Archive for Ottobre, 2011

Ott 29 2011

fiori, piante e checcoss’è l’ammor

Cielo da giudizio universale su Itaewon.
Fumo una sigaretta sul mio tetto e guardo le luci dei grattacieli che si accendono e si spengono mentre il rosso del tramonto viene mangiato dalla grande nuvola. Sotto, brusii di un festival non meglio identificato, maschere che festeggiano halloween in anticipo si mescolano con draghi cinesi e bande di soldati americani in divisa. L’odore delle castagne e quello della carne fritta non arriva fino a qui, ma lo immagino. Canto checoss’è l’ammor, partita sei partita e mi trovo ricacciato mio malgrado negl’inferi dei bar tattarataratarà e penso che come al solito recito io tutti i ruoli, proprio come quando ancora facevo l’attrice, e sono io quella che parte, e io quella che si trova ricacciata negl’inferi dei bar, e sono io pure il tattarataratarà e lo zumpappà di questa Seoul, l’ultimo sabato di ottobre, penso e canto e fumo la mia sigaretta con addosso il cielo da giudizio universale e tutto è immobile eppure tutto microscopicamente tremulo.
Sabato a Seoul è una pioggia mattutina che non m’importa, un caffè al bar e la prima sigaretta, preludio di una giornata che ho desiderato vuota d’impegni e dedicata alle chiacchiere e alle confidenze, ai piccoli entusiasmi, ai sogni di viaggi, di ritorni, di nuove partenze. C’è quel bar che vedo sempre sulla strada al mattino, quello nell’interrato con le tende di velluto, erano settimane che avrei voluto andarci a pranzo e oggi me lo sono regalato insieme a Elle che era una vita che non ci parlavamo, e oggi sono state ore di chiacchiere fittefitte e pancakes con le noci e tea col latte come piace a me, ore di segreti e di speranze, di progetti e piccoli sogni.
Mi sento tranquilla, oggi, sotto questo cielo da giudizio universale, mi sento che il peggio è forse passato, mi sento che a volte le cose lentamente emergono e ci sono spazi, ci sono tempi in cui riesco a trovare un certo agio. Cammino di nuovo da sola alla ricerca di un paio di scarpe eleganti e senza nemmeno rendermene conto mi trovo a concorrere in una gara di shopping estremo che mi vede certamente sul podio, probabilmente medaglia di bronzo perchè i primi due posti sono occupati da una coreana e una statunitense che hanno comprato milioni di won coronati da un cerchietto di brillantini con le orecchie di hellokitty.

Mi fermo a guardare una vecchia signora che vende le sue piante profumatissime e se le spolvera e se le innaffia, penso che le piante si devono spolverare e innaffiare, altrimenti si seccano e muoiono, come morì il mio bonsai quando stavo all’università, bisogna avere la giusta cura, mai troppa, è vero, che sennò annegano dentro il nostro amore, e allora forse dovrei esercitarmi maggiormente a dosare il mio amore per il mondo e le persone attraverso una piantina. Lo penso e sto quasi per comprarne una, ma poi ricordo che lo shopping estremo ha asciugato tasche e carte di debito e concludo che per adesso è sufficiente il pensiero di una piantina, l’idea di una piantina, il concetto. Poi, la materia, è una questione sussidiaria.

Ci sono giorni, come oggi, in cui mi scopro in una solitudine accompagnata,
una specie di solitudine colma di presenze latenti, e ogni brandello di coreanità mi pare di condividerlo,
quasi mi giro a dire vedi, è proprio come ti dicevo,
ma poi mi rendo conto che mi ero solo troppo intensamente immersa in un piccolo sogno
e che in mezzo a questa felice coreanità del sabato pomeriggio
ci siamo solo io e le mie scarpe da ginnastica,
eppure sorrido, perchè ci sono momenti,
come oggi, in cui l’assenza quasi si materializza e si annulla
in una specie di morbido ologramma.

Ho parole di mille canzoni dentro di me, e segreti e pesci giganteschi che nuotano nell’aria, e piante che vorrei accudire e non so come, e attese e aspettative che continuamente uccido per non riempirmi di vuoti e inutili premonizioni.
E mancanze.

 

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Ott 24 2011

pensavo fosse la Corea, invece ero io

Il sottotitolo di questo post potrebbe essere:

primo comandamento - chi di facebook ferisce di facebook perisce.

Ma gli argomenti sono diversi. Allora provo a fare ordine e prima di tutto mi ripeto come un mantra:

quando hai avuto una buona giornata
non accendere lo stracazzo di computer

Ovviamente io l’ho acceso. Stamattina mi sveglio di umore pessimissimo e continuo a ripetermi ma cosa mi sta succedendo perchè c’ho questi scoramenti da cosa derivano gesummaria. La giornata prosegue e in verità faccio cose belle, imparo paroline nuove in coreano, ma sto male malissimo mi sembra proprio un male dell’anima e mi chiedo oh, animella, che cosa succede? Poi però mi rendo conto che sono le dodici e non ho voglia di fumare e improvvisa arriva l’illuminazione: mi sto ammalando. La mia prima malattia coreana. Lo diceva mio padre che il raffreddamento ha quattro giorni d’incubazione. E infatti io quattro giorni fa ero a fare la supergiovane assaipoco vestita dentreffuori dai locali e anzi se ben mi ricordo addirittura non tornai a casa a dormire poichè troppo ero alcoolica. E vedi adesso. Tiè. La Corea sarà anche un paese maschilista, la maggior parte degli uomini sarà pure stronza, la maggior parte delle femmine anche, sarà che insomma il mondo va nel modo sbagliato ma non era questo il problema non questo il pidocchio che mi brucava nel cuoio capelluto eh no. Era cosa assai più materiale ovvero la malattia, che ti fa venire voglia di stare nel lettuccio ed essere coccolata da una sola persona ovvero la mamma. Non c’è niente come la mamma quando sei malata.
Anche se nella realtà la mamma non ti ha mai accudita più di tanto perchè doveva lavorare e portare a casa la pagnotta, esiste sempre l’immaginario di una mamma perfettamente amorevole che quando hai la malattia che ti brucia la pellaccia ti porta un piatto bello fumante di tubetti*. Quanto mi mancano la mia mamma e i tubetti.
Il problema non era la Corea, era che mi stavo ammalando e siccome c’ho la sindrome della pisssicologa avevo ricondotto il malessere a uno stato psicosociale, invece erano i germi. Mammina, dove sei, perchè non ci sei tu a portarmi i tubetti e a darmi i bacini?
Quando stavo con il mio ex ogni volta che mi ammalavo lui mi faceva una scenata perchè diceva di non avere tempo per occuparsi anche di me. Ma scusa chi te l’ha chiesto? stronzo. Tra l’altro non sapeva manco cucinare i tubetti e finiva che mi alzavo io e cucinavo per entrambi. Proprio come in una bella famiglia borghese. Mammina, vieni a Seoul a farmi i tubetti, mi manchi.

Allora la verità è questa. La Corea è un paese bellissimo, non si capisce un cazzo, come mi ha scritto un amico oggi è proprio come stare dentro una settimana enigmistica, hai l’impressione di aver svelato l’arcano e zac, arriva il 37 verticale, irrisolvibile, che ti mette in discussione anche il 14, il 7 e il 26 orizzontali. Bisogna smetterla di pretendere si avere tutte le risposte. Non si capisce niente, davvero. Oggi per esempio c’erano due studenti che nel campus appassionatissimamente pomiciavano come non ne vedevo dai tempi della mia adolescenza a Maratea. Un bel guardare, davvero. E con tutto il freddo attorno! Se ne fregavano. Ci piace la Corea oggi, che ho mangiato i tteok  cucinati da me medesima nella maniera meno ortodossa possibile, e facevano schifo ma a me sembravano buonissimi, soprattutto perchè poi al pomeriggio non sono tornata in ufficio ma sono rimasta a casa a studiare per domani.
Ci piace a me, vito e antonio, la Corea oggi, perchè domani farò la benedetta conferenza su Tondelli e non ci posso credere, e soprattutto non ci posso credere che ci sia una persona che senza avermi mai visto fare niente si è spesa per questo. Oh, ma siamo matti? lo ammetto, ho un pochino di paura, ma me ne frego, perchè oggi la Corea è bella visto che ho imparato a dire dormi bene e stasera lo dirò alla mia borsa dell’acqua calda.
Bisogna che la smetta di cercare in Corea cose che non posso trovare. Bisogna, forse, che la smetta di cercare, e basta. Questo mi dico e intanto bramo la mia mammina e i suoi tubetti, mammina, perchè sei così lontana? sono malata, malatissima, ho mal di gola e domani ho una conferenza, come farò? a gesti?

Bella bella giornata oggi intensa piena di cose ma soprattutto piena di speranza, perchè io il giorno prima di fare le cose che m’appassionano mi riempio come una mongolfiera, tutta piena di speranza, un pallone gigante pieno rigonfio di speranza e sogni ed entusiasmo e colori e salgo susususu. Poi dopo scendo, e lo so che sarà brutto, veloce, umido, che mi sentirò sola e vuota e non amata, ma spero di riuscire a inventarmi un’altra cosa nel frattempo.

Insomma era tutto molto bello avevo dato un senso a questo mio malessere me l’ero messa via e soprattutto mi godevo lo studio di oggi e i sogni che mi vengono ogni volta che posso studiare, avevo persino trovato la forza di andare a scuola di coreano e lì conosciuto uno svizzero e un messicano che se ci mettiamo tutti e tre possiamo fare come nelle barzellette.
Poi torno a casa e mi dico valà che ti scrivo un post riabilitativo dedicato alla mia mamma e ai suoi tubetti, anche se lei appunto quando io ero piccola non è che avesse molto tempo per farmi i tubetti, ma io so che se avesse potuto me li avrebbe fatti con tutto il cuore, soprattutto quando ero malata.

Così dico,
apro il computer
lo accendo
e faccio una cosa che non devo fare.

 

Ma io mi domando e dico. Come mi vengono in mente certe cose?Adesso quasi quasi io il mio account facebook lo chiudo. Sono scema sono, ecco cosa sono. Scema scemissima. Che poi si, lo so, dai commenti e dagli stronzissimi mi piace che la gente mette e leva come gli tira il culo, cristiddio, non si capisce niente,  però mi è venuta un’angoscia che manchicani. Mi sono resa conto di una cosa fondamentale.
La cosa fondamentale è:

sono una cretina

e probabilmente facebook lo sa e si prende gioco di me. Che cazzo mi fai vedere tutte queste cose, facebook maledetto? Facebook, io ti odio. Anzi sai che ti dico facebook? la devi smettere, smettere di farmi rosicare, sennò ti levo l’amicizia, diokèn. Non mi bastano gli scoramenti, le paturnie, i silenzi? non bastano le parole che sono sempre troppo poche? non basta il continuo chiedersi oh, dove sto andando? no, anche facebook ci mancava.
Ma io ho capito qual è il punto:
Facebook si è reso conto che io lo stavo prendendo in giro, e si è vendicato.

Ci è riuscito benissimo. Uno a zero per lui.
Mammina, dove sei, portami i tubetti e fammi dimenticare facebook, dammi i bacini e dimmi che sono solo le mie paranoie di dissociata, dimmi che sono bella e brava e buona e tutti mi ameranno, mamminamia, per favore, fammi i tubetti.

 

* chi non sa che cosa siano i tubetti si vada a vedere il trailer di “una valigia piena di dollari”. Autoformazione, tze!

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Ott 23 2011

Non sono morta ero solo impegnata.

Succede che a un certo punto il mio ritardo sulla vita aumenta e quindi anche scrivere diventa faticoso, tanto più che ci sono giorni in cui mi domando ma scrivere per cosa, perchè? Succede che le ore trascorrono e io non faccio mai in tempo a fare tutto quello che avevo programmato, allora mi domando se non siano le ore che vanno troppo veloci o io che ho programmi troppo ambiziosi. Succede che mi viene una specie di sfinimento quando penso a questo sito e alla sua fondamentale inutilità insomma succede che ciclicamente mi abbandono un pochetto alla vita e la smetto di riflettere su quello che succede, tutto muore e la mia memoria si mette in stand by fino a nuovo segnale.
A dire la verità manco oggi il segnale è arrivato, allora ho premuto il tasto cerca-nuova-rete, perchè mi sembra proprio che ci sia qualcosa che non va, ho tutto questo silenzio dentro di me, tutta questa ovatta tutto questo intontimento.
E mentre cerco nuova rete butto giù qualche parola incarognita quanche nonsenso provo a verbalizzare porcapaletta che sennò mi pare che implodo.

Succede che sono arrabbiata ecco cosa sono, perchè a me questo paese mi sembra terribilmente, terribilmente maschilista, di quel maschilismo gretto che ti dice di non esserlo, di quel maschilismo infimo che si maschera di emancipazione. e ci sono alcuni maschi che mi hanno persino derisa, poichè “è la parola stessa maschilismo, ad essere anacronistica”e a me mi viene voglia di pigliarle a sberle, le persone così, cazzo.

Questo paese mi sembra così profondamente maschilista che le più maschiliste di tutti sono spesso le femmine, femmine che si adattano e si incastrano perfettamente dentro caselline improbabili, e se tu pocopoco non ci entri, in queste caselline, sono loro le prime ad attaccarti, loro le prime a distruggerti, e io mi domando perchè, mi domando se non sia forse la paura che un corpo diverso, una testa diversa, possa far crollare questo mondo dove portiamo tutte la 38 o la 40.
Mi lasciano agghiacciata le donne che mi deridono per il mio corpo, senza peraltro porsi alcuna domanda, senza preoccuparsi del fatto che questo corpo che ho, lui sì, è l’unica cosa veramente mia, e me lo sono guadagnato centimetro per centimetro, e ho rischiato più e più volte di perderlo, e si porta addosso questi trentadue anni di sbattimenti sì, ma anche di intensissima gioia e godimento e a me sembra una cosa meschina riportare tutta la nostra capacità di sfidarci sul piano di una taglia in meno, perchè le mie gambe non entreranno mai nei tuoi pantaloni ma probabilmente anche il mio cervello, anche quello non riuscirà mai a entrare nella tua scatola cranica, stronza.
E sei ancora più stronza perchè finisce che io le domande me le faccio sul serio, e comincio davvero a domandarmi se non sia il caso di mangiare meno e pensare meno, di perdere più tempo nei centri commerciali e di chiedere ai tipi con cui esco se mi portano la borsetta e se si mettono la mia stracazzo di foto nel portafogli.

E mi fanno incazzare tutti questi luoghi comuni sulle donne che fanno sesso per far piacere ai loro uomini, sulle femmine che se fosse per loro eviterebbero ma poi per compiacere e via discorrendo, mi fanno incazzare ancora di più tutti i maschi che proprio questo vanno cercando, la bambola passiva preoccupata solo del fatto che essi, come si dice qua, finiscano.
Mi fanno incazzare tutti questi maschi occidentali che vengono a scoparsi le bambole di carne e non si fanno una domanda che sia una. E mi fanno incazzare le bambole di carne. E non capisco dove stia l’inghippo, dove si trovi il nodo.

Dove devo andare a tagliare con le mie forbici? con chi devo prendermela? ha senso che parli di educazione sessuale con tutte le donne che conosco con l’unico risultato di essere presa per una pazza volgare con tendenze alla prostituzione? Tutto questo mi fa incazzare e mi fa sentire terribilmente impotente.
Poi finisce che una sera sono a cena in mezzo a una colonia di canadesi e non so manco come ci sono finita, canadesi maschi e canadesi femmine, io l’unica non canadese, dunque tutti mi spiegano come si mangia il tacchino coi lamponi, o forse no, coi mirtilli insomma mi spiegano e sono gentili e a un certo punto mi rendo conto che ci sono diverse persone nella stanza che mi guardano come se io fossi attraente, cazzo, come se io fossi una donna attraente, mi guardano e mi desiderano, probabilmente in una maniera assai più che superficiale ma è chiaro che mi desiderano, e improvvisamente io mi scopro di nuovo attraente e mi incazzo ancora di più, porca miseria, perchè mi rendo conto di essere caduta in uno di quei profondissimi burroni culturali, mi incazzo ancora di più perchè mi rendo conto che sono settimane, mesi, che nessuno mi guarda così, e soprattutto mi incazzo ancora di più perchè questi stronzissimi canadesi hanno tutti i calzini di spugna bianchi e corti e io non ho nessuna voglia di scopare con uno coi calzini di spugna, bianchi e corti, porcamiseria.

Poi succede che finisce pure il weekend e io mi rendo conto che senza averci capito una cippalippa sono finita nel turbinio di una città dove siamo tutti di passaggio. Ma questo del passaggio è un concetto difficilissimo che si merita un altro post. Allora adesso vado a elaborare una metafora per spiegare ai miei amici il concetto di “pressione sociale”.

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Ott 16 2011

un post disimpegnato che salta di palo in frasca

I miei esperimenti esistenziali proseguono in Asia mentre l’Europa non riesce ad affondare e io dico cazzo, questo 15 ottobre poteva essere una buona occasione per avere un po’ di spazio sulla terra, sai che figata, un continente in meno, quanto mare, quanto pesce, evviva, invece no, l’Europa rimane in piedi più o meno e a me mi vengono solo in mente un paio di interviste fatte a Cossiga che vabbè adesso non mi dilungo.
Non voglio parlare di politica. Perchè se ne parlo mi incazzo e mi viene una rabbia tale che per calmarmi devo andare in metropolitana e spintonare un centinaio di cyborg. Ma siccome non ho voglia di uscire e farmi arrestare da un esercito di cyborg allora me ne sto buonina. Però una cosa la devo dire eh. Anche qui a Seoul ieri hanno fatto la loro occupazione. Si sono ritrovati, hanno acceso le loro candeline, si sono seduti nei posti prestabiliti e tutto si è pacificamente svolto come in una specie di veglia del venerdì santo.

Madonnina delle proteste, aiutami tu.

La polizia aveva diramato un comunicato che avvisava che chiunque fosse stato sorpreso a fumare sigarette per strada o a sedere sulle aiuole durante la manifestazione sarebbe stato arrestato. I manifestanti hanno pensato bene di non disobbedire agli ordini della polizia, così hanno fatto la loro bella manifestazione di sto cazzo, con le loro stronzissime candeline che ci mancava solo il lamento per la morte del cristo crocifisso ed eravamo a posto. Intanto la polizia controllava che le aiuole non venissero calpestate.
Lo so, lo so, questo è un atteggiamento di merda, lo so sto giudicando, lo so questo non è lo sguardo di un’antropologa o di una sociologa eh lo so cazzo perchè io in questo momento non voglio essere una studiosa, voglio protestare cazzo, e mi sembra ridicolo che io possa protestare soltanto nel quadrato di asfalto che le forze dell’ordine mi hanno gentilmente concesso, seguendo dettagliatamente le istruzioni.

Che ci mancava solo che la polizia distribuisse dei foglietti del manifestante diligente.

 

Ma dove cazzo sono finita madonnina delle proteste, dove sono finita? no io mi devo fermare devo cambiare argomento perchè sennò domani mi vengono a svegliare i simpaticissimi sbirri coreani con in mano un delizioso foglio di via compilato in calligrafia su foglio di carta di gelso. Mi devo fermare, mi fermo.

Allora voglio prima condividere un episodio che è una via di mezzo tra il tragico e il grottesco ovvero la mia cena. La Corea per mangiare è un posto fichissimo perchè i ristoranti costano molto poco, le strade sono piene di bancarelle che ti vendono qualsiasi cosa, e nei supermercati trovi tutto, e dico tutto, già cotto. Che te lo devi solo mettere in bocca. Va da sè che io, single di ritorno, abbandonati felicemente i fornelli quando il mio ex (che gli caschino i coglioni ogni volta che lo nomino) mi ha sbattuta fuori di casa, qui mi trovi proprio a mio agio. Credo di non aver cucinato una sola volta da quando sono sbarcata in Asia e sinceramente credo che sì,

una vita senza fornelli è possibile

ma stasera non so perchè ho deciso di prendere un prodotto solo parzialmente cucinato. I famosi noodles. Che tu teoricamente ci devi solo aggiungere l’acqua, si o no? e poi vengono fuori quelle zuppette deliziose dei cartoni animati, si o no? e tu le mangi mentre ti si appannano gli occhiali e il mondo ti sorride, si o no cazzo? No, no no no.
Devo aver sbagliato qualcosa. I miei noodles sono diventati una poltiglia informe di glutammato, salsa di soya, wasabi liquido, pescetti liofilizzati e sarcazzo cosa. Se provavi a tirare fuori un filo si alzava imponente tutta la matassa di gomma. Poco ci mancava che dovessi mangiarli col coltello.
Ma ce l’ho fatta, poichè sono una vera antieroina, li ho mangiati tutti e adesso essi giacciono sul fondo del mio stomaco dove hanno probabilmente riformato l’inscalfibile matassa dalla quale nuovi mostri nasceranno.
Da domani ritorno al già cotto, una dovrebbe essere in grado di capire quando certe cose non fanno al caso suo. E i noodles semicotti evidentemente sono tra quelle cose.

Poi volevo dire un’altra cosa. Io gli asiatici li capisco poco. Poco davvero. Anzi potrei dire che non li capisco per niente, tranne forse i miei amichetti attivisti che però, per il fatto di essere attivisti, già ci hanno le loro belle differenze, sono parecchio strani, lo ammetto, e forse è per questo che un po’ li capisco.
Ma gli europei credo di capirli abbastanza bene.
E allora mi incazzo ogni volta che mi sento una bestia da circo, che una volta ogni tanto vai a vedere che numeri fa, oh, la capriola, guarda come salta bene nel cerchio infuocato. Mi annoiano, e a volte putroppo mi feriscono, quelli che si spendono per avere la mia confidenza e poi una volta ce cel’hanno ti dicono che sono troppo impegnati. Io disprezzo quelli che una, due, tre volte al mese si vogliono fare un giretto in un mondo parallelo e allora mi cercano, così si prendono il loro pezzo di disobbedienza, il loro pezzo di protesta, il loro pezzo di libertà.
Quando mi sento così io mi incazzo e sbarro porte finestre e allora vaffanculo.
Che voglio dire, ci vuole delicatezza, onestà e coraggio.
Che quando succede così io allora davvero mi rendo conto che non valgo una cippalippa, che le persone mi passano attraverso e poi improvvisamente scompaio dai loro pensieri così come ci ero entrata.
E non mi piace, non mi piace, non mi piace.

Allora piuttosto lasciatemi stare, che ho il mio bel daffare e non ho chiesto niente a nessuno, lasciatemi stare e io mi faccio gli affari miei umilissimamente, che vi ho chiesto? niente vi ho chiesto, cazzo. Lasciatemi perdere.

E se invece mi volete allora vi dovete prendere tutto, tutto, tutto, chiaro?
non sono un supermercato,
non si passa per gli scomparti alla ricerca dei prodotti in offerta.
Sono una, intera, consumata, piena di rughe e dal carattere discretamente difficile.
Prendere o lasciare. 

Il mio hobby è collezionare delusioni.

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Ott 14 2011

giri di boa

Ha forse ragione l’amico Nathan che ho fatto il primo giro di boa, probabilmente proprio questa mattina mentre alle sei e nove minuti rientravo ubriaca come una pigna (termine appena rubato a una persona nuova) a casa, dopo una delle notti più belle trascorse a Seoul. In tre in motorino su e giù che io non mi ricordo manco poi tanto bene e quando mi ripiglio, in genere, mi viene sempre da chiedermi se sono stata molesta.
Poi mi metto a ridere, perchè se ero molesta io anche i miei accompagnatori probabilmente lo erano, e magari si stanno facendo la stessa domanda.
Ma mi sono svegliata assolutamente troppo in ritardo sulla mia vita e completamente ubriaca di quella sbronza che dura ventiquattr’ore e non ti fa capire se hai fame sete sonno o che cazzo. Allora finisce che mangi bevi e dormi in continuazione fino a che non avviene una sorta di catarsi etilica e ti ripigli.

Sono a Seoul, incredibilmente, definitivamente e ineluttabilmente di passaggio, come al solito e sempre per scelta. La strada verso casa è familiare, le scorciatoie un po’ più gestibili, la lingua meno astrusa (ma poco). I coreani, purtroppo, loro solo rimangono, per la maggior parte, assolutamente imperscrutabili, tranne nei momenti in cui, dopo la prima bottiglia di tequila, ti pigliano di peso e ti obbligano a una danza di ineguagliabile scoordinazione e per questo divertentissima.
A dirla tutta, non saprei tornare in uno solo dei posti visti stanotte.
Però mi trovo qui, il giorno prima della grande manifestazione europea che, per quanto mi riguarda, potrebbe anche far affondare definitivamente la nostra Atlantide, mi trovo qui e mi rendo conto che alcune persone sono già entrate nella mia vita, in un modo o in un altro, e che come al solito io non mi fido, cazzo, e costruisco montagne di barricate con le teorie e gli sguardi obliqui e i pregiudizi e le parole sbagliate, e salgo sulla torre più alta contro l’assedio, strategia che gestisco bene e di cui conosco pure le motivazioni, a mio dire più che ragionevoli, ovvero che

poi quando mi fido succede che dico di me, che comincio a esistere come persona, e mi racconto, e mi condivido, e poi mi piglio l’altr* e mi mescolo, mi confronto, ascolto e gioco con le parole altrui, trovo sensi nessi connessioni similitudini e distanze, costruisco ponti impossibili, e questo è, cazzo, impegnativo, io lo so.
Dunque penso alla mia amica Ire e all’unica lettera che mi abbia scritto e lei mi diceva proprio un po’ queste cose o forse no ma io queste cose ho voluto leggere. Ed e’ vero che succede, non so perchè, che a un certo punto qualcuno mi chieda chi sono. E a me la prima risposta che mi viene è scusa ma a te che te ne frega? ma poi mi rendo conto, per fortuna, che non siamo in guerra e non c’è pericolo. Però sale subito il terrore che la curiosità nei miei confronti non sia altro che il desiderio di trovarsi un altro specchio.
Sono contorta? sono dietrologa? sono patologggica? ecchissenefrega, dico io nei fumi della sbronza che ancora non se ne va. Ho comprato una cosa per un’altra ed è finita che ho cenato con una roba schifosissima, adesso ho mal di pancia e rido e penso alle mie persone nuove e a come mi sono a un certo punto semplicemente sentita a casa.

Che poi, queste persone nuove cazzo, succede che loro bussano e ti chiedono di entrare, e tu non vorresti, perchè lo sai bene che se apri la porta non sai essere educata, casa tua è un  casino, non esiste la visitina settimanale, esiste la commistione l’odore la maleducazione esiste che sai dove cominci e non sai come finisci esiste che le relazioni bene educate non mi interessano esiste che se poi queste persone nuove sono belle come io penso a me mi viene voglia proprio di mescolarmi di diventare io un po’ loro e loro un po’ me.
Che poi, per prendere l’aereo per un altro luogo, c’è sempre tempo. Se uno vuole.

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Ott 11 2011

Quando meno te lo aspetti, zac.

Splende il sole su Seoul questa mattina e i pensieri uggiosi che m’hanno accompagnata da domenica sera se ne sono rimasti sotto le coperte. Scarpe da ginnastica addosso e tacchi in borsa mi faccio quasi di corsa la strada fino all’ufficio: scale di casa portoncino prima discesa scalette seconda discesa pianura folla evitare spintonare attraversare ma solo col verde sacchetti di rifiuti aperti vetrine spente salita poi discesa discesa discesa omino della frutta curva a sinistra cavalcavia scale in corsa ultima salita fulminante oh yeah.

Eccomi.
Mi metto placida come una pecorella a fare le mie cose quelle nobili e anche quelle un po’ meno nobili, che quando c’è il lavoro, in fin dei conti, a me mi va bene, poco importa se si tratti di attaccare etichette o organizzare eventi insomma per me ci sono giorni in cui è semplicemente bello vedere le cose che si creano che crescono anche se alla fine della fiera si tratta solo di invitare questeqquello al noiosissimo vernissage del signor sarcazzo. Che poi io manco ci vado.
Bello mi piace lavorare oggi ho un sacco di cose da fare e poi ho scoperto che la mia proposta di lettura su Tondelli si farà cavolo cavolicchio si farà proprio e  io non so chi devo ringraziare o meglio lo so, sì, ma un po’ mi vergogno ma soprattutto rimango stupefattissima quando scopro che sul programma ci sta nientepopodimenocchè il mio cognome e pure il nome diokèn il nome proprio dottoressacarlavitantonio allora lo ammetto, un po’ mi cago sotto perchè questa cosa di Tondelli non è che sia proprio prontissima mi dico oh non è che mi sono un tantino sopravvalutata? ma poi mi ricordo di tutte le volte in cui me lo sono detta e allora respiro sprofondo un pochino nella sedia ed è di nuovo tuttapposto o quasi.

Va tutto bene oggi in ufficio mi sento che ce la faccio e infatti sono così tranquilla che vado anche a mangiare con tutte le altre a dispetto di quanto mi ero detta ieri (da sola, devo stare sola, devo pensare devo isolarmi nessuno mi capisce blabla menate varie da paranoica depressa quale sono) e faccio un pochetto la buffona come so fare io quando sono in buona e come non avevo mai fatto da quando sono qua infatti la mia collega si tiene la panza dalle risate e mi dice non ti riconosco. E grazie che non mi riconosci, ci sono dei giorni che vengo in ufficio con la maschera di ghisa e poi vabbè inutile approfondire la questione dell’ufficio dell’identità e via discorrendo.

Poi all’uscita dal paninificio zacchete come non mi si attacca una mantide religiosa grossa come un piccione proprio sulla zampa? Si attacca e non si stacca la maledetta mantide, oh che tu vuoi schifosa?
Comincio a fare un pericoloso balletto urlando cazzo cazzo me ne sono venuta in una metropoli per non vedere queste cose cazzo cazzo ma con tutte le cose del terzo mondo che vi potevate tenere avete scelto proprio gli uomini scatarranti e le mantidi religiose???
Ecco udite le parole terzo mondo la mantide s’offende e mi libera la zampa nell’ilarità generale.

Non è finita la giornata eh no, che al pomeriggio me ne vado a bere il caffè più buono di Seoul con la mia amica Suhee che porcapaletta meno male che l’ho incontrata. Suhee e gli altri attivisti sono quelli con cui io divido le mie giornate e le mie attività politiche qui a Seoul. Le chiedo che cosa ne pensa di questa storia di “occupySeoul” e mi dice esattamente quello che pensavo io e cioè che è una cosa fatta solo dagli stranieri perchè i coreani in questo momento stanno manifestando per cose che sentono più vicine a loro tipo l’occupazione nell’isola di Jeju e i licenziamenti a Busan o tipo lo sgombero della fattoria dove andrò io sabato sperando che la madama non mi pigli sennò mi spediscono dritta in Italia e addio radioso futuro in Asia, mi danno il foglio di via permanente per otto reincarnazioni, compreso lo scarrafone. Allora cominciamo a parlare fittofitto di politica, delle elezioni del sindaco che ci saranno tra due settimane, del candidato di sinistra (cazzo ha detto di sinistra giuro che lo ha detto), cerchiamo di mettere giù un po’ di idee, io le racconto dell’Italia e degli incontri settimanali al Tpo, del fatto che sì, è vero, non sempre sono entusiasmanti non sempre ci siamo tutti però è un punto di riferimento un momento verso il quale tornare a un certo punto e allora proviamo a focalizzarci sugli incontri del giovedì che lei e Chakuri stanno organizzando, il prossimo lo terrò io e parlerò dei movimenti in Italia cavolo ma che dirò? in inglese poi, vedi tu che casino, ma è importante importantissimo autoformazione crescita energia e intanto beviamo il caffè e finisce che ci diciamo oh però dobbiamo contattare questi di occupySeoul perchè sennò finisce che perdiamo una grossa occasione. Ma come si fa? allora mi scontro con questa tendenza tutta coreana all’isolazionismo, una tendenza antichissima che corre e ricorre nei lunghissimi fili della storia coreana e non è che arriva l’italiana e cambia il mondo.

Se avessi potuto fare i miracoli mi sarebbero già venute le stigmati,
tanto più che ho quasi trentatrè anni proprio come Cristo oh yeah.

Passa il tempo e attorno a noi il bar che si chiama parla col cuore diventa accogliente come una nuova casa. Ci raccontiamo e senza nemmeno rendercene conto siamo lì che parliamo di amore e storie e difficoltà e paure e io mi rendo conto che nonostante tutta questa distanza cazzo siamo così vicine così vicine e al tempo stesso così sole e per questo ancora più vicine e mentre lo penso Suhee mi dice

ti posso chiamare Onni?

E onni vuol dire sorella maggiore, e a me mi sembra un onore e una responsabilità che Suhee mi voglia chiamare sorella maggiore, allora le dico sì, certo che puoi io ne sono proprio onorata e sono anche un po’ commossa ma non glie lo dico.

Finisce che torno a casa canticchiando e sbaglio pure metro ma sono felice e mangio molti dolci perchè sono anche un po’ triste e io lo so perchè sono triste sono triste per due motivi diversi epperò anche un po’ uguali ma soprattutto sono triste perchè ho capito di non essere nel cuore delle persone che amo, di non esserci quanto vorrei io, e lo capisco periodicamente e ogni volta mi sembra una grande illuminazione che mi porterà alla buddità però invece poi me lo dimentico di nuovo e via discorrendo, ciclicamente, fatto sta che ho questo piccolo coltello conficcato nella schiena e fa male però ho una sorella di cui prendermi cura e molta politica da fare allora non ci penso, al coltello, sorrido e canto poi arrivo a casa, trovo Eterogeneo in chat, ci diciamo due cose su sabato, ci invitiamo reciprocamente a stare attenti, ci ripetiamo l’elenco delle cose utili, gli dico siici anche per me, mi sfotte, ma lo so che lo farà.

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Ott 09 2011

Verso il nuovo cyborg

Proseguo la mia indagine antropologica in questa Asia imperscrutabile. Mi guardo attorno in metropolitana e quello che vedo sono donne di un’età imprecisata tra i 17 e i 45 anni, che più le guardo e più mi sembrano indefinibili, più le guardo e più c’è qualcosa che non mi quadra in questi vestitini anni cinquanta, in questi tacchetti appuntiti, in questi capelli sempre lucidi sempre morbidi.
C’è qualcosa che non mi quadra, sì, perchè mi sembra che tutte queste donne abbiano in mente un unico, immodificabile modello, sempre lo stesso, sempre per tutte. E i capelli non saranno mai sufficientemente soffici e brillanti, gli occhi mai abbastanza profondi, le palpebre mai perfette, la pelle mai bianca a sufficienza.

 

Intravvedo in metropolitana -come un ingombrante fantasma-
lo stereotipo di una bellezza uguale per tutte e per tutti.
Mi scontro contro il sogno di una donna bambina, bellissima e bambolissima, la pelle bianca come la porcellana, le labbra perfettamente disegnate come quelle di un manichino antico in una teca. Attorno a me ci sono tutte queste bambole che sfoggiano tre, massimo quattro modelli di vestiti, tutti uguali, e cambiano solo i colori, e le taglie, anche, sono tutte uguali. Infatti entro in un negozio e scopro che non ha i camerini. Allora entro in quello dopo. Idem. Idem pure in quello dopo ancora e così via. Non esistono i camerini, perchè non c’è bisogno di provarli, i vestiti. Calzano su tutte in maniera identicamente perfetta, tre taglie, proprio in caso ci sia qualche imperfettissimo centimetro di differenza, tre taglie che in realtà praticamente si equivalgono, e tu non puoi fare altro che scegliere il colore.
Abbiamo la bambola sportiva, giovane, con fuseaux attillati, scarpe da ginnastica americane e grossa felpa un po’ scesa sulle spalle, cappuccio tirato su, una taglia o due più grande del necessario, come se fosse appena stata sottratta al cassetto di un immaginario fidanzato.
Abbiamo la bambola supergiovane, accollatissima ma con shorts inguinali, zainetto di marca, ipod ipad e quant’altro. Abbiamo la bambola elegante da vernissage e successivo fidanzamento, gonnellino al ginocchio stile anni cinquanta, tacchetto sottile capello raccolto trucco leggero borsetta al gomito.
Abbiamo infine per i più esigenti la bambola da sera, tacco più aggressivo, minigonna più corta e forte rossetto in pendant con le unghia, un po’ di tulle, molti brillantini e giacca a vento alla Dick Tracy.

Ecco le nostre perfettissime bambole coreane,
tutte attorno a me, tutte immobili tutte perfette,
impossibile sorridere, mi si rovina la pelle.

Allora faccio un po’ di domande e scopro che in media una ragazza coreana ci mette due ore, e dico due ore a prepararsi ad uscire. Scopro che ha nel suo bagno un esercito di creme sbiancanti antirughe antilucido antiossidanti antianti.
Scopro che due donne su tre in Corea a diciott’anni si sono già fatte una plastica. Eh già, la plastica, che costa massimo tremila euro e magari vai a fartela in Thailandia, così ti riposi in una bella beauty farm.
Tutte accanitamente a tentare di avvicinarsi al gigantesco fantasma che ho intravisto in metropolitana.
Gli occhi più grandi
La palpebra più profonda
La fronte più curva
La mandibola meno sporgente
Le gambe meno arcuate
Il seno più grosso
Il naso più dritto
Le labbra più carnose
ma anche e soprattutto:
riduzione dello stomaco, che se pesi più di 36 kili è una tragedia
asportazione delle ghiandole sudorifere, che sudare è attività assai poco nobile
riduzione della fascia muscolare laterale dei polpacci, costituzionalmente spesso troppo grandi

e dopo una certa età arriva il rinvigorimento vaginale,
così da avere di nuovo la vulva di una quindicenne, sai mai.

 

Il nuovo cyborg è già tra di noi, in metropolitana negli uffici sugli autobus. Non ride non piange a stento parla, per paura che arrivino le terribili rughe. Mangia poco. Gode anche meno. Il corpo non è fatto per godere ma per essere guardato, accudito.
E infatti il grande fantasma cui tutti questi piccoli cyborg cercano di assomigliare è quello di una donna bambina e bambolina, non sexy non seducente nè tantomeno intelligente, ma semplicemente tenera. Una ragazza cui portare la borsetta, una fanciulla da accompagnare a fare shopping, un piccolo perfetto cyborg dall’età indefinibile da sfoggiare coi colleghi di lavoro. Una bambola gonfiabile (ma poco, poichè deve rimanere magrissima) per soddisfare veloci appetiti.

Mi domando se queste donne pensino, o se abbiano paura delle rughe al cervello.

Che poi arriva il momento del disclaimer, perchè so che esistono orde di donne e uomini bacchettoni e paladini del progresso chirurgico, che mi diranno che cos’hai contro la chirurgia estetica?
Niente, niente, niente contro la chirurgia estetica, e se vi state fermando a questo andatevi a far plastificare il cervello.
Ma mi stravolge questa schiavitù, quest’impossibile aspirazione a una perfezione da cyborg, mi stravolge questo modo di intendere il corpo come un disegno da migliorare continuamente fino a che non sia esattamente uguale all’originale.
Questi corpi meccanici.
Queste bellezze tutte uguali.
Questo continuo richiamo al grande fantasma del cyborg.

Mi inquieta quest’unica bellezza possibile, quest’omologazione del gusto, mi fanno venire i brividi questi sempre-giovani eserciti di cyborg che escono dalla metropolitana per vincere la loro guerra contro la diversità.
Mi lasciano stravolta quelli che mi dicono che “in fin dei conti anche se ho le rughe non sono poi da buttare” (e mi è successo davvero).
Io non lo so se è Seoul, se sono le coreane, se è questa corsa verso un progresso meccanico che è stata trasmessa ai corpi prima ancora che ai cervelli.
Sono tutte perfettissime, le donne che vedo, e quelle che non lo sono rimangono infelici, complessate, incapaci di collocare da qualche parte del mondo la loro diversità, i loro cinquantacinque, mioddio, cinquantacinque chili, la loro fronte leggermente schiacciata, i loro piccoli occhi.

Queste amazzoni del progresso meccanico che in metropolitana indugiano per un attimo su di me e poi ricominciano a parlottare ma senza troppa animazione, poichè non vogliono rovinare la maschera di fondotinta e sbiancante che hanno posto sul viso perfetto.

 

Come glie lo faccio, a queste, un discorso sul diritto alla diversità, all’unicità del corpo? che senso ha per loro? di che vado blaterando?

queste e altre domande mi pongo, mentre mi preparo alla mia nuova piccola guerra in metropolitana e guardo gli uomini occidentali che sbavano per i cyborg-bamboline.

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Ott 08 2011

il 15 ottobre

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Ott 05 2011

colpo di stato interiore

Published by lucilla under carla vitantonio

io mi rifiuto di scrivere un altro post lamentoso

 

piuttosto mi finisco la bottiglia di whisky che mi ha regalato il prof

 

cazzo

 

mi rifiuto, governomaiale

 

mi occupo

 

mi protesto

 

mi

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Ott 02 2011

il mio primo giorno da attivista in Corea.

Per arrivare a Dumulmeori bisogna prendere il treno. Un’ora abbondante, e poi venti minuti a piedi attraverso le campagne di Yongsuri, che vuol dire più o meno “dove si incontrano i due fiumi”. E infatti qua si incontrano proprio due fiumi, in mezzo a montagne diversissime da quelle che conosco io, e tutto è verde, rigoglioso, profumato. Camminiamo lungo un sentiero che sta proprio in mezzo all’acqua placida, fino a che non siamo a Dumulmeori. Che ci faccio qui? ho incontrato Suhee e Chakuri in uno dei miei disperati tentativi di capire se anche in Corea, da qualche parte, c’è qualcuno che si sbatte per una cosa che non sia avere la pelle bianca o il vestito alla moda. Ci ho messo un mese, ma alla fine li ho trovati. La storia di Dumulmeori comincia negli anni Settanta e se uno è proprio interessato si può leggere qualcosa in un report fatto molto bene, peraltro in inglese, da Suhee e da un fotografo di passaggio.

Quello che interessa me è che adesso la comunità è assediata dagli ultimatum del governo, che vuole sgombrarla con motivazioni che potrebbero tranquillamente essere chiamate scuse, per terminare un progetto allucinante che si chiama “four rivers” e che a me mi fa tanto pensare alla Val di Susa. Alla Val di Susa penso mentre sgambetto lungo il sentiero, alla resistenza della comunità, al diritto ad autodeterminarsi, mangiucchio un dolcetto di fagioli rossi e pastella che si chiama “pesce pane” (ma ci sono anche i fiori pane, se uno vuole cambiare forma) e mi domando se potrò usare questi riferimenti, o se non sia il caso, ancora una volta, di abbandonare ogni categoria e mettermi semplicemente ad ascoltare.
L’ultimatum è per il 5 ottobre e Suhee lungo il tragitto mi dice che sono tutti molto preoccupati e molto impauriti, perchè non vogliono lasciare le fattorie e perchè non sanno se davvero la polizia arriverà a sgomberarli. La qual cosa, mi pare di capire, sarebbe assai pericolosa e grave, poichè a quanto ne so io la polizia qua non si fa troppi scrupoli di fronte a un gruppetto di contadini che rivendica il diritto a coltivare la sua terra con piantagioni biologiche.
Le ragazze, insieme a molti altri, vengono qui ogni fine settimana per occuparsi delle loro coltivazioni, mentre ci sono diversi stanziali che ci vivono da anni con le famiglie, e sono proprio loro i più preoccupati, perchè il progetto raderebbe al suolo, oltre alle coltivazioni, le case, l’auditorium, la chiesa. Che poi, quando parlo di case, auditorium e chiesa, viene da pensare a costruzioni in cemento e mattoni mentre invece si tratta di tende o qualcosa di molto simile che, quando le vedo, mi fanno pensare alla tournee a L’Aquila. E di nuovo mi impongo di togliermi dalla testa i ricordi e di stare qua, aperta, senza paragoni e senza soluzioni.

Mi aspettavo qualcosa di più aggressivo, parlando in termini europei, e invece trascorro tutto il giorno con i miei nuovi amici attivisti a raccogliere patate dolci e cavolo per fare il Kimchi. Siamo tutti a piedi nudi, accovacciati sotto il sole, ognuno con la sua paletta. Ma la conversazione è inarrestabile, mi piovono domande su come ci organizziamo noi, e quando accenno alla pratica delle occupazioni vedo diverse facce che si illuminano, per cui, senza mai smettere di raccogliere patate, improvvisiamo un seminario in cui spiego perchè in Europa si occupa, cosa si fa perchè e percome, qual è la situazione a Bologna, che cosa ci stiamo preparando a fare il 15 ottobre. E a un certo punto, non so nemmeno come, mi viene fuori la storia dei book block, e Chakuri mi dice sto per piangere.
Anche io, per un momento, penso a quel 14 dicembre di un anno fa e mi commuovo, ma ci sono altre domande cui rispondere, e patate da raccogliere, e Mon, che ha circa cinquant’anni e questa è praticamente casa sua, mi chiede come si fa ad organizzarsi, come fa tutta questa gente a scendere in piazza.
Allora capisco che il problema, cazzo, il problema è che in questa zona ci sono moltissime fattorie nella stessa situazione, e attorno a ognuna di queste ruotano almeno un centinaio di persone, tra stanziali, ospiti e acquirenti, eppure sono come monadi, non comunicano, non si sostengono, e mi viene da pensare che è il solito problema che ho incontrato in questo mese asiatico. Le persone sembrano conoscere soltanto due dimensioni: quella individuale, che è proprio al limite del monadismo, e quella dell’aggregazione ufficiale. Che poi lo so, lo immagino che non sia così, però oggi attorno a me ci sono persone che stanno per essere sgomberate, e sono disperate, e sono attorniate da altre fattorie dove presumibilmente ci sono altre persone che raccolgono patate dolci e sono ugualmente disperate epperò non si parlano, eccheccazzo.

La giornata è mite, lavoriamo sotto il sole e io spiego che cosa vuol dire TPO, perchè oggi c’ho la maglietta della palestra, che dice combattiamo per la libertà, e anche lì giù domande, prima timide e poi sempre più aperte su questa cazzo di cosa del combattere per la libertà. Combattere? Contro lo stato? mioddio. Sembra che queste persone, prima ancora che lottare per la loro terra, stiano lottando ognuna dentro se stessa contro un gigantesco e profondo lavaggio del cervello generazionale.
Mangiamo tutti insieme per terra, riso, kimchi tagliato grosso, riso, kimchi tagliato piccolo, riso, kimchi al sugo, riso, zuppa di kimchi, riso e anche un po’ di kimchi. Ma a me sembra buonissimo, e per la prima volta da quando sono arrivata mi trovo attorno persone vere, che si stanno domandando cosa fare per resistere, e viene fuori che per il 15 ottobre organizzeranno un grande evento nonostante il 15 ottobre la fattoria dovrebbe essere stata già sgombrata. Ma come, proprio il 15 ottobre? penso. Ma poi non lo dico, e penso che forse ho trovato una cosa molto più interessante da fare che attaccarmi ai siti europei e aspettare di sapere quello che succede. Allora facciamo questo evento, lo facciamo qui, facciamo gli striscioni, facciamo il volantinaggio, e facebook? ma dovremo preparare degli alcoolici? cazzo la sangria, chi sa fare la sangria? oh, guarda, Ca-r-la (così mi chiamano), tu sei italiana, che più o meno è uguale, sai fare la sangria? e certo che la so fare, anni e anni di eventi di autofinanziamento, ti pare che non ti do la ricetta segreta della sangria?

Intanto il pranzo è finito e giù di nuovo a tirare fuori patate dolci e a parlare, a spelare vegetali verdi che non ho mai visto in vita mia e suppongo verranno messi sott’aceto, perchè qua la maggior parte dei vegetali viene messa sott’aceto, visto che d’inverno fa troppo freddo e d’estate piove. Di colpo mi trovo sola con Mon e con uno dei fattori, che mi chiedono che ne penso. Che ne penso io? Eh, tu, che sei un’attivista dell’Europa e occupi le case. Provo a dire che io in realtà le case non le occupo ma è inutile, questa cosa delle occupazioni e dei centri sociali è una bomba già deflagrata. E io non so che dire all’inizio, penso a L’Aquila e alla Val di Susa, penso che queste cose non c’entrano niente eppure c’entrano tutto perchè è di amore per la comunità e per la terra che parliamo, del diritto a decidere che vita vivere e dove viverla, ci penso e dico eh, io credo che dovete organizzarvi per resistere. Poi mi accorgo che sta per partire la filippica della maestrina e mi freno giusto in tempo, sai mai che si fanno da ammazzare dalla polizia e poi viene fuori che sono stati tutti aizzati da una pazza italiana, e siccome ho lasciato il discorso in sospeso termino con una cosa che mi sono ripetuta tante volte in questi anni, ogni volta che mi sembrava che non avessimo ottenuto quello che volevamo attraverso le nostre lotte. Allora dico e poi, se vi cacciano, voi coltiverete da un’altra parte. E da un’altra parte ancora, e se il vostro sogno è questo, se ci credete, se davvero questa è la vita a cui sentite di avere diritto, non importa quante volte vi cacceranno.
Mon mi guarda e dice “Ca-r-la, are you communist???”

Momento di panico dovuto al lungo training ricevuto attorno alla questione “in Corea dire comunismo è vietato”.
“Well, you know, in Europe it’s kinda different”
“mmmm” dice Mon. E poi ride. E rido anche io.

Improvvisi arrivano gamberi alla griglia dopo ore di raccolta patate e spelamento vegetali verdi, e uno dei più vecchi prende il suo tamburo tradizionale e comincia a cantare “pinari”, un canto tradizionale di buona fortuna. Mangio kimchi e gamberi, mi insozzo il poco che era rimasto pulito e ascolto. Si deve tornare a casa. Vorrei restare qui con gli stanziali ma domani mi trasformerò di nuovo nella stragista ideale, e poi mi dico oh, per oggi è già abbastanza, il prossimo fine settimana magari torno, e domani vado al mercato delle pulci che fanno le ragazze per vendere i prodotti della fattoria, insomma, adesso mi prendo una pausa. Mentre penso questo bevo caffè che mi viene dato “perchè sono italiana” e un ragazzo che ha un nome che tradotto suona “stella in una notte nevosa” mi dice

“oh scusami, certo che i tuoi occhi sono proprio grandi”

Mi guardo attorno ridendo e mi rendo conto che sono l’unica sprovvista di occhi a mandorla. Oggi, per la prima volta da quando sono qui, non me ne ero accorta.

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