Mag 31 2011

guida intergalattica per attivisti, nono episodio

Non so se mi spiego, n o n o e p i s o d i o !!!! Che vuol dire che siamo andati in tour per nove finesettimana diversi, che tradotto significa diciannove, e dico diciannove repliche di “non vengo dalla luna”, tutte in spazi autogestiti, tutte in mezzo a gente che per ospitarci si è fatta non in quattro ma in cinque o seimila, tutte in qualche modo importanti, tutte incredibilmente uniche e diverse l’una dall’altra. Quando il sociostar si mette a fare le sue tabelle con i numeri delle date che abbiamo fatto e di quelle che dobbiamo fare io quasi quasi non ci credo, che mi sembra l’altrieri che facemmo quei quindici minuti a Marghera. Che freddo che faceva! E quanta poca fiducia, quanta ansia, quanta paura! Se ci penso adesso, mi viene quasi da ridere perchè mi ricordo che avevo col socio un atteggiamento quasi formale, e lui in qualche maniera pure. Forse ci dovevamo provare a vicenda che ci stavamo dentro. Non lo so.

Ma veniamo al nostro nono episodio. La giornata comincia malissimo, mi sento un grumo di ricordi e dolori che mi colano dentro e addosso, e infatti mi dimentico i vestiti a casa, cosa che ci fa accumulare un’ora di ritardo e che presto si somma a un’A1 strapiena di gente che io mi domando ma questi dove cazzo vanno. Non è manco bel tempo. Un viaggio nella papaleomobile un po’ vecchio stile, confidenze, paure, timori, ansie e aspettative, mie soprattutto, per il futuro ma anche per il presente, per la politica per la militanza per il teatro e anche un po’ per i cazzi miei.

Ma arriviamo a Empoli, tre ore di ritardo e una furibonda lite col navigatore alle spalle, il socio subito si mette a faticare e poi mangiamo all’osteria dell’Intifada che oh, vince il premio gourmet di questa turnè. Una meraviglia. Mangiamo così tanto che io non voglio fare lo spettacolo. Ma poi lo faccio. Ed è sempre commovente vedere le facce di chi assiste al nostro piccolo racconto per la prima volta. Ciò nonostante io non sono contenta. Non sono contenta no. Mi sembra di essere in una fase discendente cominciata a Vicenza, non trovo il nocciolo, perdo il sentimento. E per fortuna che c’è la tecnica, per fortuna, la tecnica che mette una spessa maschera tra come sto dentro e quello che esce fuori, perchè lo spettacolo non sembra risentire particolarmente di questa mia demotivazione, ma io mi sento in colpa lo stesso e penso occhei da domani ricomincio a farlo con serietà rigore e disciplina. Questo penso mentre chiacchiero coi compagni e le compagne di Empoli che stanno in uno dei centri sociali più vecchi d’Italia e ci raccontano del g.a.s., della petizione per il fontanello  e di tutto il resto. Siamo però stracchi di fatica.Gentilissimamente ci ospitano i compagni e io cado in un sonno profondissimo dal quale non mi sveglia nemmeno la furibonda battaglia che imperversa tutta la notte tra il socio e le zanzare. Sono praticamente quasi morta.

Sabato, giornata lunghissima. Si va a trovare un amico e compagno che vive con la sua famiglia in via d’allargamento in quel di Firenze. E’ in un momento difficile. Lo sappiamo tutti. Epperò questo pranzo sul terrazzo, col bambino che chiama il socio “ciccio pasticcio” e noi che parliamo di politica, di come vanno le cose qui, dei progetti per il futuro prossimo e scherziamo ecco, questo pranzo condito da noi e dalla schiacciata all’olio mi sembra bellissimo e pure mi sembra un grande onore e privilegio poter entrare così tanto nel passato del mio socio e vedere l’amore e la dedizione dentro di lui. Ancora una volta penso che questa persona non la conosco, e che oggi attraverso un altro ho scoperto un piccolo prezioso pezzettino di lui. Me lo conservo e guardo la città sotto la canicola mentre il nostro amico e compagno ci prende un po’ in giro perchè siamo due spiantati. E’ vero, siamo due spiantati.

Ma è arrivato il momento di andare in via de’ conciatori, dove ci aspetta il trasversalissimo, naif, multietnico e multitasking collettivo prezzemolo, appena nato all’interno dell’istituto europeo. Io sono molto emozionata, che rivedrò Alice, e l’ultima volta che ci eravamo abbracciate era stato proprio il 14 dicembre. Mi sento come se dovessi vedere un innamorat* dopo tanto tempo, sono tutta un brividino. E poi c’è che non so proprio come andrà, questa serata. Ma eccola Alice, ed eccoli tutti, gli anarchici greci, quelli irlandesi e qualche premiato esempio di socialdemocrazia italiana, hanno organizzato una giornata di discussione sulla precarietà che a me pare meravigliosa, incontriamo i compagni di altre città d’Italia e io con un poco di sollievo penso che ecco, ognuna a suo modo io e Lalice abbiamo trovato la strada verso la nostra militanza.
Mentre io penso tutte queste cose il socio si dà da fare e praticamente monta l’impianto. Intanto fuori, la strada regala scorci che pare di essere dentro un film di Marco Tullio Giordana. Siamo fuori dal tempo. Io lo voglio fare bene, stasera, lo spettacolo, che oggi è la nostra diciottesima data, diventiamo maggiorenni.
Ci sono pure Nathan e LaFrancese, apposta per me, sono quasi commossa e un pochino tesa, che non so se a loro lo spettacolo piacerà.

Sono pronta, siamo pronti, lo facciamo. Siamo vicinivicini stasera, sento che Francesco è proprio affianco a me e prima di fare il suo pezzo lo guardo intensissimamente come a chiedergli di nuovo il permesso, proprio come quella volta che lui mi diede il quadernone e mi disse ecco leggi, gli chiedo di nuovo il permesso di metterci la voce mia e lui me lo dà, mi emoziono ancora di più. Lo spettacolo stasera corre attraverso il mio corpo, sono nuda e ispirata, sudo, guardo Francesco e mi pare che di nuovo lo stiamo creando, questo spettacolo, le persone attentissime mi stanno con gli occhi addosso e io vado io proseguo io racconto io vivo.
Era tanti giorni che non lo facevamo così, lo spettacolo.
E infatti siamo stanchissimi. Ma felici, pieni, e infatti ci fermiamo con i prezzemoli fino alle tre, chiacchierando bevendo scambiandoci opinioni ricordi esperienze, mi sembrano già fratelli e sorelle, ho già voglia di rivederli. E lo so che molti non hanno capito tutto quello che dicevo, però mi sento che qualche cosa di importantissimo è passato e sono come un filo teso ed è così che voglio essere.
Terminiamo la serata in tre in auto, che non si potrebbe, con uno degli show preferiti da me e Lalice, messo stanotte in piedi apposta per Francesco, che immediatamente viene catapultato nel nostro lungo e denso mondo condiviso. E mi pare che ci stia piuttosto a suo agio.

Non è finita la turnè, non è finita! E’ domenica, ci imboschiamo in un pranzo a base di carne in splendiderrimo agriturismo perso nel chianti, roba che a noi non ci ricapiterà mai più. O forse al socio sì, che lui è giovane. A me, no. Mangiamo, prendiamo il sole e rimaniamo vittime di uno stuolo di bambini che mi tirano fuori la cattiveria. Ma sono paziente e pacifica, rischio di essere linciata dalle mamme, le mie istanze antimaterne oggi me le tengo per me.
Il socio mi sembra crucciato. In questi giorni mi sembra crucciato sempre. Lui dice che è solo stanco, e ha ragione perchè sta praticamente montando impianti in ogni posto dove andiamo, però a me, oltre che stanco, mi pare crucciato. Ma lui mi dice no. Io traduco sono cazzi miei. E poichè nella nostra società c’è il diritto ad avere ognuno i cazzi propri, io rispetto e ascolto la musica, penso al master allo stage al futuro penso alla fine della turnè. Lo ammetto, nessuno di questi pensieri è particolarmente gradevole.
Ma siamo a Pisa e di nuovo ricominciamo il montaggio la conoscenza lo scambio. I ragazzi del Tijuana sono sotto sgombero. Hanno chiesto l’università per questa sera e io penso con una punta di rammarico che questa sarà l’unica volta nella mia vita che toccherò i muri della Normale, al contrario di quello che speravano i miei esimi genitori.
Si vede che sono affaticati, i nostri fratelli e le nostre sorelle pisani, si vede che si portano addosso l’esperienza terribile di uno sgombero, eppure si sbattono a manetta e quello che viene fuori è uno spettacolo popolato, presente, con le persone proprio in faccia a noi due, che di nuovo stiamo strettistretti sul palco e a me, sinceramente, questa vicinanza mi fa bene. Mi commuovo nel vedere queste facce. Lo so che erano tutt* a Roma, mi sono fatta raccontare di quando hanno occupato la torre e conosco un pochino delle loro storie. Di nuovo me li guardo tutti e me le guardo tutte e mi prende così tanto la commozione che quasi mi fermo un attimo nel racconto. Ma va velocissimo, e finisce prima che possa accorgermene, nella commozione del pubblico e di noi.
Ci piacciono, questi pisani, che si sbattono a manetta per fare le cose perbene epperò sono pure in contatto con la loro dolcezza e con il loro calore. Non vorremmo andarcene, che adesso comincia il momento delle confidenze, ma la strada fino a San Luca sarà lunga, il socio ha lavorato il triplo del dovuto questo finesettimana, e poi c’ha i crucci, si vede che c’ha i crucci. Adesso me lo riporto a casa e lo metto a dormire così poi la settimana prossima c’ha tutte le energie per farsi le cose sue, che la vita di un musicista elettroacustico emergente è grama e irta di pericoli.

Questo penso mentre mi metto alla guida e trasformiamo l’auto in una wikimobile facendo tutti i giochi di memoria e di sapienza che mi fanno pensare a quando ero piccola. San Luca compare ogni volta diversa, oggi un po’ di sbieco, timida, forse distratta, mentre io penso alla mia età e a quei professori che mi amano (pochi) che mi chiedono perchè mi sia messa in testa di cambiare lavoro e lasciare il teatro.
Penso che non ho delle risposte. Penso che spero che Francesco, almeno lui, non sia costretto mai ad arrivare a prendere la decisione che sto prendendo io.

Poi penso anche a molte altre cose. Penso che questo spettacolo è stato ed è per me un concreto esperimento di militanza, penso ai discorsi che ci facciamo sulle coppie, su come sia difficile vivere le relazioni senza dimenticare i discorsi che ci facciamo agli attivi. Penso all’onestà. Penso che forse non mi viene particolarmente bene, ma io ci sto provando davvero, a vivere quello che penso, a dare forma e concretezza alle idee che ho.
Poi penso pure che non sono stanca per niente e che voglio camminare e vedere l’alba e addormentarmi mentre suonano le sveglie di tutti quelli attorno a me e non pensare ai treni che anche in questi mesi ho perso penso che voglio che il piccolo ovattato limbo che si crea alla fine della turnè si dilati e si prolunghi come un caldo utero attorno a me fino a quando non ne avrò più bisogno.

Poi è lunedì, e ho finito il caffè.

One Response to “guida intergalattica per attivisti, nono episodio”

  1. LaFranceseon 01 Giu 2011 at 11:46

    Noi c’eravamo e ci è pure piaciuto!
    Olè!

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