembra come di squarciare una parete con le parole, sento il Socio dietro di me presentissimo muto e so che in platea ci sono pure i Papaleosenior lui anche se non lo dice è emozionato anche per quello e io, ammettiamolo, io pure.
Arriva la fine e sono tanti gli applausi tanti che un po’ mi commuovo e ancora di più mi commuovo quando qualcuno mi dice io non avevo mai visto un monologo, allora penso ai discorsi che facevo con le amiche mie attrici pure loro, penso a quando ci dicevamo che il rischio è dirci le cose tra di noi, penso che forse sì forse è un rischio ma stasera noi abbiamo davvero portato il teatro dove il teatro di solito non va e allora mi sento improvvisamente piena e fiera, mi pare che anche questo sia in qualche modo essere una militante, ecco, mi pare che forse questa sia una forma sottile ibrida di militanza ma lo stesso è militanza a tutti gli effetti e ancora di più sono grata a queste persone per avermelo fatto capire.
Generosi, generosi i Riminesi e generosa la notte che ci vede cenare sulla spiaggia e io rido tanto e vorrei fare il bagno ma dopo la terza bottiglia di vinbianco un po’ ci ho ripensato, che sono già le duemmezza e noi si deve tornare a Bologna. Con un po’ di saudade saluto Laire e Nico e i Papaleosenior e Manila e Fede, il Socio ancora superattivo riprende le redini della lucillomobile, per fortuna perchè io ho troppa voglia di stare seduta coi piedi sul cruscotto e sentire ottocentotrentasette volte la nuova canzonetormentone che m’ha regalato lui. Mi piace quando è condiscendente e non s’annoia se per l’ennesima volta premo play, anzi ride come se io fossi una bambina che ha appena scoperto l’autoradio.
Lunga lunghissima la strada del ritorno, ci parliamo poco, molto ascoltiamo, poi a un certo punto ecco che appare, lei, la basilica di San Luca, e io come di consueto semplicemente la indico sapendo che lui si ripete in testa le parole de LaFla.

Questo spettacolo ha creato un mondo di sensi nuovi e il Socioprotagonista ne è custode con le sue imperscrutabili Papaleidi alle quali io volentieri ogni tanto partecipo.
Mi domando come sarebbe stato se questa guida intergalattica l’avesse scritta lui, ma poi smetto presto di domandarmelo perchè tanto l’ho scritta io, e faccio quello che posso.

Arriviamo che sono passate le quattro, il giorno già si annuncia dietro le case e io non ho sonno.

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Giu 18 2011

di tutti i miei peter-pan

Lo spettacolo mi si scioglie addosso.
Succede a un certo punto, qualche minuto prima che io salga in scena, che tutto si allontani. Mi sento come sospesa, lontana dalle cose, non sono concentrata nè pensosa, mi pare piuttosto di andare da un’altra parte.
Poi incomincio.
E non c’è niente più.
A volte penso che la mia unica bellezza stia là sopra, o là sotto, a seconda di come uno la vede.
Penso che io sono io solo quando faccio gli spettacoli.
Forse è per questo, che tutti gli uomini che si sono innamorati di me lo hanno fatto guardandomi in scena. E poi non appena mi hanno conosciuta, un piede in una ciabatta infradito anche a febbraio e l’altro nell’ennesima paranoia, sono scappati a gambe levate.

Io vorrei stare sempre così, come quando faccio gli spettacoli. Lontana da tutti, sola.
A mettere in fila i pensieri, a dare corpo alle cose con la voce, vorrei stare dentro le situazioni che descrivo e che per questo, cazzo, vivono. Vorrei ripetere la stessa cosa mille duemila volte. Vorrei non avere bisogno di niente e di nessuno. Quando faccio gli spettacoli non ho bisogno di niente e di nessuno, no, mi basto. Ci siamo io e me. E le facce, le facce di chi ascolta e di chi guarda, i corpi che reagiscono, le risate, le lacrime.
Così, vorrei stare.
A volte penso.
Penso che tutto il resto sia brutto perchè io non ci so stare a mio agio come sto sul palcoscenico quando racconto le storie.
Penso che quando faccio gli spettacoli arrivo fino alla fine, fino alla fine, eppure mi godo tutto momento per momento.
Mentre faccio gli spettacoli non sento il disamore, la distanza, non sento la solitudine.

(il tripudio di Narciso, ecco come lo dovevo chiamare, questo post)

E poi penso che un giorno non avrò più niente da dire. Che la mia bellezza morirà, che non mi illuminerò più quando salgo sul palco. Che i visi non mi rapiranno più, che diventerò sorda. E penso che questo succederà presto. Penso che la vita non sono solo i miei spettacoli. Penso che le persone passano, le persone se ne vanno, penso che.

Ci sono dei momenti (stasera, mentre mi accovacciavo accanto al manichino e ripetevo la mia poesia prima che OTTO finisse) in cui penso al giorno in cui non farò più questo spettacolo. E mi viene come una fitta, una stretta, mi prende come una morsa di ghiacchio nello sterno.

Questa è stata veramente la settimana degli addii. Basta, per favore.

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Giu 17 2011

dei lunghi inverni e di quello che c’è dopo

Non facciamo che parlarci addosso, ed è tutto un affastellarsi di parole che scavano solchi profondissimi, e ci vorrebbero mille abbracci per colmarli ci vorrebbe l’onestà del cercarsi ci vorrebbe. Ci vorrebbe che diventassimo muti e pure incapaci di scrivere e che fossimo costretti a cercarci in un altro modo, ci vorrebbe la carne. Forse la musica, ci vorrebbe, ma a questo punto non lo so.
Me ne sto in piedi, in bilico, a guardare l’altra sponda di questo burrone che mi pare di stare dentro una canzone di Jovanotti, e mi faccio ridere mi faccio, in questa mia incapacità di stare e di andarmene. Uno dovrebbe avere il coraggio, di stare nelle cose o di abbandonarle. Non è che devi metterti là per forza a dire ooooi, guarda che me ne sto andando, guarda che tra poco non ci sarò più anzi, sai cosa ti dico? tu mi vedi ma io già sono andata, questo è il mio ologramma, il mio passato. Io sono altrove.
Mi sembrano cagate, queste piccole strategie fatte per racimolare un po’ d’amore proprio come quando frughi nella borsetta per trovare i dieci centimi che ti mancano. Ma vaffanculo ai dieci centimi.

Ci sono quelli (e quelle) che costruiscono le case con le fondamenta e i mattoni perchè si illudono che il sogno dell’eternità si trasformi in calcestruzzo. I miei genitori, loro erano così. Case solide e antisismiche, anni e anni per terminarle, che pareva la torre di Babele, cristosanto, e poi però quando pensi di aver calcolato tuttotutto arriva il fottuto imprevisto e la tua eternità di cementarmato salta, pafff, è un attimo. E poi ci sono quelli che se ne vanno in camper. A me i camper non sono mai piaciuti. Mi ha sempre fatto tristezza l’idea di andare in un posto portandomi la mia casa. Come per paura di non trovare sufficiente accoglienza. Quelli che vanno in camper, secondo me, in fin dei conti non sono capaci di pigliarsi le cose che arrivano. Perchè loro non hanno bisogno di niente. C’è già tutto nel loro stronzissimo camper. Sono autarchici. Che si fotta anche l’autarchia stanotte. Il mio ex, lui era uno da camper. Parlava sempre del camper, e in realtà stava già vivendo, da solo, nel suo gigantesco camper immaginario. Io gli darei fuoco. Non a lui, al camper. Ma magari anche a lui.
Poi ci sono gli intermedi, le case prefabbricate, le tende, gli affitti. Ognuno fa come può. Io, per ciò che mi riguarda, messo lo spazzolino nel bicchiere in bagno sono a casa. E magari ci devo stare due notti, che si tratta di un albergo o della casa di qualcuno che mi ospita o sarcazzo cosa. Però in quel momento è casa, mi accoglie, sono sua. E ci sto come se dovessi starci tutta la vita. Poi lo so che dopo due giorni vado via.
Non so se mi sono spiegata.
Sarà che questa settimana è stata una settimana d’addii e di chiusure, sarà che ho pianto come una cretina sul manuale di storia della guerra fredda, sarà che quando è primavera uno pensa sempre che l’estate sarà meravigliosa e poi l’estate non è mai all’altezza delle aspettative, maledetta estate, sarà che oggi mi sono sentita addosso l’odore di una nuova partenza, sarà che le persone mi mancano e non mi mancano mai abbastanza, sarà che mi sono detta basta, non ci penso più, sarà che devo ricomprarmi lo spazzolino, sarà.
Sarà che Elisa e Michele erano due puntini che scomparivano mentre io Vale e Fra li guardavamo immobili e muti, e mentre loro scomparivano i cubetti di ghiaccio del mio caffè si scioglievano inesorabilmente, sarà che non ho niente da dire e scrivo solo per il gusto di vedere che effetto fa, mettere in fila le parole come vengono.
Sarà che ci sono dei sentimenti che mi mancano.
Sarà che ho bevuto due litri di the e per questo non riesco a dormire e non ho voglia di leggermi cinquemila pagine de Il maestro e Margherita.
Sarà che secondo me è colpa mia, se mi trovo sempre in queste situazioni allucinanti.

Porcamiseria, è l’una e mezza, e come al solito non ho combinato un cazzo. Come dice quello del libro: “si rese conto che quella notte era persa, per sempre”.

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Giu 14 2011

guida intergalattica per attivisti, decimo episodio

E siamo a venti date, esordisce il Socio una volta in auto, mostro caricato e un’ora e mezzo di ritardo sulla nostra tabella di marcia. Già, oggi domenica 12 giugno, mentre furiosamente il così detto popolo italiano esprime il suo diritto a ripigliarsi la sua acqua la sua terra e non solo, oggi viaggiamo verso Ancona e là faremo la nostra ventesima data. Erano due settimane che non partivamo, il Socio e io, io mi sento in una nuova fase a cui non so dare un nome, abbiamo dovuto incontrarci, abbiamo dovuto parlare, forse un po’ ci siamo pure dovuti chiarire perchè non è che l’armonia della turnè uno la guadagna una volta per tutte, no, siamo sempre in questo precario e volubile equilibrio, le distanze non sono misurabili perchè cambiano in continuazione, e noi ci adattiamo ci modifichiamo ci facciamo più o meno liquidi così finisce che anche questa volta partiamo in silenzio e io lo so che affianco a me c’è uno che non so chi è e che però al tempo stesso è la persona che stasera farà di tutto, ma veramente di tutto, per permettere allo spettacolo di andare bene.

Arriviamo al mondialito antirazzista di Ancona e la prima dimostrazione d’accoglienza e d’amore è la gigantesca piadina alla salsiccia che ci aspetta insieme a Silva, che presto si mette a parlottare fitto con Francè e Disgrà (che stasera c’è anche lui, per fare la presentazione di Frame), di nuovo siamo catapultati nel racconto della vita, dello spazio, delle lotte, e io ascolto, parlo poco che ho sempre paura di dire cagate, quando si tratta di politica io mi esprimo attraverso il mio Socio, che lui è uno che in queste situazioni si porta molto meglio di me. Ognuno fa quello che sa fare meglio, nella nostra societalcinquantapercento, proprio come nel mondo che sogno io quando sono felice.
Ma altro che funky & groove, la situazione stasera è veramente da sport estremo, bambini scorrazzano coi monopattini sul palco mentre un’intera squadra di calcio ghanese si veste nello stesso punto in cui avevo previsto di calare il telo, ho il panico che mi pervade la faccia ma poi guardo il socio e lo vedo, che un pochino è impanicato anche lui, eppure come al solito si gestisce tranquillamente la situazione e io penso occhei, occhei, se ce la fa lui ce la posso fare pure io, del resto lo spettacolo senza di me non si fa, no? Ma poi ecco tutto di colpo cominciamo ed è un’accelerata pazzesca, arrivano le persone, Disgrà fa una presentzione fichissima opportunamente sostenuto da Francè e dalla sottoscritta, ci cambiamo nello spogliatoio più surreale della storia ovvero dietro un cespuglio con la luna quasipiena che ci illumina e poi ecco stiamo già per fare lo spettacolo ma proprio mentre sto per cominciare vola un pallone a incredibile velocità a pochi centimetri da noi e il Socio non può fare a meno di ridere mentre nel buio del bosco un tipo bestemmia a denti stretti poichè il pallone non viene più fuori. Sono magicamente arrivati pure Reka e La Pa e io quasi sono commossa, mi pare di rivedere degli amici d’infanzia, mi sembra una vita fa che siamo andati al mare tutti e quattro insieme e l’estate mi sembrava tutta per me tutta preparata a una turnè sensazionale e Bologna m’appariva accogliente il futuro roseo la giovinezza intramontabile gli amici erano tutti splendidi gli uomini tutti gentili l’amore non più un vicolo cieco da evitare ma una possibilità forse un giorno di nuovo da esplorare mi pare che siano passati anni interi da quando quel giorno facemmo il bagno al Conero, li guardo Reka e La Pa e sono proprio contenta che ci siano. Che poi lo so, le situazioni non sono facili, sono anzi spessissimamente complicate e anche loro hanno fatto la loro porca scelta stasera a essere qua a vederci. Io sono felice.
Finisce, finisce lo spettacolo, con le bambine figlie della squadra del Perù che vogliono l’autografo della principessa ovvero io, e i compagni e le compagne che anche qui ci fanno sentire il loro calore che ancora dopo tutti questi mesi ci fanno capire che in qualche modo quello che facciamo ha un senso, io guardo con gratitudine il Socio che stasera ha davvero fatto un quasimiracolo, ma dura poco questo stato di grazia, che sono divelta sono stanca e pure il Socio lo è, in meno di mezz’ora là dove c’era la festa non rimane che il bosco e noi siamo già in viaggio verso il letto dove dormiremo stanotte. Cantiamo e ci raccontiamo i sogni e le aspettative, e sembrano lontanissimi quei momenti in cui parlavamo scorati del fatto che proprio non ce la facciamo, che ci vogliono più soldi ci vogliono altri lavori e questo spettacolo e questa società potranno essere belli quanto vogliamo ma non ci fanno mangiare abbastanza e per questo moriranno, sembrano lontanissimi i momenti di sconforto e invece era poche ore fa, ma adesso siamo pieni della gioia e degli sguardi di chi c’è stato, della gratitudine reciproca, e pure di stanchezza.
Non abbiamo fatto in tempo ad entrare in questo nuovo stato che già ne dobbiamo uscire, è lunedì, il tempo è miserabile e il viaggio gramo, Bulagna a zanne scoperte ci attende e non ci riusciamo a fare manco un poco di mare. Ma proprio quando sembra che non ce la facciamo, a capovolgere questa giornata, quando sembra che nessuna musica risollevi l’umore, ecco proprio allora, è un attimo, ci ripigliamo e di nuovo stravolgiamo il lunedì, tanto che io, mentre chiacchieriamo con Laire dei risultati del nostro referendum attorno al meraviglioso tavolo di cristallo, quasi mi dimentico che il giorno dopo avrò l’esame a cui tengo di più in assoluto, e vorrei rimanere nell’estrema periferia bolognese a farmi coccolare dalla Ire e disturbare dal Socio mentre fuori piove, e continuare a fare caffè d’orzo e cercare di ficcarmi nella testa qualche bislacca parola con lo scopo -nel prossimo match- di vincere il Socio al nostro NGS (Nuovo Gioco Segreto).

Invece me ne vado, a un certo punto, che ho capito ormai che il segreto è entrare a bomba e uscire dalle situazioni prima di trovarne sufficiente soddisfazione, me ne vado perchè devo prepararmi a questa settimana che mi darà saluti, addii e qualche lacrima, me ne vado anche perchè mi aspetta l’ultimo capitolo del manuale di storia della guerra fredda, me ne vado e lo so che tra pochi giorni di nuovo ci sarà un viaggio per il mostro, il Socio e me, so che sarà ancora diverso e diverse persone ci faranno sentire a casa, e non lo so quel giorno come mi sentirò, nè come si sentirà lui, però sono sicura che proprio nel momento in cui sembrerà che proprio-non-ci-stiamo-dentro, proprio allora tireremo fuori un telo bianco dalla borsa, un cavo segreto e miracoloso apparirà nelle mani del Socio e lo spettacolo, da solo, si farà attraverso di noi.

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Giu 11 2011

un altro post senza un titolo decente

Oh, che uno non ci crede mai quando gli dicono aspetta aspetta fai passare un po’ di tempo. E invece a volte la chiave è proprio il tempo e così -mentre una settimana fa ero lì che mi strappavo la parrucca a causa di questa precarissima vitaccia che mi fa palpitare il cuoriciattolo- oggi eccomi che guardo il sole timidello dalla mia microcasetta e studio con passione inusitata il mio manuale di storia della guerra fredda.
Io vorrei studiare sempresempresempre. A me mi pare che il giorno che ho deciso di fare sto master mi sono proprio fatta un regalo grossassai. Ma dico, trentadue anni suonati e sono qui che mi sbatto come una ventenne per capire il nesso tra la guerra di Corea e le posizioni di Mosca rispetto all’Egitto nasseriano e -cosa ancora più surreale- mi piace!!! Mi piacissime. Io non lo vorrei fare mai, questo esame di storia della guerra fredda, così potrei studiare tutta la vita e il giorno della mia morte ci sarebbe davanti a me il prof Zanatta a farmi l’esame come ultima prova di questa esistenza strabica e zoppicante e io, a quel punto, lo passerei o forse no, ma non importerebbe.
Così mi capita, questa mattina, di pensare che è vero, gli assiomi elaborati nelle settimane passate a causa del crudissimo e lungo down da fine turnè sono a tutt’oggi veri, ma in fin dei conti chi se ne frega.

E’ vero, gli uomini molto spesso sono troppo impegnati a cercare di avere un’erezione per poter pensare. Questo è stato il primo assioma fondamentale che, tuttavia, ponendomi in una posizione quasi scientifica e copernicana, mi permette di guardare con divertito distacco al maschio che si spreme le meningi non (come pensavo-speravo) per trovare un modo per far marciare la situescion ma semplicemente per far obbedire l’uccello (e non necessariamente nei tuoi confronti). E al disappunto sostituisco quasi una sorta di compassione di matrice buddista, quando il maschio in un momento di particolare appagamento o vicinanza sente davvero di essere sul gradino più grande della scala evolutiva e ti ammonisce “donna, non ti innamorare di me che ti farò soffrire” (con un sottotesto tutto da immaginare).

E’ vero, sono una spiantata, tutte le persone che conosco vanno da qualche parte anche se a volte non si capisce bene dove, mentre io semplicemente sfreccio come una meteora impazzita da un lato all’altro dell’universo col risultato che invecchio prima del dovuto e mi viene il mal di schiena a causa della grande pressione che c’è al di fuori dell’atmosfera terrestre, come noto a tutti. Ebbene, tutti vanno da qualche parte e io no. Chi l’ha detto che bisogna andare da qualche parte, eh, chi? ma scusate, e se io volessi semplicemente sfrecciare per il puro gusto della velocità? a me mi pare niente male, come soluzione. E quando mi spezzo la schiena c’è sempre l’opzione Svizzera, si o no?

E’ pure vero che ancora c’ho il terrore del salto del vuoto, adesso che si palesa la fine della turnè, che potrebbe essere la fine della mia carriera teatrale nonchè la fine di questa allucinante esperienza di militanza e resistenza attiva col socio supergiovane ma, improvvisamente, stamane mi sono svegliata e mi sono detta ebbene? ho sempre convissuto con la fine, non vedo perchè dovrei spaventarmi adesso. E’ tutta una questione di stare nella transizione, oh yeah. Di concentrarsi su quello che c’è. E in questo momento, per me, c’è un enorme manuale di storia della guerra fredda, sotto il quale giace un manuale ancora più grande dedicato all’economia dei paesi in via di sviluppo. Cosa vogliamo che sia la fine della turnè rispetto a quarant’anni di storia? Via, vitantonia, ripigliati.

Insomma è vero, io in queste settimane ho dovuto mio malgrado fare ancora una volta i conti con i mille tentacoli della piovra-precarietà, ho visto come essa droghi i rapporti e le persone, come ci schiacci, come ci lasci soli ognuno convinto di avere più di altri diritto a lamentare la propria solitudine e ognuno incapace di accorciare le distanze, come ci butti nel labirinto senza bussola e senz’acqua (a proposito, quattro sì domani eh? non facciamo scherzi), mi sono trovata da un giorno all’altro non solo senza uno straccio di progetto o di programma, ma senza neppure una cornice, un ruolo temporaneo, che ne so, una pagina del copione di qualcun altro, niente, nisba, zero. Fa schifo questa condizione, è chiaro, inconfutabile, matematico. Epperò oggi è sabato, ho trovato i soldi per pagare l’affitto di luglio e le mie tartarughe appese alle travi del soffitto dondolano tintinnando di gioia per il fatto di poter fendere l’aere. Io le guardo, le tartarughe. Penso che sono molto disillusa e molto amareggiata. Epperò penso anche che c’è un pochetto di sole fuori, e potrei andare a mangiare un gelato e chiacchierare con la gelataia, che è bellissima. Ovviamente in una pausa tra un amplesso e l’altro col mio manuale di storia.

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Giu 08 2011

Acqua. Bene. Comune.

Published by lucilla under acqua, referendum, carla vitantonio

Quando ero piccola e arrivava l’estate avevamo il problema dell’acqua. Non si capiva bene perchè. Girvano voci che i pugliesi si fossero comprati la nostra acqua, perchè noi ne avevamo tanta e loro non ne avevano per niente. Eh già che anche a scuola ti insegnavano che quelli della Puglia avevano tra i vari problemi, oltre alla disoccupazione nel settore agricolo, la siccità. Anche quelli della Campania avevano la siccità, a sentire il nostro sussidiario. Noi no. Noi avevamo un fiume che ci passava proprio in mezzo, uno sopra e uno sotto, avevamo tutta l’acqua che volevamo, e allora ne davamo un poco alla Campania e un poco alla Puglia, perchè eravamo molto generosi.
Col risultato che da luglio a settembre c’era il razionamento dell’acqua, ovvero l’acqua correva giù dal lavandino solo ad alcune ore, e ne correva un filino piccinopicciò, che tu per riempire il bidet facevi in tempo a leggerti un’intera storia di topolino.
A noi questa cosa dell’acqua piaceva tantissimo, perchè la sera, quando finiva il razionamento, si andava tutti alla fontana del paese a prendere l’acqua. Andavamo con bottiglie, borracce, bacinelle e catini, soprattutto noi piccoli, che a noi pigliare l’acqua proprio ci piaceva un sacco. Riempivamo prima le bottiglie di plastica, una per una, uno alla volta, alternandoci di modo che nessuno stesse troppo tempo a fare nulla. Poi si passava ai catini e alle bacinelle. E intanto era tutto un chiacchiericcio, i maschi coi maschi, le femmine con le femmine, ma a volte ci mescolavamo anche, soprattutto quando succedeva (e succedeva spesso) che arrivasse uno schizzo d’acqua addosso, magari non voluto, non cercato, non pensato, e partiva immediata la battaglia dell’acqua, tra strilli schiamazzi e scivolate, ciabatte che si rompevano, risa, vestiti e capelli fradici che si appiccicavano addosso e il profumo della preadolescenza, del sudore e dell’estate.
Duravano tantissimo, queste riunioni serali alla fontana, e quando tutti avevamo riempito i nostri catini ed eravamo fradici che manco se ci avessero immersi in una vasca da bagno, ci prendevamo le nostre bottiglie e le nostre bacinelle e barcollando e fermandoci ogni tre metri ci avviavamo verso casa, ognuno verso casa sua, ma un po’ tristemente, che il momento dell’acqua era l’ultimo momento della giornata in cui si poteva stare insieme.

Io, domenica, voto si. Io voto per l’acqua.

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