Ago 22 2009

basta col revisionismo storico da quattro centesimi.

Published by lucilla at 12:27 under padaniacity, società, bologna, storia, politica

Girando per Bulagna semideserta nei giorni passati ho fatto numerosi incontri bizzarri, ma uno in particolare mi ha toccata:un foglio ciclostilato, appeso in molti negozi del centro, che canta la bellezza di una città che nel secondo dopoguerra fioriva, le cui strade luminose e fiere erano popolate da giovani dame sorridenti che si lasciavano corteggiare da giovinotti politicamente ben inquadrati sotto portici profumati e pieni di vasi di fiori, una città che in questi ultimi anni ( e sottolineo in questi ultimi anni) vive il degrado imposto da una massa informe di depravati, debosciati, lassisti, drogati e dipendenti dalle sostanze più svariate che la insozzano e privano il bolognese indigeno della gioia di passeggiare sotto i porticati cantando le lodi della donna bolognese e dei suoi tortellini etc etc etc.

Ora. La premessa è che questa retorica non se la sono inventata i bolognesi. Mi dispiace per loro ma in Veneto sono almeno dieci anni che si piange la fine di un’epoca d’oro dove le ridenti cittadine padane splendevano vigorose e non c’erano orde di barbari a inquinarle. A Milano pure, i pochi milanesi rimasti piangono da decenni el nos milan, e sono ormai così pochi che a dar loro man forte ci pensano immigrati meridionali che pur di integrarsi si sono messi a votare lega e strillano contro quei dei centri sociali e quei imigrati marochini sporchi e infedeli .

Ma dopo questa breve esposizione filologica, fatta solo per amore della verità, mi vorrei cimentare in una ricostruzione storica della città di Bologna, che prendo solo quale esempio di quanto il lamento per la città morta sia storicamente infondato: nel secondo dopoguerra la città era mezza diroccata a causa delle bombe. La maggior parte delle case non aveva i cessi e diciamo che comunque i sanitari non erano proprio la prima preoccupazione della ricostruzione postbellica. Tra gli usi comuni c’erano la pisciata nell’angolo e lo sputo libero. I pochi cani sopravvissuti alla fame cagavano tranquillamente in strada senza che alcuno si preoccupasse di raccogliere la cacchina con lo scopino e la paletta. Gli odori di una cucina povera e gustosa riempivano le strade. Chi non aveva lavoro si dedicava senza troppi problemi di coscienza ad attività notturne di vario genere e le strade erano popolate di ogni tipo di persona. I racconti del tempo parlano di vie maleodoranti e nottate buie, insicure, durante le quali qualsiasi cosa poteva succedere all’ombra di un portico.
Poi arrivarono gli anni sessanta, I movimenti universitari, i cortei e le manifestazioni a tutte le ore del giorno e della notte, le riunioni all’aria aperta, gli spazi restituiti alle persone. Gli studenti si riprendevano le strade, i giovani occupavano l’occupabile. La piazza era il posto eletto per l’incontro, per il confronto e a volte per lo scontro.
E giunsero gli anni settanta in un delirio di colori e idee e proposte che non sono certo io a poter descrivere.
Quelli che ci sono stati parlano di una piazza popolata e rumorosa a ogni ora del giorno e della notte, di feste e riunioni non sempre silenziose e men che meno ordinate, di improbabili attacchinaggi sui muri della città, insomma di un gran casino. E poi arrivò il 77 e arrivarono le barricate e i carri armati.

Che faccio, mi fermo? Si, mi fermo perchè è arrivata l’ora della pappatoria e anche perchè non sono donna di lunghe disquisizioni. Altrimenti avrei scritto un libro e non terrei un blog. Ma l’esposizione mi sembra sufficiente. Cari bolognesi retrò, cari amministratori rompicoglioni, ma quest’epoca d’oro di portici profumati e corteggiamenti a base di rose senza spine dove sta? Quando era? Non è che per caso ve la siete immaginata?
Io, da osservatrice esterna (perchè sono esterna, su questo non ci piove) sono perplessa. Adesso, rimpiangendo questa fantomatica epoca d’oro del blablabla, mi volete chiudere la città e farmela diventare come in quel cartone animato di walt disney, come si chiama, quello dell’orco, in cui c’è il tipo nano folle (oh, che singolare analogia!!!!) che vuole fare il regno perfetto, immobile e ingessato.

Io, personalmente, mi oppongo e vi spernacchio.
Prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr 

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