Archive for Settembre, 2011

Set 30 2011

compiaciuto e grasso abbrutimento di una stragista il venerdì sera

Che dunque sono le undiciemmezza di venerdì ma io col cazzo che esco. Sono già pronta per la busta come direbbe la mia amica Elle, eppure oggi non ho fatto quasi niente di utile all’umanità e forse sarà proprio per questo che sono così stanca.
Lo dico e lo ripeto, il lavoro rende schiavi e rende schiavi ancora di più quando non è retribuito tipo il caso mio. Che poi figurati, quando lavori, non ti pagano e ti fanno fare pure delle cose per lo più assolutamente inutili, ti viene proprio lo sfiancamento.
Allora il venerdì sera io a volte non ce la faccio a buttare il culo fuori casa, tanto più che non saprei bene con chi, e me ne sto a casa pronta per il letto che già m’accoglie e io dico ma sì, cazzo, in fin dei conti che mi frega.
Che poi il problema di conoscere le persone è questo. Sei femmina, tuo malgrado, e allora non è che prendi ed esci così. No. Le femmine non ti cagano, a meno che tu non vada nei posti per le lesbiche, che però a Seoul sono piuttosto imboscati e io non riesco proprio a entrare nel giro poichè le ragazze sono un tantino chiuse. Devo insistere insomma ma ci penserò la settimana prossima.  Torniamo a noi. Le femmine etero. Non ti cagano. Escono solo per farsi fidanzare (e non per fidanzarsi) per farsi guardare o per farsi chiacchierare. Niente, nisba, zero. Con le femmine non c’è speranza, non c’è possibilità di conversazione. Rimangono i maschi, che il venerdì sera escono per accoppiarsi. Se sono gay non ti cagano perchè non si vogliono accoppiare con te dal momento che sei evidentemente femmina. Se sono etero la questione è doppiamente umiliante poichè gli etero coreani sono inarrivabili, dal momento che non ti guardano mai in faccia, eh no, è maleducazione. Non ti guardano in faccia e tu continui a domandarti come attirare la loro attenzione, con degli urletti, delle danze, delle bandierine tipo cartone animato giapponese? questi non ti guardano, sia mai, e allora dici vabbè mi sposto sull’occidentale. Ma l’occidentale, se etero, ha un grande problema. Egli è qui perchè, come dice la mia amica Elle, vuole la figa a mandorla. E tu evidentemente non fai parte della categoria. Quindi sei automaticamente esclusa.

Insomma il venerdì sera a meno che tu non conosca già qualcuno uscire non è proprio cosa facile, tanto più che in Corea non si drogano. Cioè, probabilmente anche si, certo che si drogano, ma devono farlo proprio di nascosto nascosto nascosto. Eh già che io c’ho l’occhio fino. Ma qui sono super discreti eh. Non lasciano tracce. Nemmeno nei vicoletti del mio quartiere che è proprio uno dei quartieri apparentemente più drogherecci.

Insomma non vedo perchè dovrei uscire di venerdì sera. Fa freddo fuori e tira pure vento. Dentro casa c’è un teporino che non te ne dico. Haendel suona dal mio computer. Ho mangiato mezzo chilo di gelato alla mandorla che ho pagato due euro perchè c’aveva lo sconto. Domani è sabato e ho un’altra vaschetta di gelato in frigo. Io  a dirla tutta così, avvolta nel piumino, trucco sfatto e sigaretta penzoloni dal labbro, mi sento proprio a mio agio.
Chi me lo fa fare a me di uscire? Io mi pascolo ancora un pochino qua, placida.

One response so far

Set 27 2011

oggi la mia domenica è di martedì

Oggi mi sono presa un giorno di pausa dalle difficilerrime mansioni di stragista, come dicono gli impiegati incalliti mi sono presa un giorno di ferie, o di permesso se ci piace di più questa cosa di dover chiedere il permesso, io invece direi che mi sono presa un giorno libero cazzo, perchè il lavoro rende schiavi, schiavi schiavissimi, il lavoro incatena strapazza addormenta i pensieri il lavoro a volte è una bestia che vede rosso e dietro il rosso ci sei tu, il lavoro è despota per sua stessa natura e ogni tanto c’è bisogno riaffermarsi e di liberarsi dal lavoro allora io oggi ho reclamato un giorno libero un giorno liberato per starmene con il mio prof yeah.

Proprio così tutta la santa giornata col mio prof,
che è stata una delle giornate più belle da quando sono arrivata a Seoul.

Proprio una giornata bellissima. C’era un sole meraviglioso di quelli che tu dici cazzo sì sì sì esci fuori sole esci fuori oggi che mi sono presa il mio giorno libero esci e abbronzami tutta alla faccia dei cadaveri bianchicci, baciami sole sole mio sudami e sbatacchiami.
Così sono arrivata all’uni dove il prof avrebbe tenuto nientepopodimenocchè la relazione conclusiva del suo soggiorno qui e io me la sono ascoltata tutta mangiucchiando sandwich offerti dall’università, una relazione peraltro fichissima che a me mi è sembrata financo troppo radicale visto l’ambiente superaccademico eccetera invece lui era ipertranquillo e allora mi sono tranquillizzata anche io però cazzo lo so che uno non ci crede ma io mi sono quasi commossa anche se non so bene se a commuovermi di più è stata la situazione demografica coreana o la passione del prof o la sua terribile ammissione che la multiculturalità non esiste e il cammino è lungo e la lotta aspra.

Vabbè ma insomma il mio giorno libero non è trascorso tutto frignando mentre il prof dai calzini a righe cercava di risolvere uno dei suoi problemi sistemici no, anzi, dopo è cominciato proprio il vero divertimento su e giù per il campus a chiacchierare e a raccontarcela a impacchettare e i libri e i progetti e i sogni e Bakunin e Soriano e Pazienza ed era una giornata bellissima, il sole se ne stava sempre là, splendido proprio come il sole sa essere mentre gli studenti ai megafoni parlavano di cose a me incomprensibili e da qualche parte qualcuno costruiva qualcosa. Questo in realtà non ricordo se sia successo, ma in Corea ovunque c’è qualcuno che costruisce qualcosa, quindi posso quasi garantire che nel mio quadro pomeridiano c’era un edificio in costruzione.
E io su e giù a zampettare col prof a ridere quando mi sono presa una tazza di roiboos che lui ha ribattezzato roipnol e a parlare di quello che si può di quello che non si può di quello che si spera.
Ma soprattutto oggi per la prima volta il mio prof non mi ha fatto pensare al teatro e mi ha ascoltata attentissimo occhi spalancati quando gli dicevo

cazzo (gli ho detto così, gli ho detto cazzo) mi sono chiesta:
ma allora tutta la mia determinazione si esaurisce nel venire a Seoul a fare uno stage non retribuito?
a questo punto potevo pure starmene alla camera di commercio di Crampobasso.

E mi sembra che lui mi abbia proprio capita, porcamiseria e porcogoverno, mi sembra che mi abbia capita proprio e mi sono sentita un po’ meno aliena un po’ meno sola mi sono sentita una grandissima privilegiata. Mi sono sentita fichissima a trascorrere il pomeriggio col mio prof che impacchettava i suoi libri e mi faceva sentire che non ero sola e mi raccontava le sue storie e ascoltava le mie anche se io ogni tanto mi fermavo perchè mi ricordavo che era il mio prof.
Come per esempio quando è venuto fuori che non uso gli assorbenti e stavo partendo con una super tarantella sulla coppetta mestruale e l’ecologia ma poi per fortuna mi sono fermata in tempo e ho evitato di fare il sermone da femminista ecologista al prof. Poco ci mancava che gli facessi vedere pure come si usa.

Splendeva il sole e noi giravamo sigarettine con questo schifosissimo tabacco della base americana avuto grazie alla bontà di una delle mie tremilaottocentotrentaquattro cape splendeva meraviglioso il sole di settembre e io mi dicevo oh, ma com’è possibile che il mio prof non è ancora diventato il capo mondiale indisscusso di tutti gli affari coreani nonchè della capacità di comprensione e umanità con delega all’entusiasmo e al carisma?

Eh, non lo so come mai. A me mi dispiace solo per chi non lo conosce il mio prof dai calzini a righe che oggi però non ce li aveva a righe i calzini ma è uguale. E sono molto invidiosa di tutti quegli studenti che lunedì se lo troveranno in classe e io vorrei tanto esserci anzi mi dico ma scusa, invece di fotocopiare i preservativi usati gratis qui a Seoul non potrei fare l’allieva modello del prof?
Poi mi dico no, io non devo fare questo, devo fare altre cose che ieri improvvisamente ho capito mentre parlavo con uno che non mi cagava di pezza e metteva in mezzo parole come determinazione e capacità e a me mi è salita una rabbia, mi è salita, e anche una paura e un’ansia e un’eccitazione che non lo so, è finita che ho scritto una mail ad Alice che è l’unica persona che fa quello che sto facendo io ovvero si sta giocando tutto.
Ma la storia di Alice è un’altra e oggi non c’entra. Oggi non avevo più l’ansia oggi ormai avevo deciso e c’era in me un po’ di paura, pensavo alle persone che potrei perdere se veramente anche qui io decidessi di andare fino in fondo, pensavo a sentimenti che non mi aspettavo di provare e che mi spaventano, pensavo pensavo pensavo e anche mi sentivo felice perchè mi ero resa conto che ero pronta a giocare fino in fondo fino in fondo.
Allora oggi ero felice e dopo aver parlato col prof e averglielo detto ero ancora più felice perchè lui non mi aveva detto che ero pazza incosciente o troppo ambiziosa, oddio magari lo pensava ma non me lo ha detto e nemmeno lasciato trasparire da come mi guardava. Anzi mi ha promesso di sostenermi e a me queste cose chi cazzo me le ha mai promesse diokèn???????

Che sole che c’era oggi a benedire il mio giorno liberato insieme al prof, che sole meraviglioso che speranza che passeggiata che pacchi che risate. E poi è successo che mi sono ricordata che il prof tra due giorni se ne va e se ne torna ad Atlantide prima che affondi, e allora mi sono un po’ rattristata anzi mi sono rattristata moltissimo perchè mi mancherà un sacco il mio prof, ecco cazzo. Mi mancherà tantissimo e mi dispiace che se ne vada e mentre lo scrivo mi viene anche un po’ da piangere e sono proprio scema. Allora mi ha anche regalato i suoi cucchiai coi gatti e la tazza dell’università e molte altre cose che adesso sono tutte sparse nella mia stanza insieme a dei pomodorini ciliegini e mi ha infilata nel taxi e ha detto al tassista di portarmi a casa e io mi sono sentita proprio come se si fosse preso cura di me e a me il prof mi mancherà un sacco e io gli voglio proprio bene e penso che i suoi prossimi allievi saranno proprio fortunati.

Ecco ora piango un pochino perchè a me quando le persone se ne vanno mi spaventa sempre molto e forse è per questo che me ne vado sempre io. Poi mi passa, perchè penso al sole del mio giorno liberato e credo di essermelo meritato tuttotuttotutto.
Boys don’t cry.

No responses yet

Set 25 2011

io in mezzo a ventimilioni di poco allegri ragazzi morti

Comincia tra pochissimo un’altra settimana da st(r)agista epperò io oggi sono un po’ meno crucciata di quanto non lo fossi domenica scorsa, sarà che ieri ho fatto dei giri per scoprire la città e ho dischiuso porte su mondi che mi sono apparsi molto affascinanti e sì, cazzo, mi sono anche divertita, ma soprattutto ho esplorato ho cercato ho annusato e ho pure guadagnato cinquantamila won prestando la mia santa vocina per un progetto non meglio definito ma in fin dei conti chi se ne frega, son trenta euro e passa, ci mangio per una settimana e son contenta.
Che hangover che risacca che disfacimento stamattina, ero tutta un relitto ma poi pensavo a ieri alla nottata incredibile, attorno a me peruviani tedeschi filippini e persino un americano che mi diceva che la colpa di questa stronzissima crisi è tutta della maledettissima globalizzazione e io non ci potevo credere, non ci potevo credere che fosse proprio uno della California a dirmi una roba del genere, e nei fumi dell’alcool pensavo allora il momento della grande rivoluzione sta forse arrivando, se pure gli americani si svegliano e la smettono di menarcela che il segreto è il mercato ma quale mercato.

Non si fa che parlare della crisi dell’Europa qui in Asia, io non capisco bene se loro siano preoccupati di colare a picco o se non vedano l’ora di pigliare la palla al balzo e fare il colpaccio e via, si comprano tutto, Italia compresa, e ti faccio vedere che bel casino mondiale. Io sinceramente a tutte le domande paratecniche non so cosa rispondere, tantomeno non sapevo cosa rispondere ieri, che prima del momento topico avevo ingaggiato una gara di birra con un tedesco e insomma, ovviamente avevo perso ma mi reggevo ancora abbastanza bene, sebbene ferocemente abbrancata al parapetto di un appartamento al quindicesimo piano in un posto dove a s s o l u t a m e n t e non saprei tornare.
Allora per un po’ ci ho provato ad essere seria e a dire all’amica filippina che insomma sì, stiamo cercando una strategia comune, che ce la faremo, ma dopo un po’ mi sono girata l’ennesima sigaretta e le ho detto frankly I don’t give a shit. Lei ha riso, per quanto mi ricordi.
Che se tutto va male e l’Europa laggiù affonda, io in fin dei conti sono qua e ci ho anche il visto, quindi insomma, ieri sera nella sbronza mi sentivo anche minimamente paraculata, pensavo che era come quelle persone che per sbaglio erano uscite di casa mezz’ora prima del terremoto e la casa bum giù. E loro vive. E la casa morta. La sbronza ti fa essere egoista e ti fa dimenticare i buoni propositi di lotta eccetera. Io ieri sera volevo solo bere e dimenticare la solitudine la precarietà la struttura volevo solo divertirmi con quegli amici occasionali che probabilmente non rivedrò mai più ma che mi hanno fatto sentire meno sola in questa città sterminata.
Seoul è un casino e il sabato mattina tutti si acchittano vestiti da trekking e vanno a passeggiare sui monti che circondano la città, a me sinceramente mi fanno ridere, perchè non c’è un cazzo da fare trekking, sono camminate su stradine sterrate rese perfettamente agibili, a volte leggermente in pendenza, ecco, ma non c’è bisogno di tutto quell’armamentario e poi diokèn mi fanno ridere mio malgrado tutte quelle braccia coperte dal sole e quei cappelli a falde larghe e l’orrore della luce che hanno in molti qui. Lo so questo commento è un po’ razzista e disvela una mia certa difficoltà nell’accettare i costumi altrui, lo so lo ammetto ma oh è così, ho comprensione e ammirazione per moltissime cose della Corea che sto conoscendo, ma questa cosa del sole e della bianchezza della pelle proprio non la mando giù, mi fanno impressione le vagonate di creme sbiancanti che si vendono nei negozi di bellezza, mi fanno impressione quelle facce da teatro No, cadaveriche a dispetto di un colore che evidentemente sarebbe più vitale, mi fanno proprio una certa impressione e certe volte in metropolitana percepisco lo sguardo di disapprovazione, pur se culturalmente ipercelato, nei confronti delle mie braccia nude e abbronzate e della mia faccia che, mioddio, ha delle rughe! delle rughe! ma vuol dire che io cazzo faccio delle espressioni!!! non è armonioso non è corretto non è bello.
Mi viene a volte voglia di fargli le linguacce, a certi cadaveri di bambola, solo per il gusto di dimostrare che cosa può fare un corpo, quanta paura può incutere, ma poi mi dico cazzo vitantonio calmati in fondo cosa vuoi che sia sei soltanto salita in un vagone pieno di cadaveri epperò i cadaveri sono la maggioranza, immagina cosa penserebbe uno di codesti cadaveri se fosse catapultato che ne so sulla circumvesuviana in pieno agosto in mezzo al sudore ai colori alle grida ai bambini obesi alle nonne con l’alluce valgo, il cadavere pazientemente cercherebbe di non farsi troppo contaminare da tanto disordine e forse penserebbe cose tanto razzisti quanto quelle che stai pensando tu adesso, o forse no, nella sua cadaverica armonia asiatica farebbe dei pensieri sul mondo sull’armonia e su Confucio e non giudicherebbe tutte le signore starnazzanti e i loro borsoni pieni di timballi da portare in spiaggia. A me personalmente oggi persino gli starnazzi mi mancano un po’ ma è solo l’hangover e questo cazzo di fuso orario che rende difficilissima ogni comunicazione con le persone che mi sembrano vive e che amo e che mi mancano. Io non capisco com’è questa storia del fuso orario, non potremmo avere tutti nel mondo uno stesso orario? perchè la terra gira non potrebbe starsene ferma perbenino? e adesso non sarebbe che qui è quasi notte e in Italia è pomeriggio, sarebbe che ci potremmo parlare e non si dovrebbero prendere questi appuntamenti allucinanti tipo ci sentiamo alle undici e poi scopri che l’altro intendeva le undici sue ma alle undici sue tu eri nel pieno del sonno perchè per te erano le sei diokèn. Io non avevo mai pensato che il fuso orario potesse occupare tanta parte dei miei pensieri. Sarà che non ho niente a cui pensare?
Epperò alla fine il fuso orario in tutta la sua stronzaggine ti costringe anche a farti la tua vita qui a non stare sempre attaccata a quello che hai lasciato, che poi tanto lo sai che tornerai ad Atlantide, ammesso che non sia ancora affondata, e qualche cosa succederà.

Questo pensiero mi porta direttamente a un corpo a un odore a mille odori e sapori e sguardi e cose che mi sembra di avere ancora appiccicate sulla pelle e allora mentre sto qui senza mutande a scrivere il mio post da stragista mi sale un miscuglio di cose che finisce che adesso chiudo tutto e mi vado a fare una passeggiata. Sì lo so ho appena scritto che sto senza mutande. Però voglio specificare che fino al busto sono completamente vestita. In questo sono diventata molto coreana, chè i coreani sono moooolto timidi e pudichi per quanto riguarda il busto le spalle il seno che non si deve vedere niente sennò mioddio è uno scandalo, però sotto puoi pure uscire in mutande, che quello non è un tabù. Allora io per porre una controtendenza a questa mia scomodissima uscita razzista di oggi sui cadaveri eccetera ho deciso di essere più realista del re e sto girando in casa completamente vestita fino al busto e poi nuda. E’ un gesto a favore dell’integrazione.

Bene adesso vado a dormire e domani devo ricordarmi di mettere le mutande perchè non essendo i miei colleghi coreani non so se apprezzerebbero questo mio gesto di apertura interculturale yeah.

No responses yet

Set 22 2011

carletta non tirare la coda al gatto.

Oggi ho tenuto una conferenza all’università. Che detta così sembra una cosa fighissima invece posso assicurare che non è così come sembra stavo soltanto adempiendo a uno dei miei doveri di stagista, e allora avrei potuto metterla in molti modi mostrare video fare lezione di grammatica mandarli a casa che ne so  chiedere dove si trovano le droghe pesanti a Seoul (sono sicura che sarei riuscita a farmi capire) invece ho scelto di fare una lezione su alcuni che a me mi piacciono tanto ovvero Pazienza e Tondelli. Che cavolo, questi la dovrebbero smettere di studiare D’Annunzio diokèn, e cominciare a sbavare sulle tavole di Pazienza che sennò non ne vengono più fuori e arrivano in Italia convinti di trovare le tamerici salmastre e fasciste mentre piove governo ladro.

Allora ho tenuto questa lezione e loro all’inizio se ne stavano un po’ intimiditi e confucianamente immobili, e io non capivo se l’immobilità fosse dovuta al fatto che non capissero una cippalippa, che fossero già morti o che avessero messo i loro ologrammi ad ascoltarmi mentre loro pomiciavano in bagno. Allora così un po’ goffamente come mio solito ho cominciato a lanciare il sassolino oltre il muro, ho allegramente iniziato a romperlo, il muro, ed è successo che sono apparsi i primi sorrisi e timiderrimamente qualche voce ha pronunciato mioddio il nome di Quentin Tarantino, anche se nessuno sapeva chi fosse Takeshi Kitano ma in fin dei conti a me che mi frega? sono loro che hanno problemi col Giappone, mica io. E insomma la lezione è andata mano a mano trasformandosi in un allegro incasinato intruglio durante il quale a un certo punto mi sono trovata stesa sulla cattedra a giurare che in fondo ero ancora una teen-ager mentre loro si sbellicavano dalle risate, alcuni con la mano davanti all’educatissima boccuccia, perchè in fin dei conti non è proprio esattamente confuciano ridere a crepapelle davanti all’insegnante ma non è manco confuciano avere davanti un’insegnante stesa sulla cattedra che inventa parole in inglese per farti capire cos’è la letteratura pulp e il delirio felicissimamente è esploso incontrollabile e caotico nel momento in cui sono riuscita a trasmettere il senso di una frase scritta su un muro di Bologna nel 77 che avevo mostrato sulla lavagna e che diceva “prometto di non scrivere mai più sui muri”.

Venticinque coreani che ridevano ed erano imbarazzati dalle loro stesse risate e dalla mia presenza che miosantoconfucio non era assolutamente dignitosa non era assolutamente professionale ma in fondo proprio per questo, proprio perchè io saltavo in piedi sulla sedia calpestando coi tacchi da vera diplomatica tutte le regole di secoli di disciplina armonia e menate varie proprio per questo anche loro erano esentati dal rispetto della regola e quindi ridevano, i venticinque coreani, ridevano e non si capacitavano e parlavano e facevano financo due e dico due domande.

E poi improvvisamente la lezione è finita e c’era il sole e attorno a me l’università e io che totalmente inevitabilmente irrimediabilmente di nuovo amavo il mondo e non volevo andarmene più e una giovane coreana che mi regalava un pupazzetto e un’altra che mi dava uno jogurt e Seoul era bellissima e io mi dicevo cazzo cazzo cazzo ho ritrovato il senso eccomi eccolo e tra quelle facce vedevo Laire che proprio non riusciva a trattenere la risata-stormo mentre io leggevo Tondelli arrovellandomi tra le parole  e vedevo l’Annina che stava non so come mai spillando la birra dietro un bancone immaginario e Lafla che girava tra un’aula e l’altra controllando che tutto fosse a posto e cavolo c’erano proprio tutti c’erano proprio tutte c’era pure Alecchia che le sapeva a memoria, le parole che leggevo, e giuro non avevo preso allucinogeni niente di niente ma era tutto perfetto preciso infilato a pennello e quando poi ho chiuso il libro e guardato la mia classe ho visto il Socio che sorrideva e mi faceva l’occhiolino.

Poi ho preso un autobus e la città era meravigliosa e non c’era niente che mi preoccupasse non c’era niente che mi mancasse mi sembrava che questo mondo strano e storto avesse da qualche parte un senso suo nascosto anche se io non lo trovavo, la città splendeva e io vedevo dentro di me l’Europa lontana che mi mancava sì ma poi non così tanto, mi vedevo profuga messa in salvo all’ultimo momento mi vedevo speranzosa la città era meravigliosamente immensa e io avrei voluto che la vocina automatica dell’autobus non dicesse mai il nome della mia fermata perchè il mondo era bello e io stringevo nella tasca l’orsacchiotto ed ero così felice, così felice che arrivata nel quartiere dove lavoro sono andata a mangiare da sola e ho avuto per la prima volta il coraggio di ordinare il cibo in totale autonomia, e la signora del ristorante era così fiera di me che mi ha regalato una scodella di zuppa, cazzo cazzo il mondo andava proprio per il verso giusto e io pensavo che forse potevo anche starci in questo stracazzo di mondo anche se tutti erano lontani anche se tutti ormai facevano cose diverse cose che non mi includevano più io mi sentivo che insomma c’era un posto pure per la sottoscritta farfugliatrice così mi sentivo e così

la gerarchia
l’ordine
la burocrazia
tutto pulito
tutto perbene
tutto su gradini
dal più basso al più alto
dal più piccolo al più grande
carletta di qua
carletta di là
questo non si dice
questo non si fa
la gerarchia
l’ordine
la burocrazia
le cose che vogliono sempre dire qualcos’altro
mettiti al tuo posto
sennò ti ci metto io
carletta di qua
carletta di là
dottoressa, ci sarebbe un compito di fondamentale importanza per la sopravvivenza stessa della nostra struttura, ecco, crediamo che lei possa essere in grado, perchè ci vuole una persona abile, capace, di fiducia, e dunque dottoressa, per cortesia, ci sarebbe bisogno che fotocopiasse in fronteretro questo rotolo di cartaigienica usata.

 

 

3 responses so far

Set 19 2011

e come lazzaro resuscitò dai morti.

Alle quattro me ne scappo dal lavoro perchè se dovessi rimanere di più finirebbe che farei troppe ore e non sarei assicurata eccetera quindi potrebbe capitare che se mi rompo una gamba come si suol dire poi mi devo costruire il gesso con la saliva allora io alle quattro e qualche minuto chiudo tutto e me ne esco dall’edificio a lucine. Subito opero la trasformazione da funzione a essere umano ed essa si manifesta nella repentina eliminazione delle scarpe chiuse in favore delle mie ciabattine consumatissime che è come camminare scalza. Che me lo diceva la mia mamma ma da dove sei uscita tu che non ti vuoi mai mettere le scarpe e stai sempre coi piedi nudi dappertutto. Io rispondevo ma’, se non lo sai tu da dove sono uscita figurati io, che ero troppo piccola e non mi ricordo.

Mentre opero la transformescion mi pongo le domande esistenziali tipo ma io, sono veramente convinta di voler fare questa cosa? ma non sono in tempo per scappare? ma poi uno, se finisce veramente col fare questa vita qua, in cui sta mascherato da funzione per otto dieci ore al giorno, dove le piglia le soddisfazioni?
Me lo ripetevo alla Marci quando in gioventù la mia capa mi dava ordini inspiegabili e me lo ripeto anche oggi, e pure lo ripeto alla mia amica Elle noi non siamo il nostro lavoro noi non siamo il nostro lavoro noi siamo molto molto di più del nostro lavoro. E mentre lo ripeto arriva lo stagista che spera di fare la figura del brillante e del colto e mi dice “citazione da fightclub?” e io lo guardo con l’unico occhio che vorrebbe incenerirlo e mi viene da eruttare fuoco e aglio, tanto e’ miserabile l’incapacità di alcuni di pensare che qualcuno possa anche elaborare delle teorie originali senza per forza citare un film. Nella fattispecie io. Che poi a me fightclub un po’ mi fa pensare a quel violento dissociato del mio extutto e non è che sia proprio un film che ho amato amato amato, eh.

Terminato il piccolo sfogo sconclusionato rimango con gli interrogativi esistenziali e penso al mio prof che mi diceva tu devi fare l’attrice. Me l’ha detto anche quando ci siamo incontrati per mangiare la carne come si fa qua in Corea coi bastoncini di ferro e quei bracieri in mezzo al tavolo e i paninetti di insalata salsine e carnazza che sono una meraviglia ma insomma me lo ha ripetuto il prof, e dove li metti questi anni di lavoro dove la metti l’esperienza maturata eccetera?
Mi viene quasi fuori il commento omofobo ma poi vado oltre e dico bah non lo so ma io ho come perso il senso come perso la bussola.

Questo al prof non gliel’ho detto. Ho imparato che per essere credibile una non può dire onestamente: sono persa confusa il mio sogno è morto e io sto disperatamente cercando altre luci altri porti da raggiungere altri entusiasmi, li sto cercando studiando lavorando eccetera epperò per il momento non li trovo.
Queste cose non si possono dire assolutamente, bisogna essere decisi puliti e pettinati . E mentre io dentro di me frano perchè sono completamente sbrindellata guardo uno dei miei tredicimilasettecento capi e dico sì sono profondamente interessata a fare questo ma anche a fare quest’altro sì sì sì.
Poi penso che tra qualche giorno pure il prof se ne va e a me un poco mi dispiace perchè poi una volta che le persone se ne vanno un po’ le perdi.
Oppure le perdi perchè te ne vai tu ma questo è un altro discorso.

Penso che oggi sono stata proprio educata e ho cominciato a cercare di rispettare tutti i rituali coreani del pasto anche se non è che mi venga proprio bene anzi a volte sono proprio una maleducata ma tutti abbozzano, poi mi sono fatta perdonare dando una pubblica lezione di rollaggio di sigaretta che ha attirato una vasta gamma di commenti che andavano dall’entusiasta al disgustato passando per quasi tutte le sfumature intermedie.
Penso che mi piace molto mangiare il kimchi e soprattutto mi piace mangiare il kimpap perchè mi sento come un personaggio dei cartoni animati, e nei cartoni animati l’eroina alla fine dopo mille fatiche vince sempre. Anche io vincerò, a suon di kimpap. Ma vincerò chi, cosa?contro chi contro cosa?

Di chi è la colpa se sono così persa? della mia mamma e del mio babbo? dei miei prof al liceo? del sistema che mi ha fatta così precaria tra precari? del nano malefico che governa il mio paese? del fondo monetario internazionale? della banca mondiale? della Grecia e del suo falso in bilancio? della Merkel che sarà anche una culona (come me del resto) ma ci ha in mano mezza Europa? di quelli che dividono il movimento ad ogni costo? di quelli che ad ogni costo lo vorrebbero unito anche quando non c’è un cazzo da unire? di chi è la colpa? di quelli che hanno inventato lo stage non retribuito? dei miei piedi nudi insofferenti alle scarpe chiuse? degli Africani che non sterminarono i primi bianchi che si andavano a pigliare gli schiavi? di Stalin e del piccì? Di chi cazzo è la colpa? Chi ha nascosto la bussola? E gli altri, gli altri come fanno a sopravvivere?  e soprattutto, è proprio vero, è proprio vero sempre che

c’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo???????????

No responses yet

Set 16 2011

il titolo, cazzo.

Forse la produzione musicale non era eccelsa forse no davvero, però io stasera mi sono trovata in mezzo a questi coreani e per la prima volta li ho visti vivi, vivi e vibranti e rivendicatori, e c’era un tipo con una coda di volpe attaccata ai pantaloni che cantava canzoni che non capivo se fossero strazianti o farsesche, e la gente che le sapeva a memoria, e un danzatore butoh che come il vento dispettoso della Romagna si è intrufolato da quella finestra che avevo dimenticato socchiusa e c’è stato un momento in cui quasi stavo piangendo, ma solo un momento davvero, perchè ecco subito dopo il cantante giapponese provava per me a tradurre il suo humor tutto asiatico in inglese e io non ci capivo nulla ma apprezzavo, apprezzavo e giravo le ultime sigarette del mio preziosissimo tabacco.

E mi rendo conto che in questo periodo i miei post sono dei cloni l’uno dell’altro, violentissime vagonate di parole una sull’altra senza pausa senza respiro, proprio come sta capitando alla mia vita da un anno e mezzo a questa parte, e mi sembrano mesi, mesi che sono a Seoul, ci sono giorni in cui la mancanza è così forte che mi domando che cosa ci sto facendo io qui, ma non qui in Corea, no, che cosa ci sto facendo qui io a rubare ossigeno ai più degni, e poi ecco mentre mi struggo arriva a tradimento il momento in cui mi sembra di meritarmelo tutto, il mio ossigeno.

Allora stanotte ho scoperto un pezzo di Seoul dove mi potrei sentire forse non a casa ma almeno non su un altro pianeta, un luogo un po’ sotterraneo (letteralmente) dove le persone respirano ognuna tranquillamente col suo ritmo e a volte cazzo ti parlano, anche se non ti conoscono. Forse un po’ pateticamente potrei dire che ho scoperto stasera persone e non funzioni, curve imprevedibili e non equazioni lineari, un briciolo di patafisica in Asia e qui mi fermo con le metafore perchè secondo me il sakè è ancora troppo in circolo.
E proprio mentre mi stavo divertendo in questo miscuglio di lingue tutte troppo lontane dalla mia, proprio in quel momento il danzatore ha cominciato il suo lamento e io assai poco umilmente assai pochissimamente umilmente mi sono ricordata di quando sul palco c’ero io e mi sembrava di essere capace di muovere le viscere di quelli che ascoltavano, assai pochissimamente umilissimamente ho ricordato quella replica del nostro spettacolo a Bologna e le facce delle persone e gli occhi lucidi di rabbia e rivendicazione e gioia e orgoglio e la giacca perfettamente stirata del Socio e i miei piedi scalzi in mezzo a tutto quel bianco e assaissimamente pochissimamente umilissimamente mi sono ricordata quanto mi sentissi piena e presente e bella e amata e ho pensato poi un attimo dopo mentre le mani del danzatore suonavano una lira immaginaria ho pensato ecco forse io non lo farò mai più e ho avuto per un attimo il mio momento shakespeariano la mia tragedia per un attimo sono stata Ofelia che non si capacita della meschinità dell’ingiustizia cosmica e molto tragicamente ho sospirato mi sono messa una mano sulla fronte una lagrima è scesa sul mio viso pieno di rughe che i coreani tanto disprezzano (per le rughe, appunto), per un secondo sono stata proprio io sola unica Ofelia innocente e tradita dal fato ma poi mi è arrivata una birra, una tipa mi ha chiesto l’accendino e  ho dimenticato la tragedia annegandola nel progetto di sakè.

E glugluccisa la tragedia mi sono trovata di nuovo la caricatura di me stessa addosso, abbastanza felicemente direi, io la solita cicciona strabica come disse il tipo in suv che se lo straporti il dio dei carrattrezzi, mi sono trovata e ritrovata su una vespa che mi ha fatto fare un rapiderrimo viaggio attraverso dimensioni inimmaginabili ma possibili fino a scaricarmi proprio sotto casa non so nemmeno io come.
E a me, si sa, andare in vespa piace tantissimo.

Allora adesso c’ho tutto il friccico della vespa della chiacchierata da casco a casco della danza butoh della musica del sakè della mia piccola tragedia mal consumata e sono così addensata che non mi fumo manco una sigaretta, me ne vado a dormire e mi pongo tra le righe domande che non si possono scrivere non si possono manco pensare.

Ecco basta, sono due settimane e un giorno che sono qua, e c’è del marcio in Danimarca.

No responses yet

Set 14 2011

io l’ho sempre detto che il mercoledì devo solo dormire.

Eh, che francamente io sono un po’ scoraggiata. Mi viene in mente quest’immagine di me piccola jena che mi sbrano un cadavere e attorno a me altre piccole jene tutte ad azzuffarsi per lo stesso cadavere, però tutte bene mascherate da personcine a modo, e intanto via che cerchiamo di strappare brandelli, gli ultimi brandelli, perchè in realtà il cadavere è già stato sbranato molto tempo fa e da qualcun altro, e noi giù a cercare gli ultimi pezzetti di carne ma non c’è rimasto niente, non c’è rimasto niente porca miseria, è inutile che ci accaniamo.

Mi dico è la distanza, mi dico che è normale, mi dico poi passa adesso mi faccio uno shampoo proprio come insegna Gaber e come faccio ogni volta, lo shampoo è un’attività quasi zen perchè ti obbliga a stare concentrata onde non scottarti o peggio lavarti con la candeggina. Mi dico ecco ora mi vado a fare lo shampoo però stasera ci ho un groppone grossogrosso come quando me ne andai di casa la prima volta soltanto che a diciott’anni avevo molte speranze in più porcamiseria, e c’è questa luna mezza piena e mezza vuota questa luna gialla che se ne sta beffarda proprio in mezzo al quadrato della mia finestra con zanzariera bucata, se ne sta là e mi ricorda dov’ero esattamente una luna piena fa e mi viene una tristezza cazzo una tristezza infinita perchè mi pare che sto facendo un casino dopo l’altro e adesso eccomi dall’altra parte del mondo a cercare di darmi un senso, un senso che non trovo semplicemente perchè non lo posseggo.

E non è che non mi piaccia la Corea mi piace tutto mi piace la Corea mi piace Seoul mi piace andare a lavorare tutte le mattine facendo le scalette che portano da casa mia all’ufficio mi piacciono anche i topolini che incontro per la strada, mi piace quando il mio prof mi porta in giro perchè mi ha detto che avrebbe fatto da garante alla mia integrazione e mi piace quando la mia amica Elle mi invita a cena perchè lo sa che sennò io non cucino e non mangio, mi piace tutto davvero però io mi sento molto sola e molto persa e non lo so se sono capace di fare quello che mi ero detta che avrei fatto.

A me mi sembra che le persone un po’ mi sopravvalutino. O mi sopravvalutano o mi ignorano. Ma non esiste una stronzissima via di mezzo scusate?
Cioè non vorrei che questo mio sproloquio del mercoledì potesse suonare come una resa una disfatta eh no che non mi arrendo no che non mi disfo, anche perchè non ho alternativa alcuna e dunque sto in piedi fino alla fine della festa, indipendentemente da quando arriverà. Però ci sono giorni, come oggi, in cui mi sembra di non avere proprio i requisiti, come ti dicono alle agenzie interinali, mi sembra di non avere i requisiti mi sembra che il mio profilo non sia proprio quello adatto, io non ce la posso fare ecco cosa mi sembra.

Questa luna cattivissima continua  a guardarmi col suo ghigno assassino e scema io che mi illudo che la luna guardi proprio me o che guardi qualcuno in genere, lo sanno tutti la luna non guarda uno stracazzo di nessuno perchè non ha occhi, sono io che proietto le mie insoddisfazioni le mie mancanze eccetera nell’immagine della luna affacciata alla mia finestra, lo so benissimo cazzo sette anni di psicoterapia mica bruscolini, non è la luna che mi guarda sono io che mi sbatto in faccia i dettagli e tutta la densità nella quale vivevo una luna fa e che adesso è scomparsa dissolta pufff e io sono qua a otto ore di fuso orario da qualsiasi comunicazione possibile e mi sento sola come una stupida.

Oggi ci sono delle cose che mi mancano così tanto che non riesco a scriverle.

One response so far

Set 12 2011

il soju e le barriere culturali

Ebbene iersera con una serie di stratagemmi e l’aiuto prezioso di amici distanti sono riuscita ad uscire a Seoul, dunque adesso dovrei descrivere la vita notturna della capitale, i giuochi i diversivi e i passatempi. L’ingrediente fondamentale pare essere questo Soju, una specie di vino liquoroso amaro, piuttosto forte, che non ho capito perchè il mio ospite mi ha detto essere fermentato chimicamente. Il Soju ti viene venduto in bottigliette da mezzo litro, lo bevi in shottini oppure mescolato con la birra in una procedura assai pittoresca che vede persino l’uso di un paio di bacchette che vanno violentemente sbattute nel mezzo della poltiglia per farla schiumare.
Io l’ho trovato divertentissimo.
L’apparente inocuo Soju ti scende giù che è una meraviglia e in men che non si dica ti trovi ubriaca marcia, seduta di fronte a un coreano eterosessuale.
Il problema dei maschi eterosessuali in genere nel mondo, come ho potuto constatare durante i miei viaggi, è che -a meno che non siano tuoi amici amici amici, ma anche questa non è una garanzia di ferro- quando cominciano a bere troppo spesso ci provano.
Chiariamoci subito, non è che questa pratica mi disgusti o incontri la mia disapprovazione, però cazzo, diciamo che preferirei in questo momento poter uscire con una persona senza dovermi domandare per tutta la sera se il suo interesse verso la mia conversazione è genuino o se si è già convertito alla religione della vulva.

Ieri all’inizio della serata ero convinta che a Seoul i maschi eterosessuali non fossero come quelli europei, da questo punto di vista, tanto più che, mettendo le mani avanti quando eravamo ancora alla prima bottiglietta di soju, avevo specificato a scanso di equivoci di essere impegnata. So che i miei amici più hard-core mi avrebbero suggerito di buttarmi a piè pari nella prima esperienza sessuale coreana, ma io non ne volevo mezza, mi pare di aver fatto già un sacco di esperienze nuove non vedo perchè avrei dovuto bruciare le tappe in questo modo. Certo, sento di aver tradito la fiducia della mia amica Irene che aspetta racconti pornografici dalla Corea ma ho come l’impressione che il mio gentilissimo ospite di pornografico mi avrebbe offerto ben poco, visto che la sua seconda battuta è stata “sto cercando una ragazza da sposare”. Ho l’impressione di non essere io, amico.

Ma a parte il delicatissimo lavoro da equilibrista che ho dovuto fare per tutta la serata, la conversazione è stata piacevole e ho imparato un sacco di cose sulla Corea e i coreani, che ovviamente mi tengo per me, sennò che gusto c’è. Alla terza bottiglia di soju gli equilibrismi della sottoscritta diventavano più faticosi e provavo a spiegare al mio ospite che in Europa molto spesso i giovani non si “fidanzano” ma si “frequentano” . Con molta pazienza il mio ospite mi diceva invece che in Corea è cosa assai comune, all’inizio di una relazione, chiedere “quante relazioni hai già avuto?” e OVVIAMENTE i maschi tirano ad alzare il numero e le donne cercano di abbassarlo. Bella merda. Mi sono domandata se sia opportuno mostrare anche la cintura con le tacche. Alla quarta bottiglia di Soju il mio ospite mi ha confessato che gli piacevo molto e che lui sarebbe stato disponibile a un sexual affaire così, in amicizia. Io, con gli occhi che se ne andavano dovunque, gli ho chiesto gentilmente di mettermi su un taxi prima che mi trasformassi nel mostro di Lockness.
Da lì a stamattina è stato un lungo sonno interrotto soltanto dai vicini che cominciavano a festeggiare il loro Chuseok.

Dunque mi dispiace molto ma non saprei ben dire come i coreani trascorrono le loro nottate, posso solo dire come l’ho trascorsa io, e mi sono divertita molto, almeno fino alla terza bottiglia di soju. E poi la notte Seoul è proprio lo specchio dell’Asia che mi immaginavo io: traffico, lucine, palazzi altissimi e giovani alla moda che indossano tacchi a spillo o cravatte sottili o tutt’e due, e io mi sento come in uno di quei fumetti di Altan, solo che non ho affari loschi da trattare nè oro da vendere nè diamanti da smerciare sottobanco. Ma questo è solo un dettaglio. La prossima volta che esco voglio andare in un club, e vediamo che succede.
Cioè, vediamo che MI succede….

No responses yet

Set 09 2011

la prima paranoia asiatica

Itaewon a pochi metri da casa è tutta un rigurgito di minigonne e soldati americani, di urla sigarette fumate a metà club sbrilluccicanti e scarpe dal tacco spezzato sulle surreali salite che portano in cima alla collina. In cima alla collina ci sto io, che stasera, venerdì, non esco, anche perchè non avrei nessuno con cui uscire e penso a molte delle persone che sto conoscendo in questi giorni, che sicuramente sono uscite e adesso sono in un club esclusivo con gli amici, e se non hanno gli amici veri hanno almeno i soldi per pagarsi degli amici finti che tengano bene la parte. Io a pagamento potrei fingere di essere amica quasi di chiunque, diciamolo.
Penso a questo mio sito che negli ultimi cinque anni è stato complice mezzo fine quaderno e finestra, e in questi giorni mi sta dando tanti crucci perchè qui tutti mi dicono che le persone rispettabili queste cose non le fanno.

Pare che le persone rispettabili non abbiano fantasie non abbiano storie, che non abbiano pulsioni e che siano sempre completamente coerenti con loro stesse, che indossino sempre le mutande del colore della camicia e che vivano in case dove lo scopino del cesso è dello stesso colore dello spazzolino, pare che le persone rispettabili non abbiano voglia di raccontarsi non abbiano nemmeno tempo, che non osservino, che non ascoltino, pare che siano troppo impegnate a fare le persone rispettabili.
E insomma in questi giorni va tutto bene non foss’altro che per il fatto che mi sento ingabbiata mi sento imbrigliata cazzo mi sento legata mi sento che se voglio fare la persona rispettabile magari è ora che questo sito io lo chiuda perchè le persone rispettabili non dicono quello che pensano.
Anzi.
Forse le persone rispettabili non pensano.

E invece io da questa casa sulla collina più malfamata della città ancora una volta rivendico l’umanità e la dignità dei pensieri dispettosi reclamo la bellezza del mostrarsi fragili incongruenti a volte indecisi spaventati, e pure di colpo un attimo dopo entusiasti e risplendenti di luce meravigliosa.
La rivendico, cazzo, la possibilità, anzi la necessità a volte, di stare in contatto con lo sporco, lo schifo, la bruttezza che sta dentro la panza malefica come uno spiritello cattivo di quelli che ti si aggrappano al piede e ti fanno inciampare sempre un gradino prima della salvezza, rivendico l’assoluta necessità di parlare con lo spiritello anzi con gli spiritelli, che tanti sono e a volte incomprensibili a noi stessi, rivendico cazzo rivendico questo come pure il diritto di spiattellare la propria felicità la propria gioia quando c’è, che già è così difficile porcapaletta già è tutto così stramaledettamente difficile, figuriamoci se poi uno si deve anche preoccupare di nascondere la bellezza eh no, io a questo gioco non ci sto uffa.

Invece in questi giorni pare proprio che arrivino mille messaggi subliminali collegati al fatto che così non si va da nessuna parte, che il primo passo per fare le persone rispettabili è non mostrare i sentimenti o meglio ancora non provarli punto.
E io invece vorrei dire che forse non sarò mai una persona rispettabile ma voglio rimanere umana, di carne e sangue, viva calda umorale materica, perchè secondo me questo è l’unico senso che si possa dare a una vitaccia faticosa e in salita.
Io voglio sempre avere il coraggio di cantare in bicicletta, io non voglio mai perdere la voglia di camminare senza scarpe, io non ci sto a vergognarmi di come sono, e lo so che sto facendo la parte di Don Quixote che si sfracica tragicamente contro i mulini a vento, ma ho trentadue anni, quasi trentatrè, proprio come gli anni di cristore, e non sarò mai una persona che accoppia le mutande alla camicia e ai calzini, non ce la posso fare e soprattutto credo di non volerlo fare, credo di volermi vivere così come sono, credo di cercare un posto dove tutto questo possa non essere soltanto un difetto una schifezza un errore io credo di cercare un posto dove le persone mi apprezzino non nonostante ma proprio perchè sono così.

Chiedo troppo chiedo troppo lo so e finirà che anche questo sito morirà il giorno in cui i soldi finiranno e tutti gli imbecilli che ho intorno avranno imparato a fare le persone rispettabili mentre io no. Loro ci avranno lo stipendio e io scriverò i nomi in coreano su braccialetti di cuoio sotto il ponte di Galliera a Bologna.
Oddio già me lo vedo.

Ma ecco mi accorgo proprio in quest’istante che m’ha preso la prima paranoia asiatica in questo infinito venerdì, s’era acquattata accanto a me già da stamane, complice il tempo bruttassai, foriero di tifone giapponese, s’era nascosta, la stronza, la paranoia malefica, e appena la stanchezza m’ha vinta ecco la paranoia saltare a piè pari sul tavolo e ballare volgarmente la sua macarena. Sarà che oggi ho visto il mio prof e ho pensato che è proprio bravo e che io sono una spiantata e non ce la farò mai e se lui fosse saggio davvero forse mi direbbe cercati un posto in pizzeria. Sarà che oggi ho ascoltato troppe troppe lamentele inconsistenti e inutili. Sarà che in questo cazzo di paese il tabacco non si vende. Sarà che mi sento un’imbecille ma insomma la paranoia spadroneggia dentro di me ed ecco il risultato.

Ma adesso io riprendo il controllo e mi fumo l’ultima sigaretta sul tetto della mia nuova casa a Itaewon, guardando il carnaio sotto di me immaginando l’odore della gente che si mescola e si contamina, mi fumo la mia ultima sigaretta e poi vado a letto.
Da lì a un altro giorno è solo un attimo, che trascorrerò dormendo.

3 responses so far

Set 05 2011

oggi per me

Oggi Seoul è un caldo umido che ti appiccica i vestiti puliti addosso. Vestiti che peraltro coincidono con l’unica tenuta elegante che hai, e che nel giro di tre minuti si trasforma in un accappatoio inservibile.
Oggi Seoul è consolarsi, perchè tanto sei soltanto l’ultima stagista, e nessuno noterà che al posto del vestito elegante hai un accappatoio sudato.
Oggi Seoul è rimanerci un po’ male perchè non vedevi l’ora di rivedere il prof che materialmente ti ha fatta arrivare qua, e lui è impegnato, e tu pensi che ti sei presa troppa confidenza e sei un pochino contrariata.
Oggi Seoul è un mucchio di gente che non ha il coraggio di dirti di no e - per farti capire che non vuole accettare la tua proposta - ti sbatte per ore da un ufficio all’altro, e in ogni ufficio ti dicono che quella non è la porta giusta, devi andare alla porta accanto, ma te lo dicono solo dopo averti rintronata di chiacchiere per almeno quaranta minuti.
Oggi Seoul è un interminabile discorso sui servi dello stato, mentre tu pensi che non hai nemmeno i soldi per comprare un vestito nuovo al posto di quello che si è appena trasformato in accappatoio.
Oggi Seoul è un cellulare nuovo ma usato, che in venti minuti ti fanno tutto quello che c’è da fare e tu pensi alla burocrazia europea e ti viene da ridere.
Oggi Seoul è una stronza che non ti spiega come arrivare a casa sua e tu perdi un sacco di tempo, sempre bardata nell’accappatoio che un tempo era un vestito elegante, e finisce che te ne vai senza vedere la casa dove avevi vagheggiato di andare ad abitare.
Oggi Seoul è gente che ti rimette al posto tuo, che guarda caso è l’ultimo gradino in fondo a destra poco prima del bagno.
Oggi Seoul è un bambino di cinque anni che ti aspetta sveglio e ti si arrampica ale gambe. E una ragazzina che ti ha preparato i muffin. E un’amica che ti fa l’orzo col latte e ti compra lo yogurt.

Seoul, oggi, sono io avvolta nell’accappatoio che un tempo fu il mio vestito più elegante, sporca, sudata, dopo aver invano tentato di comunicare con una ventina di tassisti senza cavare un ragno dal buco, che mi siedo su una panchina nascosta da un ordinatissimo cumulo di cartoni da riciclare, mi giro una sigaretta e mi viene da sorridere, perchè è vero, tutto questo è difficilissimo e non so dove mi porterà, non so manco SE mi porterà da qualche parte, però l’ho voluto io, e per averlo ho dovuto sbattermi come una disperata, e qualsiasi cosa esso sia adesso, qualsiasi cosa diventerà, tutto questo è quello che ho, è mio, sono io, adesso, in questo momento, e allora aspiro una boccata di veleno dalla mia buonissima sigaretta e penso che in fin dei conti il mio accappatoio è proprio elegante.

 

One response so far

Next »