Lug 12 2011

guida intergalattica per attivisti, dodicesimo episodio

Fatica, fatica e qualche lagrima nello scrivere il dodicesimo episodio di questa guida intergalattica per attivisti. Partimmo ormai secoli fa alla volta di Napoli, era il due luglio e noi uscivamo più o meno incolumi dalla trash night con cui avevamo decretato la chiusura estiva del centro sociale. Avevamo ballato, cantato, riso riso riso assai, ci eravamo mascherati e avevamo preparato il grande tampax d’oro da dare quale premio ai fratelli e alle sorelle di radiosonar che erano venuti in pompa magna a fare la battaglia più trash della storia. Avevamo bevuto i mojito più buoni di Bologna, ce li eravamo versati addosso, avevamo promesso, un po’ avevamo mantenuto e un po’ no, avevamo persino in qualche maniera dormito (così dicono gli annali) e alle nove ci eravamo trovati da Micky e Max per un caffè che avremmo voluto fosse un idraulico liquido. Partiti, occhi infossati dietro gli occhiali da sole, buonumore e stanchezza. Il Meridione ci aspettava e noi quella data l’avevamo desiderata forteforte, nella Napoli alla quale entrambi, ciascuno per i suoi motivi, sentiamo un pochino di appartenere.
Viaggio infinito, integratori color azzurro, caffè, sole, sigarette, discorsi che non ricordo e un po’ di tristezza perchè per andare in turnè non saremmo andati in Val di Susa, noi, proprio noi, cazzo. Epperò sapevamo che tutti gli altri sarebbero stati là e questo era rincuorante.
L’autostrada era deserta e siamo arrivati a Napoli che manco abbiamo capito come. Insurgencia ci ha accolti con caffè fumante e abbracci e un terrazzo meraviglioso e racconti, ma soprattutto con un divano fagocitante che ci ha visti collassare uno dopo l’altro mentre allo stereo i 99 suonavano canzoni di altri anni e il sole era tiepido e rassicurante.
Poi come al solito di colpo è arrivato il momento di fare lo spettacolo e c’era la famiglia Vitantonio al completo, e io ero stressatissima da questo fatto, pensavo che non cel’avrei mai fatta a dire tutto quello che dovevo dire davanti ai miei genitori, e mi sentivo giudicata e pure un po’ scema, poi però guardavo Francesco e lui come al solito aveva due chili di cerone zen spalmati addosso e questo era un pochino rincuorante. Così andavo avanti attraverso la storia e le persone erano mute e attente, tanto che io non sapevo bene cosa stesse accadendo, fino a quando non è successo che improvviso è scoppiato un applauso e mi sono accorta di quanta forza di quanto amore ci stessi mettendo e secondo me Francesco anche, pure se lui direbbe che ha solo premuto i bottoni. E forza e amore tornavano dal pubblico, e dopo sono arrivati abbracci lacrime nuovi racconti e la sensazione, ancora una volta, di aver fatto una cosa non del tutto inutile. La pizza, la pizza è arrivata, meravigliosa, come l’avevamo sognata per tutto il viaggio, e noi l’abbiamo divorata sul terrazzo notturno poco prima di crollare addormentati in una casa che a me mi ricordava un sacco di cose.
Un anno, un anno era passato da quando l’ultima volta ero entrata in quella casa, e sinceramente mi è sembrato di stare molto meglio, il dueluglioduemileundici. Prima di addormentarci sui lettini gemelli abbiamo mandato un messaggio ai compagni che in quel momento partivano per la valle e poi il tempo di dirsi buonanotte e zzzzzzzzzzzzz

Napoli splendente di sole e taralli piccanti ci ha accolti un po’ turisti e un po’ ricordatori nostalgici, il golfo brillava come nei film con Sofia Loren e i bagnanti si urlavano scemenze mentre noi ci godevamo la nostra mezz’ora di fancazzismo prima di partire alla volta di Lioni. Intanto s’era fatta tarda l’ora e cercavamo di capire come andassero le cose in valle.
E’ stato in quel momento, dieci minuti prima di entrare nel paese di Lioni, che tutto ha cominciato a vacillare. Nessuna notizia di Fabiano, ci dicevano i compagni, e dalla tivvù e dai giornali arrivavano notizie inquietanti che ci facevano esplodere dentro una rabbia muta e spugnosa.

Lioni è tutta nuova, che il terremoto si è mangiato più o meno l’intero paese, giusto in mezzo troneggia una cattedrale che sembra una via di mezzo tra una torta e una moschea, il paese è silenzioso sotto il caldo torrido, e noi non riusciamo a fingere spensieratezza nemmeno quando la delegazione di Rouge ci preleva entusiasta e ci porta a vedere lo spazio. Spazio bellissimo, peraltro, ma che non useremo, no, perchè stasera, visto che non ci hanno concesso non-so-che-sala, occupiamo nientepopodimenocchè la piazza del paese!! e vai, questo elemento imprevisto ci piace. Lenti ma inesorabili cominciamo il montaggio selvaggio, intervallandolo ai caffè durante i quali i nostri ospiti ci raccontano e ci chiedono, noi ascoltiamo le incredibili storie di come si fa il movimento in un paese dell’Irpinia, mentre notizie discordanti che arrivano da chi è in valle, però a un certo punto vengono diffuse le foto di Fabiano tutto pieno di sangue e lì si va solo a peggiorare. Facciamo lo spettacolo (non prima di aver ingurgitato altre tonnellate di pizza proprio nel mezzo della piazza) col cuore gonfio di preoccupazione e rabbia, e sarà forse anche per questo che lo facciamo beneassai, nella piazza occupata di Lioni, con un pezzo di noi che si chiede come sta Fabiano e dove e come stanno gli altri.

Smantelliamo e in men che non si dica tutto è di nuovo Napoli e vino autoprodotto da dividere con la nostra Bologna e l’accoglienza di chi si prende cura di noi lasciandoci morbidi letti e silenzio e sfogliatelle per la colazione e abbracci e silenzi che sappiamo cosa vogliono dire. Il viaggio di ritorno è il viaggio più lungo della storia, non ce la facciamo, ci passiamo la guida di continuo con l’idea di arrivare almeno in tempo per l’attivo e sapere qualcosa di più concreto. I chilometri sono immobili, mi pesa questo dolore e come al solito quando la sofferenza prova a farsi troppo intensa cado nella narcolessia e mi addormento proprio nel mezzo dell’appennino mentre stoicamente Francesco prosegue, forse anche un po’ allettato dall’idea che, una volta a casa, addenterà le mozzarelle comprate a Capua (che puzzano, ammettiamolo, puzzano).

Mi sveglio col cadavere del Socio che guida al posto suo, l’appennino è spigoloso e stronzo come il nostro umore, ma ormai ci siamo, si vede la basilica di san Luca e dentro di me ripeto le parole che ormai entrambi conosciamo a memoria. Da lì in poi tutto corre, l’assemblea, i racconti dei compagni e delle compagne, la rabbia, la preoccupazione, l’orgoglio, Fabiano che finalmente ritorna e noi che gli facciamo il comitato d’accoglienza in stazione, il mio umore insostenibile, le mie paure, le mie solitudini, il senso di dover andare, la paura di non farcela, una veloce scorsa al conto in banca che basta a mandarmi nel panico, Francesco che studia come un matto mentre le sue occhiaie diventano indelebili, l’oroscopo di Breszny che dovrei ascoltare un po’ più attentamente, un sabato trascorso a casa di Fabiano tutti insieme in un’allegria che mi riporta alla spensieratezza degli anni della mia università, che mi restituisce il senso di poter essere come sono senza mascherarmi, un sabato in cui sono grata a queste persone che mi hanno accolta e che mi fanno ridere e pensare e agire.
Un sabato che diventa prestissimo la domenica in cui torneremo a Padaniacity, là dove tutto è cominciato.
“Non vengo dalla luna”approda al festival e noi siamo entusiasti, tutti e due, ognuno per i motivi suoi, e difatti la Papaleomobile è densa di parole e giochi quasi come si trattasse di molte turnè fa. Arriviamo e sembra davvero di essere a casa, ci sono i sorrisi, i gelati dell’area relax, gli infradito di Checco e le “critiche costruttive” di Zuzzu, i piani luce di Marco, Laba che come una visione ci accoglie, elegantissima vestita di verde, epperò con la ramazza in mano che spazza il bar grande e io quando la vedo quasi mi commuovo, come mi commuovo ogni volta che vedo Graziano mettere giù le sedie insieme a tutti gli altri, e forse questi sono viaggi solo miei ma a me mi restituiscono un senso, mi ricordano ogni volta perchè ho scelto di stare e di agire insieme a queste persone, forse sono viaggi miei ma sono sufficienti a darmi aria buona da respirare, e infatti le ore che precedono lo spettacolo sono di pura gioia che condivido con persone le cui vite ho attraversato negli ultimi tredici anni.
C’è pure il mio fratello attore Peppino, che non vedevo da una vita e mezzo e mi sembra di averlo salutato ieri, lui che mi diceva di non andarci, a Castelletto di Sarcazzo, io che non l’ho ascoltato e poi vabbè è andata come è andata. E vorrei essere più capace di far sentire al Socio quanto mi emozioni che lui entri in questi pezzi di vita invece non ci riesco perchè mi attorciglio nelle parole e nell’emozione.

Sinceramente a me mi pare che lo spettacolo sia andato bene. Però ora non mi ricordo. Perchè subito dopo è cominciato una specie di film a doppia velocità, e giuro che non ho assunto sostanze di alcun tipo. Ma tutti avevano qualcosa da dirmi, e spesso si trattava di cose che mi mettevano scomoda, e Francesco era chiuso in un’insoddisfazione che mi mordeva, e io cercavo risposte e trovavo solo domande.
Ricordo Peppino che mi chiedeva di non fare quello che sto per fare, ricordo me che mentre lui me lo chiedeva mi dicevo ma quanto gli voglio bene, a questo spiantato davanti a me. Ricordo Orso sbucato da un passato improbabile che mi abbracciava orgoglioso come di me non lo era mai stato. Ricordo. A un certo punto, ricordo di aver pensato basta, mi sono inventata tutto, questa è una grande cagata, mi sono illusa mi sono sbagliata. Insomma mi è venuta la paranoia, ovviamente laterale e di soppiatto come suo solito, mascherata da pensiero razionale, s’è intrufolata e m’ha cominciato a massacrare dal di dentro e così ha continuato fino a che, sulla Papaleomobile, mentre ci lasciavamo alle spalle il temporale in arrivo su Padaniacity, il Socio non s’è intestardito col voler cavare il dente e così di nuovo sedute di autoanalisi nella Papaleomobile proprio come ai gloriosi tempi in cui mi sembrava di aver creato qualche cosa che fosse più del mio piccolo viaggio privato.

Ma siamo stanchi.
Oggi abbiamo fatto la nostra ventiquattresima data e se siamo fortunati ne faremo ancora due o tre.
Siamo stanchi.
Lasciamo il mostro nella casa del mostro e noi ci lasciamo ognuno nella sua casa, che tra poche ore è domani e il lunedì si sa, non è interessato alla nostra stanchezza. Il lunedì è crudele come la schermata del conto in banca, il lunedì se non ti prepari adeguatamente ti massacra.
Allora ci ritiriamo con la speranza di avere tempo abbastanza per rimetterci in piedi di fronte alla nuova settimana.
Non siamo risolti.
Non siamo sollevati.
Però abbiamo sonno, e questo appare un buon punto di partenza.

One Response to “guida intergalattica per attivisti, dodicesimo episodio”

  1. cisteon 12 Lug 2011 at 15:34

    carla, respira!

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