Feb 13 2010
carnevale, altro che halloween
Non so se l’ho gia’ scritto, ma sicuramente l’ho già detto a molti e in diverse occasioni perchè è uno dei tarli con cui consumo la pazienza di amici e ascoltatori, comunque.
Al sud il carnevale comincia il 17 gennaio.
Non importa quando finisca, ma comincia il 17 gennaio, giorno di sant’Antuono nonchè anniversario di nascita della sottoscritta me medesima.
Quando ero piccola i miei genitori per festeggiare la nascita della loro primogenita organizzavano la prima festa in maschera del carnevale. Ogni anno il 17 gennaio compagni di scuola amici e parenti popolavano la nostra casa abbarbicata in cima a Limosano (per eventuali note geografiche e sociologiche ricordo che ho un intero spettacolo su Limosano, che è in tour e disponibile alla vendita).
Uno spettacolo. Mia mamma faceva i krapfen (che si chiamavano “le graffe”), gli struffoli, le chiacchiere e le frittelle. Le frittelle di mia mamma! Piene d’olio e inzuccherate come si conveniva, che mangiandotele diventavi una frittella pure tu, tutta unta con lo zucchero ancora caldo che si appiccicava ovunque e piu’ provavi a liberartene più ti spalmavi. Poi c’erano le bevande e in via del tutto eccezionale si compravano la cocacola e la fanta. A volte pure la sprite. E le caramelle i biscotti cose pazze cose pazze!!!
E c’erano i costumi. Tutti venivano travestiti. Per i maschi andava molto di moda Zorro o il pirata ma c’erano anche alcuni arabi, un paio di pinocchi, i toreri, i lupi, i fantasmi e gli orsi. Per le femmine la gamma era molto più vasta, si andava dalle damine a cappuccetto rosso a tutta la serie delle favole compresa la serenetta che era un po’ complicata ma ogni tanto qualche mamma ci provava comunque, a imbalsamare le zampine della povera figlioletta. Io mi vestivo da cappuccetto rosso o da principessa o da odalisca (questo dopo aver visto alla tivvù una serie che si chiamava “il segreto del sahara”).
Un anno mi sono vestita da colombina e per l’occasione ho imparato un piccolo sketch di commedia dell’arte -non potevo immaginare che fosse l’inizio di una lunghissima tragedia, ahimè- un altro anno ho fatto la fata turchina con le trecce blu. Anche mia sorella aveva dei costumi bellissimi.
E poi arrivava il momento della festa, dopo ore e ore di preparativi, e i miei organizzavano giochi meravigliosi, cacce al tesoro,balli con la scopa, rincorse, diventavano due giullari di prima categoria e tutto era messo a punto perchè noi, i bambini, ci divertissimo il piu’ possibile. Papà faceva il dj e l’arbitro, mamma la valletta e la direttrice dei giochi.
Infine arrivava la torta e il momento delle fotografie. Mio padre cacciava fuori la sua macchinetta supermanuale marca zenit che pesava un quintale e ci ordinava di metterci tutti attorno alla torta e di sorridere. Il problema è che a quel punto i trucchi erano sfatti dal sudore e dallo zucchero delle frittelle, i clown erano diventati dei mascheroni, le principesse delle streghe, i costumi si erano mezzi distrutti e noi eravamo stanchi morti dal ridere dal rincorrere e dall’abbuffarci. E le fotografie duravano tantissimo. TANTISSIMO!!! Prima la foto con la famiglia. Poi coi compagni di classe. Poi con gli amici venuti da lontano. Poi con tutti. Poi qualcuna si doveva rifare. E intanto i più piccoli si erano stufati e volevano la torta. Le candeline colavano cera sulla panna e io spegnevo candeline a più non posso mentre qualcuno già affondava le zampe nel pan di spagna e dunque ci sono queste testimonianze surreali di bambini travestiti sfatti che si inzaccherano con la torta e le stelle filanti.
Dopo la torta la festa cominciava a scemare e io ero proprio felice, felicissima.
Per questo il carnevale è sempre stata la mia festa preferita. Poi gli anni di Padaniacity hanno regalato al mio carnevale la sua aria rivoluzionaria e satirica, e la scuola di teatro mi ha fatto ritornare al carnevale degli attori e dei buffoni. Ho trascorso molti carnevali a Venezia e mi sono inebriata di quell’aria senza tempo,ho danzato con maschere di sconosciuti e camminato esausta per le calli, trascorso nottate in stazione aspettando il primo treno per Padaniacity e fumando l’ultima canna, mi sono stipata in vagoni traboccanti di coriandoli e mi sono ritrovata i pezzettini colorati nei vestiti intere settimane più tardi. Ho visto ragazze travestite da macchinette del caffè ballare la macarena con cavalieri travestiti da rotoli di carta igienica.
E ogni tanto ho dovuto mancare il carnevale. Ogni anno trascorso senza una festa in maschera è stato per me una grande tristezza. Quest’anno sono qua, a Londra, dove il carnevale non sanno manco cosa sia, e leggo di feste in maschera e parate e mi mancano, mi manca il carnevale, mi mancano gli scherzi e le uova marce che ci tiravamo fuori da scuola alle medie e che al tempo, ovviamente, detestavo.
Voglio che torni un carnevale per me.
