Archive for Aprile, 2012

Apr 25 2012

autocritica, o autocoscienza o auto da fè.

In assemblea non ci andavo dall’anno scorso. Voglio dire, da prima di partire per Seoul. All’inizio mi dicevo che non ci andavo perchè tanto ero di passaggio, e non aveva senso. Poi, quando ho capito che non ero poi così di passaggio come credevo, ho dovuto cominciare a chiedermi perchè continuassi a disertare le assemblee.
Certo non è che sia cosa facile, prendere la bici il lunedì sera, che magari hai già avuto una  bella giornata impegnativa, e sferragliare fino al centrosociale. Eppure ricordo che l’anno scorso ogni lunedì sfidavo gli dei della meteorologia e gli spiriti delle strade in salita. Non me ne perdevo una, di assemblea. Ci andavo per ascoltare. Due, tre, quatto ore. Ho parlato due volte. Solo quando mi sembrava proprio necessario. Ma ho ascoltato sempre.

Allora, in questo quasi-mese a CRAMPObasso, una delle cose che sono stata costretta a chiedermi è proprio perchè non ho voglia di andare in assemblea. Perchè quando c’è il tiggì spengo il televisore, perchè leggo i giornali solo se mi obbligano e sostanzialmente mi limito all’oroscopo. Ho dovuto domandarmi perchè non ho voglia di vedere le persone, perchè quando si parla di politica chiedo un’altra tequila.
Questo e altro ho dovuto domandarmi e non ho saputo rispondermi.

Poi ieri sono arrivata a Bologna. Non ci sto bene, a Bologna, in questo periodo. Non so se esista un posto dove mi senta a mio agio ma sicuramente a Bologna no, ecco, a Bologna non mi sento a casa, e infatti appena ho visto la basilica di San Luca m’è venuta un’ansia densa e umida e soffocante, e ho avuto voglia di andar via subito. Qualcuno urlava dentro di me, urlava parole incomprensibili, ma avevo bisogno di soldi e anche bisogno di fare i conti con la realtà, dopo quasi un mese di limbo crampobassano, allora questo qualcuno che urlava dentro di me non ho potuto ascoltarlo e non so manco chi è. Ho finto di non ascoltarlo e sono entrata a Bologna come se niente fosse. E come se niente fosse sono andata in assemblea.

Per sfidarmi
Per farmi delle domande
Per capirmi
Per vedere se qualcosa o qualcuno riusciva a illuminarmi

Il risultato è che ci ho capito pochissimo, davvero poco. Perchè avevo battaglie, guerre dentro di me, e feriti e morti e campi pieni di cadaveri, innocenti e colpevoli mescolati, e mille me bardate in colori diversi che si affrontavano, mille me, mille duemila me, una contro l’altra, inarrestabili mentre fuori di me l’assemblea proseguiva pacificamente.
Ci ho capito poco, pochissimo, epperò c’è stata una cosa, come un respiro, un urlo improvviso, che ha interrotto per un attimo la mia guerra interiore.

E mentre un compagno parlava mi sono resa conto, per la prima volta, che il risultato più tangibile e atroce di questa che chiamano crisi è l’isolamento.
Che ognuno si sente più solo, più incapace e più incompreso.
Che ognuno viene frammentato, dentro e fuori, e si chiude sempre di più, perchè ci sono valanghe di paure pronte a riversarsi su ciascuno.
Mi sono domandata quante persone in quell’assemblea stessero combattendo dentro di loro guerre tanto sanguinose quanto la mia.
Mi sono chiesta quanti di loro si sentivano, proprio come me, stupidi, incompresi, impauriti, persi.
E fuori, fuori da quell’assemblea, quanti si sentono che hanno perso? Quanti hanno paura che domani sia solo peggio? Quanti sono sul punto di rinunciare perchè tanto è inutile?
Quanti si svegliano e si domandano, ogni giorno, quale espediente dovranno trovare per sopravvivere?

La solitudine, il senso di non essere all’altezza, l’angoscia bianca, tentacolare.
La sensazione di essere fuori posto in ogni luogo.
L’impressione di essere tagliati fuori.
Il terrore di pensare alla settimana prossima, perchè la settimana prossima probabilmente sarà peggio.
La paura di parlarne per timore di sentirsi dire che ti lamenti in continuazione, e dovresti pensare a chi sta peggio.

A chi sta ANCORA peggio?

E allora la prima sconfitta è forse smettere di andare in assemblea, sì, smettere di leggere i giornali, la prima sconfitta è rinunciare al confronto, alla lotta, perchè se uno rinuncia alla lotta vuol dire che non ha più la speranza di cambiare.

Io non lo so, non lo so se ricomincio ad andare in assemblea.
Che forse il peggio è quando smetti di dire c’è crisi e cominci a dire sono in crisi, e io ho sempre la battaglia di cui sopra dentro di me, il bilancio dei morti è ogni minuto più tragico, eppure ieri, durante l’assemblea, io per un minuto ho pensato di avere una chiave, di trovare un senso a tutto questo, allora non lo so se ci torno, in assemblea, però per lo meno ci penso.

No responses yet

Apr 20 2012

CRAMPObassanità, tre

               Quando ero piccola a un certo punto i miei mi mandarono in piscina. La piscina comunale di CRAMPObasso. Un palazzo rettangolare fatto di brandelli di intonaco e cemento, puzza di cloro tutt’intorno e piastrelle spiccicate, un casino di bambini che schizzavano ovunque e un insegnante che non riuscì a farmi capire come coordinare la respirazione nello stile libero.
Durò pochissimo, per fortuna, i miei capirono presto che -ammesso anche che io avessi avuto del genio da qualche parte- esso non si nascondeva tra i miei muscoletti. Ero un genio intellettuale. Per fortuna non esistevano i corsi di paranoia, altrimenti mi avrebbero portata là.

Da adolescente ricominciai a frequentare la piscina comunale, senza addentrarmi nel magico mondo delle verruche e degli spogliatoi fatiscenti. Infatti il muro posteriore dell’edificio, che dava proprio sulla zona più selvaggia della villa comunale, era ottimo per pomiciare e fumarsi le canne. Entrambe le attività mi appassionavano molto, e finii con l’affezionarmi all’intonaco cadente. Non so quanto fosse frequentato l’interno dell’edificio, ma l’esterno era davvero un successo. La piscina comunale aveva un senso per la collettività, aveva un ruolo nelle nostre vite.

Arrivata a CRAMPObasso a trentatrè anni suonati e con una discreta dose di ansia esistenziale da smaltire, ho deciso di seguire l’esempio del mio amico Dottò, maestro di nevrosi psicofisiche, e mi sono rimessa a nuotare. Così, da un giorno all’altro. Riesumati cuffia e occhialini, rimediato un paio di ciabatte rosa confetto, ho cominciato a frequentare la piscina comunale regolarmente, a giorni alterni. La piscina è sempre lei. Intonaco cadente fuori, odor di cloro e piastrelle staccate dentro, con l’aggiunta di un simpatico gadget all’interno, ovvero un complessissimo sistema di docce e asciugacapelli elettronici.
La piscina apre alle sette e io alle settemmezza sono là. Non c’è musica e la vasca è vuota. Un vuoto azzurro e silenzioso, un vuoto immenso. L’acqua è tiepida e ogni bracciata crea un suono piatto che spezza il rumore liquido e continuo della vasca. Alle settemmezza ci sono soltanto io, in piscina, insieme alla bagnina che legge i suoi fotoromanzi. Faccio il dorso e la rana, poichè lo stile non ho mai imparato a farlo, e anche perchè il dorso mi regala un senso d’eleganza e di prolungato, un senso di continuità. Guardo il soffitto bianco e verde acqua, intervallato da strisce di bandierine colorate.

Schlaff, schlaff, schaff.

Nuoto nella piscina comunale di CRAMPObasso e dentro mi si forma una specie di silenzio. Il silenzio di quando finalmente abbandoni i pensieri laterali. In piscina, semplicemente, mi sgombero da me. Mi elimino temporaneamente. Sono tutta nelle mie bracciate in mezzo alla vasca azzurra.

Schlaff, schlaff, schaff.

Dura mezz’ora.
Alle otto cominciano ad arrivare i maschi. I maschi in piscina giungono corredati di innumerevoli attrezzi potenziatori tipo pinne, palette, tavole, spugnette, triccheballacche. Si tuffano in un tripudio di schizzi e si trasformano in Tritoni. Io faccio una vasca, loro ne fanno tre. I maschi sono dei nuotatori fidelizzati, si vede che hanno una relazione solida con la piscina, la conoscono come le loro tasche, e anche tra di loro, anche tra di loro si conoscono. Si spartiscono le corsie, si prestano le attrezzature, si consigliano, si cronometrano, si fanno i complimenti. Poi a un certo punto si rendono conto che c’è la sottoscritta, o meglio, che ci sono le tette della sottoscritta che emergono tra le lente bracciate a dorso.
Comincia l’esplosione di testosterone.
Esplosione causata non dalla particolare bellezza della sirena qui presente, no.
Io non conto in quanto io, ma in quanto unico, inaspettato esemplare di femmina in un liquido androceo.
Comincia lo show di piccole sfide e schermaglie, la quantità di schizzi aumenta esponenzialmente, le voci si alzano e se non fosse per tutta quell’acqua penserei di essere nel mezzo di uno stadio.

             Fino a che il maschio, quello che probabilmente per anzianità e frequenza è il capo della tribù dei maschi della piscina, non decide di prendere la parola a nome di tutti e di domandarmi chi io sia, da dove venga, come abbia fatto a entrare nell’androceo.

 

Mi aspetta a bordovasca con pazienza.

Si solleva gli occhialini.

Mi sorride con magnanimità.

E mi fa la domanda alla quale tutti stanno aspettando una risposta.

“Sei nuova?”

Silenzio nella vasca. La produzione di spruzzi e testosterone è sospesa in un’irreale apnea. L’androceo, scombussolato dalla presenza di estrogeni nell’acqua, è in attesa di un chiarimento.

Sorrido.

“In che senso?”

Confabulare di maschi che si aspettavano una risposta un tantino più lineare nonchè meglio adatta alla qualità del loro ragionamento, risposta monosillabica del tipo sì/no.
Di nuovo, silenzio.
Di nuovo, il capo mi rivolge la parola.

“Non sei di qua, no? E’ la prima volta che ti vediamo

Ho capito. Il maschio confuso ha bisogno di essere rassicurato.

“No, non sono di qua. Sto solo qualche settimana. Vengo a nuotare la mattina presto
(ammicco, sorrido, il maschio abbandona un tantino della sua ruvidità)
spero di non darvi troppo fastidio”

Ho detto la cosa giusta. I maschi si guardano e sorridono.

“No no anzi, sei benvenuta. Se hai bisogno di qualche consiglio chiedi pure eh, tanto noi siamo sempre qua. Anche se vuoi le tavolette o le pinne, dimmelo che ti presto le mie”

“O anche le mie eh, te le presto volentieri”

“Se vuoi stai pure nella corsia centrale, così non ti diamo fastidio.
Sai, noi siamo un tantino rudi”

Sorride.
Sorridono.
Sono stata ammessa nell’androceo della piscina comunale.

Ognuno di loro, prima di abbandonarlo, mi aspetta a bordovasca e mi augura buon allenamento, e ci vediamo domani.

Certo, ci vediamo domani, magari ti chiedo in prestito le pinne.

 

No responses yet

Apr 16 2012

ritorno al futuro tour, parte terza

Ci sono alcune società nelle quali la capacità di capire le situazioni rapidamente e di agire di conseguenza è considerata un talento. Tipo che tu arrivi a un festino, dai un’occhiata in giro e tac capisci che aria tira, dunque ti comporti in maniera adeguata. Ecco io non so se c’ho questo talento, però adesso mi sembra di aver preso l’unico ritmo possibile, di essere stata scaraventata in pista e di essermi messa a ballare cercando il più possibile di andare a tempo.
Oibò, a volte mi sento il brutto anatroccolo, ma in fin dei conti io ce l’ho questa sindrome, vitantonio la brutta anatroccola, oramai non me ne faccio più un problema e ballo come se nulla fosse agitando le piume e le zampine palmate, muovendo il beccuccio a destremmanca e quaquaqua.
Ebbene  ho definitivamente, ineluttabilmente, irrevocabilmente ricominciato a fare l’attrice. L’avevo già detto? eh sì che l’avevo già detto. M’hanno scaraventata nel mezzo della pista da ballo di una festa dove non avevo preventivato di andare.
Che paura all’inizio.
Paura e un poco di rabbia. Eh. Poi a un certo punto mi sono detta che la rabbia era inutile, perdevo solo energia, e invece tutte le mie energie dovevano essere impegnate nell’apprendimento dello scatenatissimo ballo tanto in voga in questa festa. Mi sembra di essere sulla buona strada. Un due tre mezzo giro chachacha caaaschè. Sciangèlafamm!!!!

In fin dei conti si tratta soltanto di riprendere in mano le cose antiche. E così venerdì 13 -in barba a tutti gli scaramantici - sono andata nientepopodimenocchè  a San Vito Chietino da Fabi, l’amico e compagno che da Bologna se ne è tornato a casa e adesso gestisce insieme ad altra gente bellissima un centro sociale che si chiama Zona 22. Sono andata a fare OTTO.

Ho voluto farlo per Fabi, perchè lui in questa cosa ci crede moltissimo, e per tutto il centro sociale. Perchè aprire un centro sociale in un paese dell’Abruzzo non è cosa facile per nulla, e perchè magari chissà, un giorno l’eco di queste cose eroiche arriverà pure in quella landa desolata che è il Molise. Ho voluto farlo per questo e per molti altri motivi, miei, privati, personali, che non avevo ammesso manco a me stessa ma che sono emersi davanti al mare burrascoso quando mi sono trovata di fronte alla stessa spiaggia dove oziavo l’estate scorsa prima di partire per Seoul.

OTTO oramai l’avrò replicato circa duecento volte quindi almeno il problema della memoria è superato, epperò ci sono al contempo mille altre emozioni che si aggrappano agli intestini, gli sguardi ogni volta diversi, i gesti di chi è perplesso, le ansie provocatemi dal fonico di turno. Questa volta il Fabi e Zona22 tutta si erano prodigati per farmi fare lo spettacolo nella sala consiliare, a me, proprio a me, nella sede dell’ordine costituito, mi sentivo felicemente blasfema, ero fiera di me. Mi sono arrampicata su un palcoscenico fatto da due tavoli dove il giorno dopo gli onorevolissimi consiglieri avrebbero discusso vai a sapere quale istanza, Fabi mi ha fatto da fonico da scenografo da servo di scena e da personal trainer e via, OTTO come al solito è partito da solo, mio malgrado, ogni volta uguale e ogni volta diverso, io ogni volta commossa e incazzata e speranzosa e sognante, io ogni volta di nuovo ventiseienne.
Urlavo e sussuravvo il mio diritto alla rabbia, inveivo contro questa precarietà che non ci siamo scelti, mi agitavo e mi placavo, la sala era piena e silenziosa, e poi alla fine di colpo applausi e le persone, le persone commosse e calorose come mai, le persone che trovavano parole per me, per il mio spettacolo, parole che mi sembravano troppo grandi, e io non sapevo come gestirmele, queste parole, mi imbarazzavo e mi schernivo, che io dopo gli spettacoli vorrei solo scomparire, invece ero là, io, e lo spettacolo era proprio il mio spettacolo, l’avevo fatto io, io tutto quanto, quelle parole e quegli sguardi erano proprio per me e io quasi non ci credevo.

Poi come al solito finiva tutto in fretta, un pasto veloce e io che me ne andavo sempre prima della fine della festa, che a me piace così, non arrivare mai fino agli sgoccioli. Mi rimettevo sulla lucillomobile e guidavo nel nulla verso CRAMPObasso e verso un fine settimana ancora incerto.
Guidavo nel nulla autostradale e mi sentivo che ne era valsa la pena, che questa danza scatenata alla quale non ero preparata forse non era così inutile, che in tutta questa mia mancanza di grazia, in tutto questo mio essere sempre un po’ troppo fuori posto, forse ero riuscita a mettere insieme qualche cosa di bello.

Un due tre, mezzo giro, sciangèlafamm!!

No responses yet

Apr 12 2012

CRAMPObassanità, due

Per sopravvivere a CRAMPObasso senza morire pezzettino a pezzettino bisogna costruirsi una struttura. Una struttura solida. Una routine da manager aziendale senza avere il portafogli del suddetto manager aziendale. Prendere appuntamenti, riempire agende, svegliarsi presto ed essere già in ritardo. Mettere in moto la dipendenza da attività. Stimolare la produzione di endorfina. Se la situazione è grave, ricorrere all’uso massiccio di pratica sportiva. Sconsiglio le sostanze stupefacenti. Prima di tutto perchè non si trovano, e poi perchè ammesso che uno le trovi presto o tardi arriva il down, e il down a CRAMPObasso è un suicidio lungamente premeditato, il down è morte certa. Allora niente. Sport selvaggio e massiccio. Mi sveglio ore sette ogni mattina e come il peggiore dei fighetti me ne vado a giorni alterni a nuotare o a correre. Lo so. Sono parole che non ho mai usato nella mia vita. E un motivo c’era. Io non ho mai corso, nè nuotato. Ma è arrivato il momento. L’attività fisica è l’unica via d’uscita alla morte per asfissia cerebrale o per depressione uterina, l’unica alternativa al prolasso dell’anima.

Corro come un’assassina intorno allo stadio, corro come se dovessi andare a liberare la Spagna dai fascisti, corro come se fossi Santa Giovanna dei Macelli e questa fosse l’ultima possibilità per recapitare la mia lettera alla classe operaia, corro e sudo e bestemmio e inciampo e continuo a correre in tondo, ma me ne frego faccio finta che tondo non sia, chilometri sotto le mie scarpe economiche comprate su pianeti lontanissimi da qui, corro fino a che non sono così stanca da non pensare più a niente. Corro e pure CRAMPObasso pare un luogo dove una qualche forma di vita è possibile, sembra quasi di stare in una galassia conosciuta, miracoli dell’endorfina e del corpo umano.

Dunque torno a casa diobbuono e sono quasi soddisfatta, torno a casa e quasi non penso che se sono qui è perchè la mia vita sta andando a rotoli e io non ho una strategia efficace per abbandonare la nave prima che affondi, torno a casa e quasi sorrido cazzo, sorrido mentre bevo il mio meritatissimo bicchiere d’acqua.

E proprio mentre sto sorridendo arriva mia nonna cristiddio, ottantaquattro anni per un metro e dieci, e di punto in bianco mi dice che “eh, una volta si era più resistenti, adesso per la minima frustrazione crollate e fate una tragedia”.
Io per un attimo penso che mia nonna trascorra le sue mattinate al telefono con Supermariobros, ci manca soltanto che mi dica che il posto fisso è noioso, ma poi me la guardo e mi viene una rabbia, ma una rabbia che si mangia in un attimo tutta l’endorfina faticosamente prodotta, e allora mi incazzo ancora di più perchè penso a tutta la fatica che ho fatto correndo in tondo attorno allo stadio e scavando solchi che manco una carcerata. La guardo, e mi ricordo che coi vecchi non bisognerebbe arrabbiarsi, che bisognerebbe rispettarli o quanto meno sopportarli, allora mi sento in colpa, e mi continuo a incazzare perchè odio il mio senso di colpa, guardo ancora mia nonna, un metro e dieci di stronzaggine, la guardo e quasi quasi mi viene fuori da dirle sai cosa? ma vaffanculo, e cominciare con una bella descrizione della mia giornata tipo, a partire dalla bestemmia del buongiorno fino a quella della buonanotte, o magari no, magari raccontarle la giornata tipo di una qualsiasi delle persone che conosco, mica per forza la mia, e farle capire che cazzo significa, e mentre penso tutto questo sono sempre più incazzata, la mia endorfina è andata dal padre esorcista che è ubicato a molti chilometri da me, mi sento come uno di quei manga giapponesi a cui esce il fumo dalle orecchie, vedo l’endorfina che mi saluta e se ne va, e intanto mia nonna sgambetta per la cucina coi suoi vassoi di verdure e saitucheccosa.
Penso che la incenerirò con lo sguardo.
Anzi. Stritolerò il bicchiere con le mani.
Meglio. Creerò un cratere nel centro della casa.
Urlerò, il mio corpo si ingigantirà e diventerò l’incredibile hulkessa.
No. Diventerò King-kong.
Diventerò.
Cazzo, non mi viene in mente chi potrei diventare.

Nonna zompetta allegramente per la cucina e io sono persa alla ricerca di modelli letterari nei quali trasformarmi dopo la mia legittima esplosione.
Crampobasso scomparirà sotto il peso della mia rabbia.
L’Italia affonderà.
Il mondo si disintegrerà.

Quanti minuti sono passati?
E io sono ancora qua, a dibattermi tra Rat-man e Fiabeschi.

All’improvviso, pentola fumante in mano, ciabatte di sughero e grembiulino con la scritta “la padrona della casa”, si ferma di fronte a me e mi fa “nella bieta ci vuoi il peperoncino o no?”

No responses yet

Apr 07 2012

CRAMPObassanità, uno.

Da Crampobasso noi ce ne siamo andati tutti più o meno presto, tutti più o meno felicemente e tutti più o meno definitivamente. Tra il più e il meno ci stanno le sfumature determinate dalla quantità di volte in cui si torna a trovare la famiglia in un anno, dagli amici con cui si tengono i rapporti nonché da questioni burocratico-amministrative tipo hai spostato la residenza e dove c’hai il dentista.

 

Tutti ce ne siamo andati e abbastanza fieramente ci siamo mescolati al resto del mondo. Abbiamo sorriso con indulgenza tutte le volte in cui ci domandavano se Crampobasso sta in Basilicata o in Umbria. Abbiamo scherzato con complicità sull’inesistenza del Molise e sull’opportunità di raderlo al suolo, giacchè i prodotti più noti paiono essere Tonino Di Pietro, Biscardi e Bongusto. Abbiamo poi cantato con ironia Una rotonda sul mare e raccontato di quando Gheddafi ha reclamato le isole Tremiti.

 

Insomma noi facciamo parte di quelli che se ne sono andati senza troppi rimpianti anzi, con discreta gioia. Eppure ci sono almeno due occasioni, due occasioni all’anno in cui tutte e tutti torniamo fieramente a Crampobasso. Ci mettiamo su treni frecce omnibus e autostrade, scavalchiamo l’appennino, salutiamo Cristo che è ancora fermo a Tremoli, sfidiamo la terribile littorina “la freccia del Molise” che deraglia a giorni alterni, superiamo epicamente ore di coda su superstrade a una sola corsia che di super c’hanno solo il nome e di strade solo un vago ricordo, attraversiamo impavidi le innumerevoli interruzioni “causa frana”, stoicamente ci incolonniamo dietro l’ennesimo tir e giungiamo infine a Crampobasso.

Due occasioni importantissime, di quelle che se ne salti una un anno te lo ricordi, e l’anno dopo dici mangiandoti le labbra eh no, l’anno scorso non ho potuto esserci.

Una di queste occasioni non dirò qual è, perchè non ho voglia. L’altra è la processione del venerdì santo, altrimenti detta il Teco vorrei.

 

Il Teco Vorrei lo chiamiamo così perchè -durante un’imponente processione che attraversa tutto il centro cittadino- settecento cantori, maschi e femmine, intonano lo straziante lamento funebre composto da un musico indigeno nell’antichità. Il lamento ha appuno nome Teco vorrei e sostanzialmente parla di un tizio che vorrebbe accompagnare Gesù Cristo nel suo faticoso cammino verso la morte.
La processione esce alle sei di sera e noi ci si apposta in varie zone della città per vederla due o tre volte. Se poi si è tanto fortunati da avere conoscenze in centro si sale sui balconi di ferro battuto e dall’alto s’osserva la magnificenza della visione e s’ascolta meglio il coro, le cui voci si mescolano alla banda che chiude la processione.


Teoricamente il
Teco Vorrei sarebbe una questione religiosa, tant’è che sua maestà lo vescovo in tenuta d’onore sta proprio in mezzo alla processione, e anche il rispettabilissimo podestà di Crampobasso, insieme ai suoi bravi, segue tutta la processione. Per l’occasione i bravi smettono di toccare il culo alle scout. Le scout sono in pompa magna accompagnate dai fratellini scout e tutti insieme formano le milizie di noialtri. Ci sono poi le crocerossine con la scuffia linda e le scarpette da Candy-Candy, i cavalieri di Malta e le cavalieresse vestuti come nel millottocentocinque, i carabinieri in pompa magna coi cappelli troppo grandi che cascano in continuazione su un lato o sull’altro, con grande imbarazzo dei carabinieri stessi, che in una mano hanno il fioretto, nell’altra l’arma segreta del carabiniere e mani per raddrizzarsi il cappello non ce ne rimangono. Ci sono poi numerosissimi fedeli addolorati che seguono la processione scambiando amabilissime chiacchiere su come è vestita la vicina di corteo, mentre la statua della Madonnaddolorata viene sballottata a destra e manca.

 

Allora sì, teoricamente il Teco Vorrei è una questione religiosa, ma a noi non ce ne frega niente.
Arrivi presto in centro per trovare un parcheggio e ti apposti laddove vuoi vedere la processione. Nel frattempo incontri la metà dei compagni di scuola delle elementari, un paio di prof superstiti e pure qualcuno con cui hai fatto sesso in gita al liceo. Che poi guardacaso, si tratta sempre di gente che era molto più scoppiata di te e adesso ci ha la prole e se la scorrazza fieramente su passeggini supertrendy di quelli che sembrano una via di mezzo tra un trattore e un triciclo.

Ti fumi sigarette e ti racconti i gossip degli ultimi quindici anni, parli del più e del meno evitando le cose più sfigate tipo che hai appena perso l’ennesimo lavoro. Ma soprattutto poni tre domande e rispondi alle stesse tre quando ti vengono poste:

  • quando sei arrivata

  • quanto ti fermi

  • che cosa mangerai a pasqua

Proprio mentre pensi di rispondere cose tipo “ anguilla al sugo e baccalà fritto” e di scatenare così una crisi di panico tra la folla, proprio in quel momento, cominci a sentire da lontano lo straziante lamento.

 

Allora tutti tacciono.

Ti giri verso la strada, proprio là dove tutti stanno guardando, e stai muta.

Esattamente come quando avevi sette anni.

Ed esattamente come allora ti vengono i brividi.

C’è, attorno, come un silenzio, come una sospensione, nella quale si galleggia tutti insieme e tutti separati.

In quel momento ognuno se ne sta solo in mezzo a un suono che viene da un tempo lontanissimo. Un suono spezzato, che ha dentro l’infanzia e molto altro, un suono che cancella tutte le partenze e tutti i ritorni.

Un suono che ti fa immaginare, per un attimo, di non essere mai andata via.

 

 

 

Dura pochi minuti.

Poi si ritorna tutti come prima, a raccontarsi le prossime partenze e a dirsi che sì, una di queste sere usciamo a bere una birra che ce la raccontiamo.

 

Un grazie speciale a Rough Moleskin,
compagna di questo venerdì
di alcuni ritorni
di molti ricordi
e autrice del video

No responses yet

Apr 01 2012

there’s no limit to your love jeje

Alle quattro mi alzo ma solo perchè suona la sveglia, che sennò dormirei ancora anzi probabilmente mi farei una bella tirata fino a domani, che la domenica delle palme ci scambiamo un segno di pace e il mio segno di pace nei confronti di me stessa è fare un cazzo.

Allora quest’ultima settimana tra fughe effettive e finzioni di temporanei ritorni se ne è volata, io su e giù per l’Italia e infine di nuovo a chiudere le valigie per andarmene nientepopodimenocchè a CRAMPObasso. Che chi l’avrebbe mai detto che a 33 anni sarei tornata laggiù in quella terra dove Cristo non è arrivato perchè come tutti sanno si è fermato a Termoli. Andrò a Crampobasso senza troppe tragedie e lascerò che la genitrice mi bollisca la verdura e il genitore m’affianchi mentre corro attorno al campo sportivo cercando di rimettere in sesto il corpiciattolo nell’afflato salutista che mi piglia ogni primavera per poi andarsene in vacanza dopo mesi due. Me ne andrò a Crampobasso e fingerò di averne bisogno, così magari mi passerà e forse sai mai che divento adulta. Mi invento che sto attuando una strategia hegeliana e faccio tesi antitesi sintesi voilà, bignami della filosofia domestica, riavvicinamento al nucleo familiare di partenza, scioglimento di nodi, ascolto pazienza crescita maturazione adultità (lento deterioramento fino a totale marcescenza indi morte putrefazione e trasferimento nell’ossario amen).

Chiudo ancora una volta la mia nuovissima valigia rossa, comperata per fare un viaggio che non ha intenzione di cominciare, come al solito ho provato a mettere tutto in ordine, bustine di plastica e maglioni divisi per colore e consistenza, ma dopo mezz’ora mi son sfracicata le ghiandole sudoripare e ho ammonticchiato tutto a casaccio saltando poi sul bagaglio onde favorire la chiusura. Non sarò mai una ragazza ordinata, me lo diceva mio padre.

Svegliatami ore sedicinpunto, il Socio ancora ronfava e la Ire m’aveva fatto la pasta al pesce con la quale mi son sfamata, con grande soddisfazione, pescando direttamente dalla scodella e ciucciando rumorosamente i gamberetti, finoacchè non s’è alzato il vecchio e allora ci siam fatti la colazione a suon di pane e marmellata, che dobbiamo crescere. Bella, bella l’atmosfera della domenica mattina, dopo che il sabato notte s’è lavorato tutti insieme per fare una serata M.A.G.N.I.F.I.C.A. , bella l’atmosfera attorno al caffè mentre ci si racconta la quantità di cavi attorcigliati, limoni tagliati e simpatici aneddoti da bar mescolati a quel minimo di gossip che serve a farti passare le otto ore trascorse a spillare birre e fare vodka lemon e spiegare che purtroppo le cannucce sono finite.

Ma io dico, perchè tutta questa gente vuole le cannucce? questo è sempre il mio interrogativo ogni volta che faccio bar, perchè vogliono le stracazzo di cannucce? a me la cannuccia mi fa pensare all’ospedale, usa la bocca e deglutisci, diobbuono, per la cannuccia avrai tutta la tua vecchiaia. E invece questi vogliono le cannucce e a me mi vengono i nervi. Anche se ce le avessi non glie le darei, porcamiseria, io sono ideologicamente contraria alle cannucce.
Alle cinque si accendono le luci e noi dietro il bancone tiriamo un sospiro di sollievo poichè forse entro le sei saremo fuori, andremo a mangiare una briosccc e poi ci dedicheremo alle attività dei giovani tipo scherzare passeggiare fornicare (chi può) e chi non può ronfare abbracciati a cuscini pupazzi e amanti immaginari. Quando alle cinque si accendono le luci torna l’energia e quell’ultima ora di cocktail e fusti da cambiare passa tra le risate e gli scherzi mentre gli avventori si muovono sempre più in bilico nei loro mondi privati e se ce la fanno ti implorano di preparare l’ultimo rum e pera salvo poi crollarci il capo sopra e rovesciare tutto sul bancone. E per fortuna che si paga in anticipo.

Poi in un batter d’occhio si chiude tutto, si puliscono i bagni il palco la sala si spengono le luci si sale in groppa a motori e biciclette si dice ciaociao a domani ci si dilegua in giro per la città. Passando a piedi per il centro si finisce magari al mercato. Ti rendi conto che a quell’ora a Bologna sei l’unica a parlare italiano mentre attorno è tutto un ciaciare in cinese bengalese o sai tu cosa, profumo di cornetti attorno ma non un bar aperto. Alle nove di mattina ti fai l’ultima camomilla in segno di pace e poi le coperte faranno il loro miracolo.

Mi sono svegliata alle quattro e la domenica era bellissima.
Allora domani vado a Crampobasso ma in fin dei conti va bene così.
La felicità per mia fortuna è mobile e sparsa come una polverina in giro per il mondo, magari questa volta ne troverò frammenti pure là dove lasciate ogni speranza voi ch’entrate.
Intanto già è arrivata la pizza della domenica mentre si stappa una bottiglia di vino e scoppiano risate improvvise in sala da pranzo.
Ti stano felicità, ovunque tu sia.

No responses yet