Archive for Giugno, 2012

Giu 30 2012

La vera muraglia cinese

I cinesi hanno fatto le cose in grande anche questa volta. Non solo non si riesce ad accedere a Facebook e twitter, ma pare che alcune connessioni schermino addirittura le lucilleidi. La nuova muraglia cinese passa attraverso i nodi della grande ragnatela e mi lascia impotente e un po’ cretina di fronte allo schermo che mi dice connessione annullata. Anche questa volta i cinesi hanno vinto, almeno fino a quando non scoprirò il trucco per aggirare i milioni di soldatini virtuali che mi stringono d’assedio. Per ora chiedo a chi mi legge, se ne ha voglia, di postare su facebook e su twitter i miei aggiornamenti, così siamo tutti più tranquilli (io per prima).

Terminato questo preambolo posso comunicare che sono ufficialmente in Cina, in attesa di partire per la destinazione finale. Lo ammetto, lo scrivo (e lo penso) con un po’ di fatica. Temo che da un momento all’altro un cataclisma diplomatico si abbatta su di me e io rimanga per sempre bloccata in piazza Tienammen, proprio come oggi.
Eh sì, oggi 30 giugno 2012 sono stata là. Tutto il giorno. Un sole che ti trasformava in cotoletta in 45 secondi. Innumerevoli controlli di borse e borsette. Decine di migliaia di milioni di miliardi di mattoncini da percorrere. E soprattutto, i cinesi. I cinesi, perdio, sono tanti. Tantissimi. I cinesi sono molti di più di quanti possiamo immaginare. I cinesi sono infiniti, i cinesi sono immensi. In Cina, i cinesi sono praticamente ovunque. E forse anche fuori dalla Cina. I cinesi vanno in pellegrinaggio in piazza Tienammen e pagano il (caro) biglietto senza fiatare, allora le cose sono due: o il socialismo postmaoista ha veramente vinto, e questi stanno veramente ogni anno meglio di quello prima, o (e io propendo per la seconda) il governo cinese ha pagato miliardi di comparse per farmi credere (a me, proprio a me, la lettrice di italiano all’università di Pyongyang) che i cinesi visitano tutti piazza Tienammen, come i mussulmani andrebbero alla Mecca. Forse sono un tantino egocentrica.

Piazza Tienammen è smisurata. A un certo punto ti viene voglia di morire. Purtroppo quel punto si trova sì e no a un terzo della piazza. Rimangono altri due terzi, e il ritorno. Perdio, perdio. C’era Mao, il compagno Mao che mi guardava, che guardava me, proprio me! Dall’alto della sua fotografia. Io l’ho ringraziato. Per una serie di motivi che non ho intenzione di mettere per iscritto. Poi mi sono incartata, perchè questo viaggio è segnato da una assoluta novità: per la prima volta nella mia vita posseggo una macchina per produrre i dagherrotipi. La questione non è semplice come potrebbe sembrare. i dagherrotipi mi hanno preso un sacco di energia.
Per fortuna c’erano i miei ghiacciolini preferiti, in vendita a tutti gli angoli a soli 3 yuan (50 centimi). I GHIACCIOLINI DI SOIA!!!
Sono dei ghiacciolini apparentemente alla menta, ma attenzione, non bisogna credere all’apparenza. E io, in cinque mesi di Corea del Sud, ho imparato. I ghiacciolini verdi sono al gusto di fagiolino di soia. Ho già dedicato diversi scritti all’argomento. Superato l’orrore iniziale, il consumatore e la consumatrice scopriranno che essi sono ottimi.
I ghiacciolini di soia, al sapor di fagiolata, mi hanno salvata nei meandri della città proibita. Io li amo.

Poi ci sarebbero molte cose da dire sull’estrema civiltà di questi cinesi. Non sto scherzando. I bagni cinesi sono, a eccezione dei bagni del centro sociale TPO di Bologna, gli unici bagni dove sono disponibili degli assorbenti. I cinesi hanno capito come si fanno i bambini, e soprattutto come non si fanno. Potrebbero spiegarlo in giro e non tenersi il segreto. Potrebbero parlare col Papa, perdio.

I cinesi, per certe cose, sono proprio civili. Io li amo già tutti, milioni di milioni quanti sono. Ma già sono pronta per salpare verso nuovi lidi. E siccome non sono in grado di caricare i dagherrotipi sul sito, li metto sul mio account flickr, per i più curiosi.

Così, alla vecchia.

http://www.flickr.com/photos/10509702@N00/sets/72157630359148504/

E dalla grande muraglia, per oggi, è tutto.
Good night, and good luck.

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Giu 27 2012

Verso una Corea

Published by lucilla under corea, viaggi, carla vitantonio

Dovrei forse scrivere un post un tantino strappalacrime su questa nuova partenza, ma sono incartata da troppe ore nell’amletico dilemma tra le scarpe nere e quelle marroni, mentre l’incubo delle Hostess-Erinni che peseranno il mio esuberante bagaglio mi alita sul collo e ho sonno zero, sonno zero davvero. Sonno zero e romanticismo lasciato tutto in mani altrui durante questi ultimi giorni di saluti.
Che mi sembra una vita fa e mi viene un pochetto di rabbia perchè non ne ho scritto subito. Adesso è tutto già troppo lontano e non sono nemmeno sicura che quella notte fossimo proprio noi a ridere attorno alla piscina, che quella mattina abbiamo davvero mangiato arepas, che la montagna sia stata così ospitale e tutto il resto.
( Le braccia, gli sguardi, i fratelli e le sorelle, i fiumi gelidi e il mare, l’ultimo spettacolo, un foulard che mi porto in borsa e promesse di corrispondenze, promesse di tenacia, promesse di sopravvivenza. Tutto questo non so davvero più se sia esistito o meno. O forse sì, forse E’ STATO davvero, ma in una vita che è già trascorsa)

Allora sì, era nell’aria da molti, troppi mesi. Parto, parto di nuovo. Comunico ufficialmente a me stessa e ai passanti che sì, sto partendo, e sto tornando in Asia. Epperò questa è un’Asia diversa da tutte le altre.

Pyongyang, Corea del Nord.

Nove mesi.

Proverò a continuare a scrivere.

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Giu 17 2012

Il teatro e me. Prove del mio ultimo monologo.

Ebbene sì, ti lascio.
A questo punto della nostra relazione non ha neppure più senso dire che sia per sempre.
Ti lascio e basta, come nella migliore delle tradizioni. Con tanto di monologo che un po’ è incazzato e un po’ è strappalacrime.
Ti lascio e non ne voglio sapere di te. Non cercarmi, non ti cercherò.
Finita.
Sì, chiaro, per ora. Finita per ora.

Perchè non se ne può più.
Tredici anni avevo porca miseria. Mi misi una maglietta bianca perchè si-doveva-fare-così, andai a scuola con quaranta di febbre per non deluderti. Mia madre era furibonda. Nessuno capiva che cosa ci fosse, di così importante, quel giorno a scuola.

Tu, c’eri. Tu. Maledetto.
E quello è stato solo l’inizio. Come se non fossero bastate le innumerevoli, ulteriori occasioni di scontro con i miei.
Come se non fossero bastate. Mai una volta che mi rendessi le cose più facili. Se c’era modo di provocare una crisi familiare tu lo coglievi e mi istigavi. Ti piacevo di più così, ribelle, insoddisfatta e arrabbiata?

Come la storia di andare a scuola la sera. Ma dico. Eravamo tutti minorenni. Eppure quello pareva l’unico modo. A scuola. A scuola la sera.
Mia madre mi urlava “mi metti in croce” ogni volta che la obbligavo a venire a prendermi a mezzanotte dall’altra parte della città. Quando compii diciott’anni il primo pensiero fu avere la patente. Per te.
E i giorni di scuola saltati perchè improvvisamente avevi deciso che ero importante? le ore trascorse nei camerini a respirarti, ogni straccio ogni granello di polvere ogni pezzo di corda, tutto era te.

Ma ora basta. Non voglio nemmeno ripercorrere questi vent’anni di cecità. Basta, finita, ti lascio. Me ne vado.
Non ho più niente da dire.
Ti ricordi l’università? Fu la prima volta in cui pensai di averti lasciato.
E’ finita, pensai. E invece era appena cominciata.
L’immagine di te mi attendeva ogni giorno affianco a un grosso manifesto sotto l’arco di Piazza Capitaniato.
Tu ogni giorno immobile.
Io ogni giorno turbata come una deficiente.

Ti credetti.
Fu la prima convivenza. Un disastro. Per ognuna delle tue dichiarazioni d’amore pagavo disistima, aggressività, solitudine. Ero così stanca che mi addormentavo su uno sgabello dietro le quinte.
Fino a quando non mi dicesti che non ne eri più certo.
Io sì, io ne ero certa, io ti amavo, io avrei fatto di tutto per starti vicino, per starti attorno, dentro, per respirarti, per esserci.
Ogni giorno lo giuravo, ogni giorno ti provavo la mia determinazione.

Mi sono fatta lasciare da tutti i miei fidanzati, perchè prima c’eri tu.
Ho perso i lavori meglio retribuiti, perchè a te non piacevano, perchè non erano compatibili, dicevi, perchè rubavano la mia energia migliore, la mia capacità di creare, cose che volevi tutte per te. E sia.
Ho mentito. Ai miei genitori, agli amici, ai fidanzati. Ho mentito come una tossica. Spudoratamente e felicemente.
Ho fatto 35 traslochi. Trentacinque. Non so se mi spiego. Io non augurerei a nessuno, a nessuno di fare 35 traslochi. Per te. Per stare con te, vicino a te e menate varie. Una volta ho accettato di dormire per quattro mesi in una specie di palestra dietro la stazione di Rovigo (di Rovigo, non so se mi spiego!!) insieme ad altre sedici persone, solo perchè tu eri là.
Mi sono quasi venduta a un paio di registi intraprendenti.
Ho scritto a Federico Tiezzi subendo l’umiliazione di un incontro al quale lui non si è neanche presentato.
Ho scritto allora a Mario Martone, e non mi ha mai risposto.
Ci ho provato con Cesar Brie, ma neppure lui evidentemente ha trovato carta e penna.
Sempre perchè mi avevi assicurato che mi avresti aspettata là.

Là, in un luogo di cui io non avevo mai le chiavi.

Ti ho rincorso ovunque. Portogallo, Germania, Polonia. Ti ho cercato persino nella provincia bresciana.
Non ho fiatato.
A trent’anni sono venuta da te a Londra e mi sono messa a fare la donna delle pulizie per sopravvivere.

Ogni volta promesse d’amore infinito, eterno, quello che solo io e te conoscevamo.
Ogni volta ti credevo.
Ogni volta ti cercavo.
Come la prima volta.
E ogni volta fuggivi non appena ero arrivata.

Un anno fa ti ho detto che era finita.
(No, non è che non ti ami più, è che non può funzionare. Io non sono come tu mi vuoi, tu non sei più come volevo. Mi sono innamorata di fotografie di quarant’anni fa e di storie che parlavano di un te che non esiste più.
E’ finita.
Sì, ti amo ancora, ma non ce la faccio più. Voglio una vita normale. Sono stanca di sentirmi dire che mi ami, che mi desideri, che mi vuoi, e vederti fuggire con la prima attricetta anoressica di passaggio ogni volta.)

Ti ho fatto un discorso sensato. Ammettilo. Sono stata saggia e delicata. Ti ho dato una lunga serie di motivazioni. Ti ho ribadito il mio amore.
Avrei voluto passare tutta la mia vita con te, proprio come nella favola di Cenerentola o in quella di Prezzemolina.
Ma non ce la facevo più.
Per darti modo di abituarti all’idea me ne sono andata fino a Seul. Seul, diecimila chilometri. Ho pensato fossero abbastanza.
Ho ignorato le lettere, i messaggi, le telefonate. Sono i frequenti rigurgiti di possesso che animano gli abbandonati.

Poi sono tornata qui.
Non ti ho cercato.
Ho evitato accuratamante luoghi e persone che avrebbero potuto ricordarmi te.
Pensavo di avercela fatta.
Invece, quando meno me lo aspettavo, sei comparso.
Hai giocato uno dei tuoi numeri da circo, creato situazioni surreali per mettermi nelle condizioni di essere proprio là, dove tu mi aspettavi.
Chapeau.

Quando ti ho toccato dopo tutti quei mesi avevo paura di sciogliermi. Eri bellissimo. Eri come ti ricordavo. Eri ciò che avevo sempre voluto. Per un attimo, un attimo soltanto, ho sentito che -di nuovo- ero pronta a tutto per stare vicino a te.

Ma ho trentatrè anni, e tra me e questo pensiero ci sono tutti gli anni di delusione, umiliazione e solitudine. A quelli ho pensato mentre avevo addosso di nuovo il tuo odore, e mi sono resa conto che c’è una cosa che ho perso e che non riavrò mai.
La fiducia in te.

Non mi fido. Non ti credo più.
In questi mesi siamo stati vicini come poche altre volte prima d’ora. Eppure ogni volta che ti guardavo sapevo che sarei andata via, che non ti avrei cercato.

Proprio come in quelle storie d’amore che raccontano alcuni romanzi d’appendice, non riesco a dirti di no. Ti desidero, ti bramo, ti voglio. Ma oramai so che la nostra grande storia d’amore, quella che sognavo, la cosa per cui ho lottato di più, non ci sarà mai.
Allora magari torno ancora, come si torna da quegli amanti soddisfacenti che popolano le nostre vite. Quegli amanti dei quali pensi che se non aveste sbagliato entrambi qualcosa, in un passato remoto, magari avrebbe potuto esserci l’amore.
Quegli amanti che non sono buoni amici nè compagni, ma forse avrebbero potuto essere entrambi.

Magari. Magari torno, tra un anno, due.
Tornerò se avrò qualcosa da dirti.
Tu sarai uguale al giorno in cui ti ho visto la prima volta.
Io penserò che ti amo.
Temerai di avermi persa, e mi giurerai che sarà diverso.
E forse io ti crederò.
O forse farò di nuovo le valigie e andrò ancora più lontano.

Stronzo.

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Giu 15 2012

Socialismo e barbarie

Published by lucilla under cuba, ingiustizie, storia, politica

Sono settimane che penso a Camilo Cienfuegos. Non so che cosa mi abbia preso. Ma secondo me la memoria di Camilo è un esempio di quanto, come nei peggiori incubi, la vera propaganda contro la rivoluzione a Cuba non la facciano i pamphet politici ma i b-movies, le telenovelas, le pubblicità di telefonini televisioni macchinoni e tunz tunz.

A Cuba ogni volta che parli di Camilo Cienfuegos vengono fuori facce enigmatiche e sospiri, parole a mezza voce e frasette che si concludono con il solito “ma non sono io che lo dico”, una specie di universale disclaimer, come a dire non ti sto dicendo la mia opinione, per carità, sto solo facendo il mio lavoro di storico.

Ecco a me tutte queste occhiatine di sbieco, tutti questi sospiri, mi fanno venire voglia di incazzarmi. Perchè la storia sarebbe, secondo i camerati statunitensi, che Camilo Cienfuegos sarebbe stato fatto fuori da Fidel Castro, che era geloso di lui. Ipotesi, per quanto mi riguarda, veritiera tanto quanto il fatto che i comunisti mangiano i bambini.
Fidel Castro non era Stalin,  e al tempo della morte di Camilo -anche volendo, ammettiamo che avesse voluto- non aveva il potere necessario per ordire l’assassinio.
Ma poi dico io.
Alla fine bisogna ammettere che i camerati statunitensi hanno un apparato propagandistico che vince e sbaraglia ogni concorenza possibile. Mi hanno trasformato Fidel in un orco che ha mangiato, per sete di potere, i suoi stessi fratelli.

E la cosa più aberrante è che a Cuba, purtroppo, molti ci credono.
Che Fidel fosse geloso di Camilo.
Perchè Camilo era più amato dal popolo di Fidel.
E allora Fidel zac, ha fatto il colpaccio alla Stalin.

Si conferma la tendenza -a volte un po’ eccessiva- dei compagni latinoamericani alla telenovela. Ecco, forse questo è il punto che mi lascia più amareggiata di qualsiasi altro. Che la voglia di telefonino televisione macchinone tunz tunz possa portare a questo.
Che in cambio di un brandello di “libero mercato” si possa svendere la propria dignità politica e umana.

Sono impopolare, sì, sono impopolare.

Però volevo dire che -a mio modestissimo avviso- Camilo Cienfuegos non è stato fatto fuori da Fidel Castro.
E qualsiasi cosa sia accaduta su quell’aereo, per me valgono le parole di Ernesto Guevara:

“Lo ha ucciso il nemico.
Lo ha ucciso perchè voleva la sua morte.
Lo ha ucciso perchè non ci sono aerei sicuri,
perchè i piloti non possono acquisire tutta l’esperienza necessaria,
perchè sovraccarico di lavoro com’era, Camilo voleva essere a L’Habana in poche ore…
e lo ha ucciso il suo carattere: Camilo non considerava mai il pericolo,
per lui era un divertimento sfidarlo, toreava con il pericolo, lo attirava e ci giocava tra le mani.
Nella sua mentalità di guerrigliero
una nube non poteva fermare o deviare un percorso tracciato”.

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Giu 10 2012

Playa Giron

Improvvisamente mi sveglio, ho trentatrè anni e questo non è il sol dell’avvenir.
Dismessi fieramente i miei sogni in nome di un’adultità che tarda a manifestarsi, potrei forse cominciare a fare ciò che fanno gli esseri umani con un minimo di cervello ovvero iniziare a progettare.
Invece me ne resto a respirare utopie altrui e mi faccio domande da eterna postadolescente in crisi.
Una volta tanti anni fa ci fu una persona che chiamai Compagno. Il Compagno per eccellenza, colui col quale forse condivisi per una primavera la grande utopia di una rivoluzione.

Allora Compagno se sei da qualche parte ancora,
Compagno io ti domando
che cosa ci faccio, coi libri di altre rivoluzioni, se non se ne possono scrivere di nuovi?
Compagno come si fa ad abbandonare i sogni senza sentirsi dei falliti, e a trasformarli in progetti?
Come si fa a lottare ogni giorno quando il massimo a cui possiamo ambire è un bilocale arredato?
Compagno, era un bilocale arredato che volevi, che volevamo? era dire mio tuo era questo l’obiettivo?
Compagno che alla fine anche tu ti sei piegato, in fondo ben prima di me, e ti sei seduto di fronte alla tua busta paga, perchè lo hai fatto? C’è forse qualcosa che mi sfugge, un segreto che non m’hai confidato?
Sta forse nella busta paga la rivoluzione che io non ho compreso?

Come si fa ad allenarsi tutti i giorni per una rivoluzione che viene quando ormai sappiamo che la rivoluzione non ci sarà mai?
Compagno, come è possibile che il mio allenamento rivoluzionario si sia tragicomicamente trasformato nello studio matto e neanche tanto disperatissimo finalizzato alla partecipazione a concorsi che non vincerò mai?
Compagno, diobbuono, ha forse senso, ora che so che non ci sarà mai la rivoluzione, ha forse senso continuare a prendere pullman alle cinque di mattina per andare a contestare l’ennesimo decreto che poi in ogni caso passerà mentre noi, nel migliore dei casi, scriveremo uno spettacolo narrando le fiere gesta degli eroi gasati dalle orde barbariche del fronte nemico?

Io non lo so, Compagno, a cosa pensi nel tuo bilocale arredato che in fondo ti invidio e che vorrei anche io, non so come tu abbia fatto i conti con la tua rivoluzione ma io mi domando in continuazione che ci faccio qui e  Compagno, Compagno, la cosa più triste di tutte è che per tredici anni della mia vita ho pensato di farla, questa rivoluzione, di farla dai palchi arrangiati, dalle tavole arraffazzonate sulle quali mi inerpicavo per portare il teatro fuori dai teatri.
La cosa più triste Compagno, Compagno, è che io ci ho creduto terribilmente completissimamente.
E le turnè in macchina per quattro soldi erano le mie battaglie.
E i pasti consumati dopo lo spettacolo mi sembravano il rifugio dopo azioni pericolosissime.
E gli applausi erano i successi inaspettati delle mie lotte.
E Compagno, Compagno, per tredici anni più di ogni cosa ho provato a condividere la mia rivoluzione la mia lotta, e ci ho creduto, Compagno, fermissimamente.
Stupidissimamente.
Perchè vedi Compagno, ora mi sento come se avessi perso la mia guerra.
La mia unica guerra, quella in cui ho creduto.
Quella per cui ogni giorno mi sono allenata in segreto.
E la guerra l’ho persa, sì, perchè quando mi sono guardata indietro ho scoperto di essere sola.
E la parola noi non aveva alcun senso.

(mio, tuo, io io io)

Compagno. Tu te ne stai nel tuo bilocale arredato che t’invidio una volta di più mentre le mie turnè sono sempre più solitarie.  In questa rivoluzione ci credevo solo io.

Allora Compagno dimmi qual è il segreto per trasformare la mia farsa in una commedia di una certa qualità. Come si fa a uscire a testa alta da questa disfatta.

Io che De Andrè non l’ho mai ascoltato, e adesso mi faccio venire gli struggimenti a suon di Silvio Rodriguez.

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Giu 04 2012

Ritorno al futuro tour, parte quarta

Beniamino Noia alias il Pentothal di tanti anni addietro ascolta Giorgio Canali che canta “sarà che le ragazze con cui esco hanno tutte i mostri sotto il letto” e dice, lapidario come suo solito:

“Giorgio, forse alla tua età dovresti cominciare a uscire con le donne e smetterla con le ragazze”.

Rido e guido verso le Marche dove ci aspetta il prossimo pezzo di turnè. Proprio io e Beniamino Noia, come tantissimi anni fa. Io, lui, il manichino mezzo sfasciato nel bagagliaio e un sacco di idee che viaggiano con noi nella lucillomobile, proposte di miglioramento dello spettacolo, nuove incursioni musicali, una partitura fisica più intensa e poi sì poi come al solito vediamo quello che succede e improvvisiamo.

Guidando verso le Marche, i piedi di Beniamino sul cruscotto, penso a quando i piedi sul cruscotto erano i miei, e alla guida ci stava lui, e cantavamo la resistenza nostra e di molti altri in giro per l’Italia. Ci sentivamo bellissimi, ci sentivamo delle rock star e forse un po’ lo eravamo. Un po’ eravamo anche degli sfigati che si spendevano tutta la paga ancor prima di arrivare a casa. Però ci divertivamo tantissimo e la vita era bella e colorata e velocissima. Proprio come adesso, che siamo partiti in fretta e furia con mille cose lasciate a metà. Senigallia ci aspetta e all’Arvultura ci sta il palco più bello del 2012, tanti fari che io quasi mi commuovo, e i compagni che lavorano per farci fare lo spettacolo benissimo. Mi sembra proprio di essere un’attrice vera, a Senigallia, mi sembra proprio che il teatro valga la pena, che valga la pena il mio lavoro, e quasi quasi mi torna voglia di stare sul palcoscenico. Quasi quasi mi dico oh, scrivo un altro spettacolo, ma non faccio in tempo a pensarci troppo che arriva il momento di fare OTTO e tutto è silenzio, concentrazione, commozione. A sorpresa è arrivata anche la Glori che grida ancora una volta che nessuno mette Babe in un angolo. Eh no, nessuno ce la mette, nessuno mette noi, piccole Babe senza un maestro di mambo, in un angolo. E noi, Babe del 21esimo secolo, non abbiamo bisogno nemmeno di un innamorato che parli al posto nostro.
Ho paura stasera, mi sento come se fosse la prima volta che lo faccio, questo spettacolo, e mi vergogno e temo di non essere sufficientemente presente, e tutta questa emozione si addensa come una nuvola piena di pioggia all’angolo degli occhi. Non ci posso credere, quando finiamo, non ci posso credere a quanta bellezza mi torna dalla platea.

Allora per questo e per la marmellata biologica mi viene da ringraziarli infinitamente, i compagni e le compagne di Senigallia, perchè m’hanno rispettata e amata e m’hanno fatto sentire che tutto aveva un senso. Un’attrice vera, m’hanno fatta sentire, in quella isoletta di bellezza fiorita nel mezzo della zona commerciale di Senigallia.

Ed ero ancora piena di tutta questa bellezza il giorno dopo al mare, un’acqua fresca limpida trasparente e gli ombrelloni! Gli ombrelloni che il centro sociale affitta per l’estate intera di modo che si possa sempre andare al mare, perchè bisogna andarci, al mare, porcamiseria, perchè il mare è nostro, il mare siamo noi, allora eccoci ai Bagni77, Beniamino si stende sul lettino e ronfa e io ascolto Alessandro che mi spiega con un certo piglio ingegneristico che la disposizione degli ombrelloni di quest’anno è problematica, mi elenca una serie di problemi non da poco, e in mezz’ora riesce a sollevare un vero e proprio dibattito che sfocia in una votazione seria, della quale ahimè non conosco l’esito. Comunque a me gli ombrelloni ad angolo non dispiacevano. Certo capisco che avere proprio di fronte l’area di gioco per i bambini potesse creare problemi non indifferenti di odio violenza e stragi degli innocenti.

Ma soprattuttoil mare di Senigallia è bello perchè ci sta il bagnino più fico della storia ovvero Nico che si è comprato pure le pinne la maschera e la bandana, ci ha una maglietta rossa e guarda l’orizzonte sperando che qualcuno rischi di annegare, dal momento che la vita sulla torretta è noiosissima e non si può manco leggere. Sta nobilmente seduto sulla torretta proprio di fianco alla rotonda sul mare che cantava quello sfigato di Freddie Bongustaio e mira l’orizzonte munito di binocolo. Io quasi quasi mi tuffo e mi faccio venire a salvare per il puro gusto di salire sul suo pattino rosso a remi e vederlo con le pinne.

Ma uffa dobbiamo partire perchè Ancona ci aspetta e stasera si replica al mundialito antirazzista. Come l’anno scorso Silva e Alessio ci accolgono con entusiasmo  e grigliata di carne, io provo a trasmettere un po’ della mia gioia a Beniamino che però mi si è un po’ depresso. Per mia fortuna ho imparato a 33 anni a non crucciarmi troppo se il socio si deprime, faccio tutto meglio che posso e mi attacco forte all’idea di fare qualcosa di sensato, mi attacco alla bellezza delle persone e alla sensazione di essere un po’ a casa ogni volta che sono sul palco. E proprio mentre penso a queste cose arrivano Reka e Pa direttamente da Falconara, mi ero ormai rassegnata a non vederli, questa volta, e invece eccoli puntualissimi come al solito, io quasi mi commuovo nel vederl, li abbraccio li bacio e non mi voglio scollare più.

Con questo sentimento di gioia e gratitudine faccio OTTO, cercando di dare il mio meglio anche stasera, e poi il resto è un festino sulla spiaggia, il resto è un buttafuori che punisce ingiustamente il nostro Beniamino e noi ridiamo, il resto è il treno che passa vicino al mare terrorizzandoci nel divertimento di Reka e Pa.

Il resto è che la turnè nelle Marche è finita e ce ne torniamo a casa pieni di pensieri, a Padaniacity c’è un tempo di merda, mi sento sola, mi sento che ogni spettacolo è una specie di parto ingiusto che ti lascia svuotata e insensata, mi sento che non ho costruito niente e simili pensieri paranoici. Ho voglia di scappare lontanissimo e non essere qui.
Padaniacity è immensa e comincia dieci km a sud di Bologna per estendersi come un blob velenoso attraverso la pianura martoriata dall’ultimo terremoto e da secoli di noia. Che ci faccio qui. Lontanissimo me ne vorrei andare, dove nessuno mi conosce e nessuno prova a mettere Babe in un angolo.

Magari me ne scappo nelle Marche.

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