Lug 05 2011

Fabiano, noi.

Avevo deciso di non scrivere niente a riguardo dei fatti di domenica. Avevo deciso così perchè io non ero in Val di Susa. Ero in turnè a guadagnarmi cinquanta euri, persa nel cuore dell’Italia terremotata insieme al mio socio, entrambi attaccati al telefono e a internet, entrambi sconvolti, entrambi esterrefatti.
Tornati a Bologna ci siamo precipitati al centro sociale per capire cos’era successo e abbiamo trovato compagne e compagni di lotta (perchè proprio di compagni si tratta, di persone con cui dividiamo la vita, le idee, le lotte, la rabbia e la gioia delle nostre giornate appese a fili tesi da qualcun altro). Compagne e compagni preoccupati, sconvolti pure loro, estremamente incazzati per la situazione in cui si trovavano Fabiano, Jacopo e Gianluca, epperò allo stesso tempo fieri perchè sapevano e sentivano che quella di domenica era stata una grande giornata di lotta, sapevano che, checchè ne dicessero i giornalisti (giornalisti???), essi, tutti, avevano risposto a un appello e ad esso erano stati fedeli, un appello che parlava di beni comuni, di amore, di autogoverno, di fierezza e, davvero, di un sentire condiviso che va oltre i confini territoriali delle nostre piccole borghesi città che ci vorrebbero tutti chiusi ognuno nel suo meschino mondo allo sfascio.

Ebbene, io la gioia non riuscivo a condividerla, non ci riuscivo no, perchè in Val di Susa non c’ero, e mi sentivo soltanto sola, preoccupata, e soprattutto incazzata, perchè per ventiquattr’ore non avevo potuto fare altro che leggere giornali che ci descrivevano come violenti, aspiranti terroristi, gente che si organizza per mettere a ferro e fuoco questo paese e che non vede l’ora si presenti l’occasione per fare casino in maniera indiscriminata, strumentalizzando movimenti che altrimenti sarebbero “puri”.
Non sono nuova a questo genere di comunicazioni. Ricordo con orrore i miei giorni genovesi nel 2001 e la quantità di menzogne che i giornali pubblicarono fino a che Diario non sbattè le foto delle torture in prima pagina. Con altrettanto orrore e disgusto ricordo il tentativo fatto dai media per distruggere il grande movimento che confluì a Roma il 14 dicembre, ricordo di aver provato questo stesso disgusto e questo stesso senso di impotenza. Era solo sei mesi fa. E riuscimmo, tutti e tutte insieme, a vincere contro questa narrazione imposta dall’alto attraverso le nostre voci, i nostri racconti, la nostra vita. Tutti diventammo improvvisamente lampadieri a rischiarare con la nostra voce il putridio prodotto dall’opinione ufficiale.

Ecco allora io non c’ero domenica in Val di Susa, però il pensiero di come, tutti insieme, ci siamo riappropriati della storia del movimento che ha portato al 14 dicembre, quel pensiero mi spinge a scrivere oggi.
Si fa presto a distruggere le persone. E io non so quanto questo blog possa scalfire il muro di menzogne costruito dai giornalisti (giornalisti????) in queste ore.
Però ci provo, con rabbia, dolore e orgoglio.

Fabiano non è “un pregiudicato”, ma una persona che mette in gioco il suo corpo e la sua testa da anni per difendere i diritti della gente come lui e come me, ma non solo. E’ uno che si è sbattuto per mesi, anni, per raccogliere le firme che ci hanno portato al referendum. E lui in piazza a festeggiare non c’è manco venuto, perchè stava lavorando. Fabiano è una persona che crede nella possibilità di rivendicare i nostri diritti, e ci crede così tanto da mettersi in gioco in prima persona, ogni giorno, in ogni momento della sua vita.
Fabiano non è un professionista della guerriglia. Al presidente della repubblica (due parole che scrivo deliberatamente con la lettera minuscola) vorrei chiedere signor presidente, secondo lei uno che lavora tutti i giorni dalle sei di mattina e  che quando finisce di lavorare si dedica portare avanti progetti come una palestra popolare in un quartiere dove non ce ne sono, o la sensibilizzazione delle persone su temi come l’acqua, il nucleare, i beni comuni, secondo lei presidente questa persona dove cazzo lo trova il tempo per andare a organizzarsi e diventare un professionista della guerriglia? Qua non stiamo in america signor presidente, questo non è un film sui cowboys, non esistono luoghi segreti dove facciamo le cose sporche, signor presidente, la vita di Fabiano, come la mia e quella di tutte e tutti quelli che erano in Val di Susa, non ha stanze buie e chiuse a chiave, le nostre vite e i nostri corpi sono in piazza, esposti, ogni giorno, con dignità e fierezza. Sono le vite che quelli come lei hanno disegnato, vite appese a fili sempre più sottili, vite che si muovono in labirinti sempre più fitti, senza bussola, sì, perchè la bussola l’avete rubata da tempo. E ciò che quelli come noi possono fare è lottare, mettendo in piazza l’unica cosa che hanno: il corpo.

Lottare per riprenderci quello che la sua generazione, signor presidente, ha insegnato essere un diritto: libertà, diritti, beni comuni, e soprattutto dignità.
Salvo poi riprendervi tutto una volta che ve lo eravate garantito per voi. Complimenti.
E visto che ci avete rubato tutto, signor presidente, visto che lo stato -che noi contribuiamo a tenere in piedi lavorando come precari e lasciandoci sottrarre il nostro tempo e le nostre giornate, oltre ai nostri soldi- ci chiude in confini sempre più intollerabili e angusti arrivando a sottrarci beni che dovrebbero essere non solo garantiti ma naturali, visto che avete già fatto questo non vi rimane che agire proprio sui nostri corpi.
E lo vediamo bene, l’abbiamo visto dieci anni fa a Genova e ripetutamente l’abbiamo sperimentato in questi anni. Che li diffondiate o meno, i racconti di tutti quelli che sono stati prelevati nelle manifestazioni e sottoposti a trattamenti a dir poco inumani, noi li conosciamo.
Adesso ci avete preso Fabiano, Jacopo e Gianluca, e non solo li avete costretti a subire delle vere e proprie torture (perchè di torture si tratta, insomma, non c’è bisogno di scomodare il devoto-oli, credo che il presidente della repubblica e i giornalisti dovrebbero conoscere a sufficienza l’italiano per capire che ci sono alcune parole il cui significato è chiaro e condiviso), non solo li avete presi.

Li avete torturati e siccome non bastava state cercando di distruggerli attraverso la diffusione di notizie che li scherniscono, diffamano, umiliano.
Io a questo gioco, mi dispiace, non ci sto.
Dove volete arrivare, dove potete arrivare?
Questa non è una gara a chi è il più forte. Perchè i più forti siete voi. Avete le armi, i lacrimogeni, le torture, gli uomini addestrati (voi si), avete la possibilità di minacciarci di chiudere i luoghi dove da anni costruiamo alternative possibili e produciamo cultura, e soprattutto avete un servile apparato informativo che vi sostiene.
Però noi abbiamo una cosa che voi non avete più, soffocata dalle vostre stesse bugie.
Abbiamo la dignità, e tutti i vostri racconti inverosimili non ce la potranno portare via.

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