Archive for Febbraio, 2012

Feb 23 2012

io, gli allievi attori e altre storie.

“Il pensiero è alato
tu credi di pensarlo
ma è lui che ti pensa
e tu sei solo pensato”

Arrivo di fronte all’edificio e sono già preparata alla rabbia. So perfettamente, noiosamente, banalmente quello che ci troverò. Conosco i motivi della mia futura frustrazione. Conosco l’insormontabile distanza tra l’insegnante e l’allievo. Non mi capiranno, non mi spiegherò. Proverò a dare consigli che essi percepiranno come ramanzine. Non mi so spiegare, non mi sanno capire. Cerco un’impazienza, una rabbia, una fame, che non trovo. Cerco me a vent’anni, che ogni lezione alla scuola di teatro era una corsa all’impazzata, un urlo, ogni improvvisazione era gridare sì sono io e sono così e sarò attrice.
Cerco la me che si svegliava alle sei e trentacinque ogni mattina e pigliava la bicicletta, e poi il treno, e poi mezz’ora a piedi per arrivare a teatro, perchè quello era il luogo del sogno era il luogo dell’esistenza era il luogo della presenza. Cerco me e non mi trovo.
E mentre percorro il corridoio sono terrorizzata dall’idea di essere stupidissimamente ingabbiata nel mio ruolo.
A nessuna di queste persone glie ne frega un emerito niente se io lascio il teatro, se sono delusa, se sono affranta. E nessuno si aspetta che io abbia anche una vita privata, amori che naufragano, amici che mi mancano, genitori che invecchiano. Sono una funzione, e loro sono gentili nei limiti del possibile, cercando di preservarsi, ma preservarsi da chi, da cosa? mi domando mentre poggio la mano sulla maniglia. E mi chiedo perchè siano qui, che cosa vogliano da me. E ho terrore delle loro facce inespressive, che non sai mai se non hanno capito o non glie ne importa niente, e in quell’about blank io mi specchio e non mi trovo, non mi ritrovo.
Entro in classe.
E so che la metà di loro non avrà letto il copione.

A questo punto della storia potrei incazzarmi. Ma ho mal di testa, e sono terrorizzata dall’idea che persino la mia rabbia cada nel buco nero del loro disinteresse. Ho il corpo pieno di cicatrici. Penso alla mia partenza, penso al mio stronzissimo e inutile dolore, penso alla mia banalissima sofferenza, e non mi schiodo. Penso che mi sento il cuore spezzato, sì, il cuore spezzato, proprio come si scrive in quei romanzi d’appendice. E penso che a nessuno glie ne frega niente, perchè ognuno ha il suo piccolo cuore spezzato, ognuno se la vede con le sue piccole delusioni. Li guardo, e mi domando quanti di loro sono stati lasciati da un innamorato, quanti non hanno passato un esame a cui tenevano, quanti si guardano allo specchio e si odiano, quanti temono di non farcela, quanti soffrono d’insonnia o stitichezza, quanti cercando di mettersi a dieta ogni mattina. Li guardo e mi specchio in queste piccole, inutili sofferenze.

 

E mi ricordo all’improvviso di una volta. Avevo ventun’anni ed ero un’allieva attrice.
Pensavo che a trent’anni avrei vinto il premio Ubu, che avrei lavorato con Federico Tiezzi e Mario Martone.
Pensavo che avrei incontrato Peter Brook e Cesar Brie.
E mi sentivo male, malissimo, e mi odiavo. E mi sembrava di non farcela.
E forse avevo esattamente la faccia di uno qualunque dei miei allievi oggi.
Quella sera, per la prima volta, mi misi a scrivere.
E venne fuori l’inizio del mio primo monologo.

 

 

Allora me li guardo tutti, persi, forse anche un po’ annoiati.
Invece di incazzarmi parlo.
Dò delle indicazioni chiare. Poche. Pulite. Semplici.
Poi metto una musica.
(Loro non lo sanno, ma questa è una delle poche canzoni che io riesca ancora ad ascoltare in questi giorni).

 

 

Ed essi, all’improvviso, vivono.
Ognuno di una sua perfezione.
Ognuno unico.
Fluidi, spezzati, leggeri e pesantissimi. Gravi. Liquidi. Aerei. Focosi.
D’un tratto essi diventano presenze. Occupano lo spazio. Lo trasformano.
Essi, semplicemente vivono.

Allora mi esce una lacrima.
Che non vuol dire niente, se non che anche io, in questo momento, vivo.
Un poco, anche attraverso di loro.

 Chi lo sa, perchè abbiamo sognato di fare gli attori.

 

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Feb 17 2012

Ritorno al futuro tour, parte prima

          Serena dice che non abbiamo più l’età per fare queste tirate e consiglia vivamente di passare a casa sua, farmi una doccia e rinfrescarmi, magari prendere un caffè e darmi un filo di trucco di modo di arrivare a sera riposata e rinfrancata ed essere in grado di fare lo spettacolo come si conviene.

 

          Io non so se sia vero, che non abbiamo più l’età, ma volentieri mi farei una doccia anche se questo atteggiamento può apparire poco rivoluzionario, fatto sta che sono giorni che viaggio su treni poco riscaldati e per di più mi sento addosso l’odore del fumo del freddo della nottata dell’alcool e di un letto non mio insomma queste condizioni olfattive non sono proprio l’ambiente ideale per l’ultima replica galattica di OTTO.


Ebbene l’ho scritto e credo pure che sia vero, questo fine settimana è dedicato al degno funerale della mia carriera teatrale o forse -se vogliamo essere meno tragici- possiamo dire senza difficoltà che questo settimana segna un importante cambio di stagione e poi sì, lo sappiamo tutti che la stagione dell’amore viene e va, all’improvviso senz’accorgerti lo vedrai ti sorprenderà ma per ora chiudo tutto in un bel baule, lo metto nell’antro più recondito della mia animella e poi chi vivrà vedrà se son rose fioriranno e simili luoghi comuni.

           Mi alzai ieri mattina e chiusi il cadavere del mio manichino in un valigione. Con la complicità del Socio e della Ire partii alla volta di Perugia sfidando le avverse condizioni meteorologiche e l’ira funesta di trenitalia che la madonnina dei trasporti la fulmini. Partii in solitudine con mille interrogativi, mi domandavo cosa ho seminato e cosa ho raccolto e mi rispondevo che in fin dei conti ho fatto bene a mollare perchè francamente, molto francamente, le turnè fatte in treno con pochi soldi cercando di risparmiare sul supplemento, coi piedi freddi e il committente che fa storie per cinquanta euro di merda, ecco queste turnè mi hanno proprio stancata. E’ stato bello è stato intenso ma lo lascio ai giovani e io mi dedico ad attività borghesi tipo essere pagata un prezzo quasi equo per il lavoro che faccio.

Il teatro sopravviverà benissimo anche senza di me.

           Io forse un po’ meno bene sopravviverò senza teatro, ma se ci penso, se ci penso tutte queste considerazioni hanno anche a che vedere con una sorta di disillusione politica, con un grande interrogativo sulle pratiche e su quello che sono riuscita a mettere in piedi in tutti questi anni. A questo penso e a questo pensavo ieri mentre su un trenino interregionale perennemente in ritardo attraversavo il norditalia per arrivare a Perugia. Pensavo che forse per fare la rivoluzione ogni giorno col proprio corpo, forse per farlo bisogna anche essere in grado di ammettere che zappando su un certo terreno non ne verrà fuori niente e allora semplicemente disinnamorarsi di quel sogno e andare a zappare altrove. Lo pensavo e lo penso con amarezza e pure però con un po’ di speranza (maledetta stronza).

           Ma arrivai in men che non si dica a Perugia dove i miei eroi conosciuti l’anno scorso in turnè col Socio mi aspettavano in pompa magna. Il Mattatoio era freddo e coloratissimo come me lo ricordavo e i miei ospiti erano sempre gli incredibili compagni e compagne che riescono a trasformarsi in qualsiasi cosa, a farti sentire a tuo agio, rispettata amata apprezzata e altre sensazioni bellissime che non si scrivono.

           Così è trascorso il pomeriggio provando gli attacchi di OTTO, c’era un po’ il fantasma del Socio che si aggirava tra di noi e infatti ogni tanto veniva fuori il ricordo di Non vengo dalla Luna e di quell’altra turnè tanto diversa che facemmo l’anno passato. Epperò anche questo ricordo si smorzava dentro lo sforzo che facevo di essere presente e di godermi tutta l’energia di un giovedì pomeriggio.
Era bello vedere quanto le persone ci credessero, quanto avessero fiducia in quello che stavamo facendo insieme ed era anche bello ascoltare i racconti più politici e non avere paura di fare domande perchè è chiaro, vivendo dall’altra parte del mondo mica posso capire e sapere tutto. Subito si è ricreata la confidenza subito abbiamo ritrovato l’amore e mano a mano che arrivavano le persone conosiucte l’anno scorso mi pareva di incontrare vecchi amici.

           Poi all’improvviso è arrivato il momento di fare il mio spettacolo, quello che mi sono scritta e sudata parola per parola, il mio spettacolo che parla di me epperò anche di tutti noi, allora sono salita sul palco. E avevo paura. E faceva freddissimo.

           Ma tutto questo è durato un attimo perchè poi all’improvviso si è infuocata di nuovo dentro di me quella palla gigantesca di amore e rabbia, allora non ho potuto fare altro che parlare e riscaldarmi e riscaldare e ridere e piangere insieme, proprio insieme a chi stava guardando, perchè eravamo noi che dicevamo la nostra storia con calore con amore e con rabbia.

E poi lo spettacolo è finito.

E un po’ ho pianto.

E poi c’è stata la trash che mi mancava tanto e ho ballato e ho abbracciato e ho pensato mioddio quanto sono belle le ragazze, ma quanto sono belle.
E mi sono sentita un po’ vecchia ma non troppo.

E soprattutto mi sono sentita grata alle persone che mi hanno permesso di fare questo spettacolo.

E mentre mi dicevano “Il migliore spettacolo del 2012”mi veniva di nuovo da piangere e da commuovermi e da dire i migliori siete voi, che lottate tutti i giorni, porcamaella.

E poi ho pensato che ne valeva la pena.


E poi ero troppo stanca, allora mi sono addormentata in camper di fronte al centro sociale mentre i giovani continuavano a ballare la trash.
E stamattina c’era il sole, c’erano biscotti buonissimi e caffè e racconti e un basilico un po’ cadavere che mi faceva molto ridere. C’era gratitudine.
E io ero pronta per la seconda parte del mio
ritorno al futuro tour.

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Feb 15 2012

Le solite menate

          Splende il sole su questa Atlantide che affonda lentamente troppo lentamente e lo stato di banalità naturale dentro di noi non si scioglie non si scioglie abbastanza.
E io sono su questo treno perennemente in ritardo, fa un freddo cane, devo pisciare e il cesso è chiuso, e ogni volta mi dico che è l’ultima volta perchè è proprio una menata, una menata. E io sono stanca di tutte queste menate.
Sono stanca di questi treni in ritardo non riscaldati, che arrivi a Pavia così infreddolita che ti sembra di essere sbarcata a Bangkok.
Sono stanca di questa vocina metallica di merda che non si capisce mai niente e non sai se ti piglia per il culo o se il treno parte davvero.
Sono stanca di queste signore che pensano che soltanto perchè hanno portato il culo fuori dall’ibernatore hanno diritto a giudicarti e a guardarti con disapprovazione.
Sono stanca di questi cazzo di universitari che mi sbattono in faccia la loro gioventù e io mi domando ma io che ho combinato in tutti questi anni.
Sono stanca delle magre, che sono troppo magre, e delle grasse che sono troppo grasse, e delle grasse che invece di fare la guerra a questa stracazzo di società fanno la guerra alle magre e siamo punto e a capo.

Sono stanca di questa superficialità, di queste tarantelle che tanto siamo emancipati
Sono stanca di provarci
Stanca di non provarci
Sono stanca di fidarmi e di non potermi fidare
Sono stanca di non poter dire le cose perchè non è di moda
Sono stanca di fare i conti e pensare che non ne valga la pena perchè mi ero sbagliata

Sono stanca di San Valentino e del fatto che poichè siamo alternativi dobbiamo fare la festa di anti san valentino e siamo così incazzati e così frustrati che la passiamo a litigare tutta la sera

Sono stanca di questi riscaldamenti che non partono

Sono stanca di dover buttare tutto nel cesso ogni volta
Sono stanca delle persone che ti amano solo quando non ci sei. Porcamiseria ora ci sono amami e poi vediamo. Sono stanca di quelli che si tutelano solo quando conviene.
Sono stanca di mia madre e di mio padre che quando sono là mi riempiono la testa di stronzate e di giudizi e mi fanno venire voglia di scappare, ma poi quando non ci sono mi dicono quando torni.
Sono stanca di tutti quelli che mi riproverano perchè me ne vado e vorrebbero farmi credere che il punto è che io me ne vado, e invece il punto è che loro hanno paura e allora vaffanculo
Sono stanca di queste valigie che non si chiudono mai e poi quando le chiudi scopri che hai dimenticato di metterci dentro l’asciugacapelli.

Sono stanca delle ragazze che fanno finta di essere lesbiche perchè è di moda o perchè pensano che sia politicamente provocante o semplicemente perchè vogliono eccitare i loro maschietti e allora a me mi sale la violenza e mi viene da prenderle a sberle e da dire che è tutto inutile, tutto inutile perchè le femmine sono messe male, troppo male, e anche gli uomini sono messi male, perchè vorrebbero che le loro fidanzate fossero tutte dei fumetti giapponesi e le loro amiche tutte delle Laura Bassi e a me mi viene da chiudere questa cazzo di valigia e andarmene per sempre

E allora sono stanca di questo treno in cui non parte il riscaldamento e stanca di dover essere così triste così incazzata sono stanca di non poter dire la verità sono stanca di trovarmi davanti persone che non si prendono i rischi sono stanca di tutto questo stare in superficie.
Che non è vero che il numero di esperienze che fai è più importante di quanto intensamente le vivi. Ma nessuno mi crede.

Sono stanca di tutti questi vecchi che mi vogliono comprare e però sperano che io sia in saldo.
Sono stanca della politica. Sono stanca di questo blog. Stanca di dovermi domandare se sto scrivendo bene o sto scrivendo male.

Sono stanca di andare in turnè e di farmi questi lunghissimi viaggi da sola per fare una cosa nella quale credo solo io. Sono stanca di trovarmi sempre con lo stuzzicadenti più corto in mano, mentre gli altri si fanno di nebbia. Sono stanca di urlare che dobbiamo mettere in gioco il nostro corpo e poi sul più bello scoprire che sono sola. Ma vaffanculo. Ma vaffanculo.

E questo treno è partito un minuto fa e già si è fermato nel mezzo dello stato di banalità naturale e non ti posso parlare perchè non mi vuoi ascoltare e non ti posso scrivere perchè non mi vuoi leggere e non ti posso toccare perchè ti sei tolto lo strato di pelle che era anche mio e non capisco la tua lingua non ti piace la mia musica e questo treno non si sa se parte oppure no e non ti posso dire che non ho paura perchè tu ne hai e allora non è importante, non è importante quello che penso io, se ogni volta che si arriva vicini a qualcosa di importante chiudiamo le valigie e ce ne andiamo ognuno a diecimila chilometri da qui e io allora a me mi pare di non aver fatto altro che blaterare cazzate, blaterare cazzate, e allora tanto vale essere onesti tanto vale.

Porcamaella questo visto e questo treno e io porcamaella quanto sono stanca di me quanto sono stanca.

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Feb 12 2012

il cimitero dei tergicristalli

          Nevica, nevicancora e non accenna a smettere. Lo stato di banalità naturale ha ricoperto questa città e tutti noi, che ci muoviamo solo quel tanto necessario per sopravvivere in mezzo a questo bianco immobile. Io guardo fuori come sospesa. Invento dialoghi con gli uccellini che in realtà se ne fregano bellamente di me. Vogliono i miei biscottini e preferirebbero che io, dopo averli sbriciolati sul davanzale, mi liquefacessi e scomparissi. Poichè non si può avere tutto dalla vita essi accettano, in cambio dei biscottini, di fingere di sopportarmi. Si fanno ammirare mentre cinguettano sul davanzale. Accondiscendono. Guardano la mia faccia intenerita e probabilmente pensano ma vedi che bisogna fare, pe’ campà.

Gli uccellini mi disprezzano e io mi inaridisco come in una di quelle banalissime canzoni di Battisti, che ci sta proprio, la canzone banale in questo tempo banale, e non ho voglia di scrivere ma poi penso che se smetto adesso, se smetto adesso mi secco e faccio la fine dei miei tergicristalli.
Eh si, perchè all’inizio, quando i primi cadaveri di tergicristalli hanno cominciato a comparire sul selciato, abbiamo pensato che ci fosse uno stronzo qualsiasi che andava in giro a romperli.

Solo dopo una decina di giorni abbiamo capito che i tergicristalli sono le nostre morti bianche, sono le vittime innocenti di questo stato di banalità naturale, i tergicristalli sono come quei bambini che dimenticano di respirare e muoiono. I tergicristalli a un certo punto, immersi nel mezzo di un morbido, farinoso, ingiustificato bianco, si perdono e si staccano, così, dolcemente, in un oblio che non ha neppure la dignità del suicidio. Ode al tergicristallo morto nell’attesa di una primavera che arriva sempre troppo tardi.

E intanto nevica sui cadaveri dei tergicristalli e sulle piume di questi maledetti uccellini mentre la tim continua a mandarmi messaggi in cui mi suggerisce di sorprendere il mio amore a San Valentino e a me mi viene da dire ma perchè non mi lasciate un po’ stare, voi della tim? ma che cosa devo sorprendere, ma chi, ma quale San Valentino? a dodici anni avevo mandato una lettera al più nerd della classe dicendogli che ero innamorata di lui. Eravamo dunque usciti per il corso di pomeriggio e lui mi aveva offerto un panino. Cotto male. Poi è finita. Forse da lì bisognerebbe ripartire nell’analisi di tutte queste storie d’amore suicidate e crucificate.

Dal panino cotto male alle frittate alle torte, a Seoul che mi manca e però non mi manca abbastanza, a questa città che corre avanti mentre io me ne sto a pensare sospesa sul ponte di sarcazzocosa e mi sento come quelle balene che navigano nello spazio, placide e senza tempo, mentre tutto attorno corre. Dal panino cotto male dovrei partire, per arrivare ai tergicristalli suicidati alle storie d’amore crucificate all’amore che no, non esiste, alle fanciulle innamorate che scrivono su facebook anche la più piccola scoreggia sperando che lui ah, lui capisca e torni lui capisca e ami, lui capisca e.
E allora io -che su facebook non ci scrivo più nulla- parto dal panino cotto male e sprofondo in questa bianca neve in un balletto di tergicristalli suicidati, insieme ai cadaveri delle storie d’amore e dei sogni infranti, di un teatro che non ho più e di una nuova partenza che è troppo incerta troppo lontana eppure così vicina da fare male.

Guardo nel ripieno cotto male del panino cotto male e trovo Frigidilla, io, che non godo perchè tanto vado via. E mi sento che un pochino mi sono trasformata in Frigidilla per proteggermi. E mi fa tristezza mi fa pure un po’ schifo. Non si gode in questo sacrificio universale di tergicristalli uccellini e neve che vorrebbe proteggere e invece ghiaccia.

Frigidilla si annoia Frigidilla non gode di questi comodi suicidi nella neve Frigidilla vuole chiudere la valigia e partire verso una nuova incertezza oppure Frigidilla vorrebbe avere il coraggio di uscire anche in mezzo a tutta questa neve a tutti questi cadaveri e nuovamente trasformarsi in Lucilla, nuovamente godere di quello che c’è come se oggi fosse per sempre e come se questo non fosse l’inizio di un milione di stupidissime canzoni pop.

ps: Dottò, non me ne volere, regredisco allo stato della sfigatilla, ma poi passa.

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Feb 05 2012

la gastronomia e l’arte di imparare a non far bruciare le torte

Oggi abbiamo fatto una torta.
Sono giorni che nevica su Bologna e io ho fatto appena in tempo ad arrivarci. Abbandonata la lucillomobile in un parcheggio qualsiasi, una sorta di cimitero di automobili trasformate in igloo, a piedi mi ero arrampicata fin sui colli ove sono ospite.
Questo accadeva oramai tre giorni fa.
Da allora la neve ha smesso di scendere solo quel tanto necessario per dare tempo al ghiaccio di solidificarsi.
Si sta bene dentro casa. Lavoro alle mie cose, più o meno serie, ogni tanto studio un poco di coreano, senza per altro riuscire a schiodarmi da pagina 52, quella sulla quale dovrei imparare i numeri dal 6 al 12, ma non mi lascio scoraggiare. Quando la noia linguistica diventa insostenibile mi dedico ad attività più piacevoli tipo guardare l’immobilità bianca e morbida che dilaga fuori dalle finestre, mentre gli uccellini mangiano le briciole che abbiamo messo sul piatto.
Lui dice che gli uccellini sono obesi e non avrebbero punto bisogno delle nostre briciole, però poi è il primo a sbriciolare i taralli. Forse in realtà gli uccellini obesi gli piacciono.

Allora oggi, dopo una settimana passata a pensare alle frittate bruciate, abbiamo fatto una torta.
Non ci siamo detti perchè, però abbiamo deciso di farla e tutto era chiaro.
Abbiamo preparato gli ingredienti perbene.
Le pere tagliate sottilisottili.
Lo zucchero.
Lo yogurt di prima qualità.
La farina, che non era abbastanza e allora siamo andati dai vicini, e siccome i vicini non c’erano siamo andati da quelli di sotto, e siccome in questo palazzo sembrava che non ci fosse nessuno siamo arrivati fino al secondo piano e alla fine eccoci con la farina, e il lievito e il resto.
Poi abbiamo cominciato a preparare la torta.
Il forno adeguatamente riscaldato.
Le uova sbattute una meraviglia.
A stento ci parlavamo, eravamo concentratissimi.
Era una questione privata, per ognuno di noi.
L’olio, versato a filo sullo zucchero.
Lo yogurt, e respiravamo piano piano e ci chiedevamo vuoi il cambio?
La farina, setacciata a mano dall’una mentre l’altro continuava a girare.
Tutto perbene tutto a posto.
Il lievito. Quanto ce ne andrà?
E poi la stesura dell’impasto.
Una meraviglia.
L’abbiamo guardata.
Era bellissima, e buonissima.
Era la nostra torta.

L’abbiamo infornata in un forno perfettamente a temperatura.

E poi siamo andati via.
Non so come sia successo, ma a un certo punto ognuno aveva delle cose importanti da fare.
Con leggerezza, ci siamo dati appuntamento e abbiamo abbandonato la torta.
Senza pensare che forse qualcuno ogni tanto avrebbe dovuto controllarla.
Senza pensare che avesse bisogno di essere accudita.

Ovviamente, il risultato è stato una torta bruciata.
La lezione che abbiamo imparato oggi è che le torte sono come le frittate.
Ma siccome la nostra torta, nonostante una bruciatura in superficie, è buonissima, abbiamo pure imparato che a volte si può migliorare.
Ma forse la propria natura non può essere cambiata.
Piccoli miracoli della psicoanalisi da cucina.

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Feb 01 2012

Affinchè non scenda la catena

          Nevica, nevica su Atlantide tutta e finalmente nevica pure su Padaniacity, dove cinque giorni fa mi rifugiai per fuggire lo scoramento la delusione e l’Emiliaparanoica. Nevica e la gente pubblica su feisbuk le immagini di persone imbacuccate che fanno ciaociao alla macchina fotografica in un delirio di fiocchi di neve pupazzi palle e alberi imbiancati. Nessuno ci può credere e da sud a nord si pubblicano e si commentano migliaia di fotografie mentre finalmente le scuole sono chiuse e i pischelli possono degnamente dedicarsi ad epiche battaglie di neve, finendo come al solito col beccare la vecchietta di turno, che smadonnerà e ricorderà ancora una volta che ai tempi suoi, eh, ai tempi suoi c’era rispetto per gli anziani. E zac un’altra bella palla di neve sulla dentiera.

Nevica e tira vento a Padaniacity, io stamane mi sveglio a un’ora decente e faccio i miei trentatrè inchini, mi infilo il braccialetto del Conte e il cappello del Dottò e piglio la bicicletta. Si, piglio la bicicletta e comincio a pedalare nella bufera di neve, pedalo sempre più veloce e più pedalo più sono felice, che mi sembra ancora una volta di aver vinto contro la banalità, contro la pigrizia, contro tutto quello che è scontato, tutto quello che è dovuto.
Pedalo anche se avrei potuto uscire in macchina, la neve mi si appoggia sugli occhiali e sui pantaloni scuri proprio come a Seoul, e io pedalo e i polpacci si scaldano la schiena si stende schivo un paio di passanti e continuo a pedalare in questa salita di neve e silenzio, e quando il cavalcavia è scollinato via, mi lancio lungo la discesa staccando le mani dal manubrio proprio come a vent’anni e comincio a cantare in questa bufera di neve e banalità, canto boys don’t cry

I would tell youuuu
That I loved youuuu
If I thought that you would staaaaaay
But I know that it’s no use
That you’ve already
Gone awaaaaaaay

Misjudged your limit
Pushed you too faaaar
Took you for granted
I thought that you needed me more and moooooooore

 

          Pedalo e non me ne frega niente e canto, canto, via che è finita la discesa e ricomincio a spingere, Padaniacity è deserta attorno a me e gli inutilissimi semafori continuano a dire rossoverde ma io vado, falcata lunghissima e freni zero, pedalo e canto e pedalo e canto e canto e pedalo e la città attorno a me è immobile mentre la bufera di neve me la fa diventare tutta bianca e i pochi passanti sono allibiti da questo sfoggio d’energia, ma io sono contenta perchè mentre pedalo mi sento la pigrizia, l’abitudine, la comodità, che muoiono soffocate da questo bianco bellissimo.
E denso
E pieno.

           Eh sì che sono contenta, perchè anche oggi le ho sconfitte, loro, le maledette, che mi vorrebbero ferma, rassegnata, a racimolare le bricioline di banchetti consumati anni fa, sono contenta perchè lo so che è difficile, lo so che è faticoso, ma io pedalo, pedalo come tutte quelle volte che mi sono svegliata a Londra e c’erano meno duemila gradi e la prima prova di resistenza era inforcare la bicicletta, pedalo come ho pedalato durante tutti gli anni a Padaniacity e quelli in Emiliaparanoica, pedalo e rido e canto e mi sembra di pedalare verso un mondo più bello e lo so che è infantilimmaturo ma a me mi pare proprio così. Pedalo e penso a quella volta che ero troppo ubriaca e sono caduta, ma poi mi sono rialzata ho inforcato la bici e giù di nuovo a pedalare.  E penso a tutti i traslochi fatti in bici. A tutte le volte in cui, come oggi, sotto la neve mi sono messa col culone sul sellino e ho macinato i miei chilometri privati.

          Ci ho le mani congelate e il naso abbrustolito e ho freddo e ho caldo e mi fa male il culo e poichè continuo a cantare come un’ossessa ho anche il fiatone e dico I thought that you needed me more and moooooooore e passo col rosso e via un’altra salita, il cappello bagnato non so se di neve sciolta o di sudore o di tutt’e due, i capelli mi vanno in bocca e la neve mi entra dappertutto ma a me questa giornata in cui ho trovato il coraggio di pedalare in mezzo a tutta questa neve di rassegnazione mi sembra bellissima, mi sembra intensa, mi sembra mia.

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