Mar 21 2009

ricordi sparsi sulla scia di un malaticcio delirio in tardo venerdì

Mia mamma mi racconta spesso che quando era giovane lei, quando faceva l’università a Napoli e si vedeva di nascosto con mio padre, di nascosto perchè i suoi (e qui non si capisce mai se i suoi erano quelli di lei, quelli di lui o tutti e quattro) non volevano, quando mia madre stava all’università e mio padre viveva in una monostanza in piazza del Gesù coi soldi del presalario-che-lenin-lo-protegga, ogni settimana nei quartieri passava il pisciazzaro, tu gli davi la pisciazza e lui in cambio ti dava il sapone. E guai ad allungare la pisciazza con acqua! Il pisciazzaro se ne accorgeva immediatamente, forse olfatto forse vista forse il famoso sesto senso, e il sapone non te lo dava, la tua pisciazza annacquata te la potevi pure tenere.
Altre volte mi racconta che quando era più piccina ancora, se per caso aveva compiuto un atto meritevole, cosa che accadeva davvero di rado, la mamma ovvero mia nonna la spediva all’alimentari a comprare dieci lire di cremalba. Questa cremalba pare fosse una progenitrice della nutella, una specie di crema dolce alla nocciola che veniva venduta però a peso e messa nella famosa carta oleata, la stessa che ha avvolto tutti i panini della mia infanzia lasciando sempre una sensazione di unto e mortadella ai pistacchi sulle mani.

E a questo pensiero immediatamente si collega un ricordo mio personale, anno 2001, io e la mia amica-compagna-collega-confidente-Alice ci eravamo messe in testa di fare un lavoro speciale sul commercio equo e solidale. Ancora mi ricordo che l’esame era metodologia della ricerca sociale, un esamone di quelli che ti domandi perchè hai fatto l’università, ma intanto ci aveva preso bene e poi era l’anno in cui tutti gli amici e le amiche erano fuggiti in erasmus, maledetti loro. E fuggiti in erasmus erano pure i nostri allora fidanzatini, entrambi in paesi francofoni ed entrambi mai più tornati come prima ma, infine, entrambi rimasti vicini vicini all’una e all’altra in tutti questi anni seguenti, in un modo o nell’altro. Insomma noi vedove bianche trascorrevamo quell’anno di solitudine cercando di macinare esami più in fretta possibile, correvamo pedalando sulle nostre biciclette sgangherate di settima mano da una parte all’altra di padaniacity cercando di non perdere una lezione che fosse una, e quando l’una proprio non riusciva a macinare una cosa si faceva un gruppo di autoaiuto e in qualche modo la sfangavamo. Non che andassimo d’accordissimo anzi direi che per trovarci appieno ci sono voluti moltissimi scornamenti reciproci e reciproche ammissioni di colpa o debolezza o riconoscimenti di potere. E insomma un giorno ci imbarchiamo in questa storia del commercio equo.
Ora lettori miei, voi vi ascoltate cater pillar, voi andate alla coop e trovate la coopella, crema spalmabile alla nocciola, equa solidale e molto più buona dell’originale, voi andate alla gs e comprate le banane e gli ananassi solidali e saporiti, voi, sono sicura, ogni tanto andate anche in una così nomeata bottega del mondo per fare i vostri acquisti. Voi, lettori miei, educati da questi anni di radio due, partecipate a m’illumino di meno, i più sgaggi di voi hanno l’adesivo sulla bici o il disegnino sul blog, ecco, lo so, voi siete dei lettori emancipati altrimenti non sareste qua. Però sono convinta che nel 2001 la maggior parte di voi avrebbe risposto alle nostre interviste con dei vaghi boh e mah, quando non con un vai a cagà.
Ebbene diciamolo, otto, nove anni fa, noi del commercio equo e solidale eravamo degli sfigati, qualcuno pensava che fossimo scout, altri che fossimo crocerossine, e quando io e la mia amica Alice facevamo le interviste nel centro di padaniacity i pochi che si fermavano ammettevano candidamente di non sapere di che cosa si trattasse.
Gli altri si dividevano nel gruppo del “scusa non ho moneta da darti”, nel gruppo del “no non voglio comprare niente” e nel gruppo del “non ho tempo”. Diversi i non pervenuti.
E noi imperterrite a macinare interviste e a trascinare gente dentro questo progetto folle che alla fine andò avanti tutto l’anno accademico e a me mi procurò pure, diversi anni dopo, un lavoro per anni due nientepopodimenoche nel consorzio di certificazione.
Ma intanto se penso a questa cosa è perchè mi ricordo ancora una volta di quei giorni passati a macinare chilometri in bicicletta, i giorni della firma obbligatoria a lezione, quelli degli esami passati studiando in aula studio fino alle sette e poi dopo cena, i giorni degli appunti controllati in mensa, quelli del corso di economia delle imprese editoriali che seguivamo in otto, i giorni del libro di marketing che costava uno sproposito.
Che freddi che freddi gli inverni a padaniacity soprattutto quando pioveva e tu dovevi andare in ogni modo a lezione, e ti bardavi ti preparavi ma le mani ti si bagnavano sempre sempre sempre e anche la sigaretta della mattina diventava così umida e cambiava sapore, cambiava.
Si andava a lezione del mattino in zona Portello, la stessa zona che anni dopo avrei frequentato solo di notte, chi l’avrebbe mai detto, cercando di svoltare la serata con qualche polveroso incontro occasionale che mi avrebbe riportata poi, la mattina, in una casa dove mi ero messa un letto singolo, si, singolo perchè ci volevo stare sola, io con le mie storie e basta, una casa che cadeva a pezzi proprio come me in quel periodo.
Ma nel 2001 non ci pensavo, che anni dopo sarei stata così sola così male così disperata a correre la notte in zona Portello. Nel 2001 ci andavo a lezione di mattina pedalando da Montechange e alzarsi era sempre bofonchiare un porcatroia ma alla fine come erano belle quelle giornate. Quando poi arrivò la primavera che miracolo, me lo ricordo ancora il giorno in cui Alice mi disse guarda, l’arcobaleno! E’ il segno della nostra rinascita! E io le dissi qualcosa che non mi ricordo e insieme ridemmo e poi questa frase la riportammo sul grosso cartellone di casa dove scrivevamo tutte le frasi e gli atti degni di nota.

E adesso me ne vado a dormire senza neppure fumarmi una sigaretta quanto cazzo di tempo è che non mi fumo una sigaretta?
Cammino su un binario fantasma.

One Response to “ricordi sparsi sulla scia di un malaticcio delirio in tardo venerdì”

  1. Pfd'acon 21 Mar 2009 at 19:22

    Che se faceva il pisciazzaro della pisciazza?

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