Archive for Gennaio, 2012

Gen 27 2012

Alessia e la teoria delle frittate

Arrivata a casa subito mi sono infilata in una serie ininterrotta di racconti chiacchierate incontri e vari aggiornamenti con amiche e amici che tanto mi sono mancati. Intenso e dirompente scoprire che esistono persone con le quali ti guardi e sembra che tu sia andata via ieri l’altro e non cinque mesi fa. Allagante scoprire che non sei scomparsa e gli amici e le amiche ancor ti amano ancor ti ascoltano ancor si raccontano ancora hanno spazio per te. Emozionante riprendersi lo spazio riprendersi le persone riprendersi gli abbracci, gli abbracci, i corpi il calore gli sguardi.
Durante una di queste chiacchierate fittefitte Alessia iersera mi ha esposto la sua rivoluzionaria teoria culinario-sentimentale, riassunta nel teorema:

La capacità di una persona di far riuscire una bella frittata compatta
è direttamente proporzionale alla sua capacità di gestire le relazioni

Chiaro che all’inizio ti viene un po’ da ridere e da pensare che Alessia sia un tantino sbroccata o che abbia problemi con le frittate o semplicemente non sappia cucinare. Oh, ce ne sono moltissime, di persone che non sanno cucinare, mica è un dramma. Poi ci pensi un attimo, fai un’indagine su un campione rappresentativo della popolazione e scopri che il teorema è

i n e q u i v o c a b i l m e n t e
vero.
Chi non sa fare le frittate in genere ha una vita sentimentale quanto meno complicata.
Le incapacità e le mancanze possono essere le più disparate, per esempio ci si intestardisce col fare una frittata con poche uova in una padella troppo grande o viceversa, l’olio non è quello buono, la pentola non è adatta, i tempi sono sbagliati, non si è in grado di valutare lo stato di cottura e di preparazione della frittata, ci si fa prendere dal panico nel momento del fatidico giramento e via discorrendo.

Ma prendiamo me. Io le frittate non le so fare. Mi vengono leggermente bruciate sotto, spesso un po’ crude dentro e soprattutto, nel momento del giramento, si sfracicano. Quindi mi viene l’ovo strapazzato, altro che frittata. Che potrei essere un’ottima cucinatrice di ovi strapazzati, non c’è che dire, ma il fatto è che il risultato ambito era la frittata, mica l’ovo.
I motivi per cui non mi vengono le frittate sono due: punto primo, spesso le metto sul fuoco e me ne vado. Non per sempre, eh. Non è che me ne vada per sempre.
No, me ne vado per un po’.
Di solito se abbandono temporaneamente la frittata è perchè ho delle cose IMPORTANTISSIME da fare, insomma non è che piglio e abbandono così, no, ho le mie motivazioni, ma questo alla frittata non interessa, essa è abbandonata e continua il suo processo di cottura senza di me. Dunque si brucia. E quando torno e dico ma scusa non potevi aspettare un attimo? La frittata non è più nemmeno in grado di rispondere perchè è definitivamente bruciata. Andata. Morta. Rovinata. Il pasto è compromesso, la nutrizione fustigata, l’alimentazione deprivata. Avrebbe potuto essere la frittata più bella e soddisfacente della mia vita, invece  è un cadavere rinsecchito.
Ma mettiamo che io non me ne sia andata. A volte non me ne vado. Mi impongo di rimanere vicina alla frittata e controllare con dedizione lo stato dell’arte, coccolarla, accudirla eccetera. Oppure me ne vado ma torno quando la frittata è ancora in uno stato decente. Essa cresce che è una meraviglia, prende colore, si gonfia, una bellezza, una soddisfazione.
Ebbene.
A quel punto entra in gioco il secondo errore. La maledetta fretta. Perchè la frittata va girata. E io nel momento del giramento mi faccio prendere dal panico, non riesco ad affrontare la crisi rispettando i tempi, no, devo risolvere tutto e subito, e allora comincio a sfarfugliare, a produrmi in acrobazie di gesti inconsulti, e la frittata finisce tutta sfracicata.
La fretta.
Maledetta lei.

Compiuta questa analisi mi domando: ma se io mi esercito sulle frittate, se comincio a fare frittate a manetta fino a quando non mi vengono alla perfezione, migliorerò anche la mia capacità di gestire le relazioni? Alessia non è stata in grado di darmi una risposta.
Io, per il momento, evito accuratamente di avvicinarmi ai fornelli.

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Gen 22 2012

le tre cose che ti mancano

Il gioco che ho fatto più spesso in questi mesi è stato chiedermi quali sarebbero state le tre cose di Seoul di cui avrei sentito la mancanza. Ho trovato, di volta in volta, risposte variamente insensate, arzigogolate e improbabili, a seconda del tasso alcoolico, dell’intimità della compagnia, dell’umore e delle contingenze meteorologiche. A un certo punto ho rinunciato, preferendo un generico “Seoul mi mancherà e non so nemmeno perchè”, che sarà anche più banale ma fa sicuramente giovane artista tribolata e tormentata e insomma potrebbe avere un certo fascino su lettori lettrici appassionati e potenziali amanti.

Fine della prefazione.
Succede oggi che da oramai quarantott’ore suonate sono in Italonia, arrivata dopo fatigoserrimo viaggio e mirabolanti avventure che mi hanno vista sostanzialmente spostare il culo da un aereo all’altro alla sedia di una sala d’attesa a quella di un ufficio reclami insomma una faccenda piuttosto complicata. Giunta io in compagnia di me medesima in Italonia, subito effettuai esperimenti di socialità per verificare se il paese natio foss’ancora dotato di quelle qualità d’accoglienza e comunicatività che ricordavo e temevo di avere un tantino idealizzato. Dunque nelle interminabili ore trascorse a Milano-mal-penZA attaccai bottone con tutti, ma proprio tutti, diventando la migliore amica della tipa dell’ufficio cambi, della signora dei cappuccini, dell’impiegato della biglietteria e del facchino dei carrellini, scambiando con loro una quantità incredibile di piacevolissime inutilità e soprattutto di sorrisi e verificando dunque che esiste al mondo gente che può parlarti anche se ciò non porta un immediato guadagno insomma constatando che sì, è vero, in Italonia in genere esiste ancora il gusto della conversazione come scambio di energie sorrisi e vari fluidi positivi e fors’anche come allegrissima perdita di tempo, soprattutto quando suddetta conversazione avviene alle sei di mattina e insomma, magari ti fa cominciare bene la giornata.

Ma ovviamente non era questo che volevo dire, questa era solo la prefazione bis. Finita anche la prefazione bis succede che in Italonia ho soprattutto guardato, guardato la dolcezza delle colline che separano il Molise dal Lazio, i fiumiciattoli, le pecorelle, le casette mezze crollate, le chiese piantate nel bel mezzo del nulla, i cumuli di pietre, le strade a mezza corsia, i paeselli che sbucano nelle vallate, i fontanini, la neve sulle cime e infine CRAMPObasso, la città della mia infanzia e adolescenza. Con stupore ho ritrovato i luoghi e per ripigliarmeli mi son messa a camminare, camminare e correre, occhi spalancati e piede svelto. Allora passeggiapasseggia succede che prima o poi mi vien voglia di fumare una sigaretta.
E qui commetto un errore, ovvero, faccio quello che avrei fatto a Seoul: Cerco un tetto, un ultimo piano, un’altezza qualsiasi alla quale accedere per guardare la città dall’alto mentre mi ciuccio la mia sigarettina.

Errore, grave errore.

In Italonia il tetto è un concetto escludente, una questione privata, una condizione inaccessibile. Il tetto è mio e me lo gestisco io, e se non hai un tetto vuol dire che non te lo meriti, è colpa tua, hai peccato e il fatto che tu non abbia un tetto è indice del tuo stato di disgrazia di fronte a Dio o a Equitalia, che più o meno è lo stesso.
Le altezze in Italonia non sono condivisibili, la città vista dall’alto è una faccenda per pochi eletti e a noialtri non rimane che fumare le nostre cicchette nei vicoli pieni di scritte in dialetto o sul terrazzino del secondo piano dal quale al massimo si può vedere il terrazzino di fronte.

Mi mancano i tetti di Seoul.
Mi mancano tutte le luci, e mi manca quella torre a forma di fiammella dei cartoni animati, ogni sera colorata di un colore diverso.
Mi mancano le altezze di Seoul, le sue altezze accessibili e silenziose, dalle quali la città si lasciava osservare come un animale placido.
Mi manca il tetto della mia casetta a Itaewon, dal quale vedevo la moschea e persino il palazzo dove lavoravo, il tetto dove si fumava bardati come vecchi nostromi mentre la neve cadeva implacabile e imbiancava i cappotti, il tetto dove col bel tempo facevo i miei esercizietti sentendomi un po’ un’atleta e un po’ una vecchia zia, il tetto dal quale pensavo alla Corea all’Italia a quello che avevo lasciato e a quello che mi aspettava. Il tetto sul quale mi rifugiavo quando avevo bisogno di ordine, e lasciavo che le idee si mettessero in ordine mentre contavo le luci delle case, le credenze, le canottiere e i calzoncini stesi.

 Mi manca l’altezza accessibile e quasi tetto della casa delle improvvisate notturne, di fronte alla quale mi sospendevo e ballavo musiche improbabili in orari improbabili, e poi la mattina mi svegliavo nella stanzetta che un pochetto era diventata mia (o almeno a me piaceva pensarla così) e la prima cosa che vedevo era la città che si svegliata, tutta attorno a me, ed era bellissimo, e quasi quasi mi veniva voglia di andare a lavorare.

Mi manca il tetto della sigaretta mattutina, il rifugio che diventava nave e spiaggia e prato e sigarettificio e baretto, il tetto di tutti eppure segretissimo, la succursale d’intimità. Il tetto dove, quand’era ancora estate, andavo alle nove meno cinque per togliermi gli infradito e infilarmi le scarpe da persona seria. Quello dove i primi giorni di lavoro mi rifugiavo in solitaria per la mia sigaretta. Il tetto dove il Dottò tirava fuori la sua macchina fotografica col laccio arancione che me lo faceva immaginare come un esploratore di altri tempi.

Mi manca quella volta che di mattina presto da un quasi tetto, all’improvviso, vidi la prima casa in cui avevo abitato a Seoul. E poi vidi un passerotto. 

 In questo ritorno frettoloso, che non è un ritorno ma un transito, un passaggio, una sospensione, non ho capito molto anzi, ho capito quasi nulla, tranne che tra le cose che mi mancano di Seoul, ecco, tra le cose che mi mancano, ci sono i tetti.

I miei tetti.

 

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Gen 13 2012

La signora del kimpap

          Il pranzo a Seoul è una questione delicata. Delicata innanzi tutto dal punto di vista della scelta: a Seoul si può mangiare tutto, veramente tutto, cotolette giapponesi, pizze italiane, zupponi coreani, carne tailandese; oppure se uno ci ha il gusto della cucina fussssccccion, che qui va tanto di moda, può dedicarsi alla masticazione di uno zuppone inglese nel quale intingere una pizza giapponese condita al kimchi australiano. Insomma la scelta è una faccenda seria perchè se non sei sufficientemente concentrata e finisci nel ristorante sbagliato rischi di giocarti il resto della settimana e di ridurti a mangiare scodelle di riso e patate direttamente e comodamente seduta in bagno finchè morte non vi separi.

          Ma il pranzo è una questione delicata anche per altri versi. Per esempio, è delicata la scelta della compagnia. Se sbagli nella decisione delle persone con cui accompagnarti durante l’opera di rifocillamento, potresti trovarti a trascorrere tutta la pausa masticatoria con le orecchie bombardate di lamentazioni, pettegolezzi, frignamenti vari e simili amenità. Cose che ti viene da dire ma scusa, piuttosto sto a digiuno che fa pure bene alla salute.

          Ognuno si trova le sue scappatoie all’enorme trappola costituita dalla pausa pranzo. La mia è molto spesso rinchiudermi in una bettola segreta che ho chiamato “il paradiso del kimpap”. Il paradiso del kimpap, se non sai dov’è, non lo trovi, perchè l’entrata è di fianco a quella di un sexy shop e il colore della porta è esattamente lo stesso. Il paradiso del kimpap, anche se sai dov’è e lo trovi, non ha un aspetto esattamente invitante, quindi finisce spesso che non ci entri in ogni caso, perchè l’apparenza è un misto tra una mensa del dopolavoro, il cottolengo e il retrobottega di una Zia Cristina qualsiasi. Il paradiso del kimpap, ammesso che tu l’abbia trovato e sia entrato nonostante le apparenze, ti fa venire voglia di scappare prima di sederti, perchè non c’è un occidentale nel raggio di un chilometro e perchè è chiaro che non si parla inglese manco a pagare oro, e se vorrai farti capire dovrai fare appello a tutte le tue risorse comunicative, verbali e non. E magari in pausa pranzo non hai voglia di compiere uno sforzo tanto imponente.

          Un giorno, quando faceva ancora caldo e si andava in giro in infradito, mi sono trovata davanti alla porta del paradiso del kimpap. Forse volevo entrare nel sexy shop, o forse ne avevo le gonadi piene degli occidentali. Forse cercavo un dopolavoro ferroviario o forse ero semplicemente disperata come accade a volte in Corea a quelle fanciulle che prendono l’Asia sottogamba. Sono entrata nel paradiso del kimpap e la mia vita è cambiata.

          Nel paradiso del kimpap si mangiano i kimpap ovvero dei rotolini di riso ripieni di mille delizie. La signora che li prepara è una fatina bellissima coi lunghi capelli tenuti insieme da un berretto all’americana, e le dita dei piedi che escono fuori dalle ciabatte troppo grandi. Fa i kimpap uno alla volta, davanti a te, mettendo l’alga, il riso e il ripieno, con cura e meticolosità, sul viso un sorriso un po’ assente, come se stesse pensando a qualcosa di bellissimo.
La prima volta che le ho chiesto un kimpap in realtà non glie l’ho chiesto, l’ho indicato. Non parlavo una parola di coreano e pensavo sarei morta di fame. Ma la signora del kimpap pazientemente mi ha preparato il mio rotolino, e me l’ha servito sorridendo.
Allora sono tornata.
Quando, dopo settimane, sono finalmente riuscita a formulare una frase che sembrava vagamente una richiesta di kimpap in coreano, la signora è stata così felice che mi ha regalato una scodella di zuppa. Ovviamente farcendola con mille frasi di gioia delle quali non ho capito una cippalippa. Ma ho sorriso e ringraziato.

          E così la mia amicizia con la signora del kimpap è andata avanti in questi mesi. Io vado lì soltanto quando sono sola e ho voglia di sentirmi a casa. Ogni volta preparo qualche parola in più in coreano, per mostrarle che mi applico, che alla nostra amicizia ci tengo davvero tanto e che per lei (non per amore delle relazioni internazionali) sto imparando la lingua del regno eremita.
Lei mi sorride e mi fa il kimpap.

          Sono mancata dal paradiso del kimpap per qualche settimana, e l’altro giorno sono ritornata. La signora mi ha accolto con molte manifestazioni di affetto che ho finto di capire e le ho persino detto “eh, da quanto tempo” (almeno credo di averlo detto). In uno slancio d’amore la signora mi ha presentato il conto senza scrivere i numeretti sul foglio, come faceva di solito, ma pronunciando le parole “sono tremileccinquecento won”. Ebbene, ho capito e glie li ho dati. La signora era molto contenta. Anche io ero molto contenta, e penso che se i coreani fossero stati tutti così con me, se mi avessero riservato questa delicatezza, se non mi avessero detto di sbrigarmi a scendere dal taxi ogni volta che ci mettevo più di tre secondi, se non mi avessero sbattuto le mani a croce davanti dicendo “opsoiò” ogni volta che desideravo qualcosa che loro non capivano cosa fosse, se ecco mi avessero risparmiato qualcuna di queste esperienze e mi avessero sorriso come la signora del kimpap io forse oggi il coreano lo parlerei molto meglio di così.

          Oggi, venerdì, sono andata dalla signora del kimpap perchè era l’ultimo venerdì di lavoro e avevo voglia di festeggiare. Non sono riuscita a spiegarle perchè, ma credo lei abbia capito che era un giorno speciale, dal momento che mi ha servito il kimpap su un piatto speciale, disposto a mo’ di fiorellino, come nessuno aveva fatto mai. L’ho ringraziata e ho mangiato il kimpap più buono della storia delle relazioni internazionali.
Poi sono andata a pagare e le ho detto che i suoi kimpap sono davvero, davvero deliziosi.
La signora ha sorriso.

          Sono uscita e Seoul era assolata e gelida assieme. Camminavo, cinque gradi sotto zero, dentro il mio ultimo venerdì in questa città. Era bello camminare per Seoul. La città sembrava accogliente e all’improvviso un po’ di quella sguaiatezza che m’ha ferita in questi mesi era come scomparsa.
Allora ho pensato alla signora del kimpap e mi è venuto un grande senso di gratitudine, perchè lei questo posto me lo ha fatto proprio amare. E io quando torno, se torno, vado al paradiso del kimpap, ammesso che esista ancora, e le dico che mi è mancata un sacco.

 

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Gen 11 2012

Asia shaker

Dice il Dotto` che, arrivata a Bologna, potrei mettermi nel mezzo di Piazza San Francesco con un cartello recante la scritta

 

reduce dall’Asia
aiutatemi

 

Eh, perche` adesso che si avvicina il giorno della partenza, e mio malgrado le valigie cominciano a chiudersi, mi scopro all’improvviso tutta sballottata e mi domando come sara`, essere catapultata da un giorno all’altro in un mondo dove le persone si toccano in continuazione, ti guardano in faccia, e se c’e` qualcosa che non va NON SMETTONO DI PARLARTI ma ti chiedono spiegazioni.
Allora potrei aver bisogno di una sorta di sostegno psicologico, meglio se corroborato da un coadiuvante etilico o -in senso piu` lato - stupefacente. Potrei aver bisogno di guide, interpreti, gente che mi aiuti a evitare di morire a causa di qualche stupida disattenzione. Potrei ricorrere al nostro compianto e amato servizio sanitario nazionale per domandare se non ci sia la possibilita` di incontri settimanali con qualche specialista che mi aiuti a curare la mia febbre asiatica.

Io non lo so cosa succeda agli altri, quando arrivano in Asia. Che poi l’Asia come abbiamo avuto modo di ripeterci piu` e piu` volte e` milledduecento cose, la Corea non e` il Giappone e non e` la Thailandia, e quindi dire Asia ha poco senso, da un certo punto di vista, ma ne ha anche tanto e non so spiegare perche` ma piu` si sta qui e piu` si capisce che la parola Asia ha un valore, e allora non so cosa succeda agli altri, ma posso dire che se per caso sei una fanciulla e hai un paio di grammi di cervello e magari li usi, se queste condizioni sono rispettate e sulla loro base arrivi in Corea ecco, allora avrai davvero davanti dei giorni difficili. Intensi, belli quanto vuoi, ma difficili.

Perche` cioe` adesso parliamo di me, no. Io mica sono di pietra. Mica arrivo qua come un monolite calato dalla luna e dico ecco prendetemi o cosi` o niente. Mica sono inscalfibile. A me ’sta Corea mi ha provata. Mi ha fatto venire i dubbi porcamaella, dubbi politici, dubbi sociali, dubbi privati. Perche’ quello che vedo a volte non mi piace. Ma d’altra parte il mondo che ho lasciato, manco quello mi piace. E allora non ho soluzioni, ho comprato il libro dei problemi e non mi hanno dato l’appendice con le risposte, eh. Rimango senza parole.
Che poi questi dubbi, maledetti loro, non arrivano dalla porta e bussano educatamente. No. Essi s’insinuano, in genere di notte, e tu ti svegli la mattina e ti guardi allo specchio e improvvisamente ti scopri a raccontarti che
NON E’ VERO
che tutti i corpi hanno la loro bellezza. Non e’ vero. Hanno ragione le coreane. Ci sono dei corpi belli e dei corpi brutti, e il corpo bello deve pesare non piu’ di 50 chili e rispondere a precisissimi criteri proporzionali, roba che le lezioni di educazione artistica delle medie ci fanno un baffo. Pura tecnica.
NON E’VERO
che siamo padrone dei nostri corpi. Non e’ vero niente di niente. Non e` vero che nel mondo c’e` spazio per tutte. Nel mondo c’e` spazio solo per quelle che corrispondono a certi canoni estetici.  E basta, non si discute.
Quello che ci andiamo raccontando e` un bel mucchio di menate. Siamo troppi su questo pianeta e non c’e` posto per tutti. Non so chi abbia deciso le regole, chi abbia definito i canoni cui bisogna aderire per stare nel gruppo di “quelli che hanno diritto”, ma ho scoperto in Corea che questo gruppo esiste, e io non ne faccio parte, e posso continuare a blaterare stronzate sull’emancipazione e i diritti quanto voglio, sono solo grosse e profumate stronzate.

Lo so, potrebbe sembrare adesso che io sia partita con uno dei miei tormentoni filosofici sulla donna e il corpo e l’uso del corpo eccetera. Potrebbe addirittura sembrare che io stia usando dell’ironia. E invece no. Io sono seria, serissima. Per la prima volta nella mia vita mi sono venute le paranoie. Questo binomio vincente /perdente, che sta ovunque, mi e` entrato come un piccolo virus e mi devo fare violenza per non utilizzarlo. Sono una vincente? sono una perdente?
Il mio corpo, sicuramente, in Corea perde, e`gia` il simbolo di una sconfitta inevitabile, quasi karmica. Il mio atteggiamento, poi, che ne parliamo a fare.
Un disastro,  non ne ho combinata una buona.
Sono troppo intraprendente per i maschi, troppo imbarazzante per le femmine, non rispetto le regole, non mi inchino al momento giusto, non mangio al ritmo opportuno e non rispondo ai messaggi col giusto ritardo.
Mi interesso troppo alle persone. Cazzo.
Mi interesso troppo alle persone. E
soprattutto, in genere, credo a quello che mi dicono.

Ecco questo e` un errore fondamentale. Non bisogna mai, mai credere a quello che ti si dice. La verita` e l’onesta` intellettuale sono dei concetti culturalmente troppo connotati per essere condivisibili.
Diobbuono che fatica, che senso di spaesamento.

Infatti tra una settimana parto e ho la sensazione di stare dentro un frullatore, ho l’impressione di essere stata provata, fiaccata nella mia identita’ da questo viaggio. Bisogna a un certo punto avere l’umilta’ di rimettersi in discussione, e’ vero. Sono arrivata qua convinta di essere una persona aperta, mi riempivo la bocca di parole come accettazione convivenza multiculturalismo. Erano tutte balle. E’ difficile, difficile porca miseria.
Me ne vado con molte domande in piu`, e soprattutto con molti silenzi. Me ne vado con la certezza di aver vissuto in un mondo dove bastava guardarmi per capire che ero una perdente, e mi domando se non sia poi un pochino vero.
Sono arrivata convinta che il confronto onesto fosse l’unico modo per vivere la vita e le relazioni. Da questo punto di vista ecco, sono affranta, affranta, perche` il confronto onesto qua e’ un concetto che non ho mai incontrato.

Eppure sono contenta, perche` mi sembra di essermi presa un bel paio di ceffoni, ben centrati, e di aver riacquistato un po’ il senso delle dimensioni, del mio essere minuscola, della piccolezza del mondo in cui ho vissuto fino a qualche mese fa, e sono contenta, sono completamente persa ma sono contenta.
E’ tutto spostato dentro di me, un casino, un macello, un campo di battaglia di quelle battaglie medievali, morti feriti e cavalli a gambe all’aria, ma mi sembra di essere viva, mi sembra di crescere, mi sembra di darmi una possibilita`.
Non lo so, che cosa  mi porto.
Non lo so.
Magari me ne accorgo tra dieci anni.
Adesso sto qua, con tutti i pezzi di me sparsi come un puzzle e non mi ritrovo.
Ma io, per questo rimestamento totale, mi sento di essere grata. Mi sembra un regalo immenso, una possibilita`, un nuovo punto di partenza. Ecco.

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Gen 06 2012

Rock’n Roll delle cinqueqquarantasette

Venerdi` sei gennaio duemileddodici e la befana non ci ha portato manco un poco di cenere e carbone, ci son rimasta quasi male poiche` ci tengo molto al pubblico riconoscimento della mia cattiveria, ma ahime` quest’anno la befana m’ha schifata e non m’ha punita pubblicamente, scontentando cosi` il mio lato masochista, che subito ha rimediato sfracicandosi le gonadi con uno di quei bei pensieri paranoici che si fanno all’inizio dell’anno o, nel mio caso, a ridosso del proprio genetliaco.

Ebbene si` confesso di non aver scritto per giorni molti poiche` - dopo aver diffuso e profuso buonumore, coraggio e tante inutilissime belle parole sull’importanza di sfidarsi, di lottare, di aspettare l’anno nuovo con coraggio e speranza - m’e` preso uno tsunami esistenziale dal quale sento che lentamente mi ripiglio appunto oggi, dopo quasi ‘na settimana, che dico oh grazie tanto, se capodanno e’ lo specchio di come andra` l’annata devo sinceramente preoccuparmi poiche`questo e` stato in assoluto, e dico in assoluto, in assolutissimo, il capodanno piu` brutto della mia vita.

Pussa via capodanno schifosissimo e portati via tutti gli scoramenti e le lamentele, portati via le persone-sanguisughe che s’attaccano per solo ciucciare, portati via i rubatori d’energia e buonumore, portati via i mentitori, gli squallidi, portati via quelli che sono convinti di non avere abbastanza tempo, portati via chi pensa che le cose siano piu’ importanti delle persone.
Pussa via malefico capodanno e portati con te l’individualismo acre e velenoso che ho conosciuto in Asia, quello fatto di relazioni che non esistono, di utilita`, di sfiducia reciproca, quello che ti fa dormire con un occhio sempre aperto, che non ti fa mai essere completamente te stessa perche` sai mai che ci sia qualcuno che ti osserva.
Che schifezza di capodanno e che schifezza di riflessioni esistenziali ho fatto, mannaggia alla Befana, e infatti non io voleva scrivere eh no, io non voleva scrivere piummai per timore di riversare sulle parole la mia scontentezza la mia delusione il mio spaesamento ah. Improvviso mi giunse il maledetto tsunami, eppure ero convinta di essere a cavallo di essere ooooocchei ero convinta ma invece no. Da un momento all’altro ecco le sabbie mobili e di nuovo il terrore, il terrore, di non essere capace di leggere attraverso le persone, di non riuscire a capire le relazioni.
Agghiacciata rimasi davanti all’atroce dubbio di essere fatta ahime` male malissimo e piu` non mi ripigliavo.

Invece stamane alle cinqueqquarantasette mi sono svegliata e Seoul riluceva attorno a me dentro il suo acquario notturno di silenzi e lucine. Dalla finestra guardavo le mie strade segrete, quelle che solo si percorrono dopo una certa ora della notte e prima che faccia mattina, le strade sulle quali si cammina spogli dell’armatura con pochi fidatissimi e altrettanto scalcagnati guerrieri.
Alle cinqueqquarantasette mi sono svegliata stamane e Seoul attorno a me era placida pacifica e bellissima. Allora mi sono rimessa sotto le copertine nel calore del dormiveglia e ho pensato che si` e’ vero, sto per compiere trentatre` anni come Cristore` e non sono riuscita nemmeno a farmi venire uno straccio di stigmati simboliche, niente di niente, ho pensato che si` e` vero anche quest’anno come tutti gli anni mi terrorizza l’arrivo del giorno diciassette e anzi se possibile mi terrorizza ancor piu` che di solito per motivi che non mi mettero` a sviscerare adesso, ho pensato che ho una valigia da preparare e un sentimento assai confuso e contrastato nei confronti di questa nuova partenza,  ho pensato che molte cose non sono andate come speravo, ne` come pensavo e nemmeno come temevo, a queste ed altre cose ho pensato nella dolcezza delle mie copertine mentre Seoul muta brillava fuori dalle finestre, pero` poi ho pensato anche che questa esistenza storta e malcondotta, vissuta alle cinqueqquarantasette di ogni giorno, e` mia, e basta, che le cinqueqquarantasette di ogni mattina sono le mie, mi appartengono, sono il mio regno inconquistabile e nessuno alle cinqueqquarantasette riuscira` mai a convincermi che sono sbagliata.
Io, alle cinqueqquarantasette, sono perfetta.

E infatti mi sono rimessa a dormire e ho sognato Humphrey Bogart che mi diceva che mi amava alla follia e anche io gli dicevo che lo amavo, e pattinavamo quietamente sul ghiaccio in tutto questo amore rotondo e corrisposto e perfetto e il mondo aveva spazio e tempo per la nostra storia d’amore delle cinqueqquarantasette.

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