Nov 01 2010
lo zen e l’arte di raccogliere le olive
Certo, proprio tutti non c’eravamo, che oramai siamo sparsi in giro per il mondo, ognuno coi suoi lavori improbabili e contratti ipervincolanti con clausole piccolissime scritte in fondo all’ultima paginetta che però se non le assolvi ti trovi nei casini e allora qualche volta diventa difficile prendersi tre giorni e staccare tuttotutto ma proprio tutto. Però ancora una volta lo zoccolo duro di noialtri cel’ha fatta ed entro venerdì notte eravamo tutti là, attorno al camino dell’Alice, travestiti da veri braccianti e pronti per la nuova avventura di quest’autunno ovvero fare la raccolta dell’olive nella casona in campagna dove lei sta sì, ma ancora per poco, visto che il mese prossimoventuro se ne và lì, proprio lì, nella culla del capitalismo, statiunitidamerica, che là il suo cervello vale molto più che qua e sinceramente a parte tutte le pippe ideologiche se il mio cervello fosse valutato qualcosina in dollari senza pensarci troppo su me ne andrei pure io.
Allora ecco eravamo tutti pronti, cani compresi, per la raccolta dell’olive e per questo megasaluto all’Alice che ha financo fatto il biglietto e trovato una casa provvisoria e le hanno mandato un buffo libretto con le istruzioni per l’uso della vita negli Statuniti. Come al solito subito si è ricreata la nuvoletta magica e gli equilibri si sono messi al posto loro insomma ognuno sapeva cosa fare e come farlo ognuno in fondo aveva i guai suoi che aveva lasciato da qualche parte a casa ma lì per quei tre giorni siamo stati i sedici braccianti più rivoluzionari della storia del Chianti, rastrellando olive cantando stornelli anticlericali arrampicandoci sugli alberi, chi più chi meno, mangiando focaccia zuppa d’olio nuovo e finocchiona, che poi raccogliere le olive è bello perchè per pulire un albero ci vorrà un’ora al massimo e poi ti sposti stendi la rete da un’altra parte e si forma un gruppo nuovo di modo che non fai mai a tempo a stancarti delle persone con cui stai chiacchierando e riesci nel giro di una giornata a essere aggiornata sui gossip relativi a ciascuno, se poi sei stata proprio attenta e hai rastrellato con cura magari ti meriti anche un pochino di intimità in più con qualcuno e finisci con l’andare su discorsi veramente personali di quelli che si possono fare o da sbronzi o quando si sta facendo un’attività apparentemente molto impegnativa come appunto la raccolta dell’olive, che non ti devi guardare negli occhi e butti giù macigni fuori dalla bocca come se niente fosse.
Così vengono fuori le storie degli ultimi mesi, non tutte s’intende, ma abbastanza per riprendere il contatto, abbastanza per aggiornarci, abbastanza per essere presenti. E si capisce pure che nella distanza le relazioni sì, rimangono, ma tutto si modifica in questa fluidità che da sempre ci appartiene, io per esempio mi son resa conto che col Cois ho molta più confidenza nei sogni che davanti al camino, che parrà strano ma è proprio così, mi son resa conto che il Licazzone è un gran giocatore di scopone, che Miotsu è un dormitore immobile e che incredibilmente con l’Ale dopo anni dieci troviamo nuove affinità in questa vita diversissima. Di queste e di molte altre cose mi sono data conto, mi rendo conto che c’è un legame e che c’è pure una distanza, che in questa distanza un po’ solitaria io vivo adesso, e che in fondo non so, adesso, quanto mi cambierebbe stare qui o ad Hanoi o a Maputo, visto che a queste persone sono legata dal magico elastico di un amore che pure, da un certo punto di vista, mi lascia sola e però mi salva.
Della mia solitudine mi sono resa conto, ma forse era solo una delle mille paranoie di questo nuovo autunno che mi circonda. Della pesantezza, di una certa fatica che faccio a volta a stare insieme. Dello spazio interno di cui ho bisogno, mi son resa conto, e anche della mancanza. Si eh, mi sono resa conto di quanto mi manchi avere con i miei amici quella relazione quotidiana fatta di passaggi in macchina e ritorni a casa in bicicletta, di caffè della mattina, di appuntamenti all’ora dello spritz.
Insomma mi sono resa conto e non mi sono resa conto, ho abbracciato guardato ascoltato. Simo stava sull’albero e pettinava le foglioline e ridevamo di stanchezza meditando rivoluzioni possibili, il Corto pure lui, chi lo vedeva nel silenzio dei suoi alberi del piano di sopra, novello barone rampante dallo stivale giallo, e Fabietto anche lui è riuscito ad esserci scimmia compresa, nonostante i cazzi suoi, che come sempre ci accade arrivano proprio quando non ci vorrebbero.
Ho provato a ricordare a memorizzare a fermare, ho promesso rettifiche, ho tentato aggiustamenti, mi sono presa i tempi miei, ho rotto i coglioni, ho detto vaffanculo quando lo volevo dire, ho provato a mediare e anche mi sono rifiutata di mediare troppo, ho ascoltato più di quanto pensavo e anche detto ma non troppo, che di dire non ho voglia e allora a un certo punto senza paura di giudizio ho detto no, non voglio parlarne, tutto questo ho fatto in tre giornate infinite, tra gli ulivi e poi sotto la pioggia in cerca delle capre, al supermercato con la macchina del Cois che ancora una volta si è dimostrato il più femminista di tutti gli amici e ci ha fatto ridere e bestemmiare sotto la pioggia battente.
Che alla fine un diario dell’accaduto non vuol dire niente. Che qualcuno ha un aereo domani. Che ho una lattina di olio fatto da me medesima e dagli amici miei, l’olio dell’amore e della fine di quest’ottobre così travagliato. Che tutti sempre partiamo, e a un certo punto siamo capaci di ritrovarci. Che è vero, a volte anche in questi giorni ho avuto paura, però mi sembra che in fin dei conti ce l’ho fatta.
Che scopri sempre un pettegolezzo che ti era sfuggito.
Che è vero, la Nina e la Pepe non sono gatte esteticamente impeccabili ma hanno un’anima grande come i loro stomaci e soprattutto due nomi bellissimi che mi fanno pensare ad Almodovar e a Checov insieme, e poi in fin dei conti i gatti africani sono molto più brutti e a chi non è successo nella vita di mettere su qualche chiletto
Che la casa di Alice e Dome è bella e quando ci siamo noi ancora di più
Che la torta di Vanessa era buonissima anche se non ho potuto mangiarla
Che Mauro m’ha fatto ridere e finalmente anche io ho avuto la mia torta nuziale
Che non si finisce mai di imparare le nuove frontiere del porno
Che anche in mezzo ai fratelli degli ultimi dieci anni c’è ancora qualcuno che riesce ad arrossire
Che siamo diversi
Che forse c’è spazio davvero per tutti
Che lo so, dovrei declinare maschile e femminile, ma so anche che loro lo sanno che io lo so che dovrei
Che la paura dei giorni che verranno e lo scoramento che pure a volte ritorna m’hanno lasciata in pace per giorni interi
Che può fare freddissimo, la notte.
Che giocando a Tokio dopo un certo numero di bicchieri di grappa diventa difficile mentire sull’esito dei dadi
Che c’è sempre chi fa un caff’è al mattino
Che bisogna cominciare a guardare avanti di nuovo, ma con cautela.
Che.

Oibò carla… leggere questo post è come risentire il caldo della stufa dopo una mitragliata di freddo a camminare nei campi nebbiosi con gli scarponi rotti.
Kiss