Gen 14 2010
quando volavo
Non c’ho un motivo per essere triste. Non ho voglia di trovare un motivo per essere triste. Potrei fare una lista lunga tutto un rotolo di carta igienica riciclata, e non ne trarrei la benchè minima soddisfazione. Ho dovuto lottare molti anni per vedere affermato l’assioma “carla vitantonio ha ben ragione d’essere triste”. Quando ho vinto l’attestato di diritto alla tristezza non ho provato il grande sollievo che speravo. A volte, è vero, avere ragione non serve. Avere ragione non basta. Non ho più voglia di rivendicare. Sono passati gli anni in cui speravo di avere il diritto di rivalermi su qualcun altro. Adesso mi rivalgo su di me. E quegli altri cui ho rinfacciato i loro torti si rivalgono su di me attraverso il signor Dicolpa Senso, che arriva come la cartella esattoriale con molti anni di ritardo, troppi, poichè le ricevute di cui parla io non le trovo più.
Ma pagare devo, lo stesso.
Il signor Dicolpa è parziale come il migliore degli esseri umani, e mi avvisa che la pratica che mi riguarda non prevede la possibilità di appellarsi a tale signora Compassione. Per quanto mi riguarda, rimango incastrata nella sedia e lo guardo dal basso verso l’altro senza nutrire speranza alcuna.
Attonita, non reagisco allo schiaffeggiamento che segue la breve discussione, che peraltro era stata più che una discussione un monologo, visto che non una sola parola sono stata capace di opporre alle impeccabili ragioni del signor Dicolpa.
Me ne sto sprofondata sulla sedia che ha tra l’altro una gamba più corta delle altre e ondeggia e rumoreggia e scoreggia fastidiosissimamente creando un effetto grottesco che è tutto ciò che pare io mi meriti. Dentro di me le proposizioni si sommano l’una all’altra in una barocca struttura di subordinate di primo secondo terzo grado incisi parentesi citazioni eppure non una sillaba mi esce da questa boccaccia marcia. Rigurgito saggi propositi di saggezza futura.
Non ho bisogno di motivi per essere triste. Un collasso verticale dell’apparato emozionale mi coglie sulla soglia del mio trentunesimo compleanno e non sono neppure capace di stilare un bilancio o una statistica. Lo dicevano i miei parenti che la mia facoltà non serviva a niente. Sono caduta nel baratro dell’eterno presente.
Prima che il signor Dicolpa di cui sopra me lo suggerisca, penso ai bambini del Ruanda, penso ai bambini del Burkina, penso ai bambini del Mozambico, penso agli immigrati d’Italia, penso ai disoccupati ai cassintegrati penso a quelli che non hanno la macchina che non hanno il motorino penso a quelli che non hanno manco una bicicletta penso a quelli che non hanno le gambe penso ai malati ai moribondi a tutti loro penso e siccome non ho un motivo per essere triste ecco sono triste per loro.
Vivo in una straripante melmosa ineluttabile solitudine.

lungi da me dare consigli o prospettare soluzioni a questo pantano emozionale in cui ti ritrovi ma… permettimi di lasciarti un forte abbraccio che ti faccia capire che, magari non nella forma e nel modo che vorresti ma non sei così sola forse…
Un abbraccio forte forte e l’augurio che la melma possa trasformarsi presto in verdi prati su cui correre serenamente
Se ci guardiamo dentro nn siamo altro che un grande buco…dove, come scrive Michela Murgia “ogni spazio apparentemente conquistato nasconde un oltre che non si fa mai cogliere immediatamente, conservando la misteriosa verginità delle cose solo sfiorate”…
sara’ il riccio capriccioso ma nn siamo tanto “lontane” io e te…