Giu 07 2011

ciliegie.

Quando undici anni fa Stefano provò a infilare nel mio piatto la sua forchetta sporca di formaggio tirai su un caso diplomatico sul diritto a odiare i latticini, sulle possibilità psicologiche dell’allergia, sul fatto che una vita senza formaggio fosse possibile. E infatti dopo pochissimo ci lasciammo. Senza nessuna tragedia, o forse sì, adesso non mi ricordo.

La settimana scorsa siamo andati a cena insieme, tutti noi, i soliti, quelli che nessuno ci ammazza, a noi, e io stessa ho pescato timidamente con la mia forchetta nel suo pasticcio al formaggio, per vedere com’era. Chissà se lui se lo ricordava, l’incidente diplomatico condito al parmiggiano del millennio passato. In quel momento mi sono guardata intorno e ho visto i miei amici, loro, quelli che hanno condiviso con me gli ultimi dieci, dodici, tredici anni, li ho visti tutti così spremuti dalla vita, tutti così inevitabilmente inderogabilmente toccati, ecco, toccati, ho visto i segni di queste vite in bilico sulle loro facce, e me li sono guardati uno per uno e una per una, e ognuno aveva un modo diverso di parlare, di stare nel mondo, ognuno aveva quei gesti che ben conosco e che lo differenziano da tutti gli altri, ognuno conteneva e nascondeva le fatiche e le frustrazioni eppure brillava delle sue gioie e delle sue rivendicazioni.

Mi sono trovata seduta in mezzo a bistecche di cavallo, io e i miei amici, i miei fratelli scelti, a parlare di quello che succedeva, di come stavamo, di dove ci trovavamo. E io morivo dai crampi e dentro mi sentivo morire, ecco come mi sentivo, mi sentivo l’unica che non ha mosso un passo, mi sentivo quella che abita in un monolocale a Bologna, a Bologna cristosanto, che avevo sempre detto che non ci sarei mai finita. Mi sentivo dentro la ferita di questo maledetto tentativo fallito, mi sentivo, mi sentivo la riprova che le storie d’amore vanno male, cazzo, e anche le storie di vita. Eppure io ero tra quelli che già all’inizio dicevano cazzo io ce la farò, io voglio fare io voglio essere. Ed eccomi, in un tripudio di bistecche di cavallo, a guardare affascinata e commossa i miei fratelli e le mie sorelle che giorno dopo giorno si sbattono e si dimenano come delle mosche impazzite, ma non nel barattolo, no, loro una direzione cel’hanno, almeno, così mi pareva, offuscata com’ero dalla polenta e dagli sfilacci di cavallo che Alice provava a rifilarmi perchè ne avevo presi troppi.

Stavo in mezzo agli amici miei ed ero fiera di esserci, di poter vedere queste facce così provate eppure fiere, e mi domandavo cristo ma io dove sto, che sto facendo. Li ascoltavo parlare di cose serie e di cose cretine, e dentro avevo uno scroscio di sangue che mi soffocava, ma parlavo con il mio solito cinico quasi insopportabile tono da disillusa, come se nulla avesse potuto più toccarmi, nulla avesse potuto più ferirmi.
Avrei dovuto avere il coraggio di arrivare nuda, piena di lividi e ferite, come mi sentivo, urlante per i crampi e per la frustrazione, e ammettere che ecco, io in quel momento stavo proprio così, non c’era niente da fare, che mi sembrava, e che mi sembra, che tutti i miei tentativi di onestà (nei miei confronti, nei confronti del mondo, delle persone, delle relazioni) siano andati a farsi fottere egregiamente, che mi trovo in un vortice di incomunicabilità, che voglio solo, di nuovo, scappare, e che non c’ho manco più la speranza di trovare qualcosa di migliore. Che mi sembra di essermela egregiamente raccontata, in questi mesi.

Ho tanto e ben parlato.
Epperò poi non rimane niente.
E non ce l’ho fatta, ad ammettere davanti ai miei fratelli che mi trovo di nuovo là, dove stavo diversi anni fa, persa e pure leggermente preoccupante, non cel’ho fatta e non ce la farò, perchè so bene che domattina sarò di nuovo io, inscalfibile, cinica, La Vitantonio, quella che in qualche modo la sfanga, quella che -quando tutto mancava, a ventitrè anni- pigliava l’automobile e andava in tour da sola in giro per l’Italia senza manco i soldi per pagarsi un fonico o un musicista, che visto che non aveva i soldi per le scenografie si era messa a raccontare storie ed era riuscita pure a guadagnarci dei soldi. Quella che si era inventata un festival dal niente e poi sul più bello l’aveva mollato perchè, udite udite, voleva essere libera di dire quello che pensava.
Quella che quando nessuno se lo aspettava aveva chiuso i bauli e si era trasferita in campagna, in campagna!, perchè si era innamorata di uno che era diventato l’unico uomo del mondo.

Domattina mi trasformo di nuovo in quella che. Quella che niente-mi-tocca. Quella che tutto-è-comunque-in-qualche-modo-sotto-controllo. Quella che fra due mesi se ne va di nuovo.

 

Quella che.

 

paz-ciliegia.jpg

One Response to “ciliegie.”

  1. giorgiaon 07 Giu 2011 at 21:36

    mi piaci.

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