Archive for Luglio, 2011

Lug 25 2011

attentato

Come se tutto il resto non fosse stato abbastanza, venerdí sera la mia automobile ha deciso che io sarei rimasta nella campagna fiorentina molto più a lungo di quanto non avessi preventivato.Era andato tutto per il meglio, o quasi. Certo, avevo un umore un po’ altalenante dopo il ritorno da Genova. Però tutto sommato ero pronta per quello che credevo mi aspettasse:un venerdì sera trascorso nella casa in campagna dell’Amicalice e del suo fidanzè, racconti di partenze, saluti, prospettive, un po’ di sana invidia (la mia) e un po’ di paura dell’ignoto (la sua), poi via, sabato mattina ritorno a Bulagna, studio matto e disperatissimo in vista dell’ultima tesina, magari una marchetta e di conseguenza qualche soldo, che ne so, tre euri. In fin dei conti con tre euri ci compro un sacco di scatolette di tonno.

Invece ho subito un attentato.
Un vero e proprio attentato. Me lo ha detto pure il mio socio, e di lui mi fido che è uno che conosce la vita. Insomma, di punto in bianco mi muoiono i freni della macchina. Ma è possibile, dico io? E soprattutto, possibile che succeda proprio di sabato? E possibile che ripararli costi così tanto? Io non lo so. Fatto sta che il uicchend produttivo si è presto trasformato in un uicchend di cazzeggio, e fino a qui mi va pure bene, ma la parte tragica dell’imprevisto è che il lunedì è diventato il giorno del suicidio del mio conto in banca. Ora dico, potrei mandarla al direttore del master, la fattura del meccanico, cercando di spiegargli che dovrò pagarla con i soldi con cui avevo pensato di partire per l’ (o)staggio, ma al direttore che gli frega? lui sta a Bruxelles e pensa che la storia dei precari che non sanno come vivere sia un romanzo d’appendice. Direttore, ma lo sa lei quanto guadagnerò io ad agosto? Glie lo dico io guardi, settantacinque euri. Un po’ pochino non trova? D’altra parte lo so, mica è colpa sua se il mondo va a rotoli e i precari per riqualificarsi devono dare cinquemila euri all’almamater di stocazzo e vendersi il fegato. Che poi io me lo venderei anche, ma nessuno lo vuole. Lei, per caso, ha bisogno di un fegato giovane? Certo il mio non è proprio messo benissimo, ma meglio del suo ci metterei la firma.
 

Che cosa mi posso vendere oltre al fegato? la macchina no, soprattutto adesso che ha subito l’attentato. Un piede? I miei piedi sono molto belli, giuro. Anche le mani niente male. Gli occhi no, sconsiglio vivissimamente. Cervello ne ho poco e completamente fottuto. Insomma sono messa maluccio in quanto a offerta. Che faccio? Che poi tutti mi dicono che mi stimano, tutti mi dicono di stare tranquilla, che il mio lavoro e il mio talento prima o poi verranno riconosciuti, tutti mi dicono seipropriounafica tutti mi ripetono che siamo sulla stessa barca.Eh no che non siamo sulla stessa barca, io gente che ad agosto guadagnerà settantacinque euri ne conosco pocassai, e di essere una fica me ne strafrego.Non siamo tutti sulla stessa barca, io per esempio sono su una zattera pronta ad affondare. Che faccio, mi tuffo?E poi tutti mi dicono che mi amano.Bugia, bugia, bugia.Non mi amano.Poi arriva quello col suv che mi butta sotto e mi dice che sono una cicciona strabica. E io penso vedi, lui si che ha trovato l’essenza della Vitantonio. Lui diventerà il mio guru, il mio spacciatore di fiducia. Ho settantacinque euri, che mi posso comprare un pezzo di religione da te, o mio guru del turpiloquio? 

A me certi giorni mi viene da piangere, mi infastidisco da me e mi sembra che ho sbagliato tutto. Soprattutto ho sbagliato a venire a Firenze in auto. In torpedone dovevo venire, cazzo, come ad Ajazzone.

No responses yet

Lug 22 2011

guida intergalattica per attivisti, tredicesimo episodio

Verso casa.
Guido in questa mattina umida e silenziosa mentre il Socio dorme placido e silenziosissimo.
Fino all’ultimo non lo sapevamo, se cel’avremmo fatta a portare “non vengo dalla luna” a Genova. E poi invece, come nell’ultimo scatto prima del traguardo, ecco che nel giro di poche settimane abbiamo fatto tuttotutto, compreso trovare un buco nell’agenda affollatissima del Socio, e allora eccoci. Venticinquesima data, penultima data del nostro tour, almeno per adesso.
Che sembrava non dovesse arrivare mai, questo giorno, e invece è già finito.
Guido mentre il Socio dorme e penso alla mia Genova dieci anni fa, alla paura, alla solitudine. Penso a quella grossa mortadella abbandonata in strada, vicina a una scarpa insanguinata. Penso a tutto quel fumo. Al sole, penso, alle persone che lanciavano acqua dalla finestra per rinfrescarci. Al mio ritorno a Milano, alla mia gioventù, penso, ai miei ventidue anni di speranze orgoglio e pure un po’ di arroganza.
Il Socio dorme, e penso alla mia Genova di oggi. Alla partenza faticosa, a questo mio sentirmi fuori sintonia, ai silenzi, alla radio, al maledetto tir incendiato e alle otto ore di strada. Al sole, all’arrivo, alla gioia. Al fatto che non potevo crederci, che fossimo arrivati, lui e io. A lui e io, penso, a come oggi abbia detto lui e io e non noi, che la turnè sta finendo e io me la sento addosso, questa fine. Lui no (forse), ma tanto il diario lo scrivo io. Penso alla mia Genova di oggi, alla gioia di ritrovare i compagni e le compagne di questo anno, di questi mesi, penso alla Genova pacificata di oggi, all’assemblea, agli sguardi che ho incontrato. Ai pesci, al mare. Al banchetto di ya basta. Si, pure al banchetto, penso. Penso a Peppino che è venuto a trovarci, ad Ale e alla focaccia, ai fratelli di Bologna arrivati proprio in tempo per evitare gli scoramenti.
Penso a quando il Socio stava fissando il nastro per il puntamento ai miei piedi, e a me un po’ mi si stringeva il cuore e lo stomaco e il fegato che ne so che cosa mi si stringeva, tutto si stringeva mentre mi chiedevo come sarà la mia vita senza tutte queste cose. All’ombra perfetta di stasera, penso. Al rituale del microfono che si mette in due.
Alla fatica, alla paura.
E poi penso allo spettacolo, che dal momento in cui decidiamo che comincia va solo, imperterrito, ostinato, fiero.
Va per la strada sua, si apre sboccia odora e poi si addormenta. Agli occhi di chi guarda e ascolta, penso.

Il socio dorme e io penso alle compagne e ai compagni di Genova, che finalmente cavolo li abbiamo conosciuti e abbiamo dato volti ai nomi e alle voci. Alla candeggina, alla generosità, al tendone di Renzo Piano che voglio dire, tu l’hai mai fatto il tuo spettacolo sotto il tendone di Renzo Piano? Penso al nostro teatro povero, che noi non facciamo il teatro povero, noi siamo il teatro povero. Ai protagonisti invisibili del Socio, penso. Ai silenzi. Ai silenzi. Ai silenzi.

Il Socio dorme e io guido, intanto arriva il giorno, Piacenza Fidenza Parma Terme di Canossa Reggio nell’Emilia. Penso ai saluti, agli abbracci, a quelle luci che io non trovo negli sguardi di nessun altro. Ai compagni arrivati giustintempo da Napule. A quelli che lo spettacolo l’hanno visto quattro volte. A quelli che ne sanno pezzi a memoria. Al pullman da Avellino, carico di sogni e testardaggine. Ai miei eroi perugini. A uno sguardo in particolare, penso, e poi penso a tutti. E penso a chi stasera non c’era. A chi non ci sarà. A una rosa che m’è stata regalata.

Il Socio dorme con le nostre rose al fianco, immobile e silenzioso, sorge il sole sull’Emilia e io guido come se dovessimo non arrivare mai, altro che viaggio al termine della notte, io viaggio verso l’inizio, della notte, quel punto dove è chiara e immobile, accogliente e perfetta, rotonda.

Penso poi ai pensieri segreti, alle cose oneste. Ai silenzi. Ai silenzi. Ai silenzi. Alla fine delle cose. Agli inizi. Alla notte che finisce però inizia. Al sole che sorge proprio nel punto in cui non pensavi. Al senso d’orientamento, al perdersi.
Il Socio ha freddo, mi piacerebbe potergli mettere una copertina ma non ne ho, io che ho sempre mille copertine per ogni uso, non ho uno straccio di copertina stanotte per il Socio, e lui si deve affrontare la notte infinita così, al freddo, dopo aver sfacchinato con la sottoscritta, eh oh, vita da artisti di quart’ordine.

Il Socio dorme Modena Sud uscire tra ottocento metri, la notte finisce e inizia mentre il giorno si colora come le guance di un’amica che arrossisce all’improvviso. Ma siamo arrivati, non la vedo, la Basilica di San Luca. Non so perchè. Oggi non si vede, per quanto mi sforzi essa mi si nasconde, e io non mi sento a casa, mi sento sospesa sulle guance del giorno mentre la notte infinitamente respira dentro di me.

Ti riesci a portare fino a casa?
annuisce, il Socio dalle mille vite, che tra due ore già si sarà trasformato in un efficientissimo qualcos’altro, mentre io rimango sospesa tra il giorno e la notte, in ogni caso squattrinata e senza prospettiva, giorno o notte che sia. Rimango sospesa con il pensiero di un’estate che mi ha promesso e non sta mantenendo.
Mi chiede come ho fatto, a portarlo fino qua. Gli dico te lo avevo promesso, che ti avrei riportato a casa. E poi ho pensato.
Mi chiede a cosa.

Mah, alle parole delle canzoni, al giorno, alla notte, alle rose. Buon riposo Socio, io mi faccio una passeggiata sul confine di questo non-giorno infinito.

No responses yet

Lug 17 2011

la scena più ridicola della settimana

Ci sono io, con uno dei miei vestiti più eleganti, quello giallo anni ‘50, che ho stirato per l’occasione, e le scarpe col tacco. Ci sono io tutta agghindata coi capelli profumati e menate varie, perfetta e precisa, ho persino una borsa di paglia colorata comprata al mare durante una delle mie improbabili fughe. Ci sono io con gli occhiali da sole nuovi, e un gelato gigantesco in mano, un gelato che si presume che io dovrei mangiare, anche perchè l’ho pagato praticamente quanto pagherei un occhio nuovo. E invece non lo mangio. Sto seduta su questa panchina nel centro di Padaniacity, nella stessa piazza dove -in un’altro momento della mia vita, o forse semplicemente in un altro momento della giornata - avrei potuto passare per comprare del sollievo temporaneo. Sto seduta e attorno a me ci sono individui assolutamente surreali, spacciatori di sacchetti di carta già usati, madri di bambini che vorrebbero semplicemente una granita e si trovano in mano il tappo di una birra, barboni che contano ancora una volta le loro buste. E poi ci sono io, sulla panchina centrale, col vestito giallo, la borsa di paglia, i tacchi, gli occhiali da sole, i capelli sciolti, il gelato, e piango come una cretina.
Piango e non mi posso fermare, piango come non ho pianto mai in questo anno, piango per tutto quello per cui non ho saputo piangere, piango come una cretina.

Ed è una scena patetica, patetica cristo, ci manca soltanto che un piccione mi caghi in testa e saremmo proprio a posto, ma invece il piccione non mi caga addosso no, mi guarda invidioso il gelato che intanto si scioglie e io frigno come un’imbecille, perchè mi sento sola, perchè mi sento un’incapace, perchè mi sento che parlo una lingua che non si capisce.
Piango perchè ho paura, e ci sono giorni che mi sembra che davanti a me ci sia uno straccio di vita decente, uno straccio di futuro possibile, ma ci sono altri giorni in cui mi sento retrocessa al via senza manco pigliare le ventimilalire, mi guardo e mi sento uno straccio, mi sento, mi faccio schifo e piango e non mi posso fermare, e intanto attorno a me le mamme sgridano i figli i tossici cercano il cucchiaino i barboni accendono i mozziconi i piccioni vogliono il mio gelato e io piango come una stupida per quello che non ho saputo fare per quello che.

Piango per Sacco che è morto senza che io gli dicessi quanto ancora avrei voluto suonare per lui. Piango per la mia storia d’amore sepolta sotto mari di cocci. Piango per le storie d’amore che non ho saputo accogliere perchè stavo raccogliendo i cocci di quella prima. Piango per una persona che ho perso, e che mi manca. Piango perchè davanti a me ci sono i mesi in cui proverò a cambiare lavoro e ho una fottuta paura di scoprire di non essere capace. Piango perchè non sono come i miei genitori vorrebbero. Piango perchè i miei genitori non sono come li vorrei io. Piango per il fermaglio che ho perso. Piango perchè mi sento che mi hanno usata. Perchè ho pensato di avere io il gioco in mano, e poi ho scoperto che non era vero. Piango perchè ci sono delle persone che si fidano di me, e fanno male. Piango per quelli che mi sopravvalutano, e per chi invece mi ha sottovalutata. Per i mesi trascorsi all’università, piango, in mezzo a un disastro di disamore e di squallide furberie. Piango per la cattiva musica, per il pessimo teatro, per la stanchezza, piango per i mesi trascorsi cercando di capire che cazzo ne sarà di me, per i soldi che non ho, per il dentista che dovrò pagare e allora devo solo sperare di trovare una marchetta. Piango perchè io le marchette le odio. Piango per la burocrazia, per il ministero degli esteri, per la gerarchia le firme e per gli stage non pagati alla faccia del precariato. Piango perchè sono stufa, per consolarmi, di dover pensare a chi sta peggio. Io voglio pensare a chi sta meglio. E allora piango, di rabbia piango, perchè io pensavo di aver lavorato meglio, di essermi impegnata, di meritarmi qualcosa di più che la scena di me, vestita a festa, seduta nella piazza dei tossici di sabato pomeriggio che piango come una cretina mentre il gelato si squaglia nelle mie mani e io non ho neanche uno stronzissimo fazzolettino di carta.

No responses yet

Lug 14 2011

le persone che

Io non lo so se la mia vita cambierà, ma in fin dei conti mio malgrado essa cambia in continuazione, e mi ricordo come stavo un anno fa, tornata da Londra, improvvisamente spogliata di tutto quello che credevo solidissimo e che invece si era dissolto, massacrato a colpi di martello mentre io raccoglievo i cocci, che si facevano sempre più piccoli.
Mi ricordo la desolazione, il senso di non farcela e di non avere via d’uscita, tutto mi ricordo.
E mi ricordo pure come mi sono messa giorno dopo giorno a costruire piccoli pezzi. Ogni mattina prendere la bicicletta e pedalare, questo mi dicevo, prendere la bicicletta e pedalare, anche se diluvia cazzo anche se c’è quella stronza che non mi fa passare, anche se il tassista maledetto mi infila sotto e mi lascia come un’imbecilla con la bici ridotta a pezzi. Prendere un’altra bicicletta e pedalare, e se non puoi pedalare corri, corri porcamiseria, questo mi ripetevo e questo mi ripeto.
Ogni giorno prendo la bicicletta e pedalo e mi sembra a volte che sia inutile, mi sembra di non muovermi di un millimetro, di stare su una maledetta cyclette, altro che bicicletta.
Poi però improvvisamente smette di piovere e mi rendo conto che il paesaggio è cambiato.
E sono piena di graffi sono piena di ferite, sono tutta un livido. Ho rughe che non avevo, ho sopportato delusioni che mai avrei pensato di sopportare, ho abbandonato alcuni sogni, mio malgrado. Altri li ho modificati. Ci sono cose nelle quali non credo più, ci sono insomma tantissimi cadaveri sul mio cammino, alcuni fanno male, e il lutto è lungo e profondo e difficile. Bruciano le ferite, bruciano, ma il paesaggio è cambiato, e io sono ancora sulla bicicletta, e accanto a me ci sono altri furibondi pedalatori della vita, e pure loro pedalano pedalano, che il segreto è pedalare, e ci sono giorni in cui piove così tanto che non vedi niente e tutto è grigiomorto, ma poi improvvisamente una folata di vento ti tira giù il cappuccio ed è una meraviglia. Una meraviglia.

Allora. Io ho trentadue anni, cioè, che non sono pochi. Però pedalo. Ci sono sorrisi lungo il cammino, e sconosciuti che ti aiutano a tirare su la catena quando cade. Ci sono i pedalatori e le pedalatrici, ostinati, contrari, che ogni tanto incontro e coi quali faccio pezzi di strada.
Ci sono le persone con cui ho pedalato quest’anno, persone che sanno che sulla bici si va da soli, però ogni tanto ci si incontra. E non ci si perde, io ci credo.

Ho paura. Sono emozionata. Sono grata. Sono felice. Pedalo.

2 responses so far

Lug 12 2011

guida intergalattica per attivisti, dodicesimo episodio

Fatica, fatica e qualche lagrima nello scrivere il dodicesimo episodio di questa guida intergalattica per attivisti. Partimmo ormai secoli fa alla volta di Napoli, era il due luglio e noi uscivamo più o meno incolumi dalla trash night con cui avevamo decretato la chiusura estiva del centro sociale. Avevamo ballato, cantato, riso riso riso assai, ci eravamo mascherati e avevamo preparato il grande tampax d’oro da dare quale premio ai fratelli e alle sorelle di radiosonar che erano venuti in pompa magna a fare la battaglia più trash della storia. Avevamo bevuto i mojito più buoni di Bologna, ce li eravamo versati addosso, avevamo promesso, un po’ avevamo mantenuto e un po’ no, avevamo persino in qualche maniera dormito (così dicono gli annali) e alle nove ci eravamo trovati da Micky e Max per un caffè che avremmo voluto fosse un idraulico liquido. Partiti, occhi infossati dietro gli occhiali da sole, buonumore e stanchezza. Il Meridione ci aspettava e noi quella data l’avevamo desiderata forteforte, nella Napoli alla quale entrambi, ciascuno per i suoi motivi, sentiamo un pochino di appartenere.
Viaggio infinito, integratori color azzurro, caffè, sole, sigarette, discorsi che non ricordo e un po’ di tristezza perchè per andare in turnè non saremmo andati in Val di Susa, noi, proprio noi, cazzo. Epperò sapevamo che tutti gli altri sarebbero stati là e questo era rincuorante.
L’autostrada era deserta e siamo arrivati a Napoli che manco abbiamo capito come. Insurgencia ci ha accolti con caffè fumante e abbracci e un terrazzo meraviglioso e racconti, ma soprattutto con un divano fagocitante che ci ha visti collassare uno dopo l’altro mentre allo stereo i 99 suonavano canzoni di altri anni e il sole era tiepido e rassicurante.
Poi come al solito di colpo è arrivato il momento di fare lo spettacolo e c’era la famiglia Vitantonio al completo, e io ero stressatissima da questo fatto, pensavo che non cel’avrei mai fatta a dire tutto quello che dovevo dire davanti ai miei genitori, e mi sentivo giudicata e pure un po’ scema, poi però guardavo Francesco e lui come al solito aveva due chili di cerone zen spalmati addosso e questo era un pochino rincuorante. Così andavo avanti attraverso la storia e le persone erano mute e attente, tanto che io non sapevo bene cosa stesse accadendo, fino a quando non è successo che improvviso è scoppiato un applauso e mi sono accorta di quanta forza di quanto amore ci stessi mettendo e secondo me Francesco anche, pure se lui direbbe che ha solo premuto i bottoni. E forza e amore tornavano dal pubblico, e dopo sono arrivati abbracci lacrime nuovi racconti e la sensazione, ancora una volta, di aver fatto una cosa non del tutto inutile. La pizza, la pizza è arrivata, meravigliosa, come l’avevamo sognata per tutto il viaggio, e noi l’abbiamo divorata sul terrazzo notturno poco prima di crollare addormentati in una casa che a me mi ricordava un sacco di cose.
Un anno, un anno era passato da quando l’ultima volta ero entrata in quella casa, e sinceramente mi è sembrato di stare molto meglio, il dueluglioduemileundici. Prima di addormentarci sui lettini gemelli abbiamo mandato un messaggio ai compagni che in quel momento partivano per la valle e poi il tempo di dirsi buonanotte e zzzzzzzzzzzzz

Napoli splendente di sole e taralli piccanti ci ha accolti un po’ turisti e un po’ ricordatori nostalgici, il golfo brillava come nei film con Sofia Loren e i bagnanti si urlavano scemenze mentre noi ci godevamo la nostra mezz’ora di fancazzismo prima di partire alla volta di Lioni. Intanto s’era fatta tarda l’ora e cercavamo di capire come andassero le cose in valle.
E’ stato in quel momento, dieci minuti prima di entrare nel paese di Lioni, che tutto ha cominciato a vacillare. Nessuna notizia di Fabiano, ci dicevano i compagni, e dalla tivvù e dai giornali arrivavano notizie inquietanti che ci facevano esplodere dentro una rabbia muta e spugnosa.

Lioni è tutta nuova, che il terremoto si è mangiato più o meno l’intero paese, giusto in mezzo troneggia una cattedrale che sembra una via di mezzo tra una torta e una moschea, il paese è silenzioso sotto il caldo torrido, e noi non riusciamo a fingere spensieratezza nemmeno quando la delegazione di Rouge ci preleva entusiasta e ci porta a vedere lo spazio. Spazio bellissimo, peraltro, ma che non useremo, no, perchè stasera, visto che non ci hanno concesso non-so-che-sala, occupiamo nientepopodimenocchè la piazza del paese!! e vai, questo elemento imprevisto ci piace. Lenti ma inesorabili cominciamo il montaggio selvaggio, intervallandolo ai caffè durante i quali i nostri ospiti ci raccontano e ci chiedono, noi ascoltiamo le incredibili storie di come si fa il movimento in un paese dell’Irpinia, mentre notizie discordanti che arrivano da chi è in valle, però a un certo punto vengono diffuse le foto di Fabiano tutto pieno di sangue e lì si va solo a peggiorare. Facciamo lo spettacolo (non prima di aver ingurgitato altre tonnellate di pizza proprio nel mezzo della piazza) col cuore gonfio di preoccupazione e rabbia, e sarà forse anche per questo che lo facciamo beneassai, nella piazza occupata di Lioni, con un pezzo di noi che si chiede come sta Fabiano e dove e come stanno gli altri.

Smantelliamo e in men che non si dica tutto è di nuovo Napoli e vino autoprodotto da dividere con la nostra Bologna e l’accoglienza di chi si prende cura di noi lasciandoci morbidi letti e silenzio e sfogliatelle per la colazione e abbracci e silenzi che sappiamo cosa vogliono dire. Il viaggio di ritorno è il viaggio più lungo della storia, non ce la facciamo, ci passiamo la guida di continuo con l’idea di arrivare almeno in tempo per l’attivo e sapere qualcosa di più concreto. I chilometri sono immobili, mi pesa questo dolore e come al solito quando la sofferenza prova a farsi troppo intensa cado nella narcolessia e mi addormento proprio nel mezzo dell’appennino mentre stoicamente Francesco prosegue, forse anche un po’ allettato dall’idea che, una volta a casa, addenterà le mozzarelle comprate a Capua (che puzzano, ammettiamolo, puzzano).

Mi sveglio col cadavere del Socio che guida al posto suo, l’appennino è spigoloso e stronzo come il nostro umore, ma ormai ci siamo, si vede la basilica di san Luca e dentro di me ripeto le parole che ormai entrambi conosciamo a memoria. Da lì in poi tutto corre, l’assemblea, i racconti dei compagni e delle compagne, la rabbia, la preoccupazione, l’orgoglio, Fabiano che finalmente ritorna e noi che gli facciamo il comitato d’accoglienza in stazione, il mio umore insostenibile, le mie paure, le mie solitudini, il senso di dover andare, la paura di non farcela, una veloce scorsa al conto in banca che basta a mandarmi nel panico, Francesco che studia come un matto mentre le sue occhiaie diventano indelebili, l’oroscopo di Breszny che dovrei ascoltare un po’ più attentamente, un sabato trascorso a casa di Fabiano tutti insieme in un’allegria che mi riporta alla spensieratezza degli anni della mia università, che mi restituisce il senso di poter essere come sono senza mascherarmi, un sabato in cui sono grata a queste persone che mi hanno accolta e che mi fanno ridere e pensare e agire.
Un sabato che diventa prestissimo la domenica in cui torneremo a Padaniacity, là dove tutto è cominciato.
“Non vengo dalla luna”approda al festival e noi siamo entusiasti, tutti e due, ognuno per i motivi suoi, e difatti la Papaleomobile è densa di parole e giochi quasi come si trattasse di molte turnè fa. Arriviamo e sembra davvero di essere a casa, ci sono i sorrisi, i gelati dell’area relax, gli infradito di Checco e le “critiche costruttive” di Zuzzu, i piani luce di Marco, Laba che come una visione ci accoglie, elegantissima vestita di verde, epperò con la ramazza in mano che spazza il bar grande e io quando la vedo quasi mi commuovo, come mi commuovo ogni volta che vedo Graziano mettere giù le sedie insieme a tutti gli altri, e forse questi sono viaggi solo miei ma a me mi restituiscono un senso, mi ricordano ogni volta perchè ho scelto di stare e di agire insieme a queste persone, forse sono viaggi miei ma sono sufficienti a darmi aria buona da respirare, e infatti le ore che precedono lo spettacolo sono di pura gioia che condivido con persone le cui vite ho attraversato negli ultimi tredici anni.
C’è pure il mio fratello attore Peppino, che non vedevo da una vita e mezzo e mi sembra di averlo salutato ieri, lui che mi diceva di non andarci, a Castelletto di Sarcazzo, io che non l’ho ascoltato e poi vabbè è andata come è andata. E vorrei essere più capace di far sentire al Socio quanto mi emozioni che lui entri in questi pezzi di vita invece non ci riesco perchè mi attorciglio nelle parole e nell’emozione.

Sinceramente a me mi pare che lo spettacolo sia andato bene. Però ora non mi ricordo. Perchè subito dopo è cominciato una specie di film a doppia velocità, e giuro che non ho assunto sostanze di alcun tipo. Ma tutti avevano qualcosa da dirmi, e spesso si trattava di cose che mi mettevano scomoda, e Francesco era chiuso in un’insoddisfazione che mi mordeva, e io cercavo risposte e trovavo solo domande.
Ricordo Peppino che mi chiedeva di non fare quello che sto per fare, ricordo me che mentre lui me lo chiedeva mi dicevo ma quanto gli voglio bene, a questo spiantato davanti a me. Ricordo Orso sbucato da un passato improbabile che mi abbracciava orgoglioso come di me non lo era mai stato. Ricordo. A un certo punto, ricordo di aver pensato basta, mi sono inventata tutto, questa è una grande cagata, mi sono illusa mi sono sbagliata. Insomma mi è venuta la paranoia, ovviamente laterale e di soppiatto come suo solito, mascherata da pensiero razionale, s’è intrufolata e m’ha cominciato a massacrare dal di dentro e così ha continuato fino a che, sulla Papaleomobile, mentre ci lasciavamo alle spalle il temporale in arrivo su Padaniacity, il Socio non s’è intestardito col voler cavare il dente e così di nuovo sedute di autoanalisi nella Papaleomobile proprio come ai gloriosi tempi in cui mi sembrava di aver creato qualche cosa che fosse più del mio piccolo viaggio privato.

Ma siamo stanchi.
Oggi abbiamo fatto la nostra ventiquattresima data e se siamo fortunati ne faremo ancora due o tre.
Siamo stanchi.
Lasciamo il mostro nella casa del mostro e noi ci lasciamo ognuno nella sua casa, che tra poche ore è domani e il lunedì si sa, non è interessato alla nostra stanchezza. Il lunedì è crudele come la schermata del conto in banca, il lunedì se non ti prepari adeguatamente ti massacra.
Allora ci ritiriamo con la speranza di avere tempo abbastanza per rimetterci in piedi di fronte alla nuova settimana.
Non siamo risolti.
Non siamo sollevati.
Però abbiamo sonno, e questo appare un buon punto di partenza.

One response so far

Lug 10 2011

V.M.18

Quando ero piccola pensavo che da grande avrei avuto un tailleur viola coi bottoni dorati, sarei stata magra come le barbie e non avrei portato più gli occhiali. Prima di addormentarmi visualizzavo sempre quest’immagine di una me bellissima, coi capelli lunghi e cotonati, vestita di viola, con le spalline imbottite come andavano negli anni ottanta, che scendeva di corsa le scale della casa di Campobasso per andare a un appuntamento con un eterno fidanzato che ovviamente era come Ken, forse un po’ più morbido, ma gentile premuroso e sorridente proprio come lui. Forse aveva anche la macchna cabriolet.

 La notte in questa città è umida, bagnata, odorosa, che mi viene voglia di camminare nel parco e rotolarmi come una gatta fino a quando non sono tutta sporca d’erba, e in questa fantasia ovviamente nel parco ci sono solo io, non esistono tutti i frikkettoni ubriachi che giocano a chi lancia il diablo più in alto cantando le canzoni di De Andrè fino al suicidio di massa.
Se tutti i miei sogni di relazione non si fossero già schiantati contro le mie angustissime quattro pareti bianche e rosse adesso starei qui ad odorare  il sudore di un altro corpo, a respirare la lentezza di questo calore quasi insostenibile, ad ascoltare la pelle che si dilata sotto le carezze. Ci sarebbe la finestra socchiusa e il tempo sarebbe infinito mentre noi ci consumiamo.
E invece i miei sogni di relazione si sono infranti e quasi quasi io il problema dello scambio di liquidi lo risolvo definitivamente con l’acquisto online di silicone preformato anallergico, che almeno non ti comincia a fare una serie allucinante di tarantelle quando è ora di sloggiare. Il silicone, peraltro, ha il grande pregio di essere completamente consenziente nel momento in cui tu gli dici sai, mi trovo proprio bene con te, mi piacerebbe che la nostra fosse una relazione basata sull’onestà, cerchiamo di andare a fondo senza preoccuparci degli schemi e dei modelli coi quali siamo cresciuti. Stiamo in questa cosa fino a quando dura la passione, non ci distraiamo, cazzo non ci distraiamo che già questa vita è sufficientemente dura e basta un attimo di deconcentrazione per perdere tutto il coinvolgimento e tutto il piacere. Stiamoci dentro, a questa passione, fino a quando non saranno finite le batterie.
Il silicone preformato anallergico reagisce in maniera entusiasta di fronte a queste proposte.
Non ha bisogno di mostrare la sua emancipazione (a te, ma soprattutto a se stesso) facendo cazzate davanti ai tuoi occhi, non si spaventa, non si cruccia, non ha retaggi politici religiosi o morali, non si ammanta di finto materialismo. Il silicone è per natura appassionato e onesto.
Insomma il silicone preformato anallergico ha sicuramente dei vantaggi e io credo che, infranti tutti i miei sogni di relazione passionale col genere umano, la soluzione stia proprio nella sperimentazione di un’onesta relazione con l’inanimato, poichè nell’inanimato sta il futuro, e poi diciamocela tutta, il silicone non ha un cervello ma neppure finge di avercelo. Il silicone non fugge terrorizzato ogni volta che la relazione si fa un tantino più interessante, temendo di rimanere troppo coinvolto (ma coinvolto da cosa, scusami?) il silicone, come me, non ha intenzione di preservarsi. Anzi, si consuma, volontariamente e voluttuosamente.
Se avessi voluto preservarmi non starei qua adesso, dico. Sarei la junior manager di qualche superazienda di prodotti iniqui, mi farei il lavaggio del sangue una volta all’anno, utilizzerei morigeratamente droghe pesanti di alta qualità e non avrei tempo per fantasticare sulla mia appassionata relazione col silicone preformato anallergico.
E invece io non mi voglio preservare, non mi interessa. Mi voglio consumare, voglio stare nelle relazioni fino a quando si può, prendere e dare tutto, arrivare quasi a fidarmi, che poi si sa, tutto finisce. Anche le batterie finiscono. Credo che la soluzione stia proprio in quel sito che vedevo oggi, ma se non sei cittadino americano non lo puoi ordinare, il compagno della tua vita, cazzo.
Devo trovare una soluzione.
Certo, se il ministero degli esteri mi firma la sua stracazzo di convenzione e mi spedisce all’estero io sono sicura che laggiù potrò con molta facilità fare l’incontro del mio semestre e avere un paio di approfondite avventure con l’inanimato.
Non ho sonno.
Non ho manco voglia di scopare, che l’idea di scopare apre scenari terrifici di maschi che pretendono di addormentarsi nel mio letto come se niente fosse, come se l’epica impresa del coito desse loro automaticamente il diritto di distruggere il mio già precario sonno. L’idea di scopare si porta appresso la distanza, lo sguardo vacuo di chi ha il terrore di consumarsi, di chi dice di non voler restare, e invece non vuole partire.
Quanto mi annoiano, questi piccoli omicidi seriali che non portano dentro nemmeno il brivido del mistero. E’ tutto già svelato dal momento in cui si mette mano alla scatola dei preservativi.
Mi annoiano gli occhi chiusi, le fronti corrucciate, i finti gesti di generosità, le prestazioni acrobatiche che si risolvono in una parodia, mi annoia la mancanza di onestà, l’incapacità di stare col corpo, di vedere davvero chi hai di fronte, mi annoiano, mi annoiano quelle di certi maschi e quelle di certe femmine, mi annoiano terribilmente, queste finte emancipazioni dal sentimento che si risolvono nel meschino omicidio seriale che si ripete sempre uguale a se stesso a prescindere dalla vittima. E non ci rimane un pochino di amore, non ci rimane un po’ di generosità.

Cercavo qualcosa di diverso.
Forse cercavo qualcosa di meno.

C’era un film che avevo visto quando avevo tredici anni, che in realtà non avrei potuto vedere perchè era vietato ai minori di quattordici, e a un certo punto lui, che era Roman Polanski, le chiedeva  “e quelle cose che facevi? quei corsi di danza?” lei rispondeva “la danza è una cosa che si fa col cuore, e io ho il cuore spezzato”.

 

One response so far

Lug 05 2011

Fabiano, noi.

Avevo deciso di non scrivere niente a riguardo dei fatti di domenica. Avevo deciso così perchè io non ero in Val di Susa. Ero in turnè a guadagnarmi cinquanta euri, persa nel cuore dell’Italia terremotata insieme al mio socio, entrambi attaccati al telefono e a internet, entrambi sconvolti, entrambi esterrefatti.
Tornati a Bologna ci siamo precipitati al centro sociale per capire cos’era successo e abbiamo trovato compagne e compagni di lotta (perchè proprio di compagni si tratta, di persone con cui dividiamo la vita, le idee, le lotte, la rabbia e la gioia delle nostre giornate appese a fili tesi da qualcun altro). Compagne e compagni preoccupati, sconvolti pure loro, estremamente incazzati per la situazione in cui si trovavano Fabiano, Jacopo e Gianluca, epperò allo stesso tempo fieri perchè sapevano e sentivano che quella di domenica era stata una grande giornata di lotta, sapevano che, checchè ne dicessero i giornalisti (giornalisti???), essi, tutti, avevano risposto a un appello e ad esso erano stati fedeli, un appello che parlava di beni comuni, di amore, di autogoverno, di fierezza e, davvero, di un sentire condiviso che va oltre i confini territoriali delle nostre piccole borghesi città che ci vorrebbero tutti chiusi ognuno nel suo meschino mondo allo sfascio.

Ebbene, io la gioia non riuscivo a condividerla, non ci riuscivo no, perchè in Val di Susa non c’ero, e mi sentivo soltanto sola, preoccupata, e soprattutto incazzata, perchè per ventiquattr’ore non avevo potuto fare altro che leggere giornali che ci descrivevano come violenti, aspiranti terroristi, gente che si organizza per mettere a ferro e fuoco questo paese e che non vede l’ora si presenti l’occasione per fare casino in maniera indiscriminata, strumentalizzando movimenti che altrimenti sarebbero “puri”.
Non sono nuova a questo genere di comunicazioni. Ricordo con orrore i miei giorni genovesi nel 2001 e la quantità di menzogne che i giornali pubblicarono fino a che Diario non sbattè le foto delle torture in prima pagina. Con altrettanto orrore e disgusto ricordo il tentativo fatto dai media per distruggere il grande movimento che confluì a Roma il 14 dicembre, ricordo di aver provato questo stesso disgusto e questo stesso senso di impotenza. Era solo sei mesi fa. E riuscimmo, tutti e tutte insieme, a vincere contro questa narrazione imposta dall’alto attraverso le nostre voci, i nostri racconti, la nostra vita. Tutti diventammo improvvisamente lampadieri a rischiarare con la nostra voce il putridio prodotto dall’opinione ufficiale.

Ecco allora io non c’ero domenica in Val di Susa, però il pensiero di come, tutti insieme, ci siamo riappropriati della storia del movimento che ha portato al 14 dicembre, quel pensiero mi spinge a scrivere oggi.
Si fa presto a distruggere le persone. E io non so quanto questo blog possa scalfire il muro di menzogne costruito dai giornalisti (giornalisti????) in queste ore.
Però ci provo, con rabbia, dolore e orgoglio.

Fabiano non è “un pregiudicato”, ma una persona che mette in gioco il suo corpo e la sua testa da anni per difendere i diritti della gente come lui e come me, ma non solo. E’ uno che si è sbattuto per mesi, anni, per raccogliere le firme che ci hanno portato al referendum. E lui in piazza a festeggiare non c’è manco venuto, perchè stava lavorando. Fabiano è una persona che crede nella possibilità di rivendicare i nostri diritti, e ci crede così tanto da mettersi in gioco in prima persona, ogni giorno, in ogni momento della sua vita.
Fabiano non è un professionista della guerriglia. Al presidente della repubblica (due parole che scrivo deliberatamente con la lettera minuscola) vorrei chiedere signor presidente, secondo lei uno che lavora tutti i giorni dalle sei di mattina e  che quando finisce di lavorare si dedica portare avanti progetti come una palestra popolare in un quartiere dove non ce ne sono, o la sensibilizzazione delle persone su temi come l’acqua, il nucleare, i beni comuni, secondo lei presidente questa persona dove cazzo lo trova il tempo per andare a organizzarsi e diventare un professionista della guerriglia? Qua non stiamo in america signor presidente, questo non è un film sui cowboys, non esistono luoghi segreti dove facciamo le cose sporche, signor presidente, la vita di Fabiano, come la mia e quella di tutte e tutti quelli che erano in Val di Susa, non ha stanze buie e chiuse a chiave, le nostre vite e i nostri corpi sono in piazza, esposti, ogni giorno, con dignità e fierezza. Sono le vite che quelli come lei hanno disegnato, vite appese a fili sempre più sottili, vite che si muovono in labirinti sempre più fitti, senza bussola, sì, perchè la bussola l’avete rubata da tempo. E ciò che quelli come noi possono fare è lottare, mettendo in piazza l’unica cosa che hanno: il corpo.

Lottare per riprenderci quello che la sua generazione, signor presidente, ha insegnato essere un diritto: libertà, diritti, beni comuni, e soprattutto dignità.
Salvo poi riprendervi tutto una volta che ve lo eravate garantito per voi. Complimenti.
E visto che ci avete rubato tutto, signor presidente, visto che lo stato -che noi contribuiamo a tenere in piedi lavorando come precari e lasciandoci sottrarre il nostro tempo e le nostre giornate, oltre ai nostri soldi- ci chiude in confini sempre più intollerabili e angusti arrivando a sottrarci beni che dovrebbero essere non solo garantiti ma naturali, visto che avete già fatto questo non vi rimane che agire proprio sui nostri corpi.
E lo vediamo bene, l’abbiamo visto dieci anni fa a Genova e ripetutamente l’abbiamo sperimentato in questi anni. Che li diffondiate o meno, i racconti di tutti quelli che sono stati prelevati nelle manifestazioni e sottoposti a trattamenti a dir poco inumani, noi li conosciamo.
Adesso ci avete preso Fabiano, Jacopo e Gianluca, e non solo li avete costretti a subire delle vere e proprie torture (perchè di torture si tratta, insomma, non c’è bisogno di scomodare il devoto-oli, credo che il presidente della repubblica e i giornalisti dovrebbero conoscere a sufficienza l’italiano per capire che ci sono alcune parole il cui significato è chiaro e condiviso), non solo li avete presi.

Li avete torturati e siccome non bastava state cercando di distruggerli attraverso la diffusione di notizie che li scherniscono, diffamano, umiliano.
Io a questo gioco, mi dispiace, non ci sto.
Dove volete arrivare, dove potete arrivare?
Questa non è una gara a chi è il più forte. Perchè i più forti siete voi. Avete le armi, i lacrimogeni, le torture, gli uomini addestrati (voi si), avete la possibilità di minacciarci di chiudere i luoghi dove da anni costruiamo alternative possibili e produciamo cultura, e soprattutto avete un servile apparato informativo che vi sostiene.
Però noi abbiamo una cosa che voi non avete più, soffocata dalle vostre stesse bugie.
Abbiamo la dignità, e tutti i vostri racconti inverosimili non ce la potranno portare via.

No responses yet

Lug 05 2011

oggi sono muta

No responses yet