Archive for Novembre, 2011

Nov 29 2011

Colpa del fagiuolo verde, post con dedica a SailorAdele.

Fatto ieri il mio primo esame di coreano, credo di averlo passato, se la prof accoglie la mia licenza poetica espressa nell’haiku, da me composto in sede d’esame:

La mia famiglia vive a Seoul
Naoko ha molto male al naso
Io mangio un letto, è delizioso.

 

 Si sa, sono una creativa.
Dunque dato l’esame iersera, mi sono fatta prendere da pensieri tremebondi, per ragioni varie ed eventuali, alcune ovviamente fondatissime, altre molto meno, ovvero lo scoramento s’è presto trasformato in paranoia e alle due ero ancora là con l’occhietto vispo a domandarmi quale fosse il paradigma del verbo to belong. Non perchè io belonga a qualcuno, sia chiaro. Però magari un giorno potrei trovarmi nella condizione di dire vedi amico mio, tutto questo un giorno lontano belongava alla mia famiglia.

Ah ricordo la mia gioventù, già ero insonne, ma mi crucciavo per motivi assai più terracquei tipo vorrei scopare con quest*, vorrei liberarmi di quest’altr*,  vorrei provare questa droga vorrei questo e vorrei quello. Oggi no, oggi sono una donna matura e mi permetto di farmi venire l’insonnia solo se posso interrogarmi con questioni ontologiche, epistemologiche o grammaticali. Se poi mi annoio, ogni tanto faccio una pausa deliziandomi con qualche fantasia erotica, ma solo pochi minuti, che la grammatica non può aspettare.

Allora oggi la mia amica SailorAdele, che c’ha una panza tanta perchè ci sta per partorire nientepopodimenocchè una piccola creatura umana che potrebbe nascere addirittura il giorno del mio compleanno, si lamentava perchè non lucillifero più. E’ vero. Sto lucilliferando poco e per due motivi diversi: il primo, che è quello bello, è che ho da fare. Ho un sacco da fare. Con tutte le eccezioni che ci sono nella grammatica italiana sono impegnatissima, giuro. Il secondo è che mi sono un po’ scoraggiata, questo blog non ha mai i ritorni che spero io e insomma sono in uno di quei momenti in cui gioco a chiudo non chiudo.

Ma poichè SailorAdele c’ha le voglie di lucilleidi, e poichè non oso pensare di che colore e forma possa essere una voglia di lucilleidi non esaudita sulla pelle della nostra creaturina in arrivo, eccomi che scrivo due cagate di altissimo livello ovvero qualche piccolo resoconto della mia recente vita a Seoul.

Episodio uno, gastronomia locale.

Oggi ero triste poichè il mio amichetto del cuore se ne è andato. Che valle di lagrime. Ero lì che miravo la sua stanza buia e mi dicevo oibò come farò a sopravvivere in questo mummificio. Nessuno mi cagava e quelli che mi cagavano lo facevano con l’obiettivo letterale di seppellirmi nella merda. Brutto bruttissimo. Allora sono uscita e ho detto vabbè mi compro un gelato, me lo merito. Piglio il gelato alla menta. Io il gelato alla menta lo  a d o r o . Me ne esco dal supermercato con questa vaschetta verde e sono felicissima, mi asciugo le lagrime, mi soffio il naso, arrivo a casa piglio il cucchiaio e scopro che

è un gelato al fagiuolo verde

una cosa veramente, veramente raccapricciante. E ancora più raccapricciante è il fatto che lo sto mangiando comunque, perchè in fin dei conti sempre gelato e sempre verde è, solo non è alla menta, ma che importa, siamo in Corea, qua la menta non cel’hanno.

 

 

Episodio due, conversazione.

Settimane fa conosco una tipa coreana con cui attacco bottone e blabla beviamo un caffè poi un sabato sera noi la si invita a mangiare le lasagne più buone della storia insomma niente di che. Però carina la tipa. Poi sparisce.
Oggi mi invia un messaggio:
“ciao, come va?” (lo so, dal primo messaggio dovevo rendermi conto che la conversazione era pericolosa, e invece sono lenta di comprendonio)

risposta mia: “bene, e tu?”

lei “bene”

 

Silenzio per alcune mezz’ore

 

poi lei “un po’ impegnata, ma oggi mi rilasso”

io, un po’ turbata “ah! e come mai?” (magari sta partendo per le ferie? vai a sape’)

lei: “eh si, oggi è il mio compleanno!”

io: “auguri! spero tu lo festeggi nel migliore dei modi!”

lei “grazie”

 

Fine delle trasmissioni. Voi mi dovete spiegare che cazzo di conversazione è questa.  E’ evidente che, dome dice il dottò, bisogna conoscere i codici, e io i codici non li conosco. Mi sto ancora domandando: forse avrei dovuto invitarla a cena poichè è il suo compleanno? forse ho sbagliato qualcosa? forse i messaggi non erano per me? questi sono gli interrogativi esistenziali che porterò con me tornando in Europa, così come chi torna dall’Africa si porta il così detto Mal D’Afffrica. Io mi porterò il mal di Seoul, all’odore di Kimchi.

E ora poichè s’appresta la sera spegnerò ’sta cascetta e me ne andrò a bere una cosa con una tipina niente male conosciuta non mi ricordo come. La vita a Seoul è facile. Basta non scambiare menta con fagiuoli.

 

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Nov 25 2011

E chissà se Lucilla come Lazzaro. Lazzarilla.

Anche stamane mi sveglio e non sono a casa mia, sempre per quella strana forma di solidarietà che abbiamo instaurato a un certo punto, e tutto ciò che accade dopo le tre del mattino rimane impigliato nella rete, come se noi fossimo gli ultimi superstiti di un mondo in estinzione, alieni atterrati su un pianeta del quale non capiamo niente, allora abbiamo bisogno di scambi conferme interrogativi racconti. Di confronti continui abbiamo bisogno e pure un po’ di spegnerci, a un certo punto.
Che poi parlo al plurale e nessuno mi ha autorizzato nessuno me l’ha chiesto, ma io emeritamente me ne frego, posso sempre dire che si tratta di una licenza poetica.

Seoul ha centomilettrè facce, ognuna imprevista e imprevedibile, e mentre ti infili le scarpe in ingresso, uscendo da una casa abbarbicata sulla collina, non sai mai se te ne capiterà una bella o una ostile, ma tu farai del tuo meglio per sopravvivere, sebbene il rischio sia sempre molto alto e spesso, troppo troppo spesso, la tua amica dignità se ne torni a casa con l’ultimo bus notturno mentre tu stai ancora banchettando in uno di quei posti segreti che solo schiudono la loro magia dopo la metà della notte.

E così anche stamane a un certo punto mi sono trovata a parlare di cosa non so con un coreano diggei famoserrimo uomo di grande cultura e immensa generosità, che lungo la strada lanciava foglie appassite per mostrare la bellezza dell’autunno e mi introduceva nell’universo parallelo di coloro che mangiano il polipo vivo pucciandolo avidamente nel wasabi. Il diggei era uomo assai interessante, peccato che fosse un po’ troppo deciso nell’affermare che in quanto donna non avrei dovuto fumare o bere così tanto e io ahimè ero già troppo avanti con la gradazione alcoolica per venire incontro a questo scalino culturale senza sbatterci il cranio dunque -pigliando un tentacolo di polipo con le mani e ciucciandomelo languidamente - gli ho risposto you know what my friend? nobody tells me what to do; lui ha accusato un attimo la mia eccessiva dimostrazione di emancipazione ma poi si è riversato insieme al suo amore sul polipo che si muoveva vorticosamente nel piatto ah, chissà che ore erano e chissà com’ero arrivata là.

In questo pianeta nessuno mi conosce e nessuno mi sa. Sento Lucilla che lentamente muore mentre le mie rughe aumentano e il corpo si trasforma. Lontano lontanissimo sono arrivata e mai avrei pensato che andare così distante fisicamente mi avrebbe tanto allontanata da tutto quello che ero. Qui in questo mondo dall’altra parte del Mar Giallo sono una stagista un po’ scoppiata che una volta in una vita parallela e lontanissima ha fatto l’artista e adesso non si capisce bene come viva e cosa faccia ma ha sicuramente un’incredibile resistenza all’alcool e per questo merita il massimo rispetto.

Mi manca a volte Lucilla,
mi manca Lucì,
terribilmente mi manca Lucille
e assai assai mi manca Lucillina,
ma soprattutto mi manca Luce
e tutti i suoi segreti e i suoi inferni sì, quelli mi mancano.

 

Eppure chi può dirlo forse un giorno proprio come Lazzaro Lucilla risorgerà dai morti e saranno sorprese scintille sorrisi saranno feste sarà chissà un altro spettacolo sarà di nuovo quella gioia quella presenza quella capacità di vedere le cose e il loro doppio. Io, se Lazarilla dovesse tornare, la accoglierei e la sfamerei e le darei di nuovo spazio nella mia catapecchia interiore ma adesso che è morta non mi faccio troppi problemi, in continuazione pezzi di me muoiono e io li piango il necessario ma poi prendo di nuovo i miei colori e cambio il quadro e non mi stanco, non mi stanco di disegnarmi diversa ogni giorno.

 

E dunque oggi una persona a cui sto cominciando a volere bene mi ha chiesto
ma perchè Lucilla?
e lui non lo sa ma è andato a fondo, ha pescato proprio nel laghetto più segreto,
con leggera noncuranza, d’altra parte come avrebbe potuto fare altrimenti?
Ho respirato un pochino e poi gli ho scritto
non te lo dico, perchè Lucilla.
Che tanto lo so che lui il sito non se lo leggerà mai
come mai si vedrà gli spettacoli e mai si ascolterà i programmi e tutto il resto,
perchè per lui Lucilla non è niente,
e così in fondo va bene, va bene che esistano persone nella mia vita
per cui Lucilla non rappresenta nulla
e io sono quella che, in ogni caso,
anche dopo la terza bottiglia di tequila avrà la forza di arrivare fino a casa.

 

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Nov 20 2011

Shashin e gli altri

Domani Shashin parte e mi è venuta quella malinconia che ti piglia ogni volta che gli amici se ne vanno. In genere sono io che me ne vado per prima, e fa un po’ strano pensare che questa volta la figura che si staglia sulla banchina nell’attesa di un ritorno è la mia, che sono proprio io ad attendere qua, su questa immensa e instabile banchina chiamata Seoul, con meno sette gradi e senza aver avuto l’accortezza di comprare le mutande termiche.

Shashin parte e torna tra tre settimane ma nel nostro mondo, il mondo dei fantastici cinque, tre settimane sono un’eternità, se penso a me tre settimane fa, alla sofferenza all’alienazione, se penso al dolore, al senso di aver sbagliato tutto, alla voglia che avevo di mollare questo posto e tutti i progetti che gli ho disegnato addosso, se penso a me tre settimane fa mi piglia una specie di vertigine, e mi emoziono e mi spavento all’idea che, probabilmente, tra tre settimane io esisterò ancora, eppure sarò completamente diversa e chissà quante cazzate avrò combinato, chissà quanti passi falsi, chissà quanta felicità quanta emozione, chissà il mio cuoriciattolo quanto avrà palpitato chissà quanto avrò pianto perchè io si sa, piango, piango per il dolore ma piango anche di commozione e di gioia.
Shashin tornerà diversa e io diversa la accoglierò, in questa Seoul che ti prende e ti sbatacchia da tutte le parti, vorticosa velocità che ti schiaffeggia e se non vai a ritmo sono molto semplicemente cazzi tuoi.

Danze nuove sto imparando, anche con Shashin che è diversa diversissima da tutte le persone conosciute fino ad ora. Che poi che vuol dire, ogni persona è diversa, lo so, sono banalità, eppure io ogni volta mi sorprendo nello scoprire quanta unicità e quanti tesori ci possono essere dentro ciascuno e mi dico ma porcapaletta quanto fortunata sono?
Perchè in questo gelo immobile, in questo vento ingiusto, io oggi domenica 20 novembre mi sento fortunata e ho paura che l’intensità e la densità trovate negli ultimi giorni si dissolvano in un quotidiano monotòno o, peggio, nella tossica mediocre incomprensione delle relazioni infagottate nel già scritto.

Io non la voglio, una relazione già scritta. Non voglio amici che si infilano nelle caselline disegnate da qualcun altro, così come non ho mai desiderato amanti che si mettessero il vestito di cartone dell’amante, come quei giochi che facevamo da bambine, la bambola di cartone e i vestitini di cartone tutto perfetto tutto già preformato, non esiste il difetto e quindi non esiste rischio fantasia immaginazione non esiste spazio per inventare ( e qui per un attimo mi sospendo in un grumo di ricordi).

Shashin è per me oggi spazio per inventare relazioni che non stanno scritte da nessuna parte, polenta col burro riscaldata in padella a casa sua senza sentirmi fuori posto, il felice ricordo di ieri, lasagne a casa del D.B. e chiacchiere e parole infinite e zero paura di risultare importuni, risate e la consapevolezza improvvisa di avere già costruito un piccolo mondo di segreti condivisi, e che in questo mondo c’è spazio per tantissime nuove cose, che arriveranno, ma di cui non conosciamo nè il colore nè la forma. Shashin è il divano per il buttismo, i dolcetti di riso e la breve densissima visita di S che passa solo per salutare, che poi ho una cena.

Rido, rido come da tempo non ridevo e mi spremo e mi consumo e mi brucio. L’ho sempre detto, che non ho niente da conservare, e infatti ieri m’è venuta una ruga nuova. Me la guardo e mi dico toh, questa ruga è Seoul, è questa vita adulta eppure piccola, è quest’incertezza. Questa nuova ruga è la sensazione di stare qua eppure di avere sempre un pezzo di corpo un pezzo di cuore da un’altra parte, è la paura che il bello si dissolva nell’ennesimo bicchiere di tequila, eppure la voglia di vedere dopo questo bello che cosa ci sarà, e lanciare il sasso, lanciare il sasso sempre più lontano.

Domani sveglia alle sei, tailleur, sorriso, spremuta di me e la consapevolezza che molto presto tornerà il giorno in cui, alle sei, sarò in procinto di dormire.

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Nov 18 2011

se contassimo i vuoti fuori dal locale ci spiegheremmo molte cose

E cosi` ancora una volta siamo riusciti a fare un bel casino proprio nel mezzo della settimana, che mancano due giorni al week end e tutti ci domandiamo come faremo a reggere, visto che –essendo il mercoledi` andato in questa maniera -  e` difficile che giovedi` e venerdi` siano dedicati alla meditazione e al ritiro spirituale. Tanto vale proseguire sull’onda e operare delle piccole tempestive interruzioni necessarie e sufficienti a varcare la soglia dell’ufficio senza rotolare rovinosamente ai piedi del portiere. 

Seoul dispettosa si chiude e si apre in continuazione, piccole fessure spaziotemporali dove riesci a volte ad infilarti, altre invece ne sei sputato fuori e ti ritrovi culo all’aria, un giorno prima pensavi di essere in via di integrazione, e ora eccoti qua culo dolorante cervello in pappa e la sensazione di non capirci un cazzo, di quest’Asia coreana.
Non faccio in tempo.
Non faccio in tempo a lamentarmi della solitudine, che mi trovo catapultata nel mezzo di un improvvisato festino dove mi sembra proprio di essere a casa, e se non proprio a casa, nell’appartamento di fronte.Non faccio in tempo a dire che non ci capisco un cazzo, che sbucano giovani entusiaste coreane che mi chiedono di parlare di raccontare di scrivere. A me? E che vi dico, amiche mie? Della vita, dicci della vita della radio dei centri sociali delle occupazioni, dicci degli esperimenti delle donne e degli uomini delle piazze piene e di quella volta che hai fatto uno spettacolo sulle manifestazioni e l’hai portato in giro per tutta l’Italia insieme al tuo Socio. Succede cosi` che, proprio nel momento in cui avevo deciso di smettere di raccontarmi il passato per non dimenticarlo, proprio in quel momento mi viene chiesto di narrarlo ad altri, e io non ho ben capito perche` ma ci credo profondamente, che la vita sia il migliore esempio che c’e` e allora, se la mia squinternata esistenza puo` servire a dare qualche stimolo alle mie giovani sorelle rivoluzionarie, io volentieri la metto a disposizione.E quando tutto diventa troppo difficile troppo ingestibile allora ci ritroviamo, i magnifici cinque, davanti all’ennesima bottiglia di tequila, un po’provati dal continuo tentativo d’interpretazione ma pieni di nuovi interrogativi di nuovi racconti. Ci ritroviamo e ci leviamo le cautele ci leviamo la pelle in piu`.
Le notti sono lunghe, a Seoul.

Seoul mi pare la citta` del passaggio, piu` di tutte quelle in cui ho vissuto fino a oggi. La gente ci arriva, si ferma, ci sta un po’, a volte piu` del previsto, eppure tutti prima o poi andiamo via, pensiamo alle nostre feste d’addio come a epici avvenimenti che saranno ricordati dai partecipanti nei secoli dei secoli amen. Non fa meno male lasciare le persone, eppure in questa logica di totale e costante scorrimento rimane, fortissima, la sensazione di essere stati gia` incredibilmente fortunati nell’incontrarsi. In questo pianeta dove nessuno si guarda negli occhi, abbiamo avuto il coraggio di fissarci un attimo di piu` di quanto non sia consentito dalla rigidissima etichetta. O forse non abbiamo pensato al coraggio. Semplicemente ci siamo trovati e oh. Ci siamo resi conto che ne valeva la pena.

Fiori rubati corse in motorino tequila e patatine al pesce che sono peggio di una droga, danze scatenate stelline una luna che si appoggia sui grattacieli sigarette al gusto del passato. Seoul, noi, Seoul, l’amore universale delle cinque del mattino, le cose che passano,  i miei haiku incomprensibili sparsi sugli scontrini e lasciati sui tavoli.

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Nov 17 2011

una e zerotto, sogno

Mi sveglio che non dormivo da manco mezz’ora.
Giornate pienissime e densissime bellebelle e anche brutte pesanti giornate di vita vera mi ero portata nel letto con me, finalmente, andavo a letto a un’ora decente dopo non so più quante vite.
Andavo a letto piena presente tranquilla senza spine.

Epperò mi sveglio.

Ho il cuore piccolo piccolo, sfrantumato sfracassato in mille pezzi millissimi, così piccoli che ho paura che si siano persi nel corpo, che si siano mischiati col sangue col respiro e se per caso mi taglio un dito insieme alle goccioline escono i pezzetti di quello che un tempo fu il mio cuore, se ne vanno così per sempre e io mi trovo questo corpaccione inutile senza più ripieno, come quando qualcuno da piccoli ti bucava il bombolone e si pigliava tutta la crema.

Piccolo piccolo si è fatto il mio cuore e avrei voluto più onestà avrei voluto più luce avrei voluto più vita. Più, più pensavo mi spettasse, più che questo abbandono, questa sofferenza silenziosa, questo struggimento di sguardi attraverso uno specchio che non si sa mai se è stato messo lì per noi, o se c’è per caso, e allora sono tutte paranoie.

 

Che ho come l’impressione di lanciare il sasso sempre più lontano. Ogni volta mi chiedo dove arriverà il sasso e mi domando se i miei saltelli lo raggiungeranno, e ogni volta lo ripesco e rilancio più lontano più lontano ancora. Non mi ricordo più che cosa volevo dalla mia vita perchè è tutto incredibilmente remoto. So solo che adesso mi vivo questa solitudine della viaggiatrice compulsiva, e potrei tornare, e ci sono momenti in cui avrei potuto scegliere di tornare, e non l’ho fatto.

 

Perchè non è che in continuazione scegliamo, no. Ci sono dei momenti, imprevedibili improvvisi, in cui di colpo ti trovi a dover prendere la decisione ed ecco di nuovo mi è capitato. Ero venuta fino a qui seguendo la sfida perpetua e sapendo e sperando che qui mi arrivasse un’altra grande domanda. Infatti essa è arrivata, a un certo punto, quando meno me lo aspettavo. Stavo contando i mesi che mancavano per tornare in Italia. Non so bene che cosa mi aspettavo dal ritorno non ricordo come immaginavo i miei giorni ma ho ancora ben presente quella sensazione di sollievo che provavo nel ripensare agli amici agli abbracci alle strade alla casa alle mie travi rosse e tutto il resto. Contavo i mesi le settimane i giorni e non aspettavo più che la domanda arrivasse, mi ero detta ho sbagliato sono arrivata troppo lontano troppo lontano il sasso ho lanciato.
E tutti tutti mi dicevano torna torna che manchi torna che ti aspettiamo, torna che ci siamo torna che ti amiamo così proprio così come sei.

 

Non avevo paura.

 

All’improvviso però è arrivato il terremoto e una serie di così dette cause di forza maggiore, di repente mi sono scoperta abbandonata ma per colpa di nessuno no, soltanto per causa di forza maggiore impegni eccetera. Eppure l’amore non conosce la causa di forza maggiore il legittimo impedimento l’amore vuole tutto per sé e se ne frega, e se non gli dai tutto si offende e ti abbandona così come ti aveva accompagnata per i mesi bui di un’Asia dell’anima.

E’ arrivato il terremoto il mio mondo si è dissolto e proprio in quel momento è tornata la grande domanda, di nuovo mi sono trovata il sassolino del mio gioco in mano, e a quel punto dovevo scegliere se lanciarlo lontano lontanissimo ancora più lontano o se pensarci un attimo e smettere di giocare a questo gioco al massacro per stare invece col mio mondo coi miei amori con.

 

Proprio in quel momento, in quel momento in cui ero indecisa, mi sono voltata indietro a cercare gli occhi di quelli che amo. E non è stata colpa di nessuno. E’ stato proprio come in quei film tipo il dottor Zivago che lui la vede sul tram e la cerca con gli occhi ma lei no, non lo ritrova, lei sta pensando a un’altra cosa, non può immaginare che in quell’unico momento perde la vita vera che le spettava. Allora mi sono voltata indietro, ma io non ero il dottor Zivago, ero molto più ridicola molto più goffa. E i miei amori non erano Lara. Forse si forse loro erano presi a fare le piccole e grandi rivoluzioni quotidiane o forse semplicemente succede che pensi mi farò sentire domani, vai a sapere cosa succede. Mi sono voltata indietro e, causa forza maggiore, non c’era nessuno. Tutti impegnati in cose importantissime e che peraltro io stimo molto tutti a fare cose utili fondamentali, mica come me che gioco alla diplomazia, mi sono voltata a chiedere consiglio e in quel momento non ho visto nessuno.

E’ stato un attimo, un attimo brevissimo eppure è bastato. Mi sono voltata indietro. Dietro non c’era nessuno.

 

Ho avuto paura.

 

Di rimanere sola, di amare e non essere amata mai più, di esserci mentre gli altri vanno, di svelarmi, di accettare e di accettarmi, di resistere, di costruire. Ho avuto paura. Paurissima.

 

Allora ho preso il sasso, e l’ho lanciato.

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Nov 15 2011

Prove di guerra

Oggi ho partecipato alla prima esercitazione militare. Pare che il governo qui ne organizzi due o tre all’anno, tanto per ricordare ai cittadini che, in fin dei conti, nessuna pace con la Corea del Nord e` mai stata siglata, siamo formalmente ancora in guerra, e Pyongyang puo` decidere di attaccare da un momento all’altro.
Effettivamente gia` dopo pochi giorni a Seoul saltano all’occhio, nelle metropolitane, i numerosissimi armadietti pieni di maschere antigas, pero` dopo un poco uno finisce col dimenticarsene, anzi, ci si appoggia con noncuranza addosso mentre aspetta il treno per
이태원 o per 제기동역.L’esercitazione militare pero` sortisce tutto un altro effetto, e se uno non e` adeguatamente preparato gli puo` pure venire un colpo. Sei li` che la tua pausa pranzo e` quasi terminata, ti sorbisci il tuo caffe`all’aperto cercando l’angolazione migliore per godere del gelido sole, attorno a te circa cinque gradi centigradi e una citta` apparentemente affaccendata nelle questioni di martedi` (che, ora che ci penso, e` il giorno della guerra, l’avranno scelto apposta, i militari sudcoreani? No, secondo me sto sopravvalutando la loro cultura generale). Allora dicevo sei li` tranquillina che pensi al tuo passato presente e futuro, quando comincia a suonare la sirena, proprio come nei film sulla guerra. Una sirena lunga e acuta che somiglia un po’ a quella che suona a Venezia per annunciare l’acqua alta. Eppure qualcosa dentro di te dice che non ci sara` acqua alta a Seoul, non oggi almeno, perche` la stagione delle piogge e` terminata da un pezzo, All’improvviso tutto si ferma, macchine bus camion e motorette, appaiono camionette della polizia che bloccano il traffico e cominciano a trasmettere al megafono messaggi rincuoranti per la popolazione tipo state tranquilli, mettetevi al riparo, scendete dai palazzi senza usare l’ascensore, insomma tutte quelle cose che da noi si direbbero durante una banalissima esercitazione antisismica, di quelle fatte fino alla nausea negli anni Ottanta.

Teoricamente tutti dovrebbero mettersi al riparo e invece -sara` che la maggior parte dei coreani ha gia` collezionato un numero abbastanza alto di queste esercitazioni , e se alla nascita di ognuno il governo consegnasse una schedina per i punti ci sarebbero molti che potrebbero tranquillamente ricevere la batteria di pentole in acciaio inox 18/10 - tutti rimangono nelle auto, negli autobus, o ancora meglio fermi impalati in mezzo alla strada, come mesmerizzati. Roba che, se ai nordcoreani venisse davvero in mente di bombardare in quel momento la`, ci sarebbe un numero di morti incredibile. Son tutti fuori dalle case, immobili e ipnotizzati da questi megafoni che fingono di indirizzare i vigili del fuoco verso ipotetiche zone dove sono scoppiati degli incendi a causa delle bombe. Pompieri, ambulanze e polizia sfrecciano per le strade figendo benissimanente un’urgenza marziale.

E poi ci sono gli aerei.

Gli aerei sono davvero la cosa piu` spaventosa, perche` loro non fanno finta di volare vicinissimi al centro abitato, loro volano vicinissimi al centro abitato, e si sente un casino tremendo e le orecchie fischiano, tu alzi lo sguardo e li vedi bene bene bene, che quasi riconosci la bandierina, e pensi che in guerra deve essere proprio cosi`, cazzo, e` un attimo e ti sganciano la bomba letale. Invece questi qua la bomba non la sganciano perche` e` solo un’esercitazione, ma io per un momento ho pensato anvedi se a uno di ‘sti piloti gli parte l’embolo e decide di fare un bel gesto dimostrativo. Siamo belli che cucinati.

Il tutto per un quarto d’ora.

Poi suona un’altra sirena e di colpo si accendono i motori, i semafori riprendono a funzionare e tutti si rimettono in marcia verso le loro pacifiche attivita`.

Anche oggi Pyongyang non ha avuto il coraggio di attaccare, siamo salvi.

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Nov 08 2011

lost in translation, ma proprio lost eh.

Mi sono sempre considerata una ragazza emancipata. Pensavo che con gli anni avrei dovuto cominciare a rivedere il mio concetto di “ragazza”, e invece arrivo a Seoul e scopro che forse sono ancora una ragazza, dipende dal punto di vista ecco, ma senza dubbio di emancipato ci ho ben poco.
Siamo tutti sottosopra.
Io sono andata via da Crampobasso che avevo 18 anni e me ne sono cercate abbastanza, quelle che non ho cercato mi sono capitate e in questo modo ho collezionato un parco avventure niente male, che Disneyworld a confronto è un gioco da tavola. Credevo che questo mi avesse come dicono i saggi aperto la mente. Credevo che nulla o quasi potesse più sconvolgermi. Invece arrivo in Corea e capisco che credevo proprio male.
Cioè, per esempio ho scoperto che l’Asia, per gli asiatici, fino a due secoli fa non esisteva. Gli asiatici se ne fregavano dell’Asia. Erano cinesi o giapponesi o indiani sai tu. Ma non asiatici. L’Asia se la sono inventata gli europei, per dare un nome alla nuova meta del loro risiko. L’Asia non esisteva. E io dubito che oggi esista. Oddio, forse comincia un pochetto a esistere, ma pocopoco.
E poi, è così importante che esista?
Questa cosa dell’Asia che non esisteva mi ha lasciata stravolta, come mi lasciano stravolta moltissime delle esperienze che sto facendo qui.

Mi sono sempre assai poco umilmente dichiarata una persona aperta, antirazzista, capace di accettare e vivere le differenze culturali, in Africa mi ero così integrata che mi ero persino pigliata la malaria, cazzo. Chi lo pensava che la Corea potesse essere più dura dell’Africa? Oh, non è che adesso per integrarmi mi debba pigliare la Sars eh, faccio anche a meno.
Ma ho i crucci.
Mi sembra che tra me e la Corea ci sia una parete di vetro, inscalfibile, e io vedo tutto ma sto dentro l’acquario, parlo ma non mi sentono, e io non sento loro, sto qua, come un pesce rosso apro e chiudo la bocca per lo stupore, vedo gli alieni, i mostri, e loro mi vedono, a me pescerossa, e dicono ma guarda un po’, un mostro, un alieno.
Così ci sono dei giorni in cui torno a casa a tal punto allibita che mi trovo a fare dei commenti che lo giuro, lo giuro cazzo, se li avessi sentiti dire da qualcuno quando stavo in Italia avrei detto “ma vedi un po’ sto razzista!” E invece sono proprio io che li produco, questi commenti, che mi arrocco dentro la mia europeità, che è l’unica cosa che ho, e se non capisco non ho appigli, e scivolo in continuazione come in una delle peggiori candidcamera.

Cioè, che non è che a Seoul si stia male, no, si sta benissimo, Seoul è una città facile, la burocrazia è efficiente, non ti rubano le cose in metro e non ti stuprano (pare che gli unici autorizzati allo stupro siano i soldati americani). L’alcool costa poco e il cibo ancora meno, Seoul è una città dove a un livello di superficie si vive benissimo. E’ accogliente, E’ FACILE.
Il problema sorge se ti viene in mente di creare dei rapporti più profondi. Se pensi alle amicizie, con tutti gli scazzi che ne conseguono. Se pensi alla gioiosa maleducazione con cui ti puoi permettere di dire quello che pensi nel tuo bel paese di merda. Qui nascono i problemi, almeno per me. Perchè mi rendo conto che io sto nell’acquario, e loro mi guardano, e io guardo loro, e magari ci vorremmo pure parlare ma proprio non si riesce.

La coreanità secondo me contagia. E se rimango qui per qualche anno anche io finirò con l’uscire dall’acquario e guardare i pesci rossi appena arrivati come se fossero alieni. Gli europei che conosco in questo periodo sono per lo più persone che mi danno molto da pensare, e poi mi domando: è la Corea che li ha fatti così o sono loro che erano così da prima? E’ tutto un polpettone.

Per esempio. Le persone qui, se non vogliono fare una cosa per te non ti dicono di no. No eh. Dire di no è una cosa terribile. Assolutamente anticonfuciana al massimo.
Dire di no è disdicevole.
Si dice di sì e poi si lascia cadere la cosa.
A quel punto tu, se fossi coreana, capiresti che il sì era un no.
Ma poichè io sono italiana, diokèn, se mi dicono di sì penso che la vogliano fare, quella cosa. E se poi non la fanno allora a me un poco mi viene da insistere perchè cazzo, c’è un rapporto di una certa vicinanza, mi aspetto che tu mi dica di no, se è no, e di sì se è sì, e sbaglio, sbaglio clamorosamente. C’è sì e sì in Corea, e io non capisco mai quale sì viene pronunciato nel mio caso.
Così finisce che sono settimane che aspetto che vengano mantenute delle promesse, e poi mi rendo conto improvvisamente che non avevo capito il tipo di sì.

Oppure. Se uno mi è amico mi è amico, no? Cioè. Se io incontro un* che mi piace a pelle, che mi viene voglia di conoscerl* perchè secondo me ne vale la pena, lo faccio e basta. Se poi scopro che non avevo sbagliato e che questa persona davvero è interessante, allora cerco di passare con lei più tempo possibile, si o no?
E invece no, madonninadegliocchiamandorla, no. Ci sono amici per certe situazioni e amici per altre. E ci sono pure le gerarchie di amici. E amici che non possono accedere a luoghi dove vanno altri amici. Amici di prima, di seconda, di terza categoria.
Io vado fuori di testa per queste cose, mi viene da bestemmiare alle sette di mattina, mi viene da sfasciare le macchine, la violenza, mi sale.

Mi sale ancora di più quando vedo che a stare qua ci si adegua, spesso, troppo spesso, e dopo un po’ di anni tutto quello che sembrava allucinante diventa semplicemente normale. E non mi fido più di nessuno. E ogni tanto cerco le persone su skype per sentirmi dire che non sono io, che sono uscita fuori di testa.

Io sono e s t e r r e f a t t a.

Poi succede che siccome queste situazioni in fin dei conti, prima ancora di farmi incazzare mi fanno soffrire, succede che chiudo tutto e mi metto a fare l’asceta del sarcazzo. Tutto come prima, tutto normale, ma i miei amici di prima categoria si chiamano vito e antonio e io voglio stare solo con loro perchè loro sì che sono affidabili e mi hanno in altissima considerazione, cristiddio.

E in compagnia di vito e antonio, anche se non ci capisco una cippalippa, Seoul è bellissima.

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Nov 03 2011

Everybody speaks revolution

A Seoul il giovedì sta diventando il giorno che dedico alla politica, perchè ci sono i Thursday meeting con i miei amichetti attivisti, e sono sempre un buon modo per fare il punto e domandarci dove siamo cosa pensiamo eccetera.
Un giorno a settimana basta e avanza, perchè francamente in questo momento assai difficile io mi sento piuttosto persa e un giorno a settimana è abbastanza, sennò mi stresso e mi deprimo.
Così anche oggi -a dispetto della risacca lasciatami dalla colossale sbronza notturna- dopo il lavoro ho incontrato Suhee e una sua amica che è stata da me appena ribattezzata Rosa poichè Rosa Luxemburg è il suo grande punto di riferimento teorico, e poi Rosa è molto più facile per me da memorizzare rispetto al suo nome originale che, tanto per cambiare, non ricordo (ma ce l’ho scritto).

Ci troviamo come al solito in uno dei miei baretti preferiti, dove il padrone ci fa il caffè che vogliamo noi, tostandocelo sul momento, e dopo una certa ora ci regala anche uva e dolcetti di riso mentre noi parliamo fittofitto della vita della politica della società delle differenze. Subito cominciano le domande, perchè la cosa strana è che in questi incontri sono spesso io l’oggetto più curioso e ci sono molte domande per me molti interrogativi molte curiosità, allora io mi armo di pazienza e provo a dire tutto in inglese mentre Suhee e Rosa si sforzano di inserire nelle loro teste coreane dei concetti lontani lontani assai.
La fatica maggiore è proprio trovare dei concetti coincidenti o per lo meno simili, proprio come quando mi metto a studiare il coreano e mi scontro con il fatto che certe particelle grammaticali in italiano proprio non esistono, cazzo, e non ci sono paragoni non ci sono metafore possibili, c’è solo il grande sforzo di immaginare, di pensare con una parte diversa del cervello, di guardare dove non guarderei e ascoltare ciò che mi pare silenzio.
Così pure nella politica a volte mi sembra di scontrarmi contro un muro di gomma, tipo quando provo a parlare di movimenti di donne, che è davvero davvero dura e infatti devo dirlo io ormai ho smesso. Mi prendo una pausa, forse tra qualche settimana ricomincerò a bussare ma per ora non ne ho alcuna intenzione; il problema delle questioni di genere è che il tabù è tanto radicato da non essere percepito come tale. Quindi quando me ne esco con le mie domande sulle donne in Corea mi trovo davanti occhi vacui e bocche socchiuse e sopraccigli alzati, no grazie tanto, mi basta dover salutare il carabiniere tutte le mattine quando entro in ufficio e fingere di essergli grata perchè protegge la mia incolumità. Insomma il mio sacrificio quotidiano è fatto non vedo perchè insistere.

Per esempio c’è una cosa che mi fa andare letteralmente in bestia e mi si girano le budella e a volte vorrei spaccare la tazza col caffè, ovvero: mettiamo che stiamo parlando di qualche problema coreano, tipo della tizia che da 300 giorni sta facendo lo sciopero a Busan in cima a un’impalcatura altissima per portare all’attenzione dei media i soprusi che le grosse imprese compiono sui lavoratori. Ne parliamo, Suhee e Rosa mi raccontano, e poi si addolorano, le loro facce si rattristano e loro quasi in coro dicono: noi siamo molto, molto preoccupate per lei (la tizia che sta sull’impalcatura). Poi sempre più preoccupate aggiungono: e in molti, in molti sono preoccupati.
Allora a me mi viene la spontanea domanda: e scusate, se siete preoccupate perchè non fate niente? non dico che dobbiate salire pure voi sull’impalcatura, ma insomma….
A quel punto appare di solito la faccia con la scritta about blank.

Mi sembra che lo struggimento silenzioso sia un sentimento assai familiare ai coreani, e molto meno lo sia cercare di fare qualcosa di concreto per risolvere i problemi. E infatti anche le mie amiche sono lì che si struggono senza muovere un dito. Allora oggi mi sono presa il rischio  e ho dirottato la conversazione sul concetto di azione politica e di percezione della violenza.

Lo so, ho rischiato.

Infatti avevo un po’ paura e per un pochino ho anche temuto che le due amiche attiviste chiamassero la polizia e mi facessero rimpatriare in Italia. Però il dado era tratto. E allora mi sono lanciata in una specie di microcomizio chiedendo ma scusate, è normale che vi facciano lavorare cinquanta ore alla settimana? è normale che voi viviate per lavorare? che l’unico modo per staccare la spina sia sbronzarvi come delle merde e farvi riportare a casa in condizioni inenarrabili? è normale che non possiate permettervi di comprare una casa? che vi facciano credere che la cosa più importante per una ragazza sia la borsa di Luis Vuitton? vi sentite soddisfatte per il fatto che se andate a fare un colloquio col vestito sbagliato non ottenete il lavoro? vi piace l’idea che il dissenso venga percepito come pericoloso? siete felici del fatto che ci vogliano sempre più omogenei, sempre più uguali, sempre più seriali? Non vi sembra che tutto questo sia una forma continua, sottile e pervasiva di violenza?
Eh si lo so ci sono andata giù pesante e infatti quando mi sono fermata per prendere fiato ho avuto un momento di puro terrore. Per un attimo ho pensato di telare.
Ma poi, del tutto inaspettatamente, Rosa si gira verso di me e dice io spero che tu stia qua il più a lungo possibile, perchè noi queste cose le pensiamo, ma troppo spesso non abbiamo il coraggio di dirle.

 

Allora mi sono resa conto che ci sono delle parole che vanno al di là,
al di là delle culture e dei concetti,
mi sono resa conto che quando ho detto io voglio vivere e a me sopravvivere non m’interessa
qualcosa è scattato, e forse chissà non era nemmeno la prima volta che scattava,
io non lo so, so che dopo due mesi che sto qui forse davvero ho cominciato a imparare a guardare senza i miei occhiali,
e posso riconoscere le reazioni e giudicarle un pochino, solo un pochino
meno.
E mi sembra difficile, mi sembra che ogni mattina sia una sfida,
ti alzi dal letto e davanti a te c’è tutta la coreanità apparentemente incomprensibile,
e tu che ti eri sempre dichiarata una paladina del multiculturalismo ti trovi a dare dei giudizi banali,
ti scopri a pronunciarti come mai mai avresti pensato di fare,
ti rendi conto di quanti strati culturali e sociali tu abbia addosso,
di quanto meschino ed europeo senso di superiorità ti porti dentro tuo malgrado.
Ogni mattina, ogni mattina di nuovo comincia la sfida contro il mostriciattolo eurocentrico che sta dentro di te,
ogni mattina con umiltà devi renderti conto che tutto questo,
tutto questo è molto più grande e molto più complicato di quanto non pensassi
che l’allenamento fatto negli anni passati
allenamento alla comprensione, alla libertà, all’onestà di pensiero
non è stato comunque abbastanza

Perchè questo è un altro pianeta, cazzo, un altro pianeta
e a volte l’unica cosa da fare è ascoltare, provarci,
e quando vuoi parlare ti devi forse prendere il rischio
di non essere capita.
Così come tu spesso non capisci.

E forse è stato solo perchè oggi per la prima volta mi sono presa il rischio, con tutta la sofferenza di questo mio improvviso non capire, di questo mio totale spiazzamento, forse solo per questo ho trovato una breccia, e ho scoperto che esiste un terreno comune, che esiste un’ambizione alla libertà, alla giustizia, che esiste.
Oggi ero come sono da un po’ di settimane a questa parte, disorientata, forse demotivata, sicuramente incerta, e una volta tanto non avevo proposte non avevo soluzioni, avevo solo oneste e forse un po’ banali domande, perchè non capivo, cazzo, non capivo. E proprio attraverso le mie domande inquiete e piene di rabbia e paura ho trovato le prime risposte in questo paese.

Così, il faticoso giovedì della politica si è trasformato per me in qualcosa di sensato, di piccolo, certo, ma profondamente sensato, e sono tornata a casa stanca e provata ma felice, felice soddisfatta e con i miei scudi anti coreanità leggermente abbassati, perchè la paura era un po’ meno, e forse oggi per la prima volta ho vinto la mia piccola battaglia quindi uff, ora mi svesto, mi infilo il pijama, srotolo il futon e dormo, cazzo, dormo e mi riposo e dimentico tutti i pensieri che non sono radicati qua, nella mia stanzetta coreana.

 

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Nov 01 2011

Lavoratori prrrr.

Ebbene noi, mentre l’Italia santifica tutti i santi dopo averli smadonnati per i passati 364 giorni, noi qui in Corea si lavora, tanto che mi ero quasi dimenticata di questa importantissima festività e mi domandavo perchè quegli stronzi dell’istat non mi rispondessero, che ho bisogno di avere la mia parola magica per accedere al questionario che censirà che io sono nullatenente nucleofamiliare monoreddito sottosogliadipovertà. Che mi danno, un premio? mi aggiungeranno forse alla lista di ognissanti così potrò smadonnare anche me medesima tipo potrei cominciare a dire mannaggia alla vitantonio. O porca quella vitantonio. Che poi è vero, sono un po’ porca. E anche un po’ sporca, nel senso che a tavola combino sempre dei casini col cibo e mi piace mangiare con le mani e rovescio tutto. Infatti il mio babbo me lo diceva sempre, fissandomi con un occhio impietosito e l’altro iracondo: “Neh Carla, un rinoceronte in confronto a te è una signorina”.
Tutti ridevano molto di questa sua massima, specialmente mia madre, e in fondo anche io me la ridevo perchè non mi era ancora chiaro quanto fosse grave la mia dis-grazia, e adesso che faccio l’apprendista stregona in questi ambienti super raffinati devo stare attentissima e fermissima che altrimenti faccio un casino dopo l’altro. Poi arriva il mio amico D che mi rimprovera, tipo l’ultima volta mi ha rimproverato perchè ero malata e sono arrivata con i fazzoletti di carta sparsi. Mi ha detto che mi avrebbe regalato un fazzoletto di stoffa, piuttosto che assistere all’indecoroso spettacolo di me che srotolo i fazzolettini dallo zaino. Poi però mica me lo ha regalato, il fazzoletto. Dev’essere che l’ultima sbronza che ci siamo pigliati insieme ha lavato via il ricordo di questa promessa.
Ma in fin dei conti io, che me ne faccio io di un fazzoletto di stoffa? finisce che me lo lego al collo e siamo punto e a capo.

Molti molti scoramenti mi ha portato il lunedì, scoramenti terrifici perchè la comunicazione è difficile, perchè mi attacco alle cose belle passate e finisce che me le ricordo solo io, perchè le persone vanno avanti e io rimango indietro, ah scoramenti ah dolori e lagrime nel mezzo della metropolitana! Io, cuffiette attaccate all’orecchi, occhi gonfi e lagrimoni che scendono copiosi sulla mia faccia truccata del lunedì, in mezzo a coreani imbarazzatissimi che non sanno dove guardare, e più loro si imbarazzano più io ascolto la musica che mi fa pensare a una felicità finita finitissima e più lagrimo, e più penso mi devo schiodare più lagrimo, lagrimo e non riesco a smettere e nemmeno mangiare i miei preferitissimi fioripani m’ha fatto smettere.
Scoramenti infiniti e solitudine, solitudine, solitudine e rabbia nel non poter capire e nel ritrovarmi sempre allo stesso punto, ciclicamente, che mi viene da dire ma allora è inutile, inutile che io puntualmente prenda e vada via, inutili tutte queste partenze tutte queste speranze, che il verme malefico è dentro e uh scoramenti uh lagrime uh voglia di buttarmi nella tana e rimanerci fino a che questo lungo inverno non sarà passato.

Quando mi sento così non riesco a fare nulla niente di niente nisba zero, me ne sto come una cretina a cercare contatti che non trovo, e non riesco a dire aiuto affogo, e non riesco a chiedere, e se ci sono delle cose che non capisco non sono manco in grado di esigere o quanto meno di domandare dei chiarimenti, no, me ne sto sempre più sprofondata sempre più affogata e tutto mi sembra inutile e mi vengono i pensieri da depressione caspica tipo
basta questa volta è per sempre ho chiuso mai più
e una serie di simili parole che portano dentro sensi d’infinito d’inevitabile di disfatta perenne, e per questo sono ancora più stupide, perchè poi la mattina dopo mi sveglio e mi dico che forse un’altra possibilità potrei darmela, soprattutto se alle ottettrentacinque un amico preoccupato m’invita a fare colazione, e a me mi sembra un miracolo, un miracolo di averci un amico preoccupato, ma poi lo so già che non mi devo fidare, lo so già che non è abbastanza perchè nessun amico preoccupato c’ha la chiave di questo macigno che ho legato al collo e infatti io anche con gli amici preoccupati il più delle volte non riesco a dire perchè ho gli scoramenti, che ho paura poi di risultare come quei cagnolini bruttissimi puzzolenti e però bagnati che ti guardano con l’occhio implorante e allora tu, sebbene schifato, non riesci a evitare un pochino di cattolica compassione e regali loro una carezza. Piuttosto che fare la figura del cane puzzolente e zelloso mi rimetto tutta insieme dentro una corazza inscalfibile, anche se dentro il cuore e la panza sono tutti un campo di battaglia che manco le crociate, morti e feriti e squartati e cavalli senza zampe urlano di dentro ma io mi rimetto insieme e financo sorrido.

Ma che cosa volevo dire che cosa volevo scrivere? che poi di tutto, di tutto possiamo fare a meno, poichè siamo cresciuti per esistere e sopravvivere, e se tutto ci tolgono noi senza tutto sopravviveremo, e il problema non è sopravvivere ahimè, che io l’ho visto sulla mia pellaccia io davvero ho sopravvissuto anche solo d’aria ma il problema è: è questa la vita che voglio o quando per caso incontro e trovo una cosa bellissima devo fare di tutto per tenermela? e come si fa? io non lo so, non lo so come si fa, so che sbaglio benissimo e probabilmente anche in questi mesi asiatici sto sbagliando, e sbagliando non s’impara, ma per lo meno si fanno dei tentativi e l’unica cosa che si può fare è continuare continuare continuare a provare.

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